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Devianze e Conflitti 2020, Sintesi del corso di Sociologia della devianza

In questo file è stato riassunto in maniera precisa e completa l'intero libro "Immigrazione e criminalità" di Ferraris e sono stati integrati gli appunti fondamentali su cui la professoressa si è soffermata.

Tipologia: Sintesi del corso

2020/2021

In vendita dal 08/01/2021

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DEVIANZE E CONFLITTI!
Vianello Francesca"
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Scarica Devianze e Conflitti 2020 e più Sintesi del corso in PDF di Sociologia della devianza solo su Docsity!

DEVIANZE E CONFLITTI

Vianello Francesca

Che rapporto c’è tra immigrazione e criminalità? esiste veramente una criminalità degli stranieri? Ed è un’emergenza, come siamo portati a credere? c’è veramente quel rapporto che si pensa per cui gli immigrati sono portatori di atti criminali, commettono reati? Esiste la criminalità straniera o le forme della criminalità sono sempre le stesse? Che cosa ci dicono i dati? Ad esempio quando parliamo della selettività dei processi di criminalizzazione (funziona su gerarchie sociali ben definite) significa dire che a parità di denunce il numero di condanne cambia in maniera notevole—> prendiamo 100 uomini denunciati e 100 donne denunciate e vediamo che la percentuale dell’avvio del processo penale cambia notevolmente. La devianza è un fattore di trasformatore sociale ma anche di conservatore sociale, può essere “l’anticipazione di una morale a venire" (cit. Durkheim). Spesso il binomio immigrazione-criminalità è stato un catalizzatore di paure e ansie sociali. Sicuramente la migrazione ha portato con se nuovi fenomeni criminali ma la criminalità è solo uno degli aspetti del mutamento sociale che la migrazione ha provocato (altri ambiti possono essere scuola, sanità…) CAPITOLO 1—> LA LEGGE : TRA REGOLARIZZAZIONE E CRIMINALIZZAZIONE In questo capitolo si prende in considerazione le regole del gioco con le quali si devono confrontare i migranti quando arrivano in Italia. In particolare si affronta:

  • (^) un problema di classificazione
  • (^) la nascita della normativa
  • (^) dalla legge turco Napolitano alla Bossi Fini
  • (^) Dal 2002 al 2009: caos e irrigidimenti normativi
  • (^) Gli ultimi dieci anni: corti supreme ed emergenze profughi
  • (^) la frange assente: la riforma della cittadinanza LESSICO Ora proveremo a fare chiarezza su alcune categorie anche se poi nella realtà i confini non sono così definiti.
  • immigrato (vs. emigrato )= indica la condizione di chi si trova in un paese diverso da quello di origine perché vi si è trasferito per ragioni prevalentemente di studio o lavoro
  • straniero = indica il cittadino di un paese estero
  • extracomunitario = indica i cittadini non appartenenti all’Unione Europea. Questo termine è nato nel linguaggio burocratico e oggi porta con se un’accezione negativa (indica spesso soggetti marginali).
  • clandestino, irregolare, illegale : indica chi è entrato nel paese di destinazione violando la legge di ingresso. A livello giuridico “clandestino” non esiste come categoria, è un termine nato con una connotazione negativa che collega il migrante con la criminalità. —> Nel caso del migrante irregolare quindi si fa riferimento a una persona che è entrata nel paese senza un particolare controllo alla frontiera, oppure che è arrivata regolarmente ma a cui è scaduto il visto o il permesso di soggiorno. La popolazione straniera regolarmente (migranti regolari) residente in Italia supera le 5 milioni di persone. Si stima che circa altre 600.000 persone vivano senza documenti e senza diritti nelle nostre città. Il numero aumenta in seguito al decreto

RIFERIMENTI NORMATIVI ESSENZIALI

Si identificano gli albori della normativa italiana in materia di legislazione con la 943/1986. Prima non esisteva alcun testo legislativo dedicato, le uniche regole presenti si trovavano nel testo Unico di pubblica sicurezza.

