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Gestione dei Comportamenti Problema in Persone con Disabilità: Un Approccio Psicoeducativo, Sintesi del corso di Psicologia Generale

Riassunto dettagliato del secondo capitolo.

Tipologia: Sintesi del corso

2019/2020

Caricato il 12/03/2020

noemi-culcasi
noemi-culcasi 🇮🇹

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Capitolo 2
I nostri disagi all’origine dei comportamenti problema
Il fatto che alcuni comportamenti generino disagio è molto utile perché è proprio questo
malumore che attiva la tensione verso una ricerca di soluzioni. Addirittura ci saranno
comportamenti che creano molto disagio in alcuni e nessun disagio in altri, situazioni in cui il
disagio c’è ma è negato, oppure viene considerato un giusto prezzo da pagare. E’ ovvio che una
famiglia attenta, un insegnante informato vivranno in alcune situazioni molti più disagi di altre
persone e che invece in situazioni familiari, scolastiche o degradate potranno esistere
comportamenti problema anche gravi senza alcuna percezione di disagio, nell’indifferenza
generale.
Gli “elenchi grezzi”
Gli elenchi grezzi dei diversi comportamenti che vengono vissuti con vari disagi sono scritti dai
partecipanti del gruppo di riferimento per l’intervento, che è idealmente composto da tutte le
persone che condividono qualche responsabilità sul soggetto. La scrittura da parte di ognuno del
suo elenco grezzo di comportamenti del soggetto che gli producono una qualche forma di disagio
va compilata cercando di essere il più possibile precisi nella descrizione e di riportare i sentimenti
di disagio che la persona vive. Questa operazione non dovrebbe occupare le persone per più di 20
minuti inoltre la gestione dei singoli elenchi può essere pubblica oppure privata.
L’elenco condiviso
A questo punto il compito successivo del gruppo diventa quello di confrontare gli elenchi, un
confronto prima sui comportamenti e poi sui vissuti. L’obiettivo è quello di costruire l’elenco
condiviso dove ci saranno alcuni comportamenti che erano presenti in molti elenchi grezzi altri
magari in uno solo; tutti vanno riportati sull’elenco condiviso, che ovviamente è pubblico e affisso
nella stanza. L’elenco condiviso è il primo prodotto importante di questa alleanza psicoeducativa:
sono tutti i comportamenti del soggetto che producono in questo gruppo di persone un qualche
tipo di disagio.
La decisione di reale problematicità
In un secondo appuntamento del gruppo si attiva la fase della decisione di reale problematicità
dove cambia la prospettiva, da quella soggettiva dei disagi delle varie persone a quella del
benessere e dello sviluppo della persona disabile. Potrebbe darsi che un comportamento venga
vissuto come problematico da quasi tutti ma dal soggetto evidentemente no, dato che continua a
farlo e magari con grande soddisfazione. E’ in genere utile che il tavolo definisca di comune
accordo un partecipante con un ruolo di mediatore che prenderà in esame un comportamento per
volta, di quelli dell’elenco condiviso e guiderà il gruppo a decidere se è un vero problema per la
persona e perché. A questo proposito si possono usare 3 criteri che dovrebbe aiutare nel prendere
una decisione nel modo più razionale e obiettivo possibile.
1. Il criterio del danno
Ci si può chiedere se quel comportamento produca alla persona, ad altri o a cose, un danno
documentabile. Se la risposta è affermativa allora il comportamento è realmente problematico.
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Capitolo 2

I nostri disagi all’origine dei comportamenti problema

Il fatto che alcuni comportamenti generino disagio è molto utile perché è proprio questo malumore che attiva la tensione verso una ricerca di soluzioni. Addirittura ci saranno comportamenti che creano molto disagio in alcuni e nessun disagio in altri, situazioni in cui il disagio c’è ma è negato, oppure viene considerato un giusto prezzo da pagare. E’ ovvio che una famiglia attenta, un insegnante informato vivranno in alcune situazioni molti più disagi di altre persone e che invece in situazioni familiari, scolastiche o degradate potranno esistere comportamenti problema anche gravi senza alcuna percezione di disagio, nell’indifferenza generale. Gli “elenchi grezzi” Gli elenchi grezzi dei diversi comportamenti che vengono vissuti con vari disagi sono scritti dai partecipanti del gruppo di riferimento per l’intervento, che è idealmente composto da tutte le persone che condividono qualche responsabilità sul soggetto. La scrittura da parte di ognuno del suo elenco grezzo di comportamenti del soggetto che gli producono una qualche forma di disagio va compilata cercando di essere il più possibile precisi nella descrizione e di riportare i sentimenti di disagio che la persona vive. Questa operazione non dovrebbe occupare le persone per più di 20 minuti inoltre la gestione dei singoli elenchi può essere pubblica oppure privata. L’elenco condiviso A questo punto il compito successivo del gruppo diventa quello di confrontare gli elenchi, un confronto prima sui comportamenti e poi sui vissuti. L’obiettivo è quello di costruire l’elenco condiviso dove ci saranno alcuni comportamenti che erano presenti in molti elenchi grezzi altri magari in uno solo; tutti vanno riportati sull’elenco condiviso, che ovviamente è pubblico e affisso nella stanza. L’elenco condiviso è il primo prodotto importante di questa alleanza psicoeducativa: sono tutti i comportamenti del soggetto che producono in questo gruppo di persone un qualche tipo di disagio. La decisione di reale problematicità In un secondo appuntamento del gruppo si attiva la fase della decisione di reale problematicità dove cambia la prospettiva, da quella soggettiva dei disagi delle varie persone a quella del benessere e dello sviluppo della persona disabile. Potrebbe darsi che un comportamento venga vissuto come problematico da quasi tutti ma dal soggetto evidentemente no, dato che continua a farlo e magari con grande soddisfazione. E’ in genere utile che il tavolo definisca di comune accordo un partecipante con un ruolo di mediatore che prenderà in esame un comportamento per volta, di quelli dell’elenco condiviso e guiderà il gruppo a decidere se è un vero problema per la persona e perché. A questo proposito si possono usare 3 criteri che dovrebbe aiutare nel prendere una decisione nel modo più razionale e obiettivo possibile.

