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Documento utile allo studio, Dispense di Didattica Pedagogica

Documento utile allo studio. Argomento: interferenze linguistiche

Tipologia: Dispense

2010/2011

Caricato il 13/02/2026

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L’INTERFERENZA LINGUISTICA: APPUNTI TERMINOLOGICI
Luca Palombo
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1. L’INTERLINGUISTICA. UN APPROCCIO LESSICOGRAFICO
L’esteso ambito del contatto tra le lingue costituisce un campo di studi particolarmente
prolifico sotto il profilo terminologico. Basti pensare al trasferimento di materiale lessicale
da una lingua a un’altra o all’acquisizione di una struttura sintattica da parte della lingua
ricevente. Si tratta tuttavia di un ambito non privo di ambiguità, che potremmo definire
fisiologiche. Queste incertezze derivano, in buona sostanza, dalla molteplicità tipologica
delle interferenze linguistiche, i cui esiti eterogenei richiedono un sistema terminologico
piuttosto articolato.
È necessario innanzitutto distinguere il contatto dall’interferenza, che con Bombi (2020:
XI) possiamo definire «esposizione virtuale e potenziale a un influsso interlinguistico»
l’uno e l’effettivo «realizzarsi di questo incontro nell’atto linguistico individuale» l’altra.
Tale complesso insieme di fenomeni linguistici rientra tradizionalmente nell’interlinguistica,
termine che comprende diversi ambiti scientifici. In GRADIT (s.v.) essa è infatti definita
come «branca della linguistica che studia i fenomeni connessi ai contatti tra lingue diverse,
quali ibridismo, traduzione e creazione di lingue artificiali». La definizione non è
pienamente soddisfacente, poiché riunisce almeno tre indirizzi di studi, che
sembrerebbero accomunati dal fenomeno del contatto linguistico. Il confronto con le
quattro accezioni registrate dal Dizionario di linguistica di Cardona (1988, s.v.) rende
esplicito quanto in GRADIT è sintetizzato:
a) Studio delle lingue artificiali e ausiliarie come l’esperanto o appunto
l’interlingua di G. Peano […] b) Per M. Wandruszka […] una sorta di stilistica
comparata che studia i mezzi espressivi delle lingue, per esempio
confrontando più traduzioni di uno stesso testo. c) Per R. Gusmani lo studio
delle condizioni in cui si determina il contatto tra lingue e degli effetti che ne
risultano. d) Con richiamo all’accezione c), si può parlare di varianti ii.[=
interlinguistiche], cioè tra lingue: “Sia nella fase dell’adozione che in quella
della diffusione il mutamento si configura come una sostituzione di varianti,
non importa se intralinguistiche o interlinguistiche) (R. Lazzeroni).
Infine, risulta utile un ulteriore riscontro con il Lessico di linguistica di Bußmann (2007,
s.v.), in cui sono registrate tre accezioni:
(1) Teoria e prassi della costruzione e della valutazione di lingue non naturali
e delle loro condizioni d’uso con lo scopo di costruire grammatiche “ottimali”
e lessici […] (2) Accezione usata da Wandruszka [1971] come variante per
linguistica contrastiva […] (3) Settore della linguistica che studia i fenomeni
del contatto tra le lingue, cfr. contatto linguistico. Il i. [= interlinguistica]
termine [sic] fu coniato originariamente nel 1949 al VI congresso
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Università della Calabria.
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L’INTERFERENZA LINGUISTICA: APPUNTI TERMINOLOGICI

