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Decolonizzare il patrimonio. L'Europa, l'Italia e un passato che non passa, Sintesi del corso di Storia Culturale dell'Europa

"Decolonizzare il patrimonio. L'Europa, l'Italia e un passato che non passa" – Riassunto Completo Questo riassunto analizza il testo che affronta il tema della decolonizzazione del patrimonio culturale europeo e italiano. Esplora il rapporto tra memoria coloniale, politiche culturali e identità, mettendo in luce come il passato coloniale continui a influenzare il presente. Ideale per studenti di storia, antropologia, studi postcoloniali e scienze del patrimonio.

Tipologia: Sintesi del corso

2024/2025

In vendita dal 10/01/2025

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DECOLONIZZARE IL PATRIMONIO:
L'EUROPA, L'ITALIA E UN PASSATO CHE NON
PASSA
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DECOLONIZZARE IL PATRIMONIO:

L'EUROPA, L'ITALIA E UN PASSATO CHE NON

PASSA

All’interno del concetto di Patrimonio fa tuttora parte il pregiudizio della superiorità culturale dell’Occidente che si era sentito obbligato ad esportare la civiltà - ora invece si tratta dell’esportazione della democrazia. Basti pensare che tra il 1815 e il 1914 i territori coloniali direttamente controllati dai paesi europei raggiungevano l’85% della superficie terrestre: infatti, le scienze che sostenevano maggiormente la colonizzazione erano l’archeologia e l’antropologia, ma anche l’urbanistica, utilizzata ad esempio da Mussolini negli anni del Fascismo come strumento politico e di propaganda. Una delle imprese più grandi di Mussolini fu proprio quella di cercare di dare una continuità tra l’Impero Romano e il regime fascista, costruendo la Via dell’Impero - oggi Fori Imperiali - fra Piazza Venezia e il Colosseo. Questa fu un’impresa di colonizzazione domestica : i fori furono seppelliti sotto la nuova via, furono esportate enormi quantità di materiali archeologici e le persone furono allontanate nelle zone più periferiche della città. La strada fu completata nel 1933 e inaugurata nel 1938 in occasione della sfilata in onore di Hitler con la quale l’Italia celebrava la nascita dell’Impero Fascista dopo la conquista dell’Etiopia. L’obiettivo di Mussolini era quello di accorciare le distanze tra il mondo marginale della periferia e la parte di Roma più antica e pregiata: infatti, non voleva che il patrimonio della capitale fosse solo proprietà degli studiosi e delle classi sociali privilegiate, ma anche dei cittadini più sfavoriti. Questo libro si impone di analizzare la situazione italiana, prendendo in considerazione anche gli anni della pandemia, che non ha fatto altro che accelerare ed evidenziare alcuni fenomeni in atto già da tempo, funzionando come un detonatore della fragilità complessiva: tra i fenomeni più comuni, il lavoro precario e molto spesso sottopagato, uno scarso tasso di innovazione, soprattutto in ambito turistico e patrimoniale, investendo il meno possibile sulla ricerca e la manutenzione. L’Italia viene collocata sempre più in basso per tasso di corruzione, dispersione scolastica, capacità di spesa dei fondi europei, numero dei laureati. Tuttavia, l’Italia viene considerata prima anche in ambito gestionale in quanto detiene il maggior numero di siti UNESCO. Successivamente, propone l’analisi del rapporto tra patrimonio culturale e i vecchi e nuovi colonialismi, analizzando anche l’attuale dimensione sociale e politica e il suo radicamento nel presente. Il concetto di patrimonio è strettamente legato alla modernità: la sua genesi può essere fatta risalire all’Italia rinascimentale, epoca in cui rappresentava l’incontro e il confronto tra l’antico e l’odierno, tra un tempo diverso, lontano, e popoli nuovi. La cultura diventa mezzo di emancipazione sociale e autodeterminazione, così, la prima definizione effettiva di ciò che è il Patrimonio arriva dalla Francia settecentesca rivoluzionaria: è uno strumento di affermazione delle nuove virtù civiche dell’emergente classe borghese. Per questo, il Patrimonio si è innestato nei processi di costruzione degli stati-nazione europei: verrà istituzionalizzato e costituirà l’ethnos nazionale, successivamente dell’egemonia culturale occidentale - soprattutto nella fase di massima espansione coloniale. Il Patrimonio si sviluppa inizialmente in due contesti: quello inglese e quello francese. Nel primo caso, gli inglesi ampliarono il concetto di patrimonio soprattutto di fronte al declino inesorabile del Grande Impero Britannico, per questa ragione viene inteso come una forma di nostalgia: è un mezzo di riappropriazione del passato da parte del popolo e, quindi, della sua democratizzazione. Il patrimonio culturale e specialmente quello monumentale rappresentavano elementi chiave nella formazione dell’identità collettiva nel periodo 1870-1914, che corrisponde alla nascita degli stati-nazione: questo perché c’era una maggiore spinta a creare tradizioni.

