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Decolonizzare il patrimonio. L'Europa, L'Italia e un passato che non passa, Sintesi del corso di Antropologia

Riassunto libro "Decolonizzare il patrimonio. L'Europa, L'Italia e un passato che non passa" di Guermandi Maria Pia per l'esame di Antropologia museale.

Tipologia: Sintesi del corso

2022/2023

Caricato il 28/03/2024

e.maig
e.maig 🇮🇹

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Decolonizzare il patrimonio – L’Europa, l’Italia e un passato che non passa
Introduzione di Vezio De lucia
Protagonista del saggio è il patrimonio culturale, concetto che, assieme alla lingua e la territorio di
competenza, ha contribuito alla formazione dell’identità nazionale istituzionalizzata nell’Ottocento. Il 1966,
l’anno degli “angeli del fango” accorsi da tutto il mondo a Firenze, sommersa dall’alluvione, è segnata come
data d’origine dell’estensione a scala planetaria dell’interesse per le vicende del patrimonio. Il patrimonio è
stato stravolto da una crescita vertiginosa del turismo.
Del concetto di patrimonio fa tuttora parte il pregiudizio della superiorità culturale dell’Occidente che si era
sentito obbligato a “esportare la civiltà”. Le scienze che più di altre assecondarono la colonizzazione furono
l’antropologia, l’archeologia e l’urbanistica che, negli anni del fascismo, cominciarono a guadagnare una loro
autonomia disciplinare e furono molto utilizzate.
A Roma, lo sventramento voluto da Mussolini per la costruzione della via dell’Impero fra piazza Venezia e il
Colosseo è stata la più drammatica impresa di colonizzazione domestica realizzata in Italia. Lo scempio fu
attuato distruggendo interi isolati medievali e rinascimentali. I resti dei Fori furono sepolti sotto la nuova
via. Nessuno degli studi e dei progetti di recupero, ovvero di decolonizzazione, proposti nell’ultimo mezzo
secolo ha avuto seguito. Si deve a Luigi Petroselli una radicale svolta culturale e politica perché propose di
“accorciare le distanze” fra il mondo marginale della periferia e la parte di Roma più antica e pregiata. Le
domeniche pedonali in via dei Fori furono una virtuale riappropriazione dell’area centrale da parte del
mondo periferico in qualche misura erede delle famiglie deportate. Con la prematura scomparsa di
Petroselli è finito anche il recupero dei Fori. L’unico piccolo intervento in controtendenza è stata la
pedonalizzazione di una parte della via dei Fori.
Importanti interventi di decolonizzazione andarono a buon fine in altre città italiane: il piano del centro
storico di Bologna e il piano delle periferie di Napoli. Del recupero del centro storico di Bologna fu
protagonista l’assessore all’urbanistica Pierluigi Cervellati. Si tratta di un piano per l’edilizia economica e
popolare, approvato agli inizi degli anni Settanta, che per la prima volta prevedeva la realizzazione di edilizia
pubblica tramite interventi di recupero: la tutela delle strutture fisiche come condizione per la permanenza
in centro storico delle famiglie residenti e delle attività tradizionali. Si qualificò come un’alternativa
all’espansione urbana. Ebbe una vasta e ammirata notorietà internazionale che consentì il riconoscimento
della conservazione del patrimonio storico come componente dell’urbanistica contemporanea.
Il piano delle periferie di Napoli fu un’ambiziosa iniziativa volta alla riqualificazione delle periferie formate
dagli ex comuni autonomi che, alla fine dell’Ottocento fino agli anni del fascismo, erano stati aggregati al
capoluogo. Prevedeva nuovi insediamenti abitativi, numerosi servizi e attrezzature dimensionati per i vecchi
e i nuovi residenti.
Dichiarazione di fiducia nel futuro espressa da Maria Pia Guermandi: «La gravità, non ancora percepita in
tutta la sua ampiezza, dell’impatto pandemico sul sistema culturale non basterà a provocare nell’immediato
un ripensamento radicale delle politiche e delle pratiche. Ma è prevedibile che le conseguenze di questo
passaggio non potranno essere archiviate nel cassetto di una cronaca senza conseguenze, ma imporranno
adattamenti e forse anche ribaltamenti di prospettiva su cui sarebbe utile ragionare fin da subito».
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Decolonizzare il patrimonio – L’Europa, l’Italia e un passato che non passa Introduzione di Vezio De lucia Protagonista del saggio è il patrimonio culturale, concetto che, assieme alla lingua e la territorio di competenza, ha contribuito alla formazione dell’identità nazionale istituzionalizzata nell’Ottocento. Il 1966, l’anno degli “angeli del fango” accorsi da tutto il mondo a Firenze, sommersa dall’alluvione, è segnata come data d’origine dell’estensione a scala planetaria dell’interesse per le vicende del patrimonio. Il patrimonio è stato stravolto da una crescita vertiginosa del turismo. Del concetto di patrimonio fa tuttora parte il pregiudizio della superiorità culturale dell’Occidente che si era sentito obbligato a “esportare la civiltà”. Le scienze che più di altre assecondarono la colonizzazione furono l’antropologia, l’archeologia e l’urbanistica che, negli anni del fascismo, cominciarono a guadagnare una loro autonomia disciplinare e furono molto utilizzate. A Roma, lo sventramento voluto da Mussolini per la costruzione della via dell’Impero fra piazza Venezia e il Colosseo è stata la più drammatica impresa di colonizzazione domestica realizzata in Italia. Lo scempio fu attuato distruggendo interi isolati medievali e rinascimentali. I resti dei Fori furono sepolti sotto la nuova via. Nessuno degli studi e dei progetti di recupero, ovvero di decolonizzazione, proposti nell’ultimo mezzo secolo ha avuto seguito. Si deve a Luigi Petroselli una radicale svolta culturale e politica perché propose di “accorciare le distanze” fra il mondo marginale della periferia e la parte di Roma più antica e pregiata. Le domeniche pedonali in via dei Fori furono una virtuale riappropriazione dell’area centrale da parte del mondo periferico in qualche misura erede delle famiglie deportate. Con la prematura scomparsa di Petroselli è finito anche il recupero dei Fori. L’unico piccolo intervento in controtendenza è stata la pedonalizzazione di una parte della via dei Fori. Importanti interventi di decolonizzazione andarono a buon fine in altre città italiane: il piano del centro storico di Bologna e il piano delle periferie di Napoli. Del recupero del centro storico di Bologna fu protagonista l’assessore all’urbanistica Pierluigi Cervellati. Si tratta di un piano per l’edilizia economica e popolare, approvato agli inizi degli anni Settanta, che per la prima volta prevedeva la realizzazione di edilizia pubblica tramite interventi di recupero: la tutela delle strutture fisiche come condizione per la permanenza in centro storico delle famiglie residenti e delle attività tradizionali. Si qualificò come un’alternativa all’espansione urbana. Ebbe una vasta e ammirata notorietà internazionale che consentì il riconoscimento della conservazione del patrimonio storico come componente dell’urbanistica contemporanea. Il piano delle periferie di Napoli fu un’ambiziosa iniziativa volta alla riqualificazione delle periferie formate dagli ex comuni autonomi che, alla fine dell’Ottocento fino agli anni del fascismo, erano stati aggregati al capoluogo. Prevedeva nuovi insediamenti abitativi, numerosi servizi e attrezzature dimensionati per i vecchi e i nuovi residenti. Dichiarazione di fiducia nel futuro espressa da Maria Pia Guermandi: «La gravità, non ancora percepita in tutta la sua ampiezza, dell’impatto pandemico sul sistema culturale non basterà a provocare nell’immediato un ripensamento radicale delle politiche e delle pratiche. Ma è prevedibile che le conseguenze di questo passaggio non potranno essere archiviate nel cassetto di una cronaca senza conseguenze, ma imporranno adattamenti e forse anche ribaltamenti di prospettiva su cui sarebbe utile ragionare fin da subito».