Luca Palombo^1

1. L’INTERLINGUISTICA. UN APPROCCIO LESSICOGRAFICO

L’esteso ambito del contatto tra le lingue costituisce un campo di studi particolarmente prolifico sotto il profilo terminologico. Basti pensare al trasferimento di materiale lessicale da una lingua a un’altra o all’acquisizione di una struttura sintattica da parte della lingua ricevente. Si tratta tuttavia di un ambito non privo di ambiguità, che potremmo definire fisiologiche. Queste incertezze derivano, in buona sostanza, dalla molteplicità tipologica delle interferenze linguistiche, i cui esiti eterogenei richiedono un sistema terminologico piuttosto articolato. È necessario innanzitutto distinguere il contatto dall’ interferenza , che con Bombi ( 2020 : XI) possiamo definire «esposizione virtuale e potenziale a un influsso interlinguistico» l’uno e l’effettivo «realizzarsi di questo incontro nell’atto linguistico individuale» l’altra. Tale complesso insieme di fenomeni linguistici rientra tradizionalmente nell’ interlinguistica , termine che comprende diversi ambiti scientifici. In GRADIT (s.v.) essa è infatti definita come «branca della linguistica che studia i fenomeni connessi ai contatti tra lingue diverse, quali ibridismo, traduzione e creazione di lingue artificiali». La definizione non è pienamente soddisfacente, poiché riunisce almeno tre indirizzi di studi, che sembrerebbero accomunati dal fenomeno del contatto linguistico. Il confronto con le quattro accezioni registrate dal Dizionario di linguistica di Cardona (1988, s.v.) rende esplicito quanto in GRADIT è sintetizzato: a) Studio delle lingue artificiali e ausiliarie come l’esperanto o appunto l’interlingua di G. Peano […] b) Per M. Wandruszka […] una sorta di stilistica comparata che studia i mezzi espressivi delle lingue, per esempio confrontando più traduzioni di uno stesso testo. c) Per R. Gusmani lo studio delle condizioni in cui si determina il contatto tra lingue e degli effetti che ne risultano. d) Con richiamo all’accezione c) , si può parlare di varianti ii.[= interlinguistiche], cioè tra lingue: “Sia nella fase dell’adozione che in quella della diffusione il mutamento si configura come una sostituzione di varianti, non importa se intralinguistiche o interlinguistiche)” (R. Lazzeroni). Infine, risulta utile un ulteriore riscontro con il Lessico di linguistica di Bußmann (2007, s.v.), in cui sono registrate tre accezioni: (1) Teoria e prassi della costruzione e della valutazione di lingue non naturali e delle loro condizioni d’uso con lo scopo di costruire grammatiche “ottimali” e lessici […] (2) Accezione usata da Wandruszka [1971] come variante per linguistica contrastiva […] (3) Settore della linguistica che studia i fenomeni del contatto tra le lingue, cfr. contatto linguistico. Il i. [= interlinguistica] termine [ sic ] fu coniato originariamente nel 1949 al VI congresso (^1) Università della Calabria.