  • (^) LEGGE 943/1986: viene emanata al fine di attuare in Italia la Convezione OIL (organizzazione internazionale del lavoro) sulle migrazioni in condizioni abusive e sulla promozione della parità di opportunità e di trattamento dei lavoratori migranti. Questa legge introduce un primo sistema di garanzia dei diritti dei lavoratori stranieri, nonché la possibilità di accedere a servizi sociali e sanitari. Queste garanzie sono fruibili da pochi…il sistema si rivela complesso.
  • (^) LEGGE 39/1990 (Legge Martelli): Riguarda norme urgenti in materia di asilo politico, ingresso e soggiorno dei cittadini extracomunitari e di regolarizzazione dei cittadini extracomunitari e apolidi già presenti. La legge anticipa di qualche mese l’adesione italiana agli accordi di Schengen del 1985. L’europeizzazione inizia a diventare elemento fondamentale sulla politica delle migrazioni. In questi anni non c’è una politica europea per quanto riguarda le migrazioni, c’è una politica europea per quello che riguarda il contrasto alle migrazione quindi l’espulsioni, le possibilità d’ingresso etc., con procedure precise ma non per ciò che riguarda l’ingresso e la regolarizzazione degli stranieri. Solo nel 2009 con il trattato di Lisbona l’immigrazione diviene politica comune dell’Unione Europea. La legge 39/1990 nasce dopo i primi episodi di intolleranza razziale (portano nel 1989 anche all’omicidio di Masslo, rifugiato sudamericano e sindacalista). La legge Martelli a inizio 1990 pone quelli che poi saranno i principi cardine della normativa Italia sulla migrazione:
    • Ci vuole un visto per entrare nel Paese, programmazione dei flussi d’ingresso, controlli alle frontiere, disciplina delle espulsioni quindi dell’allontanamento e disciplina dei ricongiungimenti familiari. Si comincia a capire che le persone che vengono qui chiamano anche i propri congiunti. Con questa legge a tutti gli stranieri presenti in Italia prima del 31 dicembre 1989, indipendentemente se avessero lavoro o meno si riconosce il permesso di soggiorno. Vengono in questo modo regolarizzati 220 mila persona presenti sul territorio che non avevano nessun titolo per restare sul nostro territorio. In questa occasione non si riconosce questo diritto solo a chi è condannato per specifici reati e coloro che sono visti come una minaccia alla sicurezza dello Stato, tutti gli altri vengono regolarizzati. Dal 1990 al 1995 ci sono diversi decreti leggi mai convertite in normative vere e proprie. Importante ricordare che il numero di migranti ed emigranti in Italia è praticamente lo stesso, solo a partire dagli anni 90 con la legge Martelli si inizia a pensare alla migrazione come fenomeno che interessa l’Italia come paese di arrivo.
  • (^) DECRETO LEGISLATIVO 489/1995, decreto Dini, modifica legge Martelli. Si tratta di un decreto flussi e si occupa dell’ingresso e soggiorno di cittadini di Paesi non appartenenti all’Unione Europea. Inaugura i decreti flussi (si prevede che ogni anno in

Italia possano entrare un tot di stranieri, con gli anni a questo si assocerà il fatto che queste persone devono collocarsi in un determinato ambito lavorativo come flusso colf, flusso badanti ecc.). Il decreto Dini inaugura i flussi di 25 mila ingressi e promuove una forma regolamentazione degli stranieri già presenti nel territorio, ne emergono altri 240mila (senza alcun titolo di presenza sul territorio italiano, la maggior parte sono impiegate in nero clandestinamente all’interno dell’economia italiana).Questo decreto viene continuamente proposto ma non diventa mai legge, infine decade.

  • (^) LEGGE 40/1998, LEGGE TURCO-NAPOLITANO: disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, si assiste ad un tentativo organico di ristrutturazione sistematica di tutta la legislazione che riguarda la migrazione. Questa riorganizzazione è necessaria all’Italia per poter rientrare nell’accordo Schengen perché l’accordo dice che per entrare in questa dimensione devono avere procedure formalizzate e regole ben definite sul tema della migrazione. Si tratta di un sistema riformativo a livello europeo che monitora le presenze degli stranieri e potenzia i sistemi di controllo alle frontiere dell’Europa. Ha costituito il primo tentativo di riforma organica delle normative rispetto alle migrazioni. Tra gli obiettivi principali:
  • Definizione precisa politica d’ingressi limitati e programmati.
  • Contrasto a immigrazione clandestina e sfruttamento criminale e dei flussi migratori.
  • Avvio politica integrazione per i nuovi immigrati e gli stranieri già presenti in Italia.
  • si porta a compimento il sistema dei visti di ingresso già introdotto dalla legge martelli
  • si stabilisce una regolamentazione degli ingressi per lavoro basata su quote annuali fissate all’interno del decreto flussi Con questa legge si raddoppia la durata del permesso di soggiorno al momento della scadenza e si disciplina la possibilità di accedere a una carta di soggiorno (permesso di soggiorno permanente rilasciato dopo 5 anni di soggiorno regolare) e del ricongiungimento familiare. Si aprono i centri di permanenza temporanea (CPT), in cui gli stranieri in attesa di espulsione possono essere trattenuti per circa 30 giorni, poi cambierà il nome in centri di identificazione ed espulsione. Vengono aumentate le pene per i reati di smuggling (contrabbando di stranieri clandestini) e trafficking (tratta degli esseri umani). Questa normativa è importante perché è l’ultima volta che assistiamo ad una legge sulle norme e condizioni dello straniero. Assistiamo ad un provvedimento di regolarizzazione e verso la fine degli anni 90 si supera il milione di migranti regolari sul territorio nazionale. L’ingresso per lavoro continua a basarsi sulla richiesta del datore di lavoro, di impiego di un lavoratore straniero, si parla di Job hunting: visto e permesso di soggiorno legato alla posizione lavorativa e quindi al possesso di un contratto di lavoro. Il mercato di lavoro aperto agli stranieri si dovrebbe realizzare non sul posto ma direttamente nel paese di origine, è un qualcosa di irrealistico perché immagina che il datore italiano vada all’estero a cercare il lavoratore straniero che necessita e lo inviti formalmente a venire in Italia. La maggior parte che avrà accesso a questa procedura sono stranieri già presenti in Italia. È la legge che per la prima volta si lega alla possibilità di entrare e rimanere legalmente sul nostro territorio se si è in possesso di un lavoro stabile. In realtà molte persone straniere pur lavorando non possedevano un contratto di lavoro. Nella concretezza succede che

