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Limba romena document. Documento utile allo studio.
Tipologia: Dispense
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Volumul al II-lea
Editori Oana Chelaru-Murăruș, Mihaela-Viorica Constantinescu, Claudia Ene, Gabriela Stoica, Andra Vasilescu
Editura Universităţii din Bucureşti, 2021
pp. 681 - 690
Università di Cagliari
permeato da una certa lingua, in questo caso dalla lingua romena.
Prendo ora le mosse da due tipi di constatazioni ovvero, al contrario, di conclusioni qui anticipate, sorte in ambiti non
direttamente interrelati della ricerca linguistica, le quali nel prosieguo o nell‘approfondimento delle indagini, proprie o
altrui, diventano o possono diventare premesse. In questa sede lo sono senz‘altro.
Il primo tipo di constatazione riguarda la lingua romena, la sua descrizione scientifica e la divulgazione di quest‘ultima presso
un pubblico di non romenisti. E questo ci deve far ricordare che nell‘ambito dell‘attività divulgativa colta, di grande
importanza collettiva, le due colleghe – alle quali rivolgiamo i nostri pensieri ed auguri – sono state ampiamente coinvolte,
come ad esempio nella cura del pluriedito Dicționar de științe ale limbii (DSL 1997).
Nella recente e corposa opera intitolata The Oxford History of Romanian Morphology , pubblicata nel marzo del 2021, gli
autori dichiarano dalla prima riga che “Romanian has long remained rather a ‘Cinderella‘ among the Romance languages”
(Maiden et al. 2021: XIII), se paragonato alla situazione più privilegiata di cui godono ad esempio il francese o lo spagnolo
questo è avvenuto a dispetto della peculiarità o unicità, e quindi del grande interesse, di certe sue caratteristiche
morfologiche, sia dal punto di vista descrittivo che storico.
Da un‘altra angolatura più ampia, politica e culturale, la scrittrice sarda Grazia Deledda, premio Nobel per la letteratura nel
1926 e di cui quest‘anno si commemorano i 150 anni dalla nascita, aveva a suo tempo definito la Sardegna come “la
Cenerentola d‘Italia, che aspetta tutt‘ora la fata benefica che la scopra e la tragga dall‘oscurità in cui vive”; ella era
autorizzata a esprimersi cosí nella sua qualità di “intellettuale sarda alle prese con il problema di stabilire il contatto e la
presenza culturale dell‘isola entro il quadro nazionale postunitario [italiano e, allargando, pure nel mondo occidentale;
M.L.]” (Cirese 1976: 45; cf. Angioni 2007: 13). Lo ricordo per tener connesse all‘interno dell‘articolo queste due aree europee
(l‘una continentale con sbocco sul Mar Nero, l‘altra mediterranea confinata in una “isolitudine” – cf. il titolo di Fortini e
Pittalis 2010 – postcoloniale), entrambe ancor sempre alquanto marginali benché per
Esemplifico col seguente caso. Nel 2010 Gabriela Lavinia Ninoiu (Craiova 1969, residente in Italia dal 1990) pubblica in
Italia presso Kessel Editore la raccolta bilingue Poesie in valigia/Poezii în valiză. Due presentazioni in rete del volume iniziano
con le quasi identiche parole: “Chi fosse pratico di lingue slave avrà subito compreso che l'artista in questione è di origini
romene”, “Chi fosse pratico di lingue romanze avrà subito compreso che l'artista di cui parleremo in questo nuovo numero
è di origini romene”, http://www.comunicati-stampa.net/com/gabriela-lavinia-ninoiu-poesie-in-valigia-poezii-n-valiz.html,
http://www.newsphera.it/ store/ Web27Set2010GabrielaLaviniaNinoiuPag1.asp.
ragioni storiche assai diverse ed entro rappresentazioni altrettanto diverse di tali marginalità, rappresentazioni a volte
addirittura deformanti.