internazionale dei linguistici [ sic ], a Parigi, in riferimento al termine di interlingua a sua volta coniato all’inizio del XX sec. dal matematico Peano, per designare lingue artificiali, non naturali, quali l’esperanto. Si rileva dunque una certa stratificazione semantica del termine, dovuta agli impieghi occorsi in momenti diversi della storia della disciplina. Il primo di questi, secondo le fonti lessicografiche, sarebbe dunque un derivato di interlingua , da ricondurre alla teorizzazione del latino sine flexione del matematico italiano Giuseppe Peano risalente ai primi anni del Novecento. Nelle intenzioni di Peano era la creazione e la sistematizzazione di una lingua artificiale e sovranazionale da impiegare nei testi scientifici – perlopiù scritti – , che fosse utile a una più rapida ed efficace circolazione delle idee. Il termine interlingua è dunque da interpretare come un composto, o meglio come una parola macedonia, in cui inter- è riduzione dell’aggettivo internazionale e funge da modificatore nel composto. In GRADIT la parola è fatta risalire alla relazione tenuta da Peano nel 1911 durante il IV Congresso internazionale di filosofia. Nel testo, pubblicato nel 1912, il termine compare una sola volta nella nota conclusiva dell’intervento, in cui l’autore rimanda a un suo articolo pubblicato in Discussione de Academia pro Interlingua , vale a dire gli atti delle riunioni dell’accademia, che ne raccolgono gli interventi e le discussioni (Peano, 1912 : 348). Il termine è dunque un riferimento alla denominazione dell’accademia di cui Peano era direttore dal 1908^2 , mentre nello stesso intervento non compare mai come sinonimo di latino sine flexione. In GDLI invece il sostantivo non presenta storicizzazione; tuttavia nella definizione del lemma si legge «Lingua artificiale basata sull’uso del latino semplificato sopprimendone la flessione e le variazioni sintattiche (e fu proposta dal matematico G. Peano nel 1903» (GDLI, s.v. interlingua^2 ). Al 1903 infatti risale il contributo del matematico italiano De latino sine flexione – lingua auxiliare internationale , in cui egli illustrò per la prima volta la sua teoria linguistica, che tuttavia non definì ancora interlingua. È probabile, dunque, che l’introduzione del termine in questione risalga a un momento intermedio tra il 1903 e il 1912, vale a dire quello in cui Peano assunse la direzione dell’Akademi Internasional de Lingu Universal, il cui nome fu mutato in Academia pro Interlingua, denominazione sintetica rispetto sia a latino sine flexione , sia a lingua auxiliare internationale. Si può quantomeno rilevare che la semantica del composto risulta poco trasparente, in particolare a causa della sovrapposizione con il prefisso inter- , comunemente impiegato (in italiano, come già in latino) con il significato di ‘tra’, per esprimere ad esempio l’idea della relazione o del collegamento che intercorre tra più elementi o per rendere la sfera semantica della spazialità: si pensi ad esempio all’aggettivo interconsonantico , cioè ‘che si trova tra due consonanti’ (cfr. GRADIT, s.v. inter- ). Il secondo significato di interlinguistica è ricondotto dai repertori lessicografici a Mario Wandruszka, che nel 1971 pubblicò il saggio Interlinguistik , comparso successivamente in traduzione italiana nel 1974, in cui il linguista austriaco descrisse gli elementi di una nuova branca della disciplina, una «linguistica del plurilinguismo, dell’ibridismo e delle lingue miste, della traduzione e del confronto di traduzioni» (Wandruszka-Paccagnella, 1974 : 12) in cui al centro era la comparazione tra sistemi linguistici e si configurava, dunque come una «nuova linguistica comparativa» ( ibidem ). È evidente come all’ interlinguistica proposta da Wandruszka fosse sotteso un paradigma teorico ben preciso, che nulla aveva in comune con l’interlingua di Peano. I due termini inoltre non coincidono morfologicamente, ma solo grafematicamente: il termine introdotto da Wandruszka è un (^2) Nello stesso anno l’accademia aveva assunto il nome di Academia pro Interlingua , mentre precedentemente aveva avuto i nomi di Kadem bevünetik volapüka (dal 1887, anno della sua fondazione, al 1898) e Akademi Internasional de Lingu Universal (dal 1898 al 1908). Fin dalla sua fondazione l’organizzazione si interessò allo studio di lingue artificiali e alla loro diffusione in ambito sovranazionale quali volapük , Idiom Neutral e infine il latino sine flexione di Peano.