Capitolo 1. Non più com’era, non ancora come dovrebbe essere. L’Europa che sembrava aver inaugurato uno spirito di condivisione ispirato da obiettivi non meramente economici, si è rinchiusa nella fortezza securitaria dei suoi confini. La gestione dei vaccini e la loro libera diffusione a livello globale ha riproposto un atteggiamento neocoloniale. L’Unione Europea ha smentito i principi fondativi cui pretende di ispirarsi, dimostrando quanto quel disegno originario sia poco più che una coperta retorica sempre più sfilacciata. Anche per quanto riguarda il patrimonio culturale quest’ultimo biennio ha provocato fratture e mutamenti di cui intravediamo solo i primi effetti: la crisi del turismo ha sottolineato la fragilità delle economie postindustriali che avevano scommesso su di un aumento senza limiti dei flussi turistici e ha ridefinito modelli di gestione di istituzioni culturali considerati fino al 2019 come esempi virtuosi. In Italia, le carenze di una politica incapace di progetti di sistema hanno esacerbato le lacune della concezione e gestione del nostro patrimonio, asservito alle sole esigenze del turismo. La pandemia ha accelerato ed evidenziato alcuni fenomeni in atto da tempo, funzionando come un detonatore della fragilità complessiva su cui si regge tutto il comparto che comprende la gestione del nostro patrimonio culturale e paesaggistico, caratterizzato da grande frammentazione, da lavoro precario e sottopagato, pur se di alta qualificazione, con modelli di gestione instabili e da scarso tasso di innovazione, dove si sfrutta la rendita del patrimonio culturale in termini turistici, investendo il meno possibile sulla manutenzione e sulla ricerca. Ritardo complessivo per quanto riguarda l’elaborazione di politiche culturali adeguate a un contesto sociale radicalmente mutato negli ultimi decenni. Continua a essere rivenduta la presunta primizia italiana nel campo del patrimonio culturale e della sua gestione, certificata dal numero dei siti italiani nella World Heritage List UNESCO. “Il Paese della bellezza” è sentito come tale solo in virtù di un patrimonio passato, di cui ci proclamiamo eredi per ius sanguinis, ma che rimane costantemente scisso dalla vita quotidiana e dall’evoluzione delle nostre città e della nostra vita sociale e civile, “museificato” non solo fisicamente, ma soprattutto culturalmente. In Italia, le politiche di gestione del patrimonio sono rimaste inscritte e definite nel perimetro delle norme del diritto amministrativo. Il saggio propone la lettura di un fenomeno, il rapporto fra patrimonio culturale e colonialismi vecchi e nuovi, restituendone la dimensione sociale e politica e il suo radicamento nel presente. Vuole essere un atto di ottimismo nelle possibilità di evoluzione del ruolo sociale del nostro patrimonio culturale, perché è proprio nei momenti di crisi che occorre cominciare a pensare alla (ri)costruzione. Rimane poco frequentata l’analisi della permanenza di questo passato nella nostra società. Quella esperienza non solo ha avuto conseguenze profonde su molte dinamiche sociali, queste conseguenze sono tuttora operanti su molteplici aspetti della nostra vita collettiva, a partire da talune pratiche patrimoniali e da una sostanziale mancata democratizzazione nell’accesso al patrimonio, nella sua definizione e nei suoi usi. L’Italia galleggia in un ambiguo ruolo a metà fra metropoli e colonia, ancorata, nell’ideologia dei beni culturali, a una concezione novecentesca da canone UNESCO e allo stesso tempo preda di un’economia estrattiva turistica senza regole. Il ritardo dell’accademia italiana rispetto al settore dei postcolonial studies e sugli heritage e museum studies , costituisce uno degli elementi di difficoltà nel processo di trasformazione del nostro patrimonio culturale in uno strumento di costruzione di una società multiculturale e multietnica matura. Parlare della necessità della decolonizzazione del patrimonio culturale significa evidenziare come l’ideologia coloniale sia ancora attiva nella negoziazione dei valori del patrimonio, sia insomma una faccenda che dovremmo affrontare se vogliamo pensare a un uso più democratico e socialmente più evoluto per uno strumento concepito qualche secolo fa, ma tuttora costitutivo dell’esperienza contemporanea.

venne letto come una forma di nostalgia, di rifugio consolatorio nel passato, da parte della middle class inglese, di fronte al declino del grande impero britannico o come mezzo di riappropriazione del passato da parte popolare: il dibattito fece emergere una nuova interpretazione dell’uso del patrimonio culturale come fenomeno sociale. Fu l’inizio di un nuovo filone di studi che per potersi sviluppare appieno doveva affidarsi a un approccio multidisciplinare. Dal punto di vista epistemologico fu senz’altro il contesto poststrutturalistica predominante in Francia sul piano culturale a costituire il retroterra più fertile anche per gli studi sul patrimonio. A partire dall’analisi di Foucault, destinata a esercitare influenza sugli heritage studies. Le teorizzazioni di Foucault sul discorso come forma di pratica sociale costitutiva del nostra sapere, delle nostre ideologie e identità, in grado di manipolare le nostre azioni e interazioni sociali, saranno destinate ad aprire la strada a un’interpretazione del patrimonio culturale come elemento costitutivo della governamentalità e delle dinamiche di sapere- potere. Alla seconda metà degli anni 80 risale la new museology , un ambito di ricerca connesso all’orizzonte critico. Essa elaborò una critica sempre più radicale nei confronti di un’istituzione museale di tipo tradizionale concentrata sulle proprie collezioni, votata a una trasmissione monodirezionale del sapere, e alla selezione e gerarchizzazione delle forme culturali come strumento di consolidamento delle gerarchie sociali costituite. È necessario riorganizzare le proprie politiche espositive a partire dalle esigenze del pubblico, utilizzando nuove modalità di comunicazione e di trasmissione del sapere in grado di allargare la platea dei visitatori e rimettendo in discussione alcune delle strutture cognitive consolidate dalla museografia istituzionale. Critiche su collezioni spesso ancora inspirate a una concezione evoluzionista: riflesso di un orizzonte coloniale a impronta razziale e indifferente alle prospettive culturali delle popolazioni e comunità eredi degli oggetti e reperti presenti nei musei. Michael Ames e James Clifford elaboreranno il concetto di museologia riflessiva, pratica epistemologica attraverso la quale operare la decostruzione del sapere antropologico occidentale e delle esposizioni etnografiche. L’ambito delle scienze sociali di area anglosassone comincerà a essere sempre più influenzato dai postcolonial studies. I due percorsi si incontreranno più sistematicamente negli anni 90 e gli heritage studies e la new museology cominceranno a proporre un’interpretazione del patrimonio culturale alternativa a quella diffusa sul piano istituzionale. Il patrimonio culturale non sarà più interpretato come un’entità oggettiva da scoprire o identificare come tale, ma come qualcosa costruito da e costruttore di valori ancorati al presente; strumento, modalità, pratica di elaborazione e manipolazione del passato, considerato funzionale ai bisogni del presente. Il dilatarsi del concetto di patrimonio culturale permane indice di un successo che non accenna a diminuire.

