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Un'analisi approfondita dell'opera di carlo emilio gadda, focalizzandosi sull'influenza della sua esperienza di guerra sulla sua scrittura. Esplora la complessità della sua poetica, la sua visione della realtà come groviglio di relazioni e la sua rappresentazione del male. Vengono analizzati 'la meccanica', i suoi diari di guerra e i suoi saggi di poetica, evidenziando la connessione tra la sua vita e la sua opera. Utile per comprendere la complessità stilistica e tematica di gadda e il suo contributo alla letteratura italiana del novecento.
Tipologia: Dispense
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La famiglia di Gadda subì un disastro economico: il padre era un commerciante di seta che morì quando Gadda aveva solo quindici anni. Egli si voleva iscrivere alla facoltà di LeBere e Filosofia, ma la madre lo spinse a fare Ingegneria, in cui entrò nel 1913. Dopo due anni, si arruola come volontario e nella sua carriera militare diventa soBotenente di arJglieria. Parte per il fronte nel 1916 e partecipa alle baBaglie dall’Adamello. Partecipa alla riJrata dopo la disfaBa di CaporeBo, ma viene caBurato dagli austriaci e deportato a Rastadt, da cui uscirà dopo la pace tra l’Austria e l’Italia. Durante la prigionia scriverà anche un racconto, Passeggiata autunnale, che vede protagonisJ quaBro amici che si ritrovano a dover risolvere un caso di omicidio (un tema ricorrente). È anche il periodo in cui conosce Bonaventura Tecchi e Ugo BeU. Tornato a Milano, subisce il trauma della morte del fratello. Questo trauma non verrà mai superato perché Gadda vedeva il fratello Enrico come un punto di riferimento. Egli infaU porterà con sé il suo baule di guerra durante gli spostamenJ. Gadda inizia a scrivere durante il periodo della guerra; compila giornalmente un diario in cui parla del suo rapporto con la guerra e analizza se stesso e le sue paure. Questo diario è un vero e proprio esercizio di scriBura in cui si impegna con una scriBura ricercata. In tuBo vengono scriU sei quaderni, che resteranno inediJ fino al 1955, quando verranno pubblicaJ soBo il nome di Giornale di guerra e di prigionia. GarzanJ lo obbliga a pubblicare questo giornale perché nel secondo dopoguerra andava molto di moda la memorialisJca di guerra, ma lui era resJo a pubblicarlo in quanto spesso aveva criJcato i suoi compagni, il modo di conduzione della guerra, oppure degli sfoghi personali. InfaU, dopo la pubblicazione, molJ suoi ex-compagni o i loro parenJ sopravvissuJ, si lamentarono di quest’opera. Nel suo diario di guerra, ogni pagina era firmata. La firma di Gadda poteva essere “Gaddus” oppure “Duca di sant’Aquila”. Gaddus è una laJnizzazione, poiché voleva isJtuire una sorta di conJnuità con la storia anJca romana, trasportando la guerra del 1915 in una dimensione miJco-eroica. Il soprannome “Duca di sant’Aquila” si ricollega alla sua infanzia. Quando era piccolo e andava in vacanza nella villa di Longone, lui e i suoi fratelli avevano inventato un gioco di ruolo. IsJtuirono il ducato di sant’Aquila di cui Carlo Emilio era il duca. Il ducato si estendeva nel loro fruBeto e loro giocavano inscenando la storia di questo luogo. Gadda aveva persino inventato una storia araldica del ducato: il suo araldo era cosJtuito da un’aquila che portava tra le zampe dei libri e un pugnale (il sapere e la forza). Dopo la guerra conJnua gli studi come inge IL GIORNALE DI GUERRA: L’INTERVENTISMO DI GADDA L’intervenJsmo di Gadda nasce da un impulso personale. L’entusiasmo spinge Gadda e i suoi compagni a intervenire perché vedevano nella guerra una specie di conJnuazione del Risorgimento: si voleva eliminare l’influenza austriaca. MolJ giovani parteciparono e costoro venivano mandaJ nelle prime linee, sopraBuBo gli studenJ delle facoltà umanisJche, in quando coloro che studiavano Ingegneria o materie scienJfiche erano più uJli e non facilmente sosJtuibili. Alla base dell’intervenJsmo gaddiano non c’è un ideale poliJco, ma una concezione epico-cavalleresca della realtà che si rifleBe nella voglia di agire. Era una visione esteJca della guerra