parte di Greci e Italiani. Venne costruito un vero e proprio retaggio: vennero bonificate aree e spostate intere popolazioni; in cambio, venivano offerti posti di lavoro negli scavi e modeste compensazioni, così si è istituita la manodopera, vennero creati edifici e magazzini e migliorate le infrastrutture viarie e portuali. Gli attriti erano frequenti, come dimostra il caso ottomano: spesso, le popolazioni islamiche hanno una percezione differente del passato, per questo con gli Ottomani allora al governo ci furono dei problemi, in quanto l’ingerenza straniera indirizzata a spostare, intervenire sulle loro vite, modificare il passato, non fu visto di buon occhio. Nella nuova fase coloniale, gli Olandesi fondarono una società in Indonesia , a Jakarta; promossero gli scavi dei templi buddhisti, istituirono musei. In Indocina - ossia Vietnam, Laos e Cambogia - i francesi intensificarono il loro potere. In India , gli inglesi avevano istituito da tempo la Compagnia delle Indie Orientali e nel 1801 avevano organizzato a Londra un museo per raccogliere i reperti più importanti dei territori indiani - l’ Indian Museum. Dopo la WWI, Francia e Inghilterra riuscirono a spartirsi i territori dell’Impero Ottomano e le loro rispettive aree di attività archeologica attraverso l’ Accordo di Sykes-Picot (16 Maggio 1916), ribadite poi nei Trattati di Pace di Versailles del 1919. Questo accordo sanciva la spartizione del Medio Oriente ottomano tra le due potenze, che furono davvero spregevoli:

  • nel 1925 i Francesi rovinarono un patrimonio inestimabile a seguito di bombardamenti nella capitale siriana Damasco, al fine di domare una rivolta;
  • in Palestina , gli Inglesi cercarono i presupposti per individuare la presenza israelita a Est del Giordano
    • come citava la Bibbia - per gettare le basi di quello che sarà poi uno dei conflitti più crudeli della storia, di cui siamo tuttora testimoni;
  • in Iraq , sempre gli Inglesi hanno bombardato villaggi e civili al fine di consolidare il controllo sul Paese nel 1922; la scusa era quella di difendere i resti mesopotamici. Le devastazioni raggiunsero il loro apice durante lo Scramble for Africa , che si protrasse fino ai primi anni del ‘900 e che vide le potenze europee lottare in maniera assidua reciprocamente per accaparrarsi territori e aree di influenza in Africa. Il punto di massima tensione fu raggiunto con la Questione del Congo. Solamente l’Etiopia resistette inizialmente, ma cadde nel 1936 durante il Fascismo Italiano; l’Algeria già dagli anni ‘30 era diventata la colonia di maggiore importanza per i Francesi, a cui si aggiunse nel 1881 la Tunisia sotto forma di protettorato. Si combatté attraverso quelle che era definite small wars - conflitti brevi e di scarsa portata vista la differenza di potenziale e risorse tra i combattenti - che si trasformarono ben presto in veri e propri genocidi: i congolesi , attraverso carestie, malattie e lavori forzati; lo sterminio delle popolazioni Herero e Nama nel 1904 da parte dei Tedeschi etc. L’AVVENTURA COLONIALE ITALIANA L’Italia si butta nell’avventura coloniale in ritardo rispetto alle altre potenze, rispettivamente intorno alla nascita del Regno d’Italia. Lo Stato Italiano desiderava recuperare quegli anni di assenza, così decise di buttarsi a capofitto nella corsa coloniale, spesso con patetici tentativi di politica estera. La conquista del “posto al sole” si indirizzò verso l’area orientale del continente africano, una zona divenuta particolarmente importante dopo

l’apertura del Canale di Suez; incominciò durante l’epoca giolittiana e raggiunse il suo massimo durante il fascismo, rendendo colonie e protettorati :