Capitolo 3. Il patrimonio del colonialismo Possiamo distinguere, nel colonialismo di epoca moderna, fasi successive, in cui usi simbolici e pratiche relative al patrimonio si sono evolute, oppure si sono diversificate a seconda della metropoli di riferimento o dell’area geografica sottoposta a dominio coloniale. Non è un fenomeno monolitico. Dal punto di vista “etico” le conquiste spagnole e portoghesi trovarono legittimazione nella necessità di diffondere il messaggio cristiano alle popolazioni “selvagge”, offrendo loro la possibilità di salvezza eterna. Sistematico fu il saccheggio del patrimonio delle popolazioni conquistate, che andò ad arricchire i tesori delle case reali o le collezioni di studiosi e di amatori che fin dal Rinascimento andavano costituendo le prime raccolte e collezioni archeologiche ed etnografiche. Una nuova fase di espansione fu avviata dai primi decenni del XIX secolo: Napoleone diede avvio alla fase imperialista del colonialismo. “Missione civilizzatrice”, spesso furono gli stessi intellettuali, filosofi e politici europei fautori dei valori universalistici di libertà e uguaglianza ad affermare il diritto-dovere di imporre temporanei periodi di assoggettamento politico o tutela alle pop extraeuropee non civilizzate, in modo da favorirne lo sviluppo e il raggiungimento di un livello di progresso paragonabile a quello delle società occidentali o comunque tale da permettere l’introduzione delle istituzioni liberali. La cultura assumerà un ruolo strategico nella costruzione e gestione degli imperi coloniali. Il dominio coloniale ha implicato un assoggettamento culturale funzionale al perseguimento di tale dominio. Il progetto coloniale può essere interpretato come un progetto di controllo culturale attraverso il quale i colonizzatori hanno trasformato le società colonizzate. Il patrimonio culturale assumerà un duplice ruolo, sia come testimonianza della superiorità dell’uomo bianco, in quanto erede di grandi civiltà del passato e, per quanto riguarda il patrimonio culturale delle popolazioni colonizzate, come forma di conoscenza ai fini di una più efficace gestione del potere coloniale. Continuerà ad essere usato come strumento di potere simbolico nella competizione fra le potenze europee. Anche in ambito culturale il sapere eurocentrico, con la presunzione dell’universalismo, impose il canone attraverso cui normare la conoscenza e il controllo del patrimonio dell’altro. Il nesso sapere-potere fu incardinato attorno a due discipline che fornirono gli strumenti epistemici in grado di accompagnare l’opera di colonizzazione: archeologia e antropologia- Assunsero uno statuto scientifico proprio a partire dalla seconda metà dell’Ottocento. L’archeologia era diventata disciplina cruciale fin dalla prima metà dell’Ottocento al servizio del processo di nation building. In patria, il patrimonio culturale diventerà uno degli elementi portanti delle costruzioni identitarie a finalità nazionalista assieme al territorio, alla lingua, a una storia comune, il più possibile antica. L’archeologia si incaricherà di fornire le prove scientifiche. Prove che troveranno strumento di espressione privilegiato nel museo, luogo per eccellenza per l’esercizio dell’educazione e dell’orgoglio civico e nazionale. Diventerà funzionale a quella conquista del passato che sarà l’antefatto ideologico dell’espansione coloniale nella sua fase ottocentesca. L’antropologia ottocentesca di matrice evoluzionista sarà chiamata a dimostrare la differenza evolutiva che poneva in cima alla scala gerarchica l’uomo bianco occidentale, giustificandone il ruolo di civilizzatore. Nel 1865, sarà pubblicato “Prehistoric Times, as Illustrated by Ancien Remains and the Manners and Custums of Modern Savages” di Sir John Lubbock, banchiere, politico e scienziato inglese, grande amico di Darwin. Teorizzò che lo studio dei popoli moderni non civilizzati “modern savages” potesse essere usato per la risoluzione dei problemi della nascente scienza preistorica. Al fondo della scala evolutiva, le popolazioni “selvagge” e “barbare” dei Paesi extraeuropei saranno equiparate a quelle preistoriche. Etnografia e preistoria si troveranno chiamate a uno stesso compito ideologico: dimostrare “scientificamente” l’inferiorità delle popolazioni extraeuropee. L’esperienza coloniale fu la palestra decisiva per la canonizzazione delle due discipline, che fornirono alle potenze occidentali le basi ideologico-simboliche su cui implementare i propri progetti coloniali e, poi, gli

commercio delle antichità e la vendita di oggetti appartenenti a collezioni private o derivanti da scavi abusivi. Furono soprattutto i territori dell’Impero ottomano a essere colpiti. L’impresa napoleonica diede l’avvio a una serie di spedizioni alla conquista dei reperti della civiltà faraonica. Il bottino fu intercettato dagli inglesi e trasferito al British Museum. Le attività di ricerca si trasformarono spesso in saccheggi indiscriminati; le autorità locali cominciarono a regolamentarli, con scarso successo. Dal 1869 furono emanate, su pressioni degli studiosi francesi che si consideravano depositari del patrimonio locale, leggi più severe contro l’esportazione illegale dei reperti e fu avviata una ricerca più sistematica da parte di alcune istituzioni francesi e inglesi, mentre nel 1899 sarà attivata l’istituzione tedesca. Quando fu inaugurato il Museo di Arte Araba e aperto l’Istituto di Archeologia islamica presso l’Università del Cairo, furono iniziative perseguite da studiosi occidentali. I Paesi europei ampliarono gli orizzonti della ricerca archeologica anche alle civiltà mesopotamiche. Missioni finanziate da associazioni private o musei: testimoni e avamposti archeologici dell’espansione di un imperialismo europeo che si proiettava sempre più oltre i confini del Mediterraneo, ma che traeva la propria linfa simbolica dal controllo in situ e nei musei. Migliaia di reperti andarono ad abbellire i musei universalistici. Ciò che non si spostava nelle sale dei musei fu spesso restaurato sul posto, con l’intento di ricostruirne l’aspetto originario e intervenendo anche con integrazioni arbitrarie. Come pratica estrattiva di impatto dirompente sui paesaggi urbani e rurali fu spesso necessario “bonificare” le aree archeologiche spostando interi villaggi, modificando radicalmente gli ambienti e le abitudini di vita delle popolazioni locali che subirono questi cambiamenti in cambio di modeste compensazioni o della promessa di un lavoro nei cantieri di scavo. La gerarchia sociale sui cantieri vedrà sempre archeologi e studiosi occidentali dirigere le operazioni e la manovalanza locale a eseguire materialmente le attività sul campo. I rapporti di forza furono chiari e a senso unico. Gli obiettivi di scavo riflettevano, in questa prima fase di archeologia coloniale “informale” che si prolunga almeno fino alla fine del XIX secolo, solo le gerarchie di valori occidentali. Sparirono interi secoli della storia materiale di questi territori. Colonialismo imperialistico e patrimonio culturale Le potenze coloniali si confrontarono, sul piano del patrimonio culturale, con le testimonianze monumentali di civiltà antiche non classiche del Mediterraneo e del Medio Oriente. Il patrimonio locale fu usato in primo luogo per testimoniare la ricchezza anche culturale delle colonie possedute e quindi ci si concentrò sui siti monumentali: furono esposti nei padiglioni delle esposizioni universali e nazionali che costituirono una delle modalità più popolari attraverso cui fu teatralizzata la competizione tra le varie potenze coloniali. A testimoniare la continuità funzionale fra esposizioni e musei, le sezioni dedicate al patrimonio coloniale delle prime diventeranno i nuclei fondativi di alcuni musei europei. Dalla seconda metà dell’Ottocento furono costituiti musei anche nelle colonie, destinati a ospitare i materiali ordinati attraverso criteri classificatori ed espositivi propri delle rispettive discipline europee. I Paesi colonizzati vennero doppiamente espropriati del loro passato, ricostruito dallo sguardo occidentale anche in casa propria. Nelle sale dei grandi musei europei le antichità recuperate nelle colonie del Sud e Sud-Est asiatico non trovarono posto: furono destinate a musei tematici. Utili per costruire una storia di prestigio culturale funzionale alla competizione coloniale, quei reperti non furono giudicati all’altezza di quelli delle grandi civiltà classiche. Il rapporto degli europei con il patrimonio culturale di derivazione non classica fu ispirato ad atteggiamenti anche contraddittori, in cui si alterarono sottovalutazione e ammirazione e profondo interesse. In altri