che veniva vista come manifestazione della forza dell’uomo che supera la propria miseria individuale e si sublima in una visione colleUva. Uno dei problemi che Gadda esamina nel Giornale, è il suo rapporto con il comando: lui chiama i soBoposJ “menJ primiJve”, ma non lo fa con disprezzo, semplicemente è una costatazione. I suoi compagni hanno bisogno di ordini precisi, non si abbandonano, come Gadda, alle elucubrazioni. L’abito criJco: è un osservatore razionale. Questo lo porta a pensare che non si possa mai affermare niente con certezza assoluta perché il dubbio è un elemento fondante. Gadda cova l’insofferenza per il narcisismo personalisJco, l’auto-adorazione. Costoro credono di essere in possesso delle certezze. La spietatezza dell’autoanalisi: l’agire viene considerato una medicina. Gadda vede come un difeBo il suo ragionare, quindi la partecipazione alla guerra viene vista come medicina. Gadda si rende conto che per trovare una connessione con i suoi subalterni deve abbassarsi ai loro livelli e adaBarsi all’ambiente. Troviamo anche molJ elogi al soldato italiano, ma anche molte criJche ai fifoni, oggeBo di massimo disprezzo per Gadda. La paura non trova comprensione in Gadda, anzi, gli causa disprezzo, rabbia e ira.
Gadda agisce per paura di non agire, e questo è un aBo di coraggio: uscire dal pantano di una condizione esistenziale insoddisfacente. La paura è invece dovuta alla conservazione di sé, dell’io. CriJca il narcisismo: “l’uomo deve essere uomo e non coniglio”. Egli nel parlare è violento e non si fa remore, nominando anche i cognomi di coloro che criJca. Inoltre, per Gadda la guerra non è solo quella fisica, ma anche quella psicologica contro il suo nemico interiore: una sensibilità morbosa che si eccita davanJ a ogni ostacolo. Lui si inquieta se nella sua postazione, quando piove, i baracchini sgocciolano perché è sintomo di caos e disordine. La loBa tra aspirazione all’ordine razionale e percezione del caos è un elemento primario. Anche nella guerra si rifleBe la sua propensione all’ordine, la voglia di costruire una realtà ordinata. La guerra contrappone il caos all’ordine: igiene del mondo. Il groviglio disordinato della realtà diventerà nodo centrale della riflessione gaddiana che si rifleBe nella scriBura. LA PRIGIONIA Nel 1917 dopo la roBa di CaporeBo, Gadda e il suo reparto cadono nelle mani dei soldaJ austriaci e deportaJ a Rastadt. Lì trascorre l’ulJmo anno di guerra ed entra in contaBo con i leBeraJ Ugo BeU e Bonaventura Tecchi, che lo indirizzeranno verso l’aUvità leBeraria. Durante la prigionia scrive il racconto Passeggiata autunnale, che vede protagonisJ quaBro amici che si ritrovano in una baita e, inaspeBatamente, dovranno risolvere un omicidio. Siamo agli albori della sua vocazione leBeraria, ma questo tema sarà ricorrente e importante per lui. Nel Giornale di guerra registra anche lo sconforto per questa sua vita da recluso e sono le pagine più drammaJche del diario in cui si registra lo sconforto e la sofferenza per non poter agire. Finiscono le speranze con la visione della patria sconfiBa, e si nega quell’aspirazione all’affermazione di sé che avviene tramite la guerra. Si traBa del colpo di grazia a quel militarismo serio e rivesJto da eroicità che aveva spinto Gadda ad arruolarsi. Tornato a casa, scopre la morte del fratello, che per lui un dio sceso in terra, un modello, e la sua morte fu estremamente drammatica, uno shock. Dopo la guerra riprende gli studi di ingegneria e li porta a termine molto brillantemente. Trova subito un lavoro in una ditta di produzione di impianti elettrici, e si ritrova a viaggiare in Italia e in Europa, finché non viene mandato in Argentina, dove rimarrà fino al 1922-1923. Nel 1924 inizia la sua carriera di scrittore poiché la casa editrice Mondadori istituisce un premio letterario destinato a uno scrittore esordiente per un romanzo inedito. Gadda coglie questa opportunità e quindi si impegna per scrivere un romanzo. Ha solo quattro mesi di tempo e in effetti non ci riuscirà: il suo progetto resta nel laboratorio e verrà riscoperto e pubblicato anni dopo, da Dante Isella. Il