centralità un particolare aspetto semantico della lingua modello , che viene riproposto nella lingua replica o attraverso l’estensione semantica di un termine già esistente, o attraverso l’introduzione di una nuova parola o di una locuzione. È utile inoltre ricordare che in italiano, a differenza di quanto occorso in altre lingue, il termine prestito copre l’intera area semantica del processo di interferenza linguistica, poiché è comunemente impiegato per indicare sia il processo stesso sia il suo risultato^4. La complessa realtà del contatto linguistico e le sue manifestazioni hanno reso necessaria una sistematizzazione rigorosa della terminologia specifica, come è possibile rilevare in parte dallo stesso repertorio lessicografico. A partire da prestito , infatti, il GRADIT registra alcune locuzioni, quali prestito di lusso^5 , prestito di necessità^6 , prestito fonetico^7 , prestito lessicale^8 , prestito morfologico^9 , prestito sintattico^10. Mentre tra le polirematiche relative al fenomeno del calco si rilevano calco lessicale^11 , calco semantico^12 e calco sintattico^13. L’introduzione della coppia prestito di necessità e di lusso , come ricorda Vincenzo Orioles (1985: 146 - 147) si deve a Bezzola (1925), il quale la mutuò da Ernst Tappolet (1913: 54 - 58), che nel suo Die alemannischen Lehnwörter in den Mundarten der französischen Schweiz coniò i tecnicismi Bedürfnislehnwort e Luxuslehnwort per distinguere i forestierismi entrati in una lingua che non presentano un corrispettivo in quella stessa lingua, da quelli che invece si affiancano, o sostituiscono, referenti indigeni già esistenti. Tale polarizzazione, sebbene ebbe notevole fortuna presso gli studi italiani di linguistica del Novecento, risulta ormai poco accreditata poiché «non regge dal punto di vista scientifico, perché da un lato tutto può essere denominato attraverso meccanismi interni di formazione delle parole, dall’altro le parole straniere possono avere connotazioni diverse dalle corrispondenti voci italiane» (D’Achille, 2019 : 61); non è più proposta, infatti, dai manuali di linguistica più recenti. Un particolare e molto discusso tipo di prestito è quello morfologico, fenomeno per cui una lingua può acquisire un morfema da un’altra lingua. Il ventaglio terminologico è diversificato e le alternative possibili non sono neutre, ma dipendono dal paradigma teorico sotteso. Il tipo prestito morfologico circolò già nei primi decenni del Novecento, come testimoniato dall’intervento di Migliorini (1931) Discontinuità e prestito morfologico sul periodico Studj Romanzi e documentato in tutto il secolo. Accanto a questa si colloca la locuzione prestito di morfema , introdotta presumibilmente da Roberto Gusmani in un intervento del 197614. In quella sede il linguista italiano si occupò di problematizzare la reale consistenza del fenomeno, ricordando che alla radice di un prestito lessicale, di locuzione e così via c’è un fenomeno di interferenza che ha avuto per oggetto lo stesso elemento linguistico, inserito (^4) Nella tradizione linguistica tedesca e in inglese, ad esempio, si sono affermati termini diversi per indicare i due campi semantici. Per il processo di adozione si hanno infatti il ted. Entlehnung e l’ingl. borrowing , mentre per la singola unità lessicale rispettivamente Lehnwort e loanword (Orioles, 2002 : 163). (^5) «Fenomeno per cui una lingua assume da un’altra un’unità lessicale, in virtù del prestigio culturale del paese o della lingua di provenienza, sostituendola a una precedente forma indigena» (s.v.). (^6) «Fenomeno per cui una lingua adotta da un’altra lingua una parola per esprimere una nozione nuova, prima non lessicalizzata» (s.v.). (^7) «Fenomeno per cui una lingua assume da un’altra un fonema» (s.v.). (^8) «Fenomeno per cui una lingua assume da un’altra lingua un’unità lessicale, nella sua forma originaria oppure con adattamenti fonologici e morfologici» (s.v.). (^9) «Fenomeno per cui una lingua assume da un’altra lingua un morfema» (s.v.). (^10) «Fenomeno per cui una lingua assume da un’altra lingua una struttura sintattica» (s.v.). (^11) «Processo e risultato del calco di un vocabolo di un’altra lingua» (s.v.). (^12) «Calco, spec. lessicale» (s.v.) (^13) «Processo e risultato del calco di una struttura sintattica di un’altra lingua» (s.v.). (^14) Si tratta dell’intervento intitolato Considerazioni sul «prestito» di morfemi , apparso nel 1976 sulla rivista Lingua e stile e in seguito riproposto nella sua celebre raccolta Saggi sull’interferenza linguistica (Gusmani, 1986 : 137 - 164).