  1. Il criterio del danno Ci si può chiedere se quel comportamento produca alla persona, ad altri o a cose, un danno documentabile. Se la risposta è affermativa allora il comportamento è realmente problematico.

Questo è il caso delle varie forme di autolesionismo. Il mediatore comincia dunque a costruire l’elenco dei comportamenti realmente problematici.

  1. Il criterio dell’ostacolo Spesso si incontrano dei comportamenti che vengono vissuti anche con grande disagio ma che non danneggiano in senso fisico il soggetto o altre persone o oggetti: si pensi ad esempio allo spogliarsi in pubblico, alle stereotipie e cosi via. In questi casi si possono considerare realmente problematici comportamenti di questo genere se costituiscono un ostacolo allo sviluppo intellettivo, affettivo, interpersonale e fisico del soggetto. Ma il criterio dell’ostacolo non è chiaro come quello del danno e infatti in questa fase di discussione emergono spesso posizioni differenti. Le stereotipie ad esempio possono essere considerate dagli operatori un formidabile ostacolo all’apprendimento e dai familiari invece un buon modo attraverso il quale il ragazzo fa qualcosa che gli piace, che lo fa star bene.
  2. Il criterio dello stigma sociale Un look stravagante avrà effetti molto diversi a livello sociale se indossato da una studentessa di liceo o da una ragazza disabile. Nel ruolo educativo si dovrebbe aver cura dell’immagine sociale di una persona disabile per evitare che la persona già debole peggiori le sue dinamiche di stigmatizzazione sociale. Janney e Snell propongono una scala a 3 livelli per decidere in modo collaborativo qual è il livello di priorità e di gravità dei comportamenti problema: 1. Comportamento nocivo, 2. Comportamento distruttivo, 3. Comportamento distraente. Dalla decisone alla valutazione Alla fine di questo lavoro di discussione e di mediazione che non dovrebbero durare più di due incontri, il gruppo di riferimento ha raggiunto un importante obiettivo: ha prodotto l’elenco dei comportamenti realmente problematici. La fase di decisione di reale problematicità è importante ance per altri due motivi, innanzitutto molto spesso essa restringe il campo dell’intervento definendo un numero più piccolo di comportamenti. Aver deciso assieme quali sono i comportamenti realmente problematici porta anche a una positiva legittimazione sociale e spesso infatti se non c’è stata una decisione condivisa e chiara, si possono creare fraintendimenti e conflitti. La legittimazione porta però con sé anche un altro aspetto che potrà essere vissuto da qualche operatore (poco motivato) come meno gradevole e cioè un obbligo a intervenire e soccorrere la persona disabile. Nessuno si potrà tirare indietro poi quando le cose saranno difficili. Alla fine della fase di decisione di reale problematicità il gruppo dovrà firmare l’elenco dei comportamenti problema. In questa fase della valutazione della decisione, il gruppo non ha avuto bisogno di ricorrere a strumenti di osservazione, scale. La base del percorso era il vissuto personale mediato attraverso i momenti della decisione di reale problematicità. Nella maggior parte dei casi questo è sufficiente e si può passare oltre, all’osservazione diretta e alla costruzione della linea di base. Invece in altri casi il gruppo può sentire l’utilità di esplorare la situazione del soggetto aiutandosi in questo con elenchi già predisposti di comportamenti problema o simili. La Child Behavior Checklist è ampiamente usata anche nel caso di soggetti di ritardo mentale. Quadro generale del comportamento problema in cui vengono elencati i comportamenti problema più frequenti con possibilità di valutarne su una scala da 0 a 10, la gravità percepita da chi compila l’elenco. Scala di valutazione delle stereotipie in cui si trova un elenco di possibili forme di

