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Commento della tragedia "Edipo Re" di Sofocle
Tipologia: Dispense
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Sofocle EDIPO RE La tragedia risulta articolata in:
- prologo; - successione di quattro episodi; - quattro stasimi; - esodo. PROLOGO (1 – 150). Nel prologo ci troviamo direttamente ad avere a che fare con il protagonista, Edipo, il quale si trova davanti una delegazione di supplici, giovanissimi fanciulli guidati da una sacerdote di Zeus. Siamo a Tebe, città di cui Edipo è re, e che è invasa da una peste, che per certo versi in realtà ha le caratteristiche di una malattia che provoca siccità e sterilità: morte degli animali, sterilità delle donne, aborti. La delegazione viene a chiedere l’aiuto del grande re Edipo, che in passato ha liberato già Tebe da un grande flagello, la Sfinge, il mostro che provocava morte e distruzione e che era stato sconfitto grazie all’intelligenza di Edipo. La Sfinge aveva posto ad Edipo una domanda che diceva: “ Chi è quell’essere vivente che quando è piccolo ha zampe, quando è maturo ne ha e quando è vecchio ne ha 3 ”, e grazie alle risorse della sua intelligenza, Edipo aveva saputo rispondere che si trattava dell’uomo. Alla richiesta del sacerdote, che parla a nome di tutta la comunità, Edipo risponde di aver mandato già a Delfi il cognato Creonte, cioè il fratello di sua moglie, la regina Giocasta, ad interrogare Apollo per sapere quale sia il motivo di questa pestilenza. Mentre sono sulla scena Edipo ed il sacerdote, giunge Creonte che torna da Delfi: Apollo ha proclamato che causa di questa pestilenza è il fatto che in città si trovi l’uccisore di Laio, precedente re nonché primo marito di Giocasta. In questi punto del prologo si affaccia qualche informazione sulla morte di Laio, uno degli elementi centrali della ricerca di Edipo: egli era stato ucciso da alcuni briganti mentre di recava a Delfi. Edipo chiude il prologo dicendosi pronto ad affrontare questa ricerca per salvare la sua città. Gli attori escono dalla scena e nell’orchestra entra il coro costituito dai vecchi di Tebe (Parodo, 151 – 214) : l’oggetto del loro canto è il flagello che ha colpito Tebe e la preghiera a Zeus e ad Apollo perché liberino la città da questo disastro. I EPISODIO (215 – 462). Torna in scena il protagonista, che entra ed esce dalla skenè , cioè l’apertura centrale che simboleggia la reggia. Annuncia di aver convocato il vate Tiresia e proclama un editto, di colpire in ogni modo il colpevole e i suoi complici.
Giunge Tiresia e fra i due si apre un dibattito molto acceso, in quanto Tiresia è reticente nello svelare ciò che la conoscenza propria di un vate gli suggerisce: egli infatti è consapevole, poiché la sua conoscenza gli viene dagli dei, che Edipo è parricida e sposo della sua stessa madre. Sollecitato da Edipo, Tiresia rivela che la causa dei mali è lo stesso Edipo, in quanto è lui stesso l’uccisore di Laio. I STASIMO. Interviene il coro che si sofferma sul pericolo in cui versa la comunità di Tebe, per il quale pare che non ci sia soluzione. II EPISODIO. Si apre con l’arrivo in scena di Creonte, convocato da Edipo, e i due intrattengono un dialogo molto acceso. Esce dalla skenè Giocasta, che riesce a mettere pace tra i due, e Creonte si allontana. Giocasta, sapendo quale sia stato l’αίτιον di questo litigio, esprime la sua sfiducia nei confronti dell’arte oracolare e chiama ad esempio quello che è successo a lei stessa, quando ha partorito suo figlio, suo e di Laio. In questa circostanza ella aveva ricevuto un oracolo secondo il quale il figlio avrebbe ucciso il suo stesso padre: per questo al bambino furono forate le caviglie e il piccolo fu affidato ad un servo che aveva il compito di esporlo sul Citerone. Di questo episodio Edipo conserva i segni sia nel fisico (le caviglie forate), sia nel nome: Edipo infatti è formato dal verbo οιδάω, gonfiare e πούς, -οδός, piedi = colui che ha i piedi gonfi. Il fine di quest’azione intrapresa verso il piccolo, era quello di renderlo meno appetibile a qualcuno che avesse voluto tenerlo per sé. Ma tutto questo è stato inutile perché, dice Giocasta, il marito è stato ucciso da un gruppo di predoni ad un trivio, mentre si recava a Delfi: questo indizio riaccende la lampadina nella mente di Edipo, il quale chiede a Giocasta