  • Rodi e il Dodecaneso
  • la Libia con la Tripolitania, Cirenaica e Fezzan
  • Eritrea
  • Somalia Italiana
  • l’Albania
  • un quartiere nel porto cinese di Tjanin
  • una parte della Costa Anatolica
  • Grecia e Slovenia vengono chiaramente messe da parte L’ avventura libica (1911-1943) è quella che ha destato maggiore interesse e impatto: ci si rifaceva all’idea che erano terre, un tempo, occupate dall’Impero Romano e chi, più dell’Italia, poteva vantare questo diritto di fronte ad una commissione internazionale. Gli Italiani erano diretti eredi dei Romani e per questo potevano rivendicare tutte quelle aree (pensiero mazziniano). Ci furono conflitti chiaramente con le popolazioni locali, che risultavano essere indomabili e cercavano di resistere all’occupazione; gli italiani, eppure, risposero a suon di arma e rovinarono - causa bombardamenti molti monumenti ed edifici storici di ogni epoca (anche romani); alcuni tra essi vennero smantellati e utilizzati per costruire trincee, come è accaduto alle Mura di Tripoli risalenti al 1500. Venne però restaurato il simbolo romano per eccellenza in Libia: l’Arco Romano quadrifronte dedicato a Marco Aurelio e Lucio Vero, del 163 DC. Per farlo apparire maggiormente, vennero eliminati due monumenti islamici, così da essere pronto per la visita di Mussolini del 1937. Se inizialmente i resti archeologici erano considerati sassi e macerie, “interesse degli imbecilli soltanto” - come spiega il Duce successivamente diventa un mezzo di propaganda per il regime e il Duce stesso, un’arma politica, al fine di esaltare la sua immagine pubblica e la dittatura. Mussolini, a partire dagli anni ‘30, volle accreditarsi come l’erede di Augusto, così come il Fascismo era destinato a ripercorrere le orme dell’Impero Romano, cosa che ovviamente non sarà. Uno dei ritrovamenti più importanti fu la Venere di Cirene , rinvenuta a seguito di uno smottamento nel 1913 ed esposta nel Museo Nazionale Romano: appunto perché risaliva al II secolo DC , ciò testimoniava la relazione tra le aree conquistate e il Regime, sottolineando anche l'inferiorità razziale degli “indigeni” dettata dalle forme d’arte, in modo da giustificare l’occupazione coloniale. La colonia libica rappresentava una vera e propria attrazione, tant’è che si costruì un impero di marketing dietro a questa faccenda: vennero organizzati viaggi, aprendo così la Libia al turismo - anche per garantire un apporto economico alla colonia. Tuttavia, mancavano le infrastrutture adatte a sostenere le masse, per cui, alla fine, fu soltanto una mossa propagandistica. A partire dagli anni ‘ vennero apportati miglioramenti, costruite strade, villaggi, centri: una delle strade più famose fu la Balbia , terminata nel 1937 che si prolungava fino a Tunisia ed Egitto per 1800 chilometri. Gli itinerari dimostravano, così, l’immagine di un territorio ormai non più soltanto desertico, ma civilizzato dall’opera colonizzatrice. Si crearono quelle che erano definite “fantasie arabe”, poiché le persone non si limitavano ad andare soltanto nei siti archeologici, bensì in villaggi di nomadi oppure a spettacoli di folklore: ciò confermava l’intenzione di Mussolini di presentare l’opera coloniale come una penetrazione pacifica, di apparente condivisione e concordia con gli indigeni inferiori. La Tripolitania, così, ottenne il primato su tutte le regioni dell’Africa mediterranea, ancora chiusa, ancora non cosmopolita, ancora legata eccessivamente all’arabicità. La Libia era invece aperta,