occasionalmente in un messaggio redatto in un codice differente, mentre non si ha lo stesso rapporto di corrispondenza tra il prestito di morfema e il fenomeno che ne è stato l’antefatto. Infatti l’interferenza riguarda sempre delle unità significative (lessemi, locuzioni, al limite un’intera frase), non delle semplici unità funzionali, come i fonemi e i morfemi, che esplicano il loro “valore” solo in quanto si integrano in un’unità superiore, cioè in un’unità di significato […]. Nell’atto linguistico individuale, in cui soltanto si concreta l’eventuale interferenza […] i morfemi si presentano non nel loro isolamento paradigmatico, nella loro astratta funzionalità – in cui peraltro consiste la stessa individualità di questi elementi – , bensì come parti costitutive di una più complessa realtà, la parola appunto, che sola è dotata di autonomia e individualità sufficienti per essere utilizzata come “segno” dal parlante nel proprio messaggio. Codesti “segni” potranno essere attinti anche ad un codice diverso da quello consueto per il parlante, per il quale sarebbe invece innaturale isolare come modelli a sé stanti le unità di ordine inferiore (Gusmani, 1986 : 139). Il prestito di morfema si configura dunque come un prestito di secondo grado, poiché «non è conseguenza di un rapporto mimetico diretto, che abbia cioè per esclusivo oggetto il morfema stesso, ma presuppone una serie d’interferenze da parte della lingua A che mettono in condizione il parlante di enucleare un certo formante e di farne un elemento funzionale della lingua B » (ivi: 140). Su tali presupposti Gusmani propose l’introduzione del termine induzione , per designare proprio la secondarietà del fenomeno, e propose parimenti la locuzione morfemi indotti , anziché imprestati ( ibidem ). I repertori settoriali non sempre offrono una trattazione esaustiva dell’intero ventaglio terminologico, né sono sempre concordi sulla sua classificazione. Nell’edizione italiana del Lexikon di Bußmann (2007, s.v. interferenza ), con riferimento alla situazione nostrana, si segnala ad esempio che I diversi tentativi di classificare l’i. [= interferenza] secondo le sue manifestazioni nella lingua replica […] o da un punto di vista semantico e di formazione di parola […] hanno portato ad una terminologia non sempre chiara e lineare, fatto che risale non ultimo anche alla [ sic ] molteplici sovrapposizioni di diversi punti di vista nella formazione dei fenomeni stessi»^15. Tale ambiguità terminologica può essere ricondotta a diversi fattori, alcuni dei quali dipendono dalla tendenza alla ricchezza lessicale tipica della terminologia linguistica, altri, come ricordato da Vincenzo Orioles, dall’incessante «rimodellamento metalinguistico, che rappresenta un passaggio obbligato di ogni ‘rivoluzione scientifica’» (Orioles 2002: 161). Per verificare la stratificazione semantica e lessicale della terminologia dell’interferenza, può essere utile confrontare i principali repertori lessicografici: secondo Dubois si verifica un prestito «quando una parlata A usa e finisce con l’acquisire un’unità o un tratto linguistico che precedentemente esisteva in una parlata B e che non era posseduto da A» (Dubois, 1979 , s.v. prestito ), e nella stessa definizione non si fa esplicito riferimento a categorie o a condizioni particolari entro cui si verifica il prestito. In Cardona lo stesso fenomeno è definito come « a) Termine metaforico (cfr. ted. Entlehnung , ingl. borrowing , r. zaímstvovanija ) per indicare la cessione di un elemento da una lingua all’altra» e « b) Il termine ceduto (cfr. fr. emprunt , ingl. loanword , ted. Lehnwort , sp. préstamo )». Alle due (^15) Anche nell’edizione tedesca, d’altra parte, è presente un rapido accenno alla situazione terminologica estremamente confusa, per la quale il dizionario rimanda a un lavoro di Eckhard Rattunde (1977): Zur Klärung der äußerst verworrenen terminologischen Lage vgl. Rattunde 1977 (cfr. Bußmann, 2008, s.v. Interferenz ).