se ci siano ancora dei testimoni superstiti dell’omicidio di Laio; avendo appreso che c’è un servo che ha visto tutte le cose e che si è inspiegabilmente ritirato in campagna non appena ha appreso che Edipo è diventato re di Tebe, manda a chiamare questo servo che giungerà poi nel IV episodio. Edipo a sua volta racconta a Giocasta quello che lo preoccupa: Edipo era convinto di essere figlio naturale dei sovrani di Corinto, Pòlibo e Mèrope, ma quando era ragazzo, durante un banchetto, casualmente un ubriaco gli aveva gettato in faccia che lui non era figlio naturale dei sovrani, ma che era stato adottato; a questo punto Edipo aveva deciso di interrogare l’oracolo di Delfi, il quale gli aveva risposto che era destinato ad uccidere il padre e a sposare la madre. Edipo a questo punto non torna a Corinto, ma nei pressi di Tebe aveva incontrato un vecchio che giungeva su un carro col suo seguito, proprio ad un trivio. I due litigano per chi deve passare per primo, ed Edipo col suo bastone uccide il vecchio. II STASIMO. Si incentra su due questioni:
Colono in cui Edipo viene mandato in esilio: la fine del nostro dramma è invece aporetica , in quanto bisogna aspettare cosa dicono gli dei. La tragedia si conclude con una scena significativa: compaiono sulla scena le piccole Antigone ed Ismene, che Edipo chiede di poter abbracciare e salutare per l’ultima volta e le affida a Creonte. Edipo e Creonte rientrano nella reggia in attesa del destino che tocca ad Edipo. DATAZIONE. Per fornire una datazione dell’ Edipo re , è necessario collocare cronologicamente le altre sei tragedie sofoclee che ci sono pervenute:
in scena le conseguenze di questo gesto); l’ Edipo re va oltre questo schema, in quanto abbiamo chiaramente il protagonismo di Edipo, elemento che va in una direzione più moderna. COME SOFOCLE COSTRUISCE LA SUA VERSIONE DEL MITO Sofocle non è il primo a trattare questo mito, ma ha alle sua spalle una lunga tradizione che ci consente di creare un piccolo percorso, che ci è utile per capire anche dove troviamo elementi di novità introdotti da Sofocle. Iniziamo con Omero ( IL XXIII, 679 – 680 ), in quanto la saga tebana è l’altro grande nucleo mitico insieme a quello della guerra di Troia; la saga tebana è precedente alla generazione di combattenti a Troia, e infatti i poemi omerici danno chiari segnali del fatto che non solo i poeti dei poemi omerici ma anche il pubblico, conoscevano la saga tebana e questo fa sì che bastino anche dei riferimenti all’interno del testo per far capire quello che si vuole dire. Il XXIII libro dell’ Iliade è dedicato ai giochi funebri per Patroclo che vengono celebrati da Achille; in questo caso di parla del padre di un concorrente a questi giochi: il concorrente è Eurialo, che era impegnato nel pugilato, e si dice che è figlio di Mecìsteo, a proposito del quale si dice: Il quale (Mecìsteo) un tempo giunse a Tebe al sepolcro del caduto Edipo. Evidentemente qui si parla di altri giochi funebri, che così come in IL vengono celebrati per il morto Patroclo, allo stesso modo allora vennero celebrati presso la tomba di Edipo. Il sepolcro di Edipo evidentemente si trova a Tebe, la sua città. Δεδυποτος è un verbo che troviamo di continuo nell’IL e che classicamente segna la morte in battaglia; già i commentatori antichi si chiedevano se Edipo fosse morto il battaglia, ed anche la critica moderna è ancora divisa su questo. OD XI 271 – 280 In questo libro si descrive la νέκυα, cioè la discesa di Odisseo nell’Ade, e in questo contesto vengono anche descritte le eroine che lì Odisseo vide. Secondo alcuni si tratterebbe di una sezione più recente rispetto al nucleo principale dell’ Odissea. Vidi la madre di Edipo, la bella Epicasta, la quale compì una grande azione nell’inconsapevolezza della sua mente, allorchè sposò suo figlio; e lui la sposò dopo aver ucciso il suo stesso padre, ma gli dei subito resero queste cose note agli uomini, e lui soffrendo pene nella molto amabile Tebe, dominava sui Cadmèi (i Cadmei sono i tebani; Cadmo è uno dei progenitori di Edipo) per i terribili voleri degli dei; lei scese nella casa di Ade invincibile dalle porte chiuse, dopo aver legato uno stretto laccio dall’alta trave del soffitto dominata dalla sua pena; per questo motivo a lui lasciò dopo di sé moltissimi dolori, quanti ne compiono le Erinni di una madre.