partecipanti erano a maggioranza anglosassone, comunque di provenienza occidentale. La Convenzione entra in vigore nel 1975 : oggi raccoglie 897 siti all’interno della World Heritage List, di cui soltanto 218 sono naturali , 39 di quelli misti. I Paesi che presentano la maggiore influenza sono Italia, Spagna e Francia, anche per numero di siti patrimoniali; infatti non è raro il fatto che i Paesi del terzo mondo siano nettamente in minoranza, sia perché il Patrimonio privilegiato è quello monumentale, di cui l’Europa è ricca, ma non gli Stati dell’Oceania o dell’Africa, ad esempio; in più, le pratiche per l’inserimento sono piuttosto costose, per questo sono avvantaggiati i Paesi più benestanti, o comunque con un’economia stabile. Per i siti in pericolo, come ad esempio Venezia - per l’eccessiva presenza e vicinanza delle navi da crociera a Bacino San Marco e l’esasperante flusso di turisti - o Pompei - a seguito di alcuni crolli l’UNESCO ha inserito una “ lista rossa ”, al fine di individuarli e salvaguardarli. Il turismo culturale , in certi casi, può essere una mezzo per recuperare quegli anni di arretramento e sfruttamento coloniale, mentre d’altro canto si è trasformato in una vera e propria minaccia all’integrità culturale dei siti patrimoniali: questo perché la loro manutenzione è responsabilità e dovere dei Paesi proprietari, che non sempre mantengono gli standard di livello adeguato, e al contempo non proteggono gli stessi siti dall’ overtourism , al contrario, lo incentivano con ogni mezzo. In altri casi, le pratiche di restauro nell’UNESCO sono state applicate in maniera rigida e fuori contesto. Il risultato è stato quello di ottenere dei siti ripuliti dal loro contesto e musealizzati , ossia escissi da un contesto di vita ordinario, snaturando i paesaggi culturali che li attorniavano e separando i luoghi del patrimonio da chi li abita e li vive quotidianamente. Nel 2003 , invece, durante la Guerra del Golfo , le operazioni militari statunitensi rovinarono un antichissimo sito archeologico babilonese, piantando sopra un campo base: furono distrutte pavimentazioni millenarie, ma ciò non fece scalpore; così come i saccheggi durante le Primavere Arabe al Museo del Cairo o a Baghdad da parte dei militari statunitensi. In Siria , i bombardamenti ridussero a un cumulo di macerie centri storici come Aleppo; poi, con l’avvento dell’ISIS, vennero distrutti ritualmente siti patrimoniali, replicando le immagini in tutto il mondo (vedi Ninive, Palmira - ricoperta nel 17esimo secolo, nel 2015 venne presa dalle milizie dell’ISIS; fa parte della Lista del Patrimonio Mondiale dal 1980, eppure il suo anfiteatro venne utilizzato come luogo di esecuzioni capitali regolarmente filmate - tra questi, l’archeologo siriano Khlaed al-Asaad. Dopo essere stata riconquistata grazie al supporto russo a Bashar al-Assad, nel 2016 torna sotto dominio islamico e subisce ulteriori danni, a seguito del concerto russo celebrativo, per vendetta). Si può notare che le denunce erano indirizzate prevalentemente alle perdite del patrimonio monumentale delle civiltà classiche: esempio fu l’incendio a Notre-Dame de Paris del 26 Aprile 2019 , a cui si aprì immediatamente a seguito una raccolta fondi per la ricostruzione della cattedrale, che alla fine raggiunse delle cifre stellari. Eppure, per il conflitto yemenita del 2015 - a seguito dei bombardamenti sauditi supportati dalle potenze occidentali - non si aprì nessuna raccolta fondi, tantomeno arrivarono aiuti umanitari; seguirono epidemie e carestie, nella più totale dimenticanza e superficialità occidentale. Oltre a ciò, si aprì un enorme traffico illegale di reliquie e beni archeologici che andavano ad arricchire quelle collezioni private e quel mercato ricco di richieste incessanti: ci sono sempre più compratori in Nord America ed Europa, un bel paradosso per i paladini esportatori di civiltà - e importatori di antichità. Un fattore molto deludente è proprio il dominio degli Stati nazionali sopra l’associazione UNESCO : come dimostra l’anno 2011 , quando il governo degli Stati Uniti decise di ritirare i propri contributi all’UNESCO a seguito dell’inserimento della Palestina fra i membri aderenti alla Convenzione, votato a maggioranza dall’Assemblea Generale. Il problema fu tendenzialmente che la Palestina fu riconosciuta come uno Stato indipendente; eppure, il problema più sostanziale è stato proprio il fatto che