assimilati – denominati anche forestierismi crudi – e i prestiti assimilati , questi ultimi ripartiti in prestiti acclimatati e prestiti integrati. La distinzione tra questi ultimi è centrale negli studi di Roberto Gusmani, che già nel 1973 si servì dei termini acclimatamento e integrazione con l’intenzione di distinguere i diversi gradi dell’integrazione dei prestiti e di aggirare una terminologia, come quella tedesca, ritenuta non pienamente soddisfacente: Anziché proseguire nel tentativo probabilmente inutile di stabilire differenziazioni nette tra i vari gradi d’acquisizione dei prestiti, sembra dunque più vantaggioso distinguere tra la vera e propria integrazione, che abbiamo sopra definito come l’influsso esercitato dalla lingua ricevente nello sforzo di adeguare il termine di tradizione straniera alle sue strutture fonematiche, morfologiche ecc., e il semplice acclimatamento, che è un fatto che riguarda unicamente la sfera lessicale, può non comportare alcuna sensibile alterazione ed è solo indirettamente apprezzabile attraverso l’impiego che i parlanti fanno del prestito (Gusmani, 1973 : 23). Se l’integrazione consiste dunque in un adattamento fono-morfologico del forestierismo (come l’it. lanzichenecco dal ted. Landsknecht ), l’acclimatamento è invece un fenomeno più sfumato e circostanziale, poiché è dato «non dagli aspetti formali, bensì dall’uso che ne fa il parlante: quanto più egli si familiarizza col neologismo, tanto più quest’ultimo risulterà acclimatato» ( ibidem ). Inoltre il totale acclimatamento dei termini si manifesterebbe attraverso sia la varietà dei derivati ottenuti dai prestiti (come bar > barista , sport > sportivo ), sia la generalizzazione del loro impiego (ivi: 24)^17. Tale distinzione fu accolta già nel lessico di Cardona (1988), in cui sono registrati il sostantivo acclimatamento : «processo di assimilazione (con aumento di frequenza d’uso ecc.) di un prestito senza però che si abbia completa integrazione fonetica e grafica» e l’aggettivo integrato : « b) un prestito si dice i.[ntegrato] quando è completamente adattato alle regole fonologiche e semmai grafiche». Compare anche alla voce prestito del dizionario di Casadei (2011. s.v.), in cui si legge che I prestiti si distinguono inoltre per il grado d’integrazione nella lingua d’arrivo: se la parola ha subito modifiche fonologiche e morfologiche per adattarsi alla lingua d’arrivo, il prestito è detto assimilato, adattato o integrato (come bistecca dall’inglese beefsteak ); si parla invece di prestito non assimilato se la parola è presa nella forma originaria, come leader o software (in realtà in questi casi c’è qualche adattamento nella pronuncia: si parla allora di prestito acclimatato). La definizione del secondo fenomeno sembra tuttavia divergere rispetto alla lezione gusmaniana, in quanto il prestito acclimatato è ascritto alla categoria dei prestiti non assimilati e le condizioni per cui un prestito è definibile acclimatato sarebbero da rintracciare in un parziale adattamento della pronuncia di un termine^18. (^17) Non c’è dubbio che alcuni prestiti siano più acclimatati di altri, tuttavia stabilire con assoluta certezza la categoria di appartenenza di una parola, tra prestito acclimatato e prestito non assimilato (o crudo ) non è operazione agevole. Un esempio è nel diagramma, già menzionato, presente nel lessico di Bußmann, in cui tra i prestiti acclimatati sono menzionati bar e scanner , da cui barista e scannerizzare , mentre ai prestiti non assimilati apparterrebbero sputnik e flirt. Si può senz’altro affermare che il primo dei due termini sia un forestierismo crudo, poiché il suo impiego è circoscritto a un ambito scientifico (pur con alcune ricadute nella cultura di massa alla fine del Novecento), mentre flirt potrebbe rientrare nei prestiti acclimatati, sia in virtù del largo impiego nell’uso comune, ma soprattutto in virtù dei derivati possibili e ben attestati, come flirtare , di cui già si discuteva sulle pagine di Lingua Nostra alla metà del Novecento (cfr. Minicucci, 1948). (^18) Particolarmente interessante è inoltre la distinzione – postulata nella stessa voce – tra forestierismo ed esotismo , secondo cui si impiegherebbe il primo termine se la parola in prestito proviene da lingue più vicine