Notiamo che rispetto alla versione di Sofocle, è innanzitutto diverso il nome della madre di Edipo, che in OD è Epicasta ; viene chiaramente rievocato l’incesto, μεγα εργον, del quale Giocasta si rese colpevole inconsapevolmente e viene revocato il parricidio, ma del padre non viene dato il nome. Epicasta ha lo stesso destino che si trova in Sofocle: scende nell’Ade attaccando un laccio alla trave del soffitto. Ma c’è comunque una novità: Epicasta lascia delle pene al proprio figlio, come se nel morire Giocasta maledice il proprio figlio, come se ella si comportasse come Clitemestra nei confronti di Oreste. Segue però un altro indizio che ci porta in una situazione diversa da quella solita: gli dei resero noti queste tremende colpe subito agli uomini; αφαρ lascia invece pensare che non ci sia stato tempo per avere dei figli, o almeno questo elemento è del tutto taciuto in questo passo che leggiamo, come se uccisione del padre, sposalizio con la madre e disvelamento di queste cose sia avvenuto in rapida successione. Emerge ancora che Edipo, per quanto afflitto, comunque restò alla guida di Tebe (ανασσε): anche qui si va nella stessa direzione di quella dell’IL; Edipo continuò a regnare su Tebe, tanto che furono celebrati anche dei giochi funebri a lui dedicati. Questo regno di Edipo a Tebe è tuttavia segnato dal dolore e dalle avversità degli dei. Non c’è il tema dell’autoaccecamento. Ricordiamo ancora i poemi del ciclo , dei quali è andato tutto perduto. Da alcuni titoli e scarni frammenti sappiamo però che era presenta una Edipodìa ciclica , una storia di Edipo, in cui compare un terzo nome per la madre di Edipo, Eυριγάνεια, di cui si dice che lei fu madre di quattro figli da Edipo. Quello che in genere si pensa è che Eυριγάνεια non andrebbe sovrapposta alla incestuosa Giocasta, ma sarebbe una moglie successiva che regolarizza la discendenza di Edipo e che è stata introdotta nel mito da ambienti filo – tebani, che avevano la necessità di avere una versione del mito meno connotata da particolari negativi. Abbiamo ancora un celebre frammento del poeta Stesicoro, il papiro di Lille, che è un lungo frammento in cui troviamo una Giocasta che è sopravvissuta alla disgrazia di Edipo e che si pone come arbitra della riappacificazione tra Eteocle e Polinice: questa versione sarà ripresa da Euripide nelle Fenicie. PINDARO, Olimpica II 38 – 42 Da quando il figlio fatale uccise Laio incontrandolo e compì l’antico oracolo di Pito. e l’Erinni vedendo ciò acutamente gli uccise la stirpe bellicosa con una strage reciproca. L’uccisione di Laio avvenne per un incontro casuale (συναντομενος), di due persone che si incontrano per caso (= incontro al trivio). Importantissimo elemento per la rielaborazione di Sofocle è l’idea del fato, di qualcosa che è destinato, il figlio infatti è fatale , μοριμος, voluto dalla Moira. Il
Polinice che si stanno affrontando sotto le mura di Tebe: non solo incesto ma anche procreazione dei figli. In questi pochi versi è messa in evidenza la catena dei mali che colpisce la stirpe. I versi 778 – 790 mettono in luce altri elementi importanti: quando Edipo si rese conto del suo tremendo matrimonio, impazzito dal dolore, con un cuore folle, con quella stessa mano che aveva ucciso suo padre, si privò della vista. Ecco emergere un elemento importantissimo che finora non avevamo trovato, e cioè l’accecamento di Edipo. Evidentemente dunque l’oracolo rivolto a Laio era contenuto appunto nel Laio , mentre l’accecamento era messo in scena nell’ Edipo. Un altro elemento interessante emerge da un frammento, 387 Vadt: si dice che l’uccisione di Laio si realizzò in un luogo dove si incontravano fra loro tre strade, non lontano da Tebe. IL MITO IN SOFOCLE Le prime notizie importanti giungono dall’ Antigone , che cronologicamente con molta probabilità precede l’ Edipo re : nel prologo troviamo a confrontarsi tra loro le due sorelle, Antigone ed Ismene. Il prologo è anche il punto in cui, per bocca di Ismene, vengono a galla elementi importanti di quello che retrospettivamente è accaduto in questa famiglia. Nei versi 49 – 54 Ismene ricorda che Edipo si è accecato ed è morto in maniera ignobile, senza gloria (a differenza di quanto ci diceva Omero in IL), mentre la moglie – madre ha commesso