libro si intitola Racconto italiano di ignoto del 900. È un interesse contro corrente quello del romanzo. Siamo al culmine della crisi del romanzo come genere letterario apprezzabile dal punto di vista della letteratura alta: viene considerato soprattutto un genere di secondo piano, rivolto a un pubblico poco fine e destinato all'evasione. Non era adatto a descrivere la totalità dell'uomo. La biografia e il frammento erano generi di prosa più in voga. Entrava in crisi il romanzo nelle sue strutture tradizionali e nei suoi personaggi. Questo fu una della cause della difficoltà di Italo Svevo ad affermarsi. Nel 1923 pubblica La coscienza di Zeno, ma avrà notorietà solo nel 1925 grazie alla scoperta del suo romanzo in Francia per intercessione di James Joyce. Nel 1919 la tendenza letteraria è quella promossa da una rivista nata a Roma, La Ronda, che aveva come suo fondatore Vincenzo Cardarelli e che si faceva interprete di un ritorno all'ordine (dopo le avanguardie) e orientava la propria predilezione nell'ambito della prosa d'arte. Esemplata sul modello della tradizione letteraria rappresentata da Leopardi (operette morali). Si nega l'essenza del discorso romanzesco fatto di intrecci e si sostituisce una struttura saggistica e un intento morale estetico descrittivo. Nel Racconto italiano di ignoto troveremo riferimenti a Manzoni, Dostoevskij, Zola, Stendhal. RACCONTO ITALIANO DI IGNOTO DEL NOVECENTO È un testo particolare. Non è un vero e proprio romanzo, ma va considerato nella sua identità di quaderno di preparazione intorno a un possibile romanzo da scrivere. I quaderni che contengono questo testo sono definiti di “studi”. Non è un testo organico, ma disarticolato, composta da due piani fondamentali: da un lato un piano progettuale con una serie di note compositive su come costruire un romanzo; attraversa tutto il racconto in modo disorganico, senza una linea precisa. Sono osservazioni sparse a volte segnate dalla data in cui vengono scritte. Poi ci sono gli studi, i tentativi di composizione. Sono degli episodi che
male. Il disertore provoca la rovina dell’esercito e lo corrompe, provocando il male sociale. Il cattivo esercito infatti spegne l'entusiasmo dei buoni. Limita la possibilità dei buoni di agire in modo positivo. Commenta: è questa anche la mia tragedia. Gadda scrive attingendo dalle sue tragedie personali e pensando a temi filosofici ed etici Quindi il romanzo per lui non è evasione ma è impegno. Nel progetto del Racconto confluisce l’esperienza del vissuto di Gadda e il romanzo si fa carico di una rappresentazione finzionale che ha le proprie radici nel pensiero filosofico ed etico di base, ma anche nella tragedia personale dello stesso Gadda. Egli se ne rende conto, infatti dice che colui che deve farsi carico di questo concetto non deve essere come lui, poiché lui possiede delle caratteristiche caratteriali particolari che non sono influenzate dall’ambiente circostante, ma che gli appartengono. Poi dice che ambienterà il romanzo nel dopoguerra e che il protagonista sarà un giovane, maschio, volitivo, intelligentissimo. Dà la prima idea del personaggio: Grifonetto Lampugnani è un giovane architetto lombardo che ha degli aspetti caratteristici della vita di Gadda: è un giovane di fede fascista, la sua famiglia era ricca ma poi è caduta in miseria, ha un fratello che muore; è fiducioso nell'idea di patria e nel movimento della guerra per poi ritrovarsi nella suzzura e nel disordine della guerra. La sua vita è scandita da una serie di traumi che lo porteranno poi a un esito fatale. Finita la guerra, si ritrova in uno scontro tra fascisti e socialisti ed è costretto a fuggire perché accusato di omicidio. Quando poi tornerà in patria lì si consumerà la sua tragedia d'amore, con l'omicidio della donna, una giovane borghese, e il suo successivo suicidio. Questa storia è pensata come la rappresentazione del contrasto tra anima forte e volitiva con il contesto sociale. Quest'aspetto è poi approfondito da Gadda in una dimensione morale. Questo aspetto è alla radice dei grandi romanzi gaddiani. Il tema di fondo è il contrappunto, la compresenza, nella