È necessario arricchire il ventaglio terminologico relativo al prestito con alcune altre locuzioni, vale a dire quelle relative ai prestiti ripetuti , apparenti e camuffati , che appartengono ancora all’apparato teorico e tassonomico di Gusmani e che non sono ben rappresentate in ambito lessicografico. Già nel 1973 Gusmani introdusse l’idea di prestito ripetuto^19 , denominazione riservata «a quei casi […] in cui il prestito successivo prescinde totalmente da quello avvenuto in precedenza e anzi è reso possibile proprio dal fatto che il parlante ha perso coscienza di una qualsiasi relazione tra il termine di più antica introduzione e la parola straniera» (Gusmani, 1973 : 64). Nello stesso volume, Gusmani introdusse le categorie di prestito apparente e camuffato : la prima locuzione include alcuni particolari fenomeni di interferenza, alla base dei quali va ricordato l’assunto secondo cui «l’aspetto straniero di un termine non costituisce in sé garanzia sufficiente per considerarlo forestierismo» (ivi: 65). Tra quelli apparenti si annoverano i prestiti decurtati , vale a dire i prestiti che nella lingua replica si diffondono in una specifica forma abbreviata rispetto al modello alloglotto (ad es., l’it. basket dall’ingl. basket-ball ), così come l’abbondante ed eterogenea categoria dei termini dall’aspetto straniero in cui rispetto al modello straniero, talvolta solo supposto, c’è una discordanza semantica: esemplificativi sono i casi in cui nella lingua replica si accolgano appellativi per designare oggetti derivanti da nomi propri, come l’it. biro ‘penna a sfera’ proveniente dal nome dell’ingegnere László Biró (ivi: 101). Alla stessa categoria appartengono i falsi esotismi , ossia quelle parole che «hanno tutto l’aspetto di forestierismi o sono addirittura identiche, in apparenza, ad un termine straniero, ma che in realtà sono state create indipendentemente da un preciso modello» (ivi: 73), per le quali non c’è una diretta corrispondenza alloglotta (come l’it. autostop – che potrebbe all’apparenza sembrare un anglismo – alla base del quale non esiste tuttavia un termine inglese). Infine la categoria dei prestiti camuffati (detti anche mascherati ), rappresentati soprattutto dai prestiti di ritorno o cavalli di ritorno , locuzioni consolidate nell’uso per indicare il rientro – metaforico – da una lingua A a una lingua B di un termine che era stato già oggetto di interferenza in un momento precedente tra le stesse due lingue e che ritorna alla lingua A con un nuovo significato (ad es., l’italiano camera con il valore di ‘macchina da presa’ costituisce un prestito di ritorno dall’inglese, lingua in cui lo stesso termine costituì precedentemente un prestito dall’italiano (cfr. ivi: 83 - 84 ).

3. IL LESSICO DELL’INTERFERENZA LINGUISTICA: IL CALCO

Il secondo tecnicismo oggetto di indagine, calco , è ben rappresentato nella lessicografia italiana. Così come nel GRADIT^20 , anche nel GDLI è registrata l’accezione linguistica, geograficamente alla lingua d’arrivo, mentre il secondo nel caso in cui il prestito provenga da lingue più lontane (cfr. Casadei, 2011, s.v. prestito ). Tale differenza nell’uso non emerge con evidenza dagli altri repertori lessicografici, nel GRADIT i due termini sono sostanzialmente sinonimi, in quanto l’esotismo è definito come «elemento linguistico proveniente da una lingua straniera, entrato nell’uso comune» (s.v.), mentre il forestierismo come «parola o locuzione importata da un’altra lingua in forma originale […] o adattata alla pronuncia e morfologia italiana» (s.v.). Una parziale corrispondenza è tuttavia rintracciabile alla voce forestierismo dell’ Enciclopedia dell’Italiano firmata da Massimo Fanfani, secondo cui la contrapposizione tra i due termini è da ricondurre al contatto vero e proprio tra le due lingue oggetto di interferenza: gli esotismi sono dunque «parole provenienti da lingue remote con le quali manca un contatto culturale», che inoltre «si diffondono attraverso altre lingue che fanno da tramite e riguardano voci locali designanti cose concrete» (Fanfani, 2010 b: 511), mentre il termine forestierismo , pur presentando una notevole varietà di impieghi, è riservato alle parole provenienti da lingue con cui esiste un contatto linguistico diretto. (^19) Accanto a questa forma si sono diffuse in seguito le varianti prestito plurimo e multiplo , con analogo significato (cfr. Gusmani, 1986 : 91) (^20) Come si è detto, la definizione riportata in GRADIT (s.v. calco ) ne esemplifica tre tipologie, quello semantico, lessicale e sintattico. Tali locuzioni sono presenti anche a lemma, tuttavia le definizioni non