suicidio per impiccagione. Edipo sopravvive invece nell’ Edipo re , e questa sopravvivenza sarà ancora più notevole nell’ Edipo a Colono , in cui Edipo è in cerca di ospitalità aiutato dalle sue figlie. Dalle parole di Ismene (49 – 51) emerge che la scoperta della terribile verità si è realizzata per gli sforzi di Edipo: è messo in luce il tema dell’indagine di Edipo su se stesso con l’aggettivo αυτοφόρον. IL MITO IN EURIPIDE Euripide compose una tragedia che cronologicamente si colloca dopo l’ Edipo re e prima dell’ Edipo a Colono. Da un frammento di questa tragedia di Euripide veniamo a conoscenza di parte della trama: Edipo era stato accecato dalla scorta di Laio al momento dell’incontro, ma non capiamo come si svolgesse il dramma dopo questo evento. La tragedia euripidea che tocca meglio questo mito è tuttavia le Fenicie , in cui il prologo è affidato a Giocasta, la quale tenta di mettere pace tra i due figli, Eteocle e Polinice che sono in lotta per il comando della città di Tebe. È importante sottolineare che nelle Fenicie Giocasta sopravvive alla vicenda di Edipo. PECULIARITÀ DELLA VERSIONE SOFOCLEA
un re forte ed amato dal popolo, alla fine diventa un reietto che addirittura deve cedere a Creonte la potestà sulle sue figlie;
Edipo e Giocasta e il confronto tra il servo di Laio e il messo di Corinto. L’elemento tragicomico è da ricercare, per quanto riguarda il terzo episodio, nel fatto che il messo voglia essere ricompensato per aver recato la notizia della morte di Edipo: questo elemento si contrappone fortemente all’alta tragicità del momento. Nel quarto episodio abbiamo l’incontro tra il servo e il messo che viene strutturato su una sticomitìa, ovvero sullo scambio di battute tra i due personaggi; il servo di Laio cerca di fermare l’insistenza del messo, in quanto aveva capito quale fosse tutta la verità. È come se in questo punto Sofocle creasse un micro - riconoscimento tra due personaggi secondari, che porta poi al riconoscimento che è al centro di tutta la tragedia. Abbiamo ancora il tema della supplica , che è importante e canonico, ma è declinato da Sofocle in maniera tale da sembrare innovativo. Il tema della supplica è parallelo ad altre tragedie, soprattutto euripidee, che si aprono così:
L’ Edipo re confluì nella triade bizantina insieme ad Aiace ed Elettra ; per queste tre tragedie abbiamo il maggior numero di manoscritti. Il dramma è stato oggetto di numerose citazioni (tradizione indiretta), ma è importante la tradizione diretta, ossia quei testi che recano vere e proprie copie del dramma e contribuiscono alla trasmissione della stessa tragedia. Della tradizione diretta fanno parte anche quattro papiri (è un numero alto per Eschilo e Sofocle, indizio di grande diffusione della tragedia) che trasmettono parti dell’ Edipo re. I papiri sono importanti perché riportano numerose lezioni che non sempre trovano riscontro nei codici medievali: presentano 10 lezioni nuove, che dunque non trovano per nulla riscontro nei codici e 5 lezioni di rara attestazione nei codici. SIGLA CODICES ANTIQUI
CORREPTIO ATTICA. Si verifica quando abbiamo l’unione di una sillaba muta + una liquida o nasale davanti ad una vocale breve. Nonostante si tratti di due consonanti, viene considerata come una sola, e dunque la breve rimane tale. È importante sottolineare che due brevi prodotte da una soluzione non devono far parte di due parole diverse. Un altro fenomeno metrico, ma che non si verifica nel nostro caso, è il ponte di Pòrson , che è l’esatto contrario della cesura: un polisillabo chiuso da una lunga non può finire in coincidenza del nono elemento; gli elementi nono e decimo devono essere per forza uniti e far parte di una sola parola se si tratta di un polisillabo chiuso da sillaba lunga. TRADUZIONE E COMMENTO VERSI 1 – 13 EDIPO. Figli, recente discendenza dell’antico Cadmo, perché mai siete seduti davanti a me (lett. quali mai queste sedute voi sedete davanti a me) , intrecciati con rami di supplica? La città è pregna allo stesso modo di esalazioni e allo stesso modo di peani e di gemiti; io ritenendo giusto udire queste cose non da altri ambasciatori, o figli, sono giunto io stesso qui, io che sono chiamato Edipo, celebre fra tutti. Orsù, vecchio, parla, dal momento che è giusto per