visione che Gadda ha del reale, di due concetti apparentemente distanti, ma per Gadda consustanziali: norma: legge, normale, nel senso di ciò che è tipico della legge in un contesto sociale abnorme: ciò che esce dalla legge, un fatto terribile quale può essere un delitto. Da una parte c’è il bene, dall'altra il male come negazione del dovere e del bene. Quello su cui Gadda insiste è che il male esiste in quanto esiste il bene, quindi non sono due elementi distinti ma consustanziali. Il tema fondamentale è dunque che anche i fatti terribili appartengono alla legge nonostante apparentemente siano ex lege. Gadda vuole esprimere questa verità filosofica: che nei fatti del reale rientrano anche i fatti immorali e terribili. Anche le azioni immorali fanno parte della realtà nella sua universalità non per un concetto di carattere deterministico, ma per l'idea della combinazione e della possibilità: la realtà è formata da una serie di relazioni combinatorie che possono rendere possibile ciò che è potenzialmente insito nella realtà stessa. Anticipa l'idea del Gadda maturo: la realtà come una rete di relazioni con molteplici combinatorie in cui gli elementi causativi (rapporti di causa ed effetto) sono molto complessi da risalire. L'abnorme è ciò che permette l'esistenza della norma. L’immoralità sussiste in quanto sussiste la moralità e viceversa. Gadda si rende conto che è un ragionamento che può sembrare oscuro, ma ogni legge ha le sue eccezioni. Questa è l'idea di base del romanzo, di cui poi Gadda ci dà notizie di un possibile intreccio. Ci sono delle note che fanno intendere la consapevolezza di Gadda dei meccanismi narrativi e delle tecniche narrative. Per esempio, la necessità di legare i personaggi in un intreccio e di organizzare la materia narrativa in un intreccio. L’intreccio che i romanzi sperimentali negano, per Gadda è importante, e riprende la tradizione ottocentesca del romanzo. L’intreccio deve rappresentare proprio l'aspetto di combinazione dei diversi elementi della realtà, di cui spesso si perde il senso unitario e globale. Non deve essere fantasioso ma rappresentare l'insieme delle combinazioni della realtà.
Un altro punto è con quale tecnica si deve condurre il romanzo. Qui Gadda distingue due tecniche: ab interiore: la rappresentazione dei fatti viene effettuata attraverso i personaggi ex interiore: la rappresentazione è in mano all'autore: l’autore conduce la rappresentazione. Sono due tecniche che possono essere usate in contemporanea, quindi si possono usare due punti di vista che convivono nel romanzo. Per Gadda è difficile decidere quale delle due strade percorrere in maniera evidente. La scelta del punto di vista, inoltre, comprende scelte di carattere stilistico e linguistico. Il problema sta anche nella discontinuità interiore di Gadda: da un lato di osservatore della realtà, dall’altro l’inclinazione al lirismo soggettivo. Loda Manzoni per la sua omogeneità di comportamento e di scrittura. Arriva poi a dire che il suo è un romanzo della pluralità dei personaggi, quindi c’è il problema di dover gestire i personaggi. Non mancano anche riflessioni sull’influenza che una scelta possa avere sul lettore. Nella tecnica ex interiore l’autore funge da mediatore con il lettore, quindi il rapporto tra autore e lettore è molto forte. L’intreccio romanzesco per Gadda corrisponde alla sua visione della realtà: complessa e cosJtuita da elemenJ che si legano tra di loro in relazioni ma che tendono all’unità e all’organicità. La vita stessa è composta da intrecci, da faU che si legano. Fin dal Racconto italiano del Novecento troviamo quindi delle espressioni che rimandano alla sua visione del mondo: la vita come groviglio ingarbugliato (tema ripreso da Manzoni). E in questo sistema di elemenJ connessi e interrelaJ, ciò che non è connesso rappresenta l’elemento erroneo, il male. A parJre da questa idea, Gadda arriverà a percepire come l’intreccio tradizionale del romanzo oBocentesco non sia più proponibile, perché la ricostruzione unitaria del reale è estremamente complessa da raggiungere e non è possibile dare una visione di