soprattutto occidentali, dovrebbero impegnarsi nel costruire una visione più larga della convivenza tra le genti, anziché
lasciarsi prendere dal panico identitario e, al limite, dalla rabbia razzista), Jean-Claude Juncker, allora presidente della
Commissione europea
, aveva dichiarato durante un‘intervista rilasciata in una trasmissione televisiva domenicale, molto
seguita e popolare (riproduco in traduzione):
“L‘Europa è il continente più piccolo, cosa di cui gli Europei non si rendono conto, perché ritengono di essere ancora padroni
del mondo. E non lo sono mai stati. Ma ogni volta che qualcuno ha voluto farsi padrone del mondo, ha fallito e quindi bisogna
evitare questa visione post coloniale dell‘influenza europea. [...] Abbiamo una sola possibilità di avere influenza sugli
avvenimenti mondiali ed è quella di lavorare insieme, di amarci più di quanto non facciamo. Dovremmo far sì che il nostro
livello di conoscenza reciproca tra Paesi europei aumenti. Cosa sanno i Finlandesi dei Napoletani? Cosa sanno i Romani dei
Lussemburghesi? Cosa sanno poi gli Olandesi del Nord-Est della Svezia? Nulla. Dobbiamo lavorare tutti assieme.
Bisognerebbe che già nelle nostre scuole si permettesse agli alunni di aumentare il proprio livello di conoscenza degli altri
Paesi europei.”
Il discorso complessivo di Juncker era, nonostante le buone e giuste intenzioni programmatiche, monco per quanto riguarda
gli esempi possibili, il che ci trascina o ci sposta, a mio avviso, nell‘ambito di un senso comune europeo proprio anche delle
élites, o di certe élites, occidentali; senso comune che torni in superficie, che emerga, in momenti di minor controllo o
monitoraggio delle proprie affermazioni. Qua sarebbe d‘obbligo rimandare immediatamente alle complesse riflessioni di
Antonio Gramsci (sardo discendente da lontani antenati albanesi) sul “senso comune”, da cui si può però estrapolare per lo
meno questa definizione: il senso comune “è [...] la <> cioè la concezione del mondo assorbita
acriticamente dai vari ambienti sociali e culturali in cui si sviluppa l‘individualità morale dell'uomo medio”. Continuando, l‘
“uomo medio” si costituisce in una categoria né finita né chiusa né omogenea né statica; e la sua concezione della vita e la
sua morale racchiuse nel proprio senso comune incoerente e inconseguente, può intersecarsi con concezioni più organiche
e consapevoli (vedi Gramsci 1977: 1045). Sul senso comune capriccioso, caotico e al contempo plastico, riflette anche Geertz
In conformità con una supposta ma verosimile visione lacunosa o gerarchizzata (propria di un certo senso comune),
dall‘Europa tracciata rapidamente e a memoria dal presidente Juncker (ma non solo nel brano citato) mancava
significativamente un pezzo ben compatto (vedi la cartina in Lőrinczi 2019). Dei 27 stati comunitari era assente una parte
orientale dell‘Europa formata, sul piano politico, da Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Cechia, Slovacchia, Romania,
Bulgaria, Croazia e Slovenia.
Cosa accomuna questi paesi come caratteristica linguistica importante e assai vistosa, che salta subito agli occhi nei primi
approcci ai testi scritti, che siano essi documenti o insegne (aeroportuali, stradali o commerciali), a seconda dello status
momentaneo dell‘osservatore straniero? I loro sistemi alfabetici moderni e ufficiali contengono una serie di grafemi
semplici, semplici per modo di dire poiché costellati di segni diacritici, sopra, sotto e persino nel corpo della lettera. A rigore
anche queste lettere con diacritici potrebbero essere considerate digrammi, o per lo meno una forma di transizione tra
grafemi semplici/doppi e digrammi/legature (e, continuando, trigrammi), se per esempio paragoniamo la Ú ungherese, dove
è l‘accento acuto a indicare la lunghezza della vocale, con la UU lunga finlandese, onomatopeica.
E non del Parlamento europeo, come indicavo, equivocando, in Lőrinczi (2019).