Modellamento Il valore del mostrare direttamente come utilizzare un’abilità genitoriale non deve essere sottovalutato. Naturalmente l’operatore deve essere attento a non fornire un’immagine di modello troppo competente che potrebbe scoraggiare i genitori e farli sentire inadeguati anche se allo stesso tempo un modello troppo imperfetto può non offrire vantaggi. Un altro approccio al modellamento è quello di far impersonare ai genitori la parte del figlio con problemi di comportamento. Questa strategia di role-play può risultare illuminante sia per i genitori sia per gli operatori infatti i genitori beneficiano nel vedere come si comporta l’operatore di fronte a determinati comportamenti che il figlio è solito emettere e allo stesso tempo gli operatori apprendono come queste persone sono viste dai loro genitori. Un’altra tipologia di modellamento meno strutturato è quella di incoraggiare i genitori a imitare le linee di condotta messe in atto con successo da altri genitori o adulti. Simulazione e feedback Uno degli obiettivi principali degli operatori all’interno dei programmi di educazione familiare è quello di incoraggiare i genitori ad applicare concretamente con il loro figlio determinate abilità e valutarne i feedback. Un suggerimento in questo senso può essere quello di partire da un’abilità molto semplice. La simulazione e il feedback sono due momenti importanti nel processo di sviluppo graduale del comportamento, in particolar modo il feedback richiede attenzione e sensibilità da parte degli operatori. La prima raccomandazione è quella di dare feedback critici alternati a commenti positivi, la seconda raccomandazione è quella che i feedback positivi possono essere chiari e specifici, mentre quelli negativi dovranno essere dati in maniera diretta. Un’altra modalità molto utile per dare feedback costruttivi sia positivi sia negativi è quella di descrivere l’efficacia delle tecniche facendo riferimento a una terza persona poiché la situazione appare certamente meno critica quando si fa riferimento ad un ipotetico genitore che ha gli stessi problemi. Non tutti i feedback vengono dati una volta conclusa la situazione, molto spesso ha più senso darne durante lo svolgimento delle varie azioni. Un altro punto importante che va sottolineato è l’assegnazione di compiti educativi da svolgere a casa, i cosiddetti esercizi per casa richiedono ai genitori di esercitare e mettere in pratica anche nel contesto domestico le nuove abilità acquisite. Agli operatori viene richiesto di essere molto chiari nelle consegne, sul come e quando applicare tali tecniche in quanto in quelle occasioni l’operatore non sarà presente per dare feedback. Il sostegno psicologico Il genitore è realmente sostenuto in senso psicologico quando l’operatore si sforza di capire empaticamente la sua esperienza soggettiva come genitore e gli comunica che queste esperienze sono state comprese. Talvolta gli forzi per dare sostegno psicologico possono includere il dare risposte dirette e semplici, riconoscere gli sforzi e le conquiste dei genitori, comprenderli e incoraggiarli. A sua volta il genitore che si dimostra aperto a questo tipo di supporto diretto rinforza l’empatia dell’operatore, spesso purtroppo i genitori hanno poca disponibilità di cambiare il loro modo di essere genitori e meno aperti a ricevere il sostegno. Questa situazione porta l’operatore in un vicolo cieco. I conflitti che possono minacciare l’alleanza sono più comuni in quei genitori che hanno una storia di relazione scadenti e competitivo verso gli operatori, sta però nell’abilità dell’operatore portarli verso un’alleanza il più possibile produttiva e collaborativa.

L’elaborazione congiunta Le situazioni anche personali che molti genitori di persone problematiche si trovano a vivere creano certamente notevoli fonti di stress, tali da richiedere oltre all’acquisizione di nuove abilità, anche un sostegno emotivo. La chiave per un’elaborazione efficace è quella di mettere da parte la ricerca del perché i genitori fanno ciò che fanno, a favore dell’analisi congiunta di che cosa i genitori dicono su ciò che fanno. Gli ostacoli che si incontrano più frequentemente possono essere pensieri negativi o sensazioni spiacevoli su una particolare abilità se gli operatori non elaborano queste reazioni interne con i genitori, questi ostacolo nascosti continueranno a influenzare il comportamento dei genitori. Comprendere gli obiettivi dei genitori

  1. Lasciare che i genitori raccontino la loro storia: i genitori descrivono il modo in cui il comportamento del loro figlio ha influenzato loro e la loro relazione. Gli operatori devono essere attenti e sensibili al modo in cui i genitori raccontano la loro storia, magari favorendo il racconto con alcune domande aperte.
  2. Esplorare i miti dei genitori: stilare con i genitori una lista di affermazioni sul ruolo di genitori e chiedere di discutere il loro punto di vista per ciascuna affermazione della lista. La discussione fornisce importanti informazioni sulle varie prospettive dei genitori.