contesti, divenne strumento di conoscenza e di costruzione dell’altro in senso molto più articolato, ma pur sempre filtrato attraverso i canoni estetici e culturali occidentali. Forme estremamente efficaci di autorappresentazione della società occidentale, a celebrazione dei suoi successi in campo tecnologico e culturale e di quel primato di cui il colonialismo veniva ad essere l’esito sul piano politico e militare, celebrazioni del mito del progresso, le esposizioni si susseguirono con ritmo incalzante fino allo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Spesso furono esposti gli stessi indigeni, chiamati a esibirsi in scenografie che riproducevano il loro contesto di vita e assimilati in questo modo ai prodotti e alle merci. Attraverso una formula che mescolava intenti didattici e commerciali a obiettivi propagandistici e con modalità che oggi chiameremmo di infotainment, le esposizioni riuscirono ad attirare una platea di visitatori più vasta nei numeri e differenziata rispetto ai musei. Si trattò di un primo incontro che produsse una forma di conoscenza di realtà lontane, solleticando sentimenti di orgoglio nazionalistico e un senso di comunità escludente destinato a consolidarsi nel tempo. Una funzione cruciale fu svolta anche dai musei scientifici di ambito etnoantropologico. Dalla metà dell’Ottocento, l’accumulo di materiali extraeuropei conseguente alle conquiste coloniali e alle esplorazioni geografiche portò alla costituzione o ampliamento di molti musei in cui si trovava espressione l’equiparazione fra “preistorico” e “selvaggio”. I reperti maggiormente funzionali a questa narrazione, a sostegno di una incoercibile differenza fra le diverse razze umane, erano i crani: prova delle somiglianze fra le popolazioni preistoriche e quelle dei selvaggi, metonimia di una alterità intellettuale e fisica delle altre razze rispetto a quella europea, trofeo che sarà espunto dalle esposizioni museali solo a partire dalla Seconda Guerra Mondiale. Il processo di costruzione della disciplina antropologica conobbe nel museo uno strumento fondamentale per sistematizzare i materiali provenienti dalle colonie e per meglio orientare la raccolta e la selezione dei materiali attraverso il lavoro sul campo, in modo da renderli funzionali ai principi scientifici che le collezioni intendevano illustrare, riconducibili a un racconto teologico che vedeva, come ultimo e migliore anello della catena del progresso umano, la razza bianca. Il Musée de l’Homme, erede delle collezioni etnografiche del Musée du Trocadéro fu ispirato dal Paul Rivet a principi di pedagogia pubblica che non sottolineavano gerarchie di valore fra le culture rappresentate: l’istituzione diventerà una sorta di museo laboratorio all’epoca all’avanguardia sia per quanto riguarda la concezione dei contenuti espositivi che le pratiche di ricerca. Nel loro insieme i musei archeologici e antropologici divennero lo specchio del tentativo occidentale di classificazione e ordinamento delle popolazioni delle colonie e dei loro oggetti. La ricchezza dei patrimoni culturali delle colonie indusse i governi coloniali a emanare provvedimenti o a istituire organismi per la tutela del patrimonio che precedettero e influenzarono analoghe iniziative nelle metropoli. Nei musei allestiti nelle colonie, gli apparati di rappresentazione, attraverso i meccanismi di inclusione/esclusione che sono loro propri, riproponevano una visione culturale estranea alle categorie e agli usi, alle pratiche locali ritenute irrilevanti e prive di scientificità. Funzionali a una migliore conoscenza delle popolazioni colonizzate, i musei organizzati nelle colonie, oltre a confermare un’ideologia della diversità rispetto ai canoni occidentali, divennero strumento per l’esercizio della governamentalità. Dopo la Prima Guerra Mondiale, il riassetto territoriale seguito agli esiti del conflitto consentì ai due imperi vincitori, Francia e UK, di spartirsi oltre i territori dell’Impero ottomano, anche le rispettive zone di attività archeologica. L’importanza politica del controllo del patrimonio archeologico fu ribadita anche negli stessi trattati di pace di Versailles del 1919, dove vennero inserite clausole apposite attraverso le quali Francia e UK riuscirono a garantirsi l’accesso ai siti archeologici mediorientali. Poco cambiò quanto alle modalità di esercizio delle attività archeologiche, ma a Baghdad, grazie alle determinazione e all’influenza di Gertrude Bell, nel 1926 fu aperto un museo archeologico con i materiali

Forme di resistenza o di produzione alternativa alla visione del patrimonio elaborata dall’Occidente si sono sviluppate in tutta la fase del colonialismo moderno e le interazioni, influenze, prestiti e appropriazioni si esercitarono in entrambe le direzioni, specialmente in ambiti come quello antropologico dove gli scambi, di materiali e idee, con figure di assistenti locali e popolazioni indigene furono importanti, ma questi meccanismi non furono in grado di controbilanciare, quanto a capacità di impatto culturale e sociale, il mainstream occidentale, definito “violenza epistemica”. I processi di patrimonializzazione introdotti dalle potenze colonizzatrici saranno caratterizzati da una sostanziale continuità di funzioni e di pratiche ancora per decenni. A livello globale, il patrimonio culturale comincerà a conoscere una fase di crescente successo, intrecciata all’esplosione del turismo di massa.

4. Il patrimonio alla riconquista del mare nostrum: l’avventura coloniale italiana Il percorso del colonialismo italiano attraversa le stesse coordinate ideologiche degli altri Paesi occidentali. Le mire colonialiste nacquero fin dai primi anni dopo la costituzione del Regno d’Italia, quando il processo di unificazione nazionale poteva dirsi tutt’altro che compiuto sul piano sociale, a conferma dell’interpretazione del colonialismo come esito inevitabile dei processi di nation-building europei. Le missioni archeologiche anche per l’Italia in molti casi precedettero o accompagnarono l’avanzata degli eserciti colonizzatori. L’archeologia rappresentò una guida, sotto il profilo culturale del processo di conquista coloniale: ne fu giustificazione ideologica di partenza e sostenne la propaganda che accompagnò la nostra vicenda di colonizzatori. Arrivata al tavolo del banchetto coloniale decenni dopo rispetto alle altre nazioni europee, l’Italia si gettò, a partire dagli ultimi decenni dell’Ottocento, nella corsa all’espansione coloniale, alla ricerca di territori da sfruttare e soprattutto per recuperare quel ritardo che la separava dalle maggiori potenze europee sul piano del prestigio internazionale. Si indirizzò verso le terre dell’Africa Orientale, divenute di grande importanza sul piano commerciale dopo l’apertura del canale di Suez. Le mire coloniali italiane si riaccesero poi in epoca giolittiana per conoscere la loro fase espansionistica più aggressiva nel ventennio fascista. Nel giro di qualche decennio, le colonie, protettorati e concessioni italiani arrivarono a comprendere: Rodi e le altre isole del Dodecaneso, la Libia con le province di Tripolitania, Cirenaica e del Fezzan, Eritrea, Etiopia e Somalia Italiana, l’Albania, un quartiere italiano nel porto cinese di Tjanin e una parte della costa anatolica nella zona di Adilia. L’archeologia coloniale italiana L’avventura libica è l’episodio coloniale che maggiormente si presta a illustrare il rapporto tra patrimonio culturale e colonialismo. In Libia il ruolo del patrimonio archeologico come instrumentum imperii fu una costante di tutta la nostra vicenda coloniale con connotazioni di tale pervasività da essere divenuto esempio paradigmatico dell’uso propagandistico della romanità. Dopo che la Francia, con il protettorato della Tunisia aveva stroncato le mire italiane sull’area, l’Italia orientò le proprie iniziative alle vicine province della Tripolitania e della Cirenaica, dove un Impero ottomano in dissoluzione esercitava un controllo poco più che nominale. Nel corso del 1912 il conflitto si estese al Dodecaneso che passò sotto la giurisdizione italiana. Le iniziative diplomatiche e militari di epoca giolittiana furono precedute da un battage retorico sulla necessità di un ritorno nelle terre dell’Impero romano. La legittimazione della guerra e dell’occupazione coloniale fu fornita dalla pretesa eredità che l’Italia poteva vantare nei confronti di territori che avevano fatto parte dell’Impero romano. Naturali successori, gli italiani ribadivano il loro diritto a rivendicare il possesso dei territori africani costitutivi delle antiche province dell’Impero, “Guerre di Roma” furono definite le conquiste e riconquiste di Tripolitania e Cirenaica.