Riproduco ora, in base alle wikivoci consultate, gli allografi a stampatello delle maiuscole di tali alfabeti, più nitidi, nello
stesso ordine dei paesi sopra elencati, andando da Nord a Sud (la scelta delle maiuscole ha anche un‘altra finalità, come si
vedrà nella parte finale): estone (Ä Õ Ö Ü Ń Ņ), lettone (Ā Ţ Ē Ģ Ī Ķ Ļ Ņ Ń Ū Ņ), lituano (Ą Ţ Ę Ė Į Ń Ů Ū Ņ), polacco (Ą Š Ę Ł Ń
Ó Ś Ų Ż), ceco (Á Ţ Ď É Ě Í Ņ Ó Ř Ń Ť Ú Ů Ý Ņ), slovacco (Á Ä Ţ Ď É Í Ĝ Ľ Ņ Ó Ô Œ Ń Ť Ú Ý Ņ), romeno (Ă Â Î Ș Ț), croato (Ţ Š Đ
Ń Ņ), sloveno (Ţ Ń Ņ); per ragioni di continuità territoriale vi aggiungo l‘ungherese (Á É Í Ó Ö Ő Ú Ü Ű); per il bulgaro si usa
l‘alfabeto cirillico, caso che qui interessa meno. Trascuro pure i digrammi, numerosi per il polacco soprattutto, e per
l‘ungherese. Va menzionato, tuttavia, che nell‘utile divisore sillabico online (https://www.ushuaia.pl/hyphen/?ln=en)
l‘esempio proposto (utilizzo ancora le lettere maiuscole) è la ‘barbara‘ parola polacca wykształciuchy corrispondente alla
parola russa образованщина (https://en.wikipedia.org/wiki/Obrazovanshchina).
giornalista, ad esempio, che deve riferire rapidamente le notizie del giorno); per cui è scontato che Chişinău , luogo di una
recente vicenda di fecondazione assistita ad esito tragico, venga pronunciato [kizinaw] da un italiano. Mentre invece in altre
circostanze, la riproduzione meditata e fedele di parole semplici, di nomi o di testi è non solo possibile ma doverosa. Il mio
cognome ungherese fa parte di questo tipo di materiale linguistico trattato in maniera ora superficiale ora rispettosa. E mi
permetto di partire proprio da questo dato autobiografico dal momento che esso crea problemi sia a me che agli
interlocutori, praticamente ogni giorno da quando vivo in Italia
. Ma è assai più importante e rilevante (e consolante) che
menti sensibili di scrittori esteuropei, provenienti dai paesi ‘ex comunisti‘, abbiano dato risalto a questo tipo di
problematiche, in testi narrativi o poetici di pregio. Ho avuto la fortuna di poter reperirne alcuni, pochi ma rappresentativi.
Lo scrittore ungherese Sándor Márai (nato nel 1900 in Slovacchia a Kassa/Końice/ Kaschau/Cassovia/ecc. – morto suicida
nel 1989 a San Diego, California) ha scritto una densa e impressionante pagina intorno al valore e al significato simbolico dei
segni diacritici, nel romanzo San Gennaro vére (New York 1965), tradotto in italiano nel 2010 ( Il sangue di San Gennaro ,
Adelphi). Riproduco il brano contenente una conversazione tra un vicequestore e un agente di polizia napoletani che
discutono di un decesso sospetto (p. 185 dell‘ed. it.).
parlanti qualsiasi nella vita quotidiana, parlanti comunque non specializzati in linguistica, di certi laici (nel senso etimologico
del gr. laikós , “uno del popolo, del folk”); tali brani riflettono o implicano allo stesso tempo le perplessità, fino alla rabbia e
alla condanna, degli autori (non linguisti nemmeno essi) nei confronti di atti o giudizi discriminanti di livello folk, il che situa
tali testi ugualmente a un livello di discorsi folk , o, più esattamente, meta-folk. Ma se la linguistica (meta)folk scaturisce dai
pensieri, dalle considerazioni, dai discorsi di persone che non sono “rustic, ignorant, uneducated, backward, primitive,
minority, isolated, marginalized, or lower status groups or individuals” (Niedzielski e Preston 2000: VIII), questo significa che
gli strati folk socialmente e culturalmente più elevati non solo confinano ma si confondono in una certa misura con altri
strati ai quali appartengono anche i linguisti professionisti.