questione dei richiedenti asilo provenenti dalla Turchia, Libia ed Egitto. Nel 2011 molti cittadini provenienti da questi paesi sono sbarcati sulle coste di Lampedusa, sono nate tensione tra Italia e UE sul fatto di considerare queste persone in arrivo come una questione europea e non solo italiana. Il presidente del consiglio ha emanato un decreto che stabilisce la concessione di un permesso di soggiorno per motivi umanitari della durata di 6 mesi a tutti questi cittadini giunti in Italia tra il 1 Gennaio e il 5 Aprile, atto che coincide con accordo con il governo tunisino riguardante il rimpatrio dei migranti tunisini arrivati in Italia successivamente all’emanazione del decreto. Per quanto riguarda i migranti provenienti dalla Libia viene stabilito un Piano migranti (piano di accoglienza) gestito tramite protezione e civile, questi migranti godono dello status di richiedente asilo. La riforma della cittadinanza: Le procedure di acquisizione della cittadinanza influenzano le reali possibilità di integrazione degli stranieri. In Italia la normativa in materia di cittadinanza fu firmata nel 1992 con la legge n. 91. In Italia prevale la cittadinanza ereditata dal genitore o da parenti di secondo grado che già la possiede, il criterio principale dell’acquisizione è quello dello ius sanguinis. Sono limitate le possibilità per uno straniero di divenire cittadino italiano, vi sono tre situazioni principali:

  1. Nascita in Italia e residenza continuativa senza interruzioni fino ai 18 anni (concezione a discrezione autorità).
  2. Matrimonio con cittadino italiano unito alla comune residenza per almeno due anni (acquisto cittadinanza automatico).
  3. Residenza in Italia per almeno 10 anni (concezione a discrezione autorità). (Solo nel caso del matrimonio l’acquisto è automatico) La legislazione attraversa quindi 3 fasi:
  • 1° fase: anni ’70/80—> lo straniero esiste solo in qualità di lavoratore e ha un’ampia possibilità di movimento (non è limitato nel suo ingresso in Italia e il suo spostarsi negli Stati). Prima del 1914 non vi erano permessi, autorizzazioni, ne necessità di passaporti, non vi erano visti o carte da compilare. È il periodo del funzionalismo economico, straniero funzionale all’esigenze economiche del paese d’arrivo. Si pensava che lo straniero poi tornasse a casa senza stabilirsi nel paese d’arrivo.
  • (^) 2° fase: anni ’90 (periodo dell’europeizzazione)—> lo straniero non è solo lavoratore, si afferma la figura del residente straniero anche cittadino che vive nel paese di immigrazione. Si capisce che molti migranti non hanno intenzione di tornare a casa, soprattutto se intrigati in ambito lavorativo. In queste due fasi non vi è ostilità nei confronti degli stranieri ed è un periodo in cui vengono fatte diverse sanatorie (la sanatoria si fa nel momento in cui c’è un problema che si vuole risolvere).
  • (^) 3° fase: metà degli anni ’90 in poi—> si arriva a una progressiva precarizzazione della stabilità del soggiorno e a maggiori restrizioni dei migranti (bilanciata dall’allargamento dell’Unione europea e dalle direttive europee). Periodo di recessione

economica (legge, economia e politica ed i fenomeni ad essa legati). Pericolo come minaccia della migrazione. Si tratta di un inizio di restringimento nella concessione dei permessi di ingresso e nel rinnovo dei permessi di soggiorno, vi sono normative più rigide e strette, inoltre sono ridotte le possibilità di ingresso e permanenza. Nel 1998 la legge 40 Turco-Napolitano definisce un cambiamento importante nella modalità di gestione del fenomeno migratorio. È il primo sistema organico di misure di contrasto all’immigrazione clandestina. Siamo ancora però in una fase in cui accanto a queste leggi ci sono misure normative che invece continuano a riferirsi alle politiche di soggiorno e all’accoglienza dei migranti. Questo cambierà progressivamente mano a mano che ci avviciniamo al 2000/2002, si sviluppano e diffondono normative (politiche) che riguardano il contrasto della migrazione clandestina, prima residuali cioè all’interno di testi che si occupano delle migrazioni c’è qualche articolo che si occupa di politiche di contrasto, poi sempre di più (2000 legge Bossi-Fini) queste restrizioni diventano nucleo centrale che si occupa di migrazione. Proprio in questi anni che la politica si sposta dall’integrazione al controllo e all’impedimento, si genera un collegamento tra migrazione e criminalità e gli stranieri sembrano divenire il target delle agenzie sociali (polizia, comitato di quartiere, ronde). CAPITOLO 2—> LA CRIMINALITA’: I DATI STATISTICI E IL LORO SIGNIFICATO I DATI STATISTICI E IL LORO SIGNIFICATO È importante capire in che termini le statistiche ci possono aiutare o meno nella comprensione della criminalità degli stranieri. Non esistono delle statistiche sulla devianza/criminalità degli stranieri, la devianza per poter essere socialmente visibile, quindi per esistere, deve essere registrata. La differenza tra devianza e criminalità sta nel fatto che, entrambe sono infrazioni alla norma ma la devianza è un’infrazione alla norma sociale, quindi non è detto che venga registrata in qualche modo, la criminalità viene registrata per forza perché è l’infrazione a una norma legale. Per quanto riguarda la devianza in generale non abbiamo statistiche, possiamo avere delle stime e fonti qualitative più che quantitative, della criminalità abbiamo numerosi dati statistici. Esistono statistiche sulla criminalità all’interno delle quali una delle variabili che viene considerata è quella di non avere la cittadinanza italiana (essere stranieri). In Italia le principali statistiche legate al tema della criminalità sono 5:

  1. Statistiche penitenziarie: sono raccolte dalla amministrazione penitenziaria. Riguardano i detenuti e le persone sottoposte a misure alternative alla detenzione; Ci forniscono informazioni su alcuni aspetti organizzativi del carcere e sui suoi ospiti, quindi sui movimenti della popolazione detenuta, sui dati sull’esecuzione penale esterna (chi va in misure alternative) e sui dati sulle strutture. In Italia ci sono due tipologie di carcere:

- Gli istituti circondariali, in cui si trovano gli imputati prima di essere processati (rischio di fuga, d’inquinamento prove, di continuare a portare avanti i propri traffici), in

dalla polizia di stato; inoltre registra non unicamente i reati ma anche ogni fatto di cui le forze dell’ordine sono venute a conoscenza (suicidi, rinvenimenti, scomparse)—> si parla infatti di “fatto SDI”. Le statistiche sulla criminalità vengono trasmesse trimestralmente dall’ISTAT. Queste statistiche indicano la criminalità ufficiale o criminalità legale. Come è noto una parte dei reati commessi rimane sconosciuta per varie ragioni. Per far luce sul “numero oscuro” si sono sviluppate negli anni due tecniche di indagine (inchieste di vittimizzazione e indagini di autoconfessione). La statistica sulla criminalità comprende i dati su cui si costituisce il funzionamento del sistema penale.

  • inchieste di vittimizzazione: invito alle persone a rivelare i casi in cui sono state vittime di reato, effettuate periodicamente dall’ISTAT con sondaggio demoscopico, si cerca di sondare la percezione dei cittadini sulla sicurezza, la percentuale e le caratteristiche delle vittime e le circostanze in cui i reati si sono verificati
  • Indagini di autoconfessione, questo strumento consiste ad invitare le persone a rivelare, in forma anonima, la commissione di reati. Pertanto è necessario sottolineare che le statistiche ufficiali non possono essere una misurazione esaustiva di tutti i reati commessi in quanto buona parte di essi non vi sono registrati. Le prime tre statistiche citate sono utili per analizzare diversi aspetti del funzionamento della giustizia penale e dell’esecuzione della pena MA non forniscono info utili per descrivere la criminalità il suo andamento, come invece fanno le ultime due. Le statistiche ufficiali sono uno strumento utile per alcuni dati di contesto ma devono essere integrate e approfondite con alcune informazioni di carattere qualitativo. In merito all’interpretazione dei dati sulla criminalità ci sono due tipologie di approcci:
  1. Approccio realista: ritiene le statistiche ufficiali un indicatore efficace per misurare la criminalità. Questa prospettiva si interessa del reatini quanto definito tale dalla legge e si interroga sul numero oscuro.
  2. Approccio costruzionista: dice che le statistiche non registrano la realtà del fenomeno criminale, ma riflettono i processi organizzativi delle istituzioni che producono i dati. Le statistiche registrano quindi le attività dei tribunali, le attività delle forze di polizia, le attività investigative, le attività di controllo e dei pattugliamenti ma non il fenomeno criminale in se, quindi questo risulta essere il risultato di queste attività, una costruzione sociale alla quale concorrono diverse istituzioni. Questo approccio afferma che il dato statistico è il risultato di decisioni molto complesse ad opera delle autorità del controllo, che spesso sono indipendenti dall’andamento o evoluzione dei reati di cui si occupano. Questo lo diceva anche Robert Merton che chiamava il dato statistico “dato di ragioneria sociale”dicendo che raramente questi dati possono essere d’interesse per la ricerca sui comportamenti criminali. Ci sono dei limiti evidenti relativi alla quantificazione e qualificazione del rapporto tra reati denunciati e non denunciati ma anche riguardo all’efficacia dell’azione delle forze dell’ordine e della magistratura. Le statistiche però possono essere di ausilio nella misurazione della criminalità quando si conducono analisi longitudinali sull’andamento dei

crimini—> le statistiche non potranno mai dire il numero esatto di reati ma potranno dare indicazioni sul suo andamento verificando che non ci siano state modifiche nella modalità di rilevazione del dato e tenendo conto di eventuali modifiche legislative. Quando ci si accinge a descrivere la criminalità degli stranieri con le statistiche ufficiali si incontrano degli ostacoli:

  • (^) la scelta della statistica più attendibile
  • (^) il problema degli autori noti
  • (^) scelta degli indicatori per rappresentare la criminalità CAPITOLO 3: UNA CRIMINALITA’ STRANIERA Illustrare le spiegazioni teoriche dei comportamenti criminali degli stranieri è un’impresa particolarmente ardua perché la sola cosa che accomuna gli stranieri è la situazione giuridica che li definisce (non si può parlare perciò di una criminalità specifica degli stranieri). Tutte gli studi sulla criminalità legata alla razza (elementi culturali o caratteristiche biologiche), non hanno alcun riscontro scientifico. Di fatto gli stranieri non sono un gruppo diverso dagli autoctoni. Gli stranieri sono autori di reati molto diversi tra loro, si trovano in condizioni diverse tra loro ma le ragioni per le quali compiono questi reati non possono essere ricondotti a un unica spiegazione. Va sottolineato però che quando di parla di criminalità straniera, si fa quasi esclusivo riferimento agli street crimes che si realizzano nei luoghi pubblici (=criminalità stradale: reati predatori come furti e rapine, prostituzione e spaccio). E sono proprio questi comportamenti criminali a ricevere attenzione mediatica—> i media riportano sempre la provenienza nazionale quando l’autore è straniero nonostante questa informazione non sia quasi mai sufficiente per spiegare i comportamenti criminali. Non esistono teorie specifiche sulla criminalità specifica straniera, ma teorie che più di altre si prestano a spiegare il comportamento criminale o la maggior visibilità del comportamento illegale sulla scena pubblica degli stranieri, ovvero:
  1. Teoria ecologica (lo spazio) → riconducibile agli studiosi della scuola di Chicago, si si sviluppa nel periodo tra le due guerre mondiali in un momento storico caratterizzato da cambiamenti epocali: urbanizzazione, industrializzazione, grande depressione, forte migrazione verso i nuovi centri urbani- Chicago nello specifico). Con questo approccio si analizza come si trasformano le città, in particolare Chicago, dal punto di vista dell’ordine sociale, delle devianze e delle criminalità a seguito delle migrazioni. 4 sono i punti cardine:
    • Metafora ambientale : si definisce “teoria ecologica" perché i rapporti tra le persone e l’ambiente circostante vengono studiati in modo simile a quello con cui si studia l’interdipendenza tra la specie vegetali ed animali e il territorio.

una prospettiva di prevenzione della disorganizzazione sociale: secondo loro delle politiche sociali adeguate possono contenere le problematiche analizzate e descritte. Si può quindi costruire un progetto, loro fanno il “Chicago project”: primo progetto di prevenzione sociale. I contributi empirici riferiti a questa teoria sono quelli che riguardano la ghettizzazione, la segregazione spaziale (ricerche negli Stati uniti sulla segregazione e la razzializzazione degli spazi) e le banlieu francesi. In Francia: Vi sono persone di II° generazione che hanno cittadinanza francese ma di fatto subiscono discriminazione rispetto ai cittadini francesi. Queste ricerche sono collegate agli attacchi a Parigi, vi è suddivisione territoriale per quanto riguarda le seconde generazione dei migrati che abitano la periferia di Parigi In Italia: è stata fatta una ricerca nel ghetto di Via Anelli (ricerca sulla ghettizzazione) con cui si mette in luce i processi e le relazioni tra la città e le forme che essa assume, come la città fisica riproduce la diversità/differenziazione delle opportunità che gli abitanti delle diverse aree si ritrovano a poter usufruire. Questa area è sempre stata descritta come molto problematica e pericolosa e fonte di insicurezza in quanto centro principale di spaccio di tutto il Nord Est. Zona abitata per lo più da migranti, soprattutto senza permesso di soggiorno, in parte impiegati in spaccio o fenomeni illegali. Di solito, il ghetto mette insieme persone straniere della stessa cultura (omogeneità culturale abitanti), qui invece c’è un mix di persone con riferimenti culturali e provenienze molto diverse. E’ uno spazio controllato delle forze dell’ordine (questura di fronte all’entrata) ma solo dall’esterno, non dall’interno, perché queste non entrano in questo complesso. Gli articoli di giornale hanno trattato spesso questa zona senza mai intervistare coloro che abitavano all’interno della zona. È stata una ricerca etnografica durata quasi 2 anni, condotta da 5/ persone e altre figure che hanno contribuito come testimoni privilegiati, persone che vivevano li o nei dintorni e riferimenti interni (ragazzi molto giovani). Un capitolo della ricerca si basa su “Via Anelli come risorsa, non solo come problema”, una realtà al di fuori appariva disorganizzata ma in realtà era utile sotto tre aspetti per gli stranieri:

  • Per il fatto di sapere che c’è un posto offre loro un letto in cui dormire e permette di rimanere temporaneamente quando arrivano senza legami, conoscenza e risorse. Gli studiosi distinguono il ghetto tra: ghetto funzionale (utili, risorse, ghetti che un tempo funzionavano bene, perché c’era possibilità di inserimento veloce nel mondo del lavoro) e ghetto strutturale (quando non si riesce più ad uscire poiché a causa della crisi l’insediamento provvisorio diventa statico/definitivo).
  • (^) La questione della socialità. Vivere lo spazio pubblico, persone abituate a stare insieme (per i migranti questo non è facile solitamente). Per noi italiani lo spazio pubblico è spesso legato al consumo (bar, cinema, ecc.).
  • (^) Risorsa per l’accesso ai servizi, zona che aveva attratto volontari, preti, attivismo e anche un pediatra che si era messo a disposizione gratuita. Persone che offrivano informazione come quelle per ottenere i permessi di soggiorno ecc. Attraverso queste ricerche si cerca di capire le relazioni tra l’interdipendenza tra lo spazio e i fenomeni che si sviluppano all’interno di queste aree.