Il mito del ritorno fu declinato non solo da una classe politica e militare desiderosa di lanciarsi nella conquista africana, ma anche da un’ampia maggioranza dell’élite intellettuale del paese. Propaganda interna: dalla rivincita di una nazione storicamente caratterizzata dalla migrazione alla riscossa del mondo dei contadini ora finalmente conquistati alla causa dell’orgoglio nazionalistico, al razzismo verso i «popoli neri e semineri». Lo scoppio della guerra contro la Turchia nel 1911 fu preceduto, nel ’10, dalle ricognizioni di archeologi italiani a Cirene, sorta di avanguardie esplorative con obiettivi intrecciati a quelli militari. Gli archeologi italiani ritornarono poi in Cirenaica e Tripolitania nei mesi antecedenti allo scoppio della guerra. Durante le operazioni militari, furono i topografi militari a elaborare le mappe di alcuni siti archeologici come Sabratha e Leptis Magna e a sancire lo stretto rapporto fra obiettivi militari e archeologici. Oltre allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, una situazione interna per nulla pacificata impedì l’avvio di estese campagne di scavo e le attività di ricerca in ambito archeologico si limitarono a ricognizioni e sopralluoghi. Le operazioni dell’esercito italiano provocarono molti danni ai monumenti e edifici storici di ogni epoca, compresi quelli di Leptis che, per le superiori esigenze belliche furono manomessi o smantellati per riutilizzarne i materiali nella costruzione di trincee o fortificazioni. Anche nella retorica militare il riferimento all’Impero romano divenne un leitmotiv costante: i soldati italiani erano chiamati a ripercorrere le gesta degli antichi legionari anche per tutelare i resti dell’Impero, occultando la ferocia di una guerra che si dimostrò da subito ben più complessa di quanto atteso. Il mistificante uso simbolico del patrimonio culturale connesso alla romanità, o all’epoca classica, assunse da subito un carattere totalizzante, a danno di tutto ciò che non vi era direttamente riconducibile. Il ripristino dell’Arco divenne una priorità. Le operazioni sul monumento furono avviate nel 1912 ed ebbero grande risonanza sulla stampa italiana. Il valore del patrimonio culturale locale consisteva non nella sua rilevanza storico-artistica o cultura, ma nell’esotismo che era in grado di rievocare. Le casupole erano da conservare per mantenere il colore locale che era funzionale a evidenziare un’alterità rispetto al monumento romano. Per farne esaltare meglio la monumentalità si eliminarono due fondaci islamici e nel 1937, per la visita di Mussolini in Libia, poté apparire nel suo isolamento, recintato, al centro del vuoto asettico di una piazza creata dalla distruzione degli edifici e dell’impianto viario precedente. Dalla fine degli anni Venti, dopo campagne militari ferocissime condotte dal generale Graziani “il macellaio del Fezzan” le attività civili e anche gli scavi archeologici ricevettero un nuovo slancio in un territorio “pacificato”. Gli obiettivi politici della conquista erano determinati a un radicamento non solo militare nel paese. La retorica costitutiva degli italiani brava gente attraverso la quale la propaganda di regime cercava di segnare una differenza sostanziale rispetto alle imprese coloniali di Francia e Inghilterra, prefigurando il consenso delle popolazioni indigene. La retorica del ritorno nei territori già posseduto dall’Impero romano aveva permeato già la propaganda bellica ai tempi del conflitto italoturco, ma nel delirio storiografico che accompagnò la successiva fase fascista di dominio coloniale, il patrimonio archeologico delle antiche città costiere del territorio nordafricano assunse un’importanza strategica, ed esse divennero icona dei possedimenti italiani e cardine di una propaganda che si allineava con quanto stava avvenendo nella metropoli. Mussolini passò dal disprezzo futurista più esplicito nei confronti dei reperti archeologici a uno spregiudicato utilizzo dei resti della romanità a esaltazione della sua immagine pubblica e di quella del regime. Mussolini volle accreditarsi come l’erede di Augusto e il fascismo era destinato a ripercorrere le orme dell’Impero romano. Roma fu sventrata in alcuni dei suoi quartieri storici, nell’area centrale, per essere

diffondere anche l’immagine di un territorio non più desolatamente desertico, ma ormai moderno e “civilizzato” dall’opera colonizzatrice. Il turismo agì come preposterous transition. I turisti italiani che in Libia visitavano i luoghi in cui si ammirava la grandezza dell’Impero romano, realizzavano attraverso l’esperienza diretta di questa romanità una sorta di costruzione a posteriori di una realtà “altra” fino a quel momento solo immaginata. Le viste ai villaggi nomadi o la partecipazione a spettacoli di folklore attraverso cui il turista aveva esperienza di quell’elemento esotico che connotava le popolazioni indigene ascrivendole alla categoria del diverso e inferiore. La visita otteneva il risultato di una conferma definitiva sia della superiorità della nostra cultura che dell’incolmabile diversità dei locali. L’opera di propaganda, orchestrata su molteplici media, ebbe un notevole impatto sull’immaginario di ampi strati della popolazione italiana. La suddivisione fra due livelli culturali tra loro non paragonabili. Da un lato un patrimonio indigeno immateriale e inscritto in un esotismo di maniera, destinato alla costruzione dell’altro da sé, caratterizzato da tradizioni, usanze, modi di vita differenti, tali da isolarlo in una alterità atemporale, dall’altro il patrimonio della romanità in grado di riconnettere in linea diretta l’antica provincia romana alla colonia fascista. Nell’esperienza italiana in Libia, il colonialismo italiano e il patrimonio culturale delle colonie conobbero una declinazione in senso turistico, reale o ancor più immaginato, vale a dire vissuto attraverso i materiali illustrativi, guide, riprese cinematografiche. L’estremo tentativo di restituire un senso a un’avventura fallimentare. Un patrimonio “razzista” Sui cantieri archeologici la divisione dei ruoli era chiara e restò tale fino a epoca recente: a dirigere erano i colonizzatori e i lavori di manovalanza erano riservati ai locali. In taluni casi si trattò di lavoro forzato: gli operai provenivano dai campi di concentramento in cui fu ridotta la popolazione nomade. Il mito della romanità della colonia africana funzionò anche in chiave antisemita, quando venne rispolverato il racconto delle guerre di Roma contro Cartagine, ma alla costruzione della superiorità della razza bianca cooperarono anche le mistificazioni dell’archeologia preistorica. Nella prima metà degli anni Trenta una missione della Società Geografica Italiana nel Fezzan era giunta a identificare nei resti degli antichi abitanti dell’area una razza mediterranea, quindi bianca, penetrata dalla costa fino al deserto sahariano. I Garamanti furono in realtà una popolazione indigene di etnia mista che si sviluppò nell’area sudoccidentale della Libia dalla metà del I millennio a.C. fino al V secolo d.C., ma per gli archeologi italiani di epoca fascista i siti e le tombe della civiltà garamantica divennero la testimonianza del punto più meridionale raggiunto dalla civiltà mediterranea. Il patrimonio della romanità e dell’antichità classica fu usato in funzione apertamente razzista. Strumento propagandistico fra i più aggressivi a sostegno dell’ideologia fascista e nazista divenne, dal 1938, la rivista «La Difesa della Razza». La purezza della razza ariana era rappresentata da una statua classica. L’attenzione al patrimonio della cultura araba o locale delle colonie fu determinata da contingenti obiettivi politico propagandistici o dalla sua funzione orientalistica. La rivalutazione opportunistica dell’Islam da parte di Mussolini fu connessa alla necessità, da parte del regime, di crearsi alleanze in opposizione al fronte franco- inglese, potenze alle quali il mondo arabo fu sempre avverso. Il patrimonio culturale autoctono certificava l’esotismo locale, incasellato in un orientalismo di maniera. In questa funzione, tale patrimonio venne salvaguardato, ma solo quando non ostacolava attività o insediamenti. Il castello di Tripoli, “Castello Rosso”, l’edificio di maggiore evidenza monumentale della città, di origini bizantine e poi riadattato da arabi, spagnoli, cavalieri di San Giovanni, fino a diventare un vero e proprio palinsesto storico. Il castello, diventato nel 1911 sede del governatorato italiano e dal 1919 del primo museo libico, fu ristrutturato nel 1922-23 da un architetto del regime in spregio ai principi di restauro che andavano