Va sottolineato che i parlanti di tutte le età hanno il diritto di parlare della lingua, delle pratiche o degli usi linguistici, propri
e altrui, fossero le loro osservazioni o valutazioni errate, sarcastiche, caricaturali, e fossero gli altri, i valutati, singoli o
gruppi/comunità. Questo ‘diritto’ vale, credo, soprattutto per il cosiddetto mondo ‘occidentale’ del secondo dopoguerra,
quando l’alfabetizzazione e l‟acculturazione di massa (verso l’ ‘alto’) è stata incrementata ed estesa grazie a politiche
culturali internazionali mirate; si è assistito ad una nuova “irruzione delle masse sulla scena” non della Storia in generale
(Lev Trockij), bensí della scrittura-lettura. Non sarà casuale se la folk linguistics si sviluppa a partire da quel periodo. Cosa
diversa è però conoscere o indagare le manifestazioni di folk linguistics e le loro ragioni ugualmente folk , per lo meno cercare
di farlo (attualmente anche attraverso inchieste programmate – vedi per esempio Ruffino 2006 – o conversazioni
estemporanee), e ancor diverso è quando nelle idee e valutazioni di folk linguistics sono o diventano evidenti le connotazioni
non solo svalutanti,
sprezzanti ma discriminatorie, razzistiche, che perciò vanno evidenziate e all‟occorrenza contrastate. Ma anche queste
ultime sono determinate da cause prime potenti, e queste sono ideologiche, inerenti a visioni del mondo, ed è inutile
nasconderselo. Questo è un aspetto rilevante, seppur spesso implicito, dei discorsi linguistici folk , poiché i giudizi sulla lingua
(persino formulati da specialisti) sono in fondo anche giudizi sugli utenti di quella determinata lingua, sui suoi parlanti,
oppure, formulando diversamente, i comportamenti linguistici sono indizi di atteggiamenti sociali. E, inoltre e tanto per
rendere il quadro ancor più fluido o sfuocato, semplici discorsi enunciativi o descrittivi possono evidenziare implicature
valutative dell‘emittente, spesso involontarie, che però il ricevente può comprendere al volo.
Infatti, non credo sia condivisibile in toto l’affermazione che «le savoir spontané n‘est ni vrai ni faux» (Paveau 2021: 2); esso,
più esattamente, dovrebbe essere anzitutto rapportato a una certa concezione del mondo (articolata in varie tipologie di
scomparti intercomunicanti), che a livelli di analisi ulteriori si rivelerebbe sì (parzialmente) disorganica, fatta di stereotipi, di
luoghi comuni e via dicendo. A questo punto, a proposito di senso comune e di stereotipi, sarebbe obbligatorio seguire di
nuovo le scie tracciate da Antonio Gramsci, Walter Lippmann e successivamente dai loro numerosi esegeti (vedi ad esempio
Luporini [s.a]), approfondimento che qui ci compete meno. Ma sorge comunque la domanda se il «savoir spontané» sia
effettivamente spontaneo e non sia in parte precostituito, tradizionale, trasmesso cioè da altri, ma anche proveniente
dall‘alto, dai saperi elitari e/o istituzionalizzati, a loro volta intrisi di luoghi comuni e/o di una forma mentis particolare (come
quella rivelata, a mio avviso, dalle parole dell‘ex presidente Juncker). Su quest‘ultima questione, dei saperi elitari – ovvero
saperi di persone ad istruzione superiore, magari anche specialistica – i quali ospitano luoghi comuni e convinzioni profonde
tramandate e/o riadattate, non avrei il minimo dubbio in base all‘esperienza personale investigativa accumulata intorno al
sardo (Lőrinczi 1982, 2001, 2018). E conforta in tal senso chi suggerisce – se ho interpretato correttamente – una sorta di
incorporazione di determinati saperi o di idee (ma non mi riferisco al saper-fare) che poi vengono rielaborati, riesteriorizzati,
restituiti al mondo (cf. Csordas 2003; cf. pure i mindscapes di Eviatar Zarubavel
) e che dovrebbero contenere anche la
pragmatica linguistica; sia chi suggerisce (sviluppando analisi e ragionamenti anteriori) che non vi sia una netta bipartizione
e separazione tra linguisti savants e linguisti folk , bensì una gradualità interconnessa (non a gradini ma più simile ad una
pente ) delle categorie/tipologie di parlanti (cf. Paveau 2021 con bibliografia). Tuttavia, parallelamente, si dovrebbe anche
tenere a mente quanto evidenziato giustamente da Nichols (2014) tra le numerose altre osservazioni: “Having equal rights
does not mean having equal talents, equal abilities, or equal knowledge‖”.
sociolinguistico – approfondimenti in Berruto 1996 – persino i bambini) esprimono considerazioni di varia natura (di solito
interessanti e intriganti), queste lingue ricoprono uno spazio geografico (fisico-culturale) specifico
Una immagine quale mindscape può essere affiancata alle cittadelle metaforiche, ben frequentate ma dalle periferie
invece trascurate dalla riflessione filosofica, che poi si traduce in linguaggio (Wittgenstein).