La teoria ecologia comprende anche l’aspetto legato all’organizzare lo spazio urbano in modo da prevenire i fenomeni devianti: prevenzione situazionale, caratteristiche della dimensione pubblica che possono attraverso una politica concorre alla prevenzione del crimine. Esempio: figura degli spazi pubblici in determinati orari, i giardini pubblici si chiudono a una certa ora, alcune aree della città sono maggiormente controllate, panchine divise per far sì che non ci si possa stendere. Ognuno di noi sceglie della città in che zona stare e attraverso queste strade parallele tende a proteggersi dal diverso, ci sono zone ad altissima omogeneità esterna (ci separiamo da chi non è come noi). Si cerca con il melting pot di creare situazioni in cui ci si trova tra persone anche diverse, sono situazione che vengono promosse e devono essere sostenute. Questi discorsi su come si vive la città si collegano alla sociologia urbana: sociologia che prende la città come riferimento ma interseca diversi tipi di sociologia, si può parlare di controllo sociale, di famiglia, di spazio pubblico, ecc.

  1. Teoria della frustrazione strutturale: teoria della distanza tra mete culturali universalmente condivise e risorse a disposizione per raggiungere quelle mete (le opportunità): detta anche funzionalismo critico di Merton (della tensione strutturale), sviluppata negli Stati Uniti tra anni ’30-‘40 in una società sconvolta dalla Grande depressione e influenzata dal programma riformatore del New Deal, ma anche dallo sviluppo del funzionalismo di Parsons. Il termine devianza, che non indica una semplice deviazione ma ha in sé un’accezione negativa, nasce nel 1951 con l’opera di Parsons “Il sistema sociale” che ha sviluppato il funzionalismo, cioè un approccio teorico che vede la società impegnata a mantenere un equilibrio integrando tutti i membri intorno a valori e norme comuni e condivise (funzionalismo è una teoria sociologica che si richiama ad una metafora ecologica, rapporto sistema ed ambiente e ha come fine quello dell’equilibrio sociale). La devianza viene vista come un elemento che turba una situazione d’ordine e il deviante è colui che non ha interiorizzato le norme e i valori della società. Se si pensa al fenomeno migratorio, è evidente come esso sia un elemento potenzialmente in grado di perturbare l’ordine sociale. Merton, allievo di Parsons, ritiene che la devianza non sia una caratteristica individuale ma il prodotto dell’influenza delle strutture sociali sui singoli. Egli osserva che la società (americana) impone ai suoi membri il raggiungimento di mete culturali definite e strutturate SENZA però garantire pari opportunità di accesso ai mezzi istituzionalmente considerati legittimi per raggiungere quelli obiettivi. Inoltre aggiunge degli aspetti interessanti alla teoria del funzionalismo che vengono utilizzati spesso per analizzare la relazione tra migrazione e criminalità—> critica il principio di stabilità della teoria funzionalista: per lui molto spesso la devianza è il risultato di un’incongruenza tra i valori e le mete sociali condivise e le opportunità che i soggetti hanno a disposizione per raggiungere quelle mete. La società in cui vive Merton ha come obiettivi quello della ricchezza e del successo ma non tutti hanno a disposizione delle modalità legali per arrivare ad avere ricchezza e successo. Con questo discorso si introduce il tema della diseguaglianza sociale: spesso non sono gli obiettivi e le finalità dei soggetti ad essere devianti, sono i modelli di adattamento nel tentativo di perseguirli che sono diversi a
  1. Teorie sub-culturali (le generazioni). Si sviluppano tra anni 50/60 negli Stati Uniti, periodo in cui delinquenza giovanile di gruppo era molto diffusa. Due sono le principali teorie della subcultura: 5a) Subcultura della delinquenza giovanile di Cohen. Spiega come e per quali ragioni nasce una subcultura. Osserva che comportamenti devianti giovani maschi delle classi inferiori sono collettivi, caratterizzati da un contenuto di prevaricazione e di volontà di distruzione e dalla mancanza di fine pratico. Questi adattamenti nascono dall’ impossibilità per questi giovani di raggiungere le mete proposte dalla classe media dominante. I giovani si spingono a cercare altre mete, valori ed obiettivi il cui raggiungimento sia per loro accessibile. 5b) Teoria delle opportunità differenziali di Cloward e Ohlin si basa sulle diverse forme della subcultura e sulle condizioni che ne determinano lo sviluppo. Osservano che le classi medie non solo non sono raggiungibili da tutti perché ognuno ha opportunità diverse in base alla classe sociale e alla condizione economica, ma anche le opportunità illegittime sono differenziate. Non tutti hanno eguali opportunità di affermarsi come criminali. Laddove maggiore è la disgregazione sociale si sviluppano bande conflittuali. Ci sono anche coloro che non raccolgono le opportunità ne della subcultura ne della cultura dominante e arrivano alla subcultura astensionista, basata sull’abbandono dell’impegno a perseguire determinate mete (quella tipica dei comportamenti/rifugio nelle dipendenze da droghe). Un contributo pratico di questa teoria si ha nella criminalità degli zingari: è errato vedere in questa cultura un favorimento alla criminalità. L’autrice Calabrò affronta la criminalità di alcuni gruppi di zingari a Milano e definisce le principali strategie di vita e sopravvivenza messe da loro in atto: chi sceglie compromesso della cittadinanza perseguendo la strada della legalità (rischio discriminazione quotidiana), chi scegli il percorso di emarginazione e progressiva perdita d’ identità (che porta a criminalità o povertà). Palmas si occupa invece delle baby gangs latinoamericane e della cultura della strada. La sua ricerca empirica svolta in Italia ha evidenziato come l’appartenenza ad un gruppo è elemento importante per il riconoscimento e l’affermazione di status, che viene negato fuori da esso.
  2. Teoria dell’etichettamento e del conflitto (il controllo) sono due approcci teorici che si sviluppano negli Stati Uniti negli anni ’60 e ’70 in un periodo storico di grande fermento, e che si dichiarano critici verso la società e il suo funzionamento. Questi studiosi iniziano ad osservare non più i criminali che venivano arrestati ma coloro che li arrestavano. Entrambi gli approcci sono diversi e compositi e hanno dato il via a molteplici elaborazioni teoriche. Focalizzandosi sulla criminalità e sulla devianza straniera è di particolare attenzione il processo di criminalizzazione primaria.