consolidandosi proprio in quegli anni. Inventò un pastiche italianizzante, con archi e portali incongrui rispetto alla storia del monumento. Un dono imperiale A seguito della Guerra d’Etiopia, il regime tentò di accreditarsi come potenza coloniale di prima grandezza, creando la colonia dell’Africa Orientale Italiana. L’occupazione fascista fu esercitata con modalità brutali che non risparmiarono la popolazione civile. Non mancò il saccheggio del patrimonio culturale. Uno dei primi manufatti sottratti fu la statua del leone di Giuda, simbolo della monarchia abissina. Fu trasportato a Roma nel 1937 e collocato sotto il monumento per i caduti della battaglia di Dogali. Anche in Africa Orientale, le ricerche archeologiche procedettero o accompagnarono le occupazioni militari. Il sito di maggiore importanza era Axum, la capitale di un Regno che fra il IV e il Vi secolo d.C. arrivò a comprendere un’ampia area gravitante sulle due sponde del Mar Rosso. La città, divenuta poi il principale centro della chiesa ortodossa etiope, rimase un centro di prima grandezza. Sul piano monumentale, uno dei tratti distintivi del Regno di Axum, furono le stele collocate nella città sacra. Monoliti granitici collegati ai rituali funerali, talora con decorazioni incise e di altezza variabile fino ai trentaquattro metri. Il ministro delle colonie decise il trasferimento della stele più alta a Roma, come omaggio a Mussolini e a ricordo della vittoriosa impresa bellica. Ragioni tecniche fecero poi propendere per un’altra stele più bassa, che giaceva a terra, spezzata in cinque segmenti. Le operazioni si svolsero con difficoltà: si dovette sacrificare una parte di uno dei blocchi della stele e furono provocati danni all’intera area archeologica. La stele fu riassemblata e collocata in piazza Porta Capena, davanti all’area prescelta per la nuova sede del ministero dell’Africa Italiana. L’operazione rappresentò un altro capitalo della saga propagandistica che sorreggeva il regime. Rodi: in mancanza di una romanità monumentale cui riconnettersi, fu il patrimonio medievale dell’epoca dei cavalieri crociati di Rodi a essere sfruttato. Funzionale a un discorso di supremazia culturale: a tal fine saranno distrutte gran parte delle costruzioni di epoca successiva. I musei e le esposizioni coloniali: l’Africa in Italia e la romanità in Africa I grandi musei storici italiani hanno genesi diversa e precedente rispetto ai musei universalisti delle altre potenze coloniali. Non per questo mancano gli esempi di collezioni frutto del saccheggio dei territori extraeuropei. Nelle esposizioni all’estero, il prestigio delle colonie italiane fu rappresentato attraverso il patrimonio archeologico della romanità. In Italia, mostre ed esposizioni temporanee furono strumento fra i più efficaci nella costruzione dell’immaginario coloniale per la maggioranza di una popolazione che aveva solo una sommaria conoscenza di quei territori. Gli italiani trovarono conferma della necessità storica e del successo dell’avventura coloniale. Durante il fascismo, le esposizioni divennero uno dei mezzi sui quali la propaganda fascista investì maggiormente, in grado di attirare un pubblico vastissimo. Le esposizioni dovevano servire ad avvicinare gli italiani al mondo delle colonie, riconfermando l’importanza dei territori conquistati. Attraverso l’esposizione di materiale etnografico e la presenza dei villaggi indigeni i visitatori trovarono conferma dell’arretratezza delle popolazioni indigene. Importante fu l’ultima manifestazione, la Prima Mostra Triennale delle terre italiane d’Oltremare, inaugurata a Napoli il 9 maggio 1940. Apparato spettacolare sul piano scenografico: da un lato la continuità fra l’impero romano e l’impero coloniale fascista e dall’altra il livello di arretratezza delle popolazioni colonizzate cui aveva posto riparo l’opera civilizzatrice del regime. Parte integrante della scenografia furono gli indigeni in costume tradizionale, cui si unirono anche gli albanesi, in una sorta di museo vivente chiamato ad avvalorare l’esotismo dei popoli conquistati e la loro inferiorità sul piano del livello di civiltà.

Nelle colonie dell’Africa Orientale la legislazione imposta dall’Italia fu elaborata in senso segregazionista e finalizzata alla preservazione della purezza della razza. Obiettivo che troverà espressione anche urbanistica (es. struttura della nuova capitale dell’Eritrea, Asmara, organizzata secondo una rigida separazione fra quartieri e servizi destinati ai bianchi e quelli destinati alle popolazioni locali, in cui l’organizzazione degli spazi urbani avvenne secondo criteri razziali e quella che è stata definita la linea del colore). Il colonialismo italiano fu il laboratorio delle leggi razziali del 1938. Alla fine dell’esperienza coloniale, nel 1945, i Paesi governati dall’Italia risultarono tra i più poveri di tutti il continente africano e quelli dove il tasso di istruzione era azzerato.