insieme. Il problema della tecnica narraJva sJmola un contrasto tra il processo conosciJvo della realtà e l’aspeBo leBerario, rappresentaJvo. Da un lato la conoscenza, dall’altro il problema di dover rappresentare i vari gradi della conoscenza della realtà. Il problema del metodo ab interiore è che si hanno molJ punJ di vista e dunque risulta difficile avere una visione globale delle cose. Il ruolo di mediazione del narratore è quindi estremamente ridoBo. È svantaggioso dal punto di vista conosciJvo. Dice Gadda che non tuU i personaggi possono essere come Amleto, che è protagonista della storia ma ha anche conoscitore dei faU, in gradi di trarre dalla propria storia delle riflessioni di caraBere universale. D’altra parte, i limiJ conosciJvi possono anche essere propri dell’autore stesso. È difficile conciliare i due elemenJ all’interno del testo, dunque ne acceBa la disconJnuità. D’altra parte, un’altra caraBerisJca dello scriBore Gadda è l’incapacità di scegliere e selezionare ciò che gli si presenta davanJ. L’incapacità di scegliere gli aspeU della realtà da traBare e come traBarli. Questo si esprimerà anche nei saggi più tardi, in cui acceBerà questa sua fame di realtà lasciandosi andare, procedendo isJnJvamente a seconda delle varie esigenze. Gadda fa uso delle note: Note composiJve: riguardano la tecnica di racconto Note criJche: discute la temaJca del racconto Il Racconto oltre alle note criJche e composiJve, conJene anche degli spezzoni di racconto. Gadda comincia a scrivere delle parJ di romanzo che avrebbero dovuto dividersi in tre sinfonie, e parte dal finale. Sono però dei tentaJvi di scriBura che non vengono portaJ avanJ. L’inizio del romanzo, quello che doveva essere l’inizio del romanzo, è un brano di descrizione lirico-paesaggisJca che verrà poi uJlizzato come racconto e inserito in una raccolta. Per il resto, tuBo quel materiale resta non pubblicato. MEDITAZIONE MILANESE: LA CONOSCENZA DELLA REALTA’ Nel fraBempo, Gadda sta lavorando come ingegnere e si iscrive all’università di Filosofia a Milano. In pochi anni dà tuU gli esami, ma la sua tesi non verrà mai discussa. L’argomento erano i saggi di Leibniz e rifleBe il suo interesse gnoseologico. Il Jtolo era “Teoria della conoscenza”. La tesi avrebbe dovuto trasformarsi in un saggio, a cui Gadda dà il Jtolo di “Meditazione milanese”. Composto tra maggio e agosto 1928, è il culmine di un’intensa aUvità speculaJva in preparazione per il suo futuro da scriBore. Viene pubblicato nel 1974 ed è un lungo saggio non chiuso definiJvamente e impostato sul metodo di discussione galileiano: si finge un dialogo tra un filosofo e un alter ego criJco (che pone domande e discute ciò che il filosofo espone).
Nella Meditazione si affronta anche una quesJone eJca, affrontata anche nel Racconto italiano del Novecento. Gadda traBa anche il rapporto tra il bene e il male, la loro consustanzialità nella realtà, che si esprime nella metafora del disertore. Gadda individua due Jpi di bene: fisiologico: il buon funzionamento di un sistema N in base alle sue caraBerisJche (il corpo in salute). Si può trasportare questa idea all’idea di Stato. Un permanere della buona salute di un soggeBo. eleUvo: è un bene superiore. Il sistema viene rappresentato con N+1. Si aggiunge a un sistema staJco un bene in più (il diventare padre). Si superano i confini dell’ego e si aggiunge una qualifica superiore all’individuo. Essere un buon soldato è N+ Esistono anche due Jpi di male: fisiologico: venire meno allo stato di salute è un male eleUvo: avviene per omissione o regressione. È una rinuncia a progredire, fissando tuBa la propria esistenza nell’io. Quando N+1 ritorna a N, o quando si contravviene al proprio dovere e N diventa N-1: si regredisce ulteriormente. L’esempio del disertore rappresenta una regressione nel male perché il rifiuto del proprio dovere comporta un danno nel sistema globale. Il disertore è spinto dalla conservazione di sé: l’io assume una dimensione spropositata. Il problema dell’ego si ritrova anche nella degenerazione del bene: alcuni individui si ammalano per il troppo fare. Bisogna trovare un equilibrio. SopraBuBo