un’associazione universale dipendesse maggiormente dai fondi di un unico Stato, che rappresentava un quarto del totale. IL PATRIMONIO NEL MONDO GLOBALIZZATO Lo smantellamento del colonialismo ha raggiunto il suo apice nel secondo dopoguerra, soltanto il Sudamerica viene smantellato a fine ‘800. Questo processo non è avvenuto senza spargimenti di sangue e non ci fu un vero e proprio distacco, soprattutto per il fatto che, se prima si parlava di colonialismo, ora si possono definire come forme di penetrazione economica e controllo politico, in forme però diverse dalle precedenti. Attraverso politiche di cooperazione, ricche di abusi e corruzione, sono stati finanziati degli enti che hanno esportato saperi e tecnologie nei paesi sottosviluppati, che coincidevano puntualmente con le ex colonie: l’imposizione ora non è più militare, piuttosto economica. Tale imposizione si sviluppa anche nel campo del sapere: difatti, nel momento in cui a un archeologo africano sarà concesso uno scavo in un paese occidentale, secondo le proprie modalità e il proprio sapere, allora si potrà dire di aver raggiunto una situazione di maggiore equità. Per prevenire ulteriori rovine ai beni culturali, l’Italia si è fatta promotrice di una Task Force dei Caschi Blu, composta da carabinieri che hanno il compito di difendere beni culturali potenzialmente a rischio. Il Turismo Culturale rappresenta il 40% degli incassi annui turistici, eppure questo apporto di denaro è molto difficile da gestire, soprattutto perché non sono destinati a coprire i locali, bensì le strutture dedicate ai turisti, come porti, aeroporti o campi da golf, ad uso esclusivo di chi è turista e non di chi abita quell’area. In cambio ci sono compensazioni, ovvio, ma non necessarie a coprire i costi di mantenimento di un’industria così pesante, nonché ambientalmente e culturalmente insostenibile. Le risorse locali vengono sfruttate e arricchiscono per lo più società e compagnie straniere; per di più, villaggi locali vengono spostati al fine di consentire a pieno gli scavi in aree archeologiche. Si può parlare di cultura e patrimonio europei a partire dal Trattato di Maastricht del 1992: la democrazia era la forma di governo e il rispetto dei diritti umani il principio universale. Il patrimonio è stato ripescato come arma di fronte alle crisi migratorie e al flusso di rifugiati per garantire dialogo e inclusione sociale. Questo patrimonio descrive l’europeicità , ossia le caratteristiche comuni agli stati europei che possano definire le caratteristiche patrimoniali; viene istituito nel 2011 anche l ’EHL , ossia l’ European Heritage Label , che riassume i siti, i documenti e i monumenti considerati tappe fondamentali della storia europea - oggi è presente una cinquantina di siti (tra cui la casa di De Gasperi o l’Acropoli di Atene, ma anche siti negativi come i campi di concentramento e di prigionia nazisti e stalinisti). Successivamente, nel 2007 venne istituita la Casa Europea della Storia (HEH) che raccontava le gesta belliche europee, non soltanto dei singoli paesi, bensì una storia comune, propria di tutti quanti: la sua genesi può essere individuata nell’Illuminismo, per poi dirigersi verso la storia coloniale, i migranti, il razzismo, le guerre, sino ad arrivare alle dinamiche sociali odierne. E’ raggruppata in sei sezioni e venne inaugurata a Bruxelles nel 2017. Il processo di decolonizzazione trova un buon seguito grazie alla nascita dei postcolonial studies a partire dagli anni ‘70. L’opera canone di questi studi è Orientalism di Said. Inizialmente includevano soltanto l’ambito letterario, successivamente si sono estesi anche all’ambito delle scienze storiche e sociali: analizzano l’esperienza del colonialismo e come esso abbia influito sui colonizzati e sui colonizzatori; in più, si cerca di capire quale impatto abbia avuto da un punto di vista economico, culturale, legislativo, educativo, sociale, nelle