natura che tu parli per conto di questi. Con quale disposizione d’animo voi vi siete presentati (perfetto di καθιστημι), perché temete o perché desiderate qualcosa? (Parla) convinto dal momento che io voglio aiutarvi in tutto; infatti io sarei insensibile al dolore se non provassi pena per un simile modo di star seduti qui. Nei codici il titolo del dramma è semplicemente Edipo e non Edipo re : anche nei passi in cui Aristotele sottolinea l’importanza e la perfezione di questa tragedia si parla di Edipo. Questo uso perdurò nel tempo e lo troviamo addirittura ancora nel II – III d.C. con Ateneo. In una hypotesis abbiamo una traccia di un titolo alternativo, ο προτερος Οιδιπους, usato forse per distinguere questa tragedia dall’ Edipo a Colono. Il titolo οιδιπους τύραννος scaturì forse scaturì dalla tragedia stessa, in quanto ci sono 2 versi in cui Edipo viene chiamato così, il verso 514 (discorso di Creonte), e il verso 1204 (quando parla l’αγγελος). Il termine alternativo βασιλευς compare al verso 1204 nel IV stasimo, nell’intervento del coro, e secondo alcuni viene usato perché Edipo non è un tiranno nel senso stretto del termine, ma è basileus perché figlio di Laio. Ω Il vocativo preceduto da ω indica un segno di familiarità nell’appellarsi a qualcuno, diversamente dal solo vocativo che invece indica un maggiore distacco.
Τεκνα Figli, creature. Edipo si rivolge ai supplici in maniera estremamente affettiva; è per i sudditi un padre che si prende cura dei suoi figli. La situazione cambierà alla fine della tragedia, quando egli non sarà neppure più capace di essere padre delle sue stesse figlie che saranno affidate a Creonte. Παλαι Grazie all’articolo, viene qui usato un avverbio in funzione di aggettivo. È come se avessimo του παλαιοῦ. Αγω Crasi α + εγω. Καδμου ... τροφη La genealogia di riferimento è quella che vede Cadmo padre di Polidoro, Polidoro padre di Làbdaco, Làbdaco padre di Laio. Edipo si sente comunque estraneo alla città di Tebe e richiama la genealogia di coloro dai quali la città discende. Abbiamo qui anche un chiasmo A – B – B – A: Καδμου – τροφη; παλαι – νεα. Θοαζετε Il verso costituisce anche una didascalia interna che ci fa capire quale fosse l’organizzazione della scena. Edipo con questa sua prima domanda si configura già come l’investigatore per eccellenza. Κλαδοισιν Indica che i supplici portano con sé dei rami intrecciati. Indicati come ικτερια, sono dei rami d’alloro di olivo che solitamente erano intrecciati con la lana (a questo si riferisce il participio εξεστεμμενοι); sono l’emblema dei supplici, i quali poggiavano questi rami sull’altare quando chiedevano una grazia e li portavano via quando la grazia era stata ottenuta. Γαμει Qui è significativo l’uso di questo verbo in un momento di forte sterilità della città. VERSO 8 Auto – presentazione del personaggio. C’è un riferimento al nome per rendere chiaro al pubblico chi sia il personaggio ed evidenziare che il suo nome sia legato alla menomazione fisica prodotta al bambino quando fu esposto con le caviglie trafitte. Il nome quindi sarebbe costituito da οιδαω + πους. Altri ritengono che il nome di Edipo faccia riferimento alla risoluzione dell’enigma della Sfinge e quindi costituito da οιδα + πους, io che conosco i piedi. Edipo qui mostra la sua consapevolezza di essere lui stesso capace di poter aiutare la città a risolvere questo problema. Il verso 8 è un verso sospettato, alcuni studiosi ritengono che non sia stato inserito da Sofocle ma da autori successivi, forse durante la messinscena successiva della tragedia. Il verso è riportato in tutti i codici (ω), ed è confermato da uno scolio ad L, mentre Marlkland ha proposto di eliminarlo ( delevit ). L’eliminazione del verso a livello teorico sarebbe del tutto possibile perché sul piano della sintassi l’eliminazione di questo verso non influisce. Secondo Markland e altri si potrebbe sospettare che questo verso sia un’inserzione per favorire il lavoro dei successivi attori, per far capire che il primo a parlare sia Edipo. Finglass e altri ritengono invece che questo verso non solo sia ridondante ma anche fondamentale alla costituzione del personaggio, perché qui abbiamo bisogno di un Edipo sollecito e disponibile verso i suoi sudditi, ma anche di un Edipo forte e