nei due romanzi l’aspeBo della consustanzialità del male e del bene sarà fondamentale. Un esempio di male eleUvo per omissione è la figura dell’imboscato: Gadda costruisce un romanzo, La Meccanica, proprio su questo elemento. I tre protagonisJ maschili rappresentano le tre possibili arJcolazioni del bene eleUvo, del male eleUvo per omissione e il male eleUvo per regressione. Riassumendo: nella Meditazione milanese emergono due aspeU: la quesJone gnoseologica: impegno cogniJvo razionale per ordinare il caos; coscienza della diversità; conoscere è deformare (inserire nuovi conceU, la capacità di scomporre la realtà per andare oltre al dato così come ci viene preconfezionato. Il dato quindi si deforma. UJlizza Gadda l’immagine dell’ipoJposi della lucerneBa: immaginiamo di essere immersi in una noBe tenebrosa e che ci sia una lampada capace di emeBere una luce crescente. Noi siamo collocaJ presso la lampada. Il cerchio di luce che la lampada proieBa in un primo tempo avrà una certa dimensione e un certo limite, entro il quale sarà possibile vedere degli oggeU. Questo rappresenta il primo limite periferico di un primo stadio di conoscenza. Se però la luce aumenta il cerchio si allarga, consentendoci di vedere qualcosa che prima non vedevamo. La lucerneBa è la conoscenza, che ha dei limiJ che si possono allargare sempre di più. Più il limite si allontana, più conoscenza abbiamo. Il processo di cognizione non ha però dei limiJ, perché si estende all’infinito. I limiJ della conoscenza sono estensibili, purché la luce acquisJ sempre più intensità). Contrasto tra forza centripeta che lo spinge a ricondurre tuBo a un centro e forze centrifughe che disperdono gli elemenJ. Questo giusJfica l’elemento disconJnuo della scriBura gaddiana, che procede per digressioni conJnue, faJcosamente ricondoBe a un moJvo di fondo. la quesJone eJca: coesistenza del bene e del male Nella Meditazione milanese, Gadda cerca di spiegare i conceU aBraverso delle immagini estrapolate dalla propria esperienza di vita o dalla propria cultura scienJfica-leBeraria- filosofica. IpoJposi delle Jgri: viene usata per spiegare la coesistenza di bene e male. Ci sono cinque uomini e tre Jgri che gli inseguono. Tre di quesJ uomini vengono aggrediJ e divoraJ, ma gli altri due beneficiano di questa disgrazia in quanto le Jgri sono impegnate con gli altri. Evidentemente due dei cinque uomini correvano più veloci degli altri, ma sicuramente il loro bene dipende anche dal faBo che le Jgri si sono fermate per divorare gli altri tre. Il bene degli eleU non dipende dalla loro intrinseca qualità, ma dal male subito dagli altri tre. Un’altra immagine è quella della tessitura, del vivagno: per Gadda il male è quella maglia imperfeBa che si trova alla fine del tessuto, ma senza la quale il tessuto non si potrebbe creare. RIVISTA SOLARIA
Gadda, dopo la Meditazione milanese, cerca di realizzarsi come scriBore mentre lavora come ingegnere. Egli collabora con la rivista fiorenJna Solaria, fondata da Alessandro BonsanJ e Alberto Carocci nel 1926. Solaria chiude dopo dieci anni, quindi nasce in pieno regime fascista e chiude alle porte della guerra di Spagna nel 1936, anche se era in crisi già dal 1934. La crisi venne provocata dalla censura del Ministero della cultura popolare fascista a causa della pubblicazione del "Garofano rosso” di Elio ViBorini. Il moJvo secondario è che Carocci e BonsanJ non andavano più d'accordo e avevano visioni diverse della rivista. La rivista era infaU basata su due anime: quella storica e leBeraria. Le due visioni collideranno, infaU Carocci fonderà una rivista di caraBere storico e BonsanJ fonderà una rivista che si chiamerà "LeBeratura". Si traBa di una rivista fondamentale per capire il clima leBerario in questo periodo e per spiegare perché Gadda trova ospitalità in questa rivista. Tra il 1926-28 pubblicherà sulla rivista alcuni racconJ che verranno poi riuniJ nel 1931 nella Madonna dei filosofi. Solaria è un neologismo che fonde il sole e l’aria: vuole quindi riferirsi a uno spazio libero dove si respira un'aria libera e ci si illumina al sole della leBeratura, che