6a) Teoria dell’etichettamento ( Becker e Lemert): Quando si etichetta una persona/ situazione, i soggetti che sono definiti in questo modo sono spinti a reinterpretare la realtà attraverso quelle etichette. Becker insieme a Lemert si rende conto che nella formulazione di una legge si creano dei gruppi di interesse che impongono il loro punto di vista volto all’approvazione della legge—> anche altri studiosi vedono nella legge un processo dialettico il cui risultato è dato dal prevalere di una determinata classe sociale. Lemert parla anche di devianza secondaria ovvero del comportamento del deviante a seguito della reazione sociale che ha riguardato i primi atti devianti da lui commessi (la devianza primaria)—-> per Lemert questa è frutto dell’interazione tra gli atti devianti o criminali commessi dalla persona e la reazione sociale. La devianza primaria infatti può essere anche episodica, quella secondaria no perché è il risultato di un’influenza reciproca tra il deviante e le agenzie di controllo sociale che porta la persona a considerare reale l’etichetta di deviante che gli è stata attribuita e quindi a ristrutturare la sua identità in funzione della definizione che gli è stata data. Quando interviene la legislazione, il diritto si va a cristallizzare l’etichetta (clandestino/criminale). Le regole giuridiche influenzano la realtà sociale e i movimenti delle popolazione tra stati nazionali. Il concetto di devianza secondaria è collegato al concetto di processi di criminalizzazione secondaria. 6b) Teoria del conflitto: nasce negli anni ’70, in un periodo in cui si combatte per i diritti civili (lotta alle discriminazioni razziali), il conflitto non è più visto come danno per la società, ma come una risorsa per il cambiamento sociale, per la promozione di un mondo migliore. Questo clima si riflette sulle categorie sociologiche, quelle che utilizziamo per interpretare la società. La devianza può assumere della accezione positive.

  • (^) Criminalizzazione primaria : l'individuazione di azioni e comportamenti considerati come illeciti a cui è collegata una sanzione. In questa prospettiva diviene fondamentale lo studio della formulazione delle norme. Gli interrogativi sono: Che cosa è definito criminale? da chi?..
  • (^) Criminalizzazione secondaria : applicazione delle norme in maniera non oggettiva ma sempre con interessi da parte delle agenzie preposte al controllo al trattamento della devianza e criminalità. La criminalità quindi è uno status che si assegna attraverso due successivi processi di selezione: scegliere quali sono i beni da proteggere penalmente per la società(criminalizzazione primaria) e selezionare gli individui stigmatizzati tra tutti quelli che violano le norme (criminalizzazione secondaria). Nel passaggio dall’una all’altra il giudizio negativo passa dalle azioni devianti all’etichettamento della persona deviante perché avviene uno stigma (processo di stigmatizzazione) ovvero un processo sociale attraverso il quale si connota negativamente chi rivela segni di una differenza rispetto alla norma. Il risultato è l’esclusione dell’individuo stigmatizzato dalla piena accettazione sociale. Lo stigma rimane attaccato al soggetto e l’identità di quella persona si riduce a quella singola azione deviante, lo stigma è perciò un segno attorno al quale costruiamo un’identità. Tutti noi mettiamo in atto comportamenti devianti e tutti potremmo essere etichettati in modo deviante, tuttavia non è così: ci sono segreti che ci permettono di nascondere la

relative all’espulsione, al trattenimento e alle diverse forme di allontanamento. Le seconde riguardano coloro che vivono in un paese, ne disciplinano i diritti e regolano accessi ai servizi collegati.