Francesi; alla Grecia andarono Rodi e il Dodecaneso, mentre in Etiopia a partire dal 1941 venne instaurata di nuovo la precedente monarchia. All’Italia rimase l’amministrazione fiduciaria della Somalia che si protrasse fino al 1960 , anno in cui ben 17 Paesi africani ottennero l'indipendenza. Si riconfermò la figura dell’ italiani brava gente , in quanto oltre ai disastri provocati dal regime vennero apportati anche dei miglioramenti, con effetti di modernizzazione. I siti archeologici rimasero in mano agli archeologi italiani, tuttavia nel 1969 si assiste alla Rivoluzione di Settembre e all’entrata in scena di Muammar Gheddafi al potere. Tutto fu ribaltato: vennero nazionalizzati i giacimenti petroliferi, le proprietà straniere espropriate e la colonia italiana a Tripoli scacciata. Poi, nel 2011 , l’avvento delle Primavere Arabe ha sospeso le ricerche archeologiche sul campo, riprese poi negli anni successivi. Alcuni siti vennero resi ostaggi da parte delle milizie, soprattutto nelle aree meridionali; tuttavia, gli archeologi e funzionari libici si spesero enormemente affinché i beni patrimoniali non venissero distrutti o danneggiati, celebrati così dai colleghi occidentali. Ci fu un episodio legato alla resistenza dei guerriglieri etiopi particolarmente significativa: infatti, i soldati italiani assediarono una grotta contenente circa 800 persone tra uomini, donne e bambini; erano per lo più guerriglieri con le rispettive famiglie che si opponevano al regime e che si erano rifugiati in questa grotta per cercare di mettersi in salvo. Furono sterminati tutti, tra lanciafiamme e gas tossici, dall’esercito italiano; il numero di donne presenti testimonia l’importanza della loro posizione e della loro presenza nella resistenza all’occupazione coloniale. Il Patrimonio lasciato in eredità a questi Stati non è visto come un privilegio, bensì come la testimonianza di un passato da dimenticare. Nel 2021 , Mario Draghi stringe un’alleanza diplomatica con il leader libico Dbeibah , trattando anche problematiche quali i flussi migratori verso le coste italiane; tuttavia, viene data la possibilità a ditte italiane di ricostruire una vecchia litoranea che congiungeva la Tunisia all’Egitto, passando per il territorio libico. Questa autostrada prenderà il nome di Autostrada dell’Amicizia e sostituirà la vecchia Balbia. Dopo la fine del conflitto, anche l’Italia dovette restituire il Patrimonio portato in patria appartenente ad altri stati e alle colonie: è stato un processo complesso e ritardatario, non sempre lineare. Erano presenti beni libici, albanesi etc: tra questi, la Venere di Cirene e la Venere del II secolo DC , richiesta dal governo libico e recuperata a Berlino, per poi essere restituita; successivamente, nel 2000 , Gheddafi richiese anche la seconda, che tornò in Libia solamente nel 2008 , accompagnata dal premier Berlusconi. Nello stesso anno, tra l’altro, venne pubblicato un Trattato (di Bengasi) in cui l’Italia ammise ufficialmente le violenze e i danni provocati ai tempi dell’occupazione coloniale. La Destra italiana denunciò il disprezzo libico, ed essendo un’opera di origine classica, sostennero apertamente che la Libia non sarebbe stata in grado di curare la Venere e in genere i beni classici: anche in questo caso, riaffiorano quegli elementi di discriminazione. Anche l’ Obelisco di Axum tornò nella patria abissina, però soltanto nel 2005 , dopo 70 anni dalla sua sottrazione; oltre a ciò, venne richiesto anche il Leone di Giuda , riconsegnato nel 1969. L’Italia vive tuttora con chiari segni della presenza fascista negli scorsi decenni, caratteristiche che possono essere individuate specialmente nell’architettura di cui, tuttavia, nessuno si cura: per questa ragione, l’Italia era stata accreditata come l’ Uomo Malato d’Europa. Diversamente, a Bolzano è stato revisionato un arco fascista e sostituita la frase “ credere, obbedire, combattere ” con “ nessuno ha il diritto di obbedire ” di Hannah Arendt.

UN PASSATO CHE NON PASSA

L’attenzione mondiale, oramai, si è spostata dall’Atlantico al Pacifico: l’Europa, se non altro, sta diventando un territorio da colonizzare. Non è così raro, basti pensare all’Italia, che sta fungendo da laboratorio tra gli usi culturali del patrimonio e quelli economici, a discapito delle fasce più deboli delle comunità locali, ovviamente.