Per illustrare quest‘ultima affermazione, semplice in sé e scontata, posso riportare quest‘aneddoto interessante ma in
ugual misura inquietante, relativo a un‘esperienza personale di anni addietro. Ci troviamo nell‘area meridionale,
cagliaritana, della Sardegna. In un negozio un bambinetto di circa otto anni stava vicino a sua nonna, proprietaria del
negozio. Da quel negozio si era appena allontanata – ma questo l‘ho compreso dopo – una donna rom (che io chiamerei per
l‘esattezza zingara, originaria probabilmente della Jugoslavia intesa in senso geografico), riconoscibile anche da lontano per
il suo abbigliamento particolare (gonna lunga plissettata/arricciata e
Fornisco in quest‘ottica un insieme di osservazioni desunte dal trattamento di frammenti di lingua romena, utilizzati in una
serie di drammatiche autobiografie di quattro migranti ( alias badanti) romene (in Mameli 2017; bel titolo e bella copertina),
appartenenti ad un gruppo più ampio di subalterne (Gayatri Chakravorty Spivak) in patria e all‘estero; a loro potrebbe
accadere che, tornate in Romania, venisse loro diagnosticata la devastante “sindrome Italia” descritta già nel 2005 da due
psichiatri ucraini (https://www.corriere.it/elezioni-europee/100 giorni/romania/;
https://www.osservatoriodiritti.it/2021/10/06/sindrome-italia-badanti-libro- fumetto-becco-giallo-rumene-bambini/;
Vaccaro 2021).
Prin Livezi Albinel
Au Agenput Colinda
Yoaca Fete Si Baieti
Hora An Bataturà
Ah!De Ce Nu ah Zece
Vienti Sa Fe Cant
Natura.”
Si tratta, come si sarà compreso, di due strofe della nota e popolare poesia per bambini di Ştefan Octavian Iosif (1875-1913),
intitolata Cântec de primăvară :
“Înfloresc grădinile
Ceru-i ca oglinda;
Prin livezi albinele
Şi-au pornit colinda...
[...]
Joacă fete şi băieţi
Hora-n bătătură – Ah, de ce n-am zece vieţi
Să te cânt, Natură!”
Fonti
Bettiza, Enzo, 2009, “Razzisti con i romeni”, La Stampa , 25 febbraio 2009, Errore. Riferimento a collegamento ipertestuale
non valido.
Iosif, Ștefan Octavian, [s.a.], Cântec sfânt , București - Chișinău, Editura Litera Internațional.
Juncker, Jean-Claude, intervista rilasciata a Fabio Fazio, e vorba despre un interviu, emisiunea este Che Tempo Che Fa,
postul este Rai1, 31 marzo 2019
Mameli, Giacomo, 2017, Come figlie, anzi , postfazione di Sabrina Perra, Cagliari, Cuec, p. 159-172.
Márai, Sándor, 2010 [1965], Il sangue di San Gennaro , Milano, Adelphi.
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http://www.comunicati-stampa.net/com/gabriela-lavinia-ninoiu-poesie-in-valigia-poezii-n-valiz.html,
http://www.newsphera.it/store/Web27Set2010GabrielaLaviniaNinoiuPag1.asp.
https://www.treccani.it/enciclopedia/zingari/
https://www.treccani.it/enciclopedia/rom
https://it.wikisource.org/wiki/Pagina:Gramsci_-Quaderni_del carcere,_Einaudi,_II.djvu/
https://www.ushuaia.pl/hyphen/?ln=en
https://en.wikipedia.org/wiki/Obrazovanshchina
Bibliografia
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Bidu-Vrănceanu, Angela, Cristina Călăraşu, Liliana Ionescu-Ruxăndoiu, Mihaela Mancaş, Gabriela Pană Dindelegan, 1997,
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(ed.), Miscellanea di studi in onore di Aurelio Roncaglia a cinquant’anni dalla sua laurea , vol. 4, Modena, Mucchi, p. 1385-
(Abstract)
In this article the term geolinguistics should be understood in relation to the geographical (physical, natural and social) space
permeated by a certain language, in this case by the Romanian language. Starting from a recent observation made by
linguists (“Romanian has long remained rather a ‘Cinderella‘ among the Romance languages”) it is highlighted that the so-
called spontaneous (linguistic and metalinguistic) folk knowledge is typical of many language users, even of those with high
education. With regard to Romanian, the manifestations of a folk vision are illustrated through what the language and its
geographical area show, as they are presented in some biographies of Romanian women caregivers.