5. UNESCO, un patrimonio universale con un’anima occidentale Nel 1943 si svolse a Gerusalemme una conferenza “informale” archeologica sul tema Archeology after the war. Gli archeologi che vi parteciparono elaborarono alcune linee guida o raccomandazioni per proteggere le testimonianze delle “grandi civiltà” e pianificare le ricerche in Medio Oriente nel dopoguerra, sulla base di un nuovo spirito universalista secondo il quale le antichità recuperate nel corso delle attività di scavo appartenevano alla scienza nel suo insieme e incarnavano interessi a livello mondiale. A consolidare la collaborazione internazionale si propose che i reperti recuperati nelle ricerche fossero spartiti fra i Paesi dove si svolgevano gli scavi e quelli delle missioni archeologiche. L’iniziativa fu seguita da un’altra conferenza tenuta a Londra, The Future of Archeology, organizzata dagli archeologi inglesi, ma a cui vennero invitati rappresentanti politici di tutte le potenze alleate e i cui obiettivi erano la pianificazione della riorganizzazione postbellica delle attività culturali ed educative. Segnalano come il mantenimento degli interessi coloniali, fra cui il controllo del patrimonio archeologico, rimanesse ai primi posti dell’agenda delle potenze occidentali. Elaborarono una prima strategia che consentisse loro una sostanziale continuità. L’universalismo dei valori incarnati dal patrimonio e la sua importanza sul piano scientifico costituirono l’endiadi su cui si reggeranno le politiche culturali a livello internazionale da quel momento in poi. Saranno gli stessi principi cui si ispirerà l’UNESCO: la United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization nata nel 1945, ufficialmente istituita nel novembre 1946, incardinata nell’Organizzazione delle Nazioni Unite di cui condividerà un percorso di iniziali successi e successive crisi. Ispirata a ideali pacifisti e a valori come il rispetto della giustizia e dei diritti umani, la nuova organizzazione si affidava a concezioni di progresso e sviluppo di matrice occidentale. Sarà un’istituzione intergovernativa, sostenuta dai finanziamenti dei Paesi aderenti e condizionata dalle agende politiche dei diversi Stati membri. I campi di attività dell’UNESCO sono molteplici (qui ci concentriamo sull’ambito connesso al patrimonio culturale e il programma della World Heritage List, l’elenco dei siti di “straordinario valore universale”, lanciato come parte costitutiva della World Heritage Convention del 1972). Gli obiettivi dell’UNESCO si concentrarono sia sulla ricostruzione del patrimonio monumentale distrutto dalle operazioni belliche che nella salvaguardia di un accesso universale al patrimonio, che significava continuare a garantire il controllo dei siti archeologici e monumentali extraeuropei alle potenze che stavano smantellando i loro imperi coloniali. Un internazionalismo a senso unico che rappresentò l’istituzionalizzazione di una continuità ideologica fondata sulla supremazia culturale dell’Occidente. La cerchia intellettuale alla base del progetto era costituita da personaggi appartenenti alla tradizione culturale occidentale, per lo più anglosassone, ma molto spesso coinvolti direttamente nella gestione del patrimonio culturale coloniale. L’obiettivo era quello di allineare gli altri Paesi a quelli occidentali. Gli anni 50 videro un primo riassestamento degli obiettivi dovuto alla sempre più marcata influenza esercitata sull’organizzazione dal governo USA: i programmi a lungo termine furono ridotti a beneficio di programmi di assistenza tecnica destinati a portare aiuti anche immediati ai siti specifici, specialmente nel caso di

emergenze come territori o danni bellici. Prevalse un orientamento tecnocratico dell’organizzazione che trovò espressione anche nella creazione di centri di competenza. L’Imprinting culturale rimase lo stesso: le missioni mirate a sostenere la salvaguardia di siti/monumenti rappresentarono il mezzo per esportare una concezione del restauro e della patrimonializzazione maturate in Occidente. Questa nuova visione sostenuta dalla leadership americana, contribuì ad aumentare il peso degli esperti e dei centri di competenza chiamati a elaborare linee guida, standard e best practices e a trasformare l’UNESCO in un’agenzia di pronto intervento, a detrimento degli slanci e riformistici delle origini. Un riorientamento che non mutava gli obiettivi di espansione culturale delle potenze occidentali: l’esportazione del sapere tecnologico rimase a senso unico. L’intervento dei funzionari ed esperti UNESCO era destinato a incontrare anche le prime resistenze. Dalla metà degli anni 50 in poi, le attività dell’UNESCO si concentrarono su alcuni programmi di salvataggio destinati a consolidare l’orientamento verso la salvaguardia di un patrimonio a carattere monumentale, partendo dal presupposto di un suo valore universale e non più affidato all’esclusiva cura dei singoli Paesi proprietari dei beni. La prima e forse più famosa fu il salvataggio dei monumenti destinati a essere ricoperti dalle acque del Nilo dopo la costruzione della grande diga di Assuan. Il contesto politico era caldo e complesso: contrapposizione fra i due blocchi della Guerra fredda, nel periodo di espansione del movimento panarabico e di rinnovate tensioni araboisraeliane nell’area. L’iniziativa di salvataggio dei siti e monumenti della Nubia si prolungò fino al 1980 e dovette superare grandi difficoltà, oltre che ricorrenti conflitti diplomatico-istituzionali fra i molteplici protagonisti dell’impresa. Furono smantellati per essere trasportati e riassemblati in altri luoghi. Le operazioni comportarono anche innumerevoli ricognizioni archeologiche e scavi di salvataggio talora svolti in tempi frenetici. Si videro all’opera centinaia di archeologi provenienti da una ventina di Paesi stranieri. L’operazione ricevette un’eco mondiale straordinaria: successo sfruttato per molti anni attraverso tutti i media possibili e che oscurò le perdite subite dal patrimonio culturale minore. Nessuna attenzione fu riservata allo stravolgimento delle vite subito dalle popolazioni dell’area interessata, costrette ad abbandonare le loro case e villaggi. Non venne messa in discussione l’utilità della diga, destinata ad avere conseguenze negative sul piano ambientale e sull’economia di tutta l’area. Si magnificarono oltre che le soluzioni tecnologiche innovative adottate, anche lo sforzo collaborativo che aveva permesso a decine di gruppi di lavoro diversi di cooperare per il raggiungimento di uno stesso risultato. Alcune delle tecnologie impiegate risposero a logiche economiche al ribasso o funzionali agli interessi delle diverse imprese coinvolte e dietro le retoriche della cooperazione internazionale di celarono molte tensioni politiche contrapposte. Come segno di gratitudine, ogni Paese che aveva partecipato ottenne un congruo numero di reperti; a quattro Paesi fu offerto un tempio: USA Dendur, Olanda Taffeh, Spagna Debod e Italia Ellesiya. L’operazione ebbe un impatto straordinario nella diffusione di un concetto universalista del patrimonio culturale. Sul piano scientifico, il programma ripropose alcune pratiche proprie di un’archeologia coloniale, a partire dalle modalità di gestione della manodopera locale e delle strategie di ricerca sul campo e di analisi dei risultati che rimasero affidate in toto ai team archeologici stranieri, in larga maggioranza occidentali. Tutta l’operazione funzionò come cassa di risonanza della supremazia tecnologica occidentale; si parlò di una visione di development imperialism espressa dall’UNESCO. Il successo del programma servì a consolidare la svolta tecnocratica impressa dall’influenza americana e i programmi focalizzati su siti specifici. Lo schema fu riproposto per le operazioni di recupero del patrimonio di Venezia, dopo l’alluvione del 1966. Non tutte le operazioni si risolsero positivamente, ma le esperienze