ha come scopo di fondo quello di contrastare l'autarchismo culturale fascista. Il fascismo voleva rinchiudere la cultura nei confini della nazione, trasformando il conceBo di patria in un conceBo anche culturale: nazionalismo. Insomma, nel regime fascista la cultura si indirizza su cerJ canali, mentre la rivista cerca di mantenere una cultura aperta anche al di fuori. Non è una rivista apertamente anJfascista, ma cerca degli spazi per fare leBeratura in maniera più possibile autonoma, senza arrivare programmaJcamente ed esplicitamente a uno scontro col regime. Nel 1924 a Torino era nata la rivista Liberazione Liberale di GobeU, di chiara impostazione storico-poliJca, la quale venne subito soppressa. GobeU cercò di fondare un’altra rivista, Il BareU, ma in seguito GobeU fu soggeBo di alcune spedizioni puniJve, morendo a seguito delle percosse. Solaria, invece, riesce a sopravvivere per dieci anni anche perché Firenze era una ciBà periferica, esclusa dalle tensioni sociali che c’erano in ciBà Roma, Torino (la ciBà della crescita del centro operaio) o Milano. Si favorisce la fioritura culturale di Firenze, patria anche di molte altre riviste. Solaria a livello leBerario è importante perché conferisce nuovamente importanza al genere del romanzo. È una riscoperta del romanzo come forma narraJva adaBa a rappresentare a livello alto le contraddizioni e la realtà dell’uomo contemporaneo. Nell’editoriale di apertura della rivista, BonsanJ fa un’affermazione programmaJca abbastanza decisa in cui dice che l’ideale leBerario degli scriBori solariani è quello di una compenetrazione, di una riflessione, analisi temaJca approfondita dell’uomo contemporaneo, senza un’eccessiva preoccupazione sJlisJca. Chiamava in causa come modello leBerario lo scriBore Dostoevskij per vari moJvi: si rifà all’idea di romanzo completo oBocentesco che era venuta meno nel primo ventannio. Nobilita il romanzo che era stato sosJtuito da altre forme narraJve; si invita al superamento dei confini nazionali; non conta solo lo sJle, ma anche l'analisi e la capacità di rappresentare nel deBaglio certe realtà. Si contrappone all’idea di leBeratura che si fonda sulla ricerca sJlisJca. Il romanzo risorge così dalle ceneri e diventa importanJssimo per gli scriBori solariani. Gli scriBori più importanJ che fanno capo alla rivista sono Elio ViBorini e Cesare Pavese, che si fanno promotori e divulgatori, aBraverso l'opera criJca e traduUva, della leBeratura americana contemporanea. Quindi quesJ scriBori non vanno solo oltre i confini italiani, ma anche europei. Pavese era un profondo conoscitore della lingua inglese, infaU la traduzione di Pavese di "Moby Dick" è stata l'unica per decenni. ViBorini scrive un'antologia sugli scriBori americani in italiano, ma non poté pubblicarla fino al 1941 a causa della censura, e solo con una premessa di Emilio Cecchi che era svalutaJva della leBeratura americana. In Solaria si crea il mito dell'America degli anni ’30, che non trova corrispondenza nella realtà. Il mito americano si fonda sulla celebrazione del mito della libertà, dell’affermazione dell’individuo, della fronJera, il mito dell'individuo che vuole realizzarsi, l’immagine dell’America vista come il paese dove si può avere successo. Il mito americano si forma in funzione del rapporto soUnteso con il regime fascista. Sarà lo stesso Pavese a dire che il mito americano nacque solo in contrapposizione alla chiusura del regime autarchico fascista. Sono gli anni in cui arriva in Italia il jazz, la musica dei neri di Brooklyn ritenuta degenere dal regime. Ci sono delle sacche di resistenza culturale nei confronJ del regime. Solaria non solo apre i confini dello spazio leBerario al romanzo e apre alla leBeratura contemporanea, ma cerca anche di valorizzare il romanzo italiano, e lo fa valutando e dedicando dei numeri ai due narratori che sono consideraJ dai solariani i fondatori del romanzo novecentesco. Nel 1929 viene dedicato un numero intero a Italo Svevo, morto due anni prima, considerato il fondatore del romanzo moderno. Viene riportato alla luce anche Federigo Tozzi, il quale era considerato un erede