  • Le politiche di integrazione sociale e di contrasto alla devianza si occupano di regolare l’accesso sul territorio, sono legate al controllo e al contenimento, all’inserimento sociale, occupazionale, culturale e politico. Sono politiche di tipo diverso dal punto di vista analitico, ma si trovano interconnesse. Il tema delle politiche migratore è piuttosto complesso e difficile da districare, risulta importante ricordare che queste politiche sono condizionate dalla legislazione poiché il ruolo delle leggi è fondamentale nella definizione delle regole pubbliche. Nelle politiche ci sono due dimensioni: Politics : politica in senso ampio; Policies : politiche concrete (politiche pubbliche), per esempio quelle dei comuni, enti locali (i primi referenti a partire dagli anni 90 della sicurezza sociale), regioni. Anche l’integrazione è un concetto difficile da definire, in via generale si intende come quel processo attraverso il quale gli immigrati diventano una parte accettata della società di accoglienza. —> Esiste un concetto di assimilazione: tutte le ricerche dimostrano che gli stranieri più istruiti si assimilano di più sul mercato del lavoro, si integrano più facilmente e sono meno criminali degli italiani. Ovviamente molto dipende da cosa qualifica uno straniero come integrato, accettato all’interno del paese di immigrazione, dagli ambiti che vengono presi in considerazione e dai livelli di realizzazione che ci si proporne che lo straniero raggiunga. Tra gli obiettivi delle politiche d’integrazione Zincone ne ha distinti tre:
  1. Impatto positivo sulla società ricevente
  2. Benessere degli stranieri
  3. Basso conflitto (interazione positiva tra stranieri di diversa provenienza e tra stranieri e autoctoni) Infine vi è l’idea che l’immigrazione abbia un impatto positivo sulla società di arrivo e concezione dell’immigrazione come una risorsa. Vi sono dei livelli di realizzazione dell’integrazione ai quali uno straniero può aspirare:
  4. Riconoscimento di diritti, funzioni politiche dedicate alla loro integrazione.
  5. Opportunità di condizioni reali, l’effettivo accesso ai diritti.
  6. Percezioni e identità, sentirsi accettati e veder riconosciute le proprie specificità. Questi tre elementi indicherebbero una buona integrazione sociale degli stranieri sul territorio. Il concetto di integrazione sociale comprende anche due indici, utilizzati nelle regioni italiane:
  7. Indice di inserimento culturale/sociale. Questo indice ha diversi indicatori tra cui quello di devianza (più questo è alto più si valutano negativamente le potenzialità di inserimento sociale di un territorio.
  8. Indice di inserimento occupazionale/istituzionale (lavoro). Alle tre fasi delle leggi, possiamo unire alcune delle politiche pubbliche:

Sempre Zincone si rende conto di come sia individuabile un’evoluzione nelle politiche dei paesi europei:

  • immigrazione come lavoro: neofunzionalismo economico. Immigrato come lavoratore, dal punto di vista della politica pubblica il migrante mantiene l’identità del paese di origine nella prospettiva di un rientro in patria. Si chiama neofunzionalismo economico perché il migrante che lavora è funzionale alla società in cui si inserisce e produce ricchezza per la società. Nella stessa fase possiamo inserire il multiculturalismo esclusivo (il rispetto dell’immigrato senza il bisogno di eccessiva integrazione perché ritornerà poi in patria).
  • immigrazione stabile:^ l’immigrazione non è più percepita come un fenomeno estemporaneo, c’è una progressiva necessità di riconoscere dei diritti. L’ immigrato residente, che inizia a pensare di vivere la propria vita nella società di arrivo. Si collega la progressiva necessita’ di riconoscere diritti agli stranieri che rimangono nel paese. Obiettivo: arrivare ad un omogeneità culturale tra autoctoni e stranieri (esempio in Francia) che comprende anche l’assimilazione (assimilazionismo inclusivo). Si vuole arrivare a dei valori comuni condivisi da tutti. In Inghilterra invece c’è il multiculturalismo inclusivo: riconoscimento delle culture inclusive, ma mantenimento della propria identità culturale: l’ Inghilterra riconosce le culture di origine degli immigrati ma li accoglie come parte della popolazione.
  • Oggi è importante anche il neofunzionalismo economico e securitario, secondo cui possono entrare solo coloro che sono funzionalmente utili alla società di arrivo, selezione all’ingresso e richiesta di una conformità dello straniero. Questi discorsi ci dicono che al centro del discorso sulle migrazione a partite dagli anni ’90 ma soprattutto negli ultimi anni, comincia ad esserci il discorso della criminalità e dell’insicurezza che le immigrazioni portano con sé. Secondo Baratta si potrebbe immaginare un continuum lungo due poli: le politiche ispirate all’idea della sicurezza della società di arrivo e dall’altra parte un’integrazione effettiva sul piano dell’accesso ai servizi. Vi sono quindi due modelli: A. Modello di sicurezza e tutela dei diritti di tutti , mira ad una diffusione e tutela dei diritti di tutti, sia degli autoctoni che degli stranieri. Prende atto del fallimento di alcune politiche di controllo e ricerca una nuova via fondata su politiche non repressive, di prevenzione dell’emarginazione sociale attraverso interventi di prevenzione sociale. B. Modello del diritto alla sicurezza. Prende come destinatario l’autoctono che deve difendersi rispetto alla minaccia. Nasce in seguito al crollo dello stato sociale ed è caratterizzato dalla volontà di neutralizzare i gruppi pericolosi mediante politiche “a tolleranza zero” che si preoccupano unicamente della tutela della sicurezza e dell’ordine pubblico tralasciando aspetti rieducativi della persona che commette atti devianti Modello di sicurezza e tutela dei diritti Modello del diritto alla sicurezza Inclusione sociale Esclusione sociale Sicurezza per tutti Sicurezza per le classi agiate