neocoloniale e rimanda all’impossibilità ontologica di un adeguamento della concezione patrimoniale che sta alla base della WHL. Le tensioni cui è sottoposta la convenzione:  L’inserimento nella WHL rappresenta una protezione contro minacce di speculazione edilizia o infrastrutturale, contre degrado e abbandono.  Il bollino UNESCO rischia di innescare/rafforzare processi di gentrification e stravolgimento di interi centri e aree storiche, a danno degli strati più deboli della popolazione. Il turismo culturale si è trasformato in una minaccia all’integrità culturale dei siti stessi. In alcuni casi l’inserimento nella lista ha comportato la sanificazione dei siti da cui sono stati allontanati gli abitanti del luogo, a vantaggio di una fruizione di quelle località più consona agli standard di un turismo internazionale che si aspetta siti ripuliti e musealizzati, escissi da un contesto di vita ordinario. Le proteste si sono moltiplicate a partire dagli anni 90: nel 1991, il filosofo Derrida lanciò un appello affinché l’organizzazione compisse una rottura nei confronti delle sue radici storiche incardinate nella civiltà greca e nella tradizione ontologica occidentale, facendosi così promotrice di una visione davvero universale. L’organizzazione rispose con il lancio di una Global Strategy for a Representative, Balanced and Credible World Heritage List attraverso la quale si cercò di affiancare a una concezione universalista, nuovi criteri e un approccio regionalista al patrimonio: l’obiettivo era il miglioramento della democraticità dei processi di selezione anche all’interno degli stessi Stati nazionali proponenti, tenendo conto anche dei valori e dei patrimoni di minoranze etniche o comunità emarginate. L’identificazione o la mancata selezione di alcuni siti cela forme di criptocolonialismo o colonialismo interno di cui non mancano gli esempi. In generale, la partecipazione delle comunità locali nel processo di preparazione dei dossier di candidatura di un sito si risolve in pratiche consultive formali che poco hanno a che vedere con un reale coinvolgimento e un’informazione approfondita nei confronti di chi dovrà affrontare in prima persona gli effetti di un’eventuale iscrizione nella WHL. Il riconoscimento dei patrimoni nella WHL si riconnette a un ampio spettro di motivazioni politiche che non si limitano all’ambito dello sviluppo turistico, ma si innestano nei nazionalismi riemergenti, in conflitti geopolitici radicati nel tempo. Il patrimonio culturale è diventato strumento per riscrivere la storia e le mappe, come dimostra il caso di Gerusalemme, città contesa su cui l’UNESCO ha investito risorse a fronte di risultati fragili, le possibilità d’azione dell’organizzazione si sono rivelate sempre limitate nella loro efficacia. Attraverso la WHL del patrimonio intangibile, l’UNESCO ha cercato di rispondere alle istanze pressanti relative alla necessità di una decolonizzazione del concetto di patrimonio non più solo incarnato dai valori monumentali delle grandi architetture storiche o dei siti archeologici, ma più direttamente collegabile alla vita delle comunità locali. Si cercò di valorizzare la partecipazione delle comunità come modalità privilegiata nel processo di identificazione dei patrimoni da candidare. Il ruolo dell’UNESCO nelle politiche di salvaguardia del patrimonio è tornato di attualità con l’inizio del millennio, quando gli avvenimenti bellici nel Medio Oriente e l’avanzata del radicalismo islamico hanno coinvolto anche le sorti del patrimonio culturale. Nel marzo 2001 il governo talebano (al potere in Afghanistan) distrusse le due statue giganti di Buddha, scavate nelle nicchie di arenaria nella vallata di Bamyan, nella zona centrorientale del Paese. Le operazioni di demolizione furono trasmesse in tutto il mondo (considerato un atto di barbarie). I precedenti governi afgani avevano cercato, senza successo, di ottenere l’iscrizione delle statue nella WHL. I talebani minacciarono più volte di distruggere le statue, ma l’UNESCO riuscì in un primo momento a trovare un accordo e a garantirne la protezione. La distruzione delle statue fu uno sfregio e denuncia nei confronti delle gerarchie imposte da una cultura di ideologia coloniale. Il rovesciamento del governo

talebano consentì ai responsabili UNESCO la ricognizione dell’area e la protezione delle strutture rimaste. La vicenda dei Buddha evidenziò l’importanza e la complessità del ruolo del patrimonio culturale in un contesto geopolitico la cui fragilità era aggravata dalla comprovata incomprensione delle dinamiche sociali locali da parte occidentale. L’UNESCO fallì nel suo intento di salvare le statue, ma ottenne un riconoscimento allargato delle sue funzioni a difesa dei valori universali di civiltà incarnati dal patrimonio. Gravi danni al patrimonio archeologico furono inferti durante le operazioni militari USA succedutesi in Medio Oriente. E gravi furono le perdite subite da musei come il Museo Nazionale di Baghdad saccheggiato ripetutamente nell’aprile 2003 senza che le forze di occupazione occidentali ponessero alcuna protezione alle sue collezioni. Il saccheggio sollevò proteste da parte degli operatori del patrimonio, a partire dall’UNESCO, molto inferiore fu la risonanza mediatica dei danneggiamenti subiti dal patrimonio islamico dell’area per diretta conseguenza delle operazioni militari. La Guerra civile siriana, entrata in una fase acuta a partire dal 2012, ha riproposto le drammatiche immagini di centri storici di importanza culturale ridotti a cumuli di rovine. I siti dell’archeologia otto-novecentesca sono stati interessati dalle distruzioni, inferte a favore di telecamera come riprova della potenza dell’esercito islamico. Le distruzioni colpirono il valore simbolico che avevano assunto per l’Occidente. Esemplare è stato il caso del sito di Palmira. Unanime fu la riprovazione mondiale. Sul sito si svolse una sorta di sintesi dell’archeologia coloniale occidentale in Medio Oriente. L’esercito islamista trasformò uno dei simboli della cultura occidentale nel luogo della vendetta islamica, usando il teatro romano della città antica per le esecuzioni capitali. L’UNESCO giocò un ruolo di primo piano, a livello mediatico, contribuendo a polarizzare la vicenda come una guerra fra civiltà e barbarie. Riesumò un linguaggio da civilizzatori (noi-loro). L’attenzione dell’organizzazione nella denuncia delle distruzioni belliche, si è concentrata prevalentemente sulle perdite subite dal patrimonio monumentale delle civiltà classiche, lo stesso del colonialismo informale ottocentesco. Su altre situazioni ugualmente gravi non sia riuscita ad attivare canali altrettanto efficaci nel sottolineare i pericoli e nella denuncia degli avvenimenti. Tema del traffico illegale di oggetti del patrimonio culturale. Gli sconvolgimenti che hanno interessato il teatro mediorientale hanno attivato saccheggi di materiale archeologico. Ciò ha incrementato un giro d’affari fiorentissimo, sfruttato dallo stato islamico come fonte di finanziamento, assieme al petrolio, e che l’UNESCO ha stigmatizzato, ma a senso unico. Il traffico di materiali archeologici è gestito da reti criminali internazionali che lo controllano, e questo mercato non esisterebbe se non fosse alimentato dalle richieste incessanti da una platea di compratori situata in larga maggioranza nel Nord America e in Europa. La dissoluzione dello stato islamico nel 2017 ha sposato il dibattito sulla ricostruzione dei patrimoni distrutti. L’UNESCO ha garantito la copertura scientifica della propria ricetta fondata sul principio della ricostruzione integrale. Posizione che ha attivato una discussione tuttora in corso sulla necessità di un approccio differenziato che tenga conto delle diversità dei contesti e delle esigenze delle comunità interessate. L’UNESCO ha cercato di allargare le proprie strategie politiche per comprendere una diversa e più ampia considerazione della molteplicità e della paritaria importanza delle diverse pratiche d’uso del patrimonio, anche a livello di documenti ufficiali, come è il caso della Convenzione UNESCO per la protezione e promozione della diversità delle espressioni culturali, emanata nel 2005, ma gli squilibri, nel complesso delle attività dell’organizzazione, rimangono evidenti, aggravati da una crisi finanziaria che agevola l’ingerenza degli Stati nazionali e il peso dei loro interessi politici. L’UNESCO sostiene principi che sono stati condivisi anche da altre tradizioni culturali e ha organizzato innumerevoli attività che hanno consentito una più ampia condivisione dell’importanza del patrimonio culturale e della necessità di forme di salvaguardia nei suoi confronti.