conserva spesso l’ordine degli elementi della lingua B, anche quando quest’ordine è contrario a quello che si osserva altrove nell’uso della lingua (Dubois, 1979 , s.v. calco ). La definizione proposta da Dubois pone dunque una distinzione tra il calco semantico e il calco strutturale , specificando che il primo caso si verifica comunemente quando l’interferenza coinvolge parole semplici, mentre nel secondo caso sono coinvolte parole composte, di cui la lingua d’arrivo mantiene spesso l’ordine dei costituenti della lingua da cui si prende in prestito (come nel caso dell’it. ferrovia , modellato sul ted. Eisenbahn ). Nel Dizionario di Cardona, invece, manca la distinzione tipologica dei calchi, di cui si dà una definizione non pienamente esaustiva: «Procedimento in cui una parola o espressione di una lingua B viene resa fedelmente con materiali della lingua A» (Cardona, 1988, s.v. calco ). L’indagine sulla lessicografia fin qui condotta evidenzia in prima istanza una certa variabilità terminologica e classificatoria, segno di una elaborazione teorica piuttosto lenta e non sempre del tutto condivisa. Le opere lessicografiche di riferimento, GRADIT e GDLI – il cui secondo volume, in cui è contenuta la voce, è del 1962 – presentano le principali tipologie del fenomeno, senza tuttavia offrire una visione organica dal punto di vista storico e terminologico. Più dettagliate risultano invece le trattazioni registrate dalla lessicografia settoriale, anche se talvolta divergenti nella classificazione tipologica del calco. Ne risulta infine un quadro composito e disomogeneo, che se da una parte conferma la necessità di una riflessione terminologica nell’ambito degli studi sull’interferenza linguistica, dall’altra riflette la lentezza che ha caratterizzato l’ingresso del tecnicismo e delle sue diverse manifestazioni negli studi di italianistica – lentezza imputabile, con ogni probabilità, anche alla difficoltà di inquadrare univocamente le diverse sfumature di tale processo di interferenza. La ricezione del termine in italiano, proveniente dal calque di tradizione francese, è ben documentata ancora una volta da Vincenzo Orioles, che individua una prima apparizione del tecnicismo – nella trattatistica italiana – nel saggio Introduzione alla neolinguistica di Matteo Bartoli, il quale tuttavia in quell’occasione quasi si limitò a rilevare e segnalare l’esistenza della parola in accezione tecnica. Servendosi infatti di una formula che era stata già di Ascoli, Bartoli definì nel suo saggio alcuni fenomeni di innovazione linguistica – quali, ad esempio, l’introduzione di Dominus in luogo di Deus – come «creazioni di “spirito” greco e di “materia” latina», aggiungendo poco oltre che «Altri dà a codesti casi il nome di calchi»^22. È possibile rintracciare un uso del sostantivo in ambito linguistico già nel primo decennio del Novecento, privo tuttavia della connotazione tecnica: «Si noti la costruzione di questi due avverbi anyatha-anyatha, usati col valore del latino aliter-aliter. Il calco latino dell’espressione sanscrita sarebbe il seguente: qui iudicat animam aliter (quam ipsa est) quae aliter est (quam ille existimat) ecc. “colui che stima ad un modo l’anima ch’è un’altra cosa”»^23. E ancora alla fine dell’Ottocento, d’altra parte, il fenomeno del calco non era inquadrato nella terminologia tecnica: ad esempio, nel Lessico purista di Pietro Fanfani il termine non compare, nonostante tale processo di interferenza fosse già documentato. Per descrivere la derivazione francese dell’accezione ‘permaloso’ dell’aggettivo suscettibile, infatti, egli scriveva: Suscettibile per Permaloso , Ombroso , Facile ad offendersi è il francese Susceptible crudo crudo» (Fanfani, 1890, s.v. suscettibile )^24. (^22) Bartoli ( 1925 : 44 ); desumo la citazione da Orioles ( 2002 : 177), cui si rinvia per ulteriori approfondimenti sulle prime apparizioni di calco in italiano e sulle prime distinzioni tra i tipi lessicale e semantico. Cfr. inoltre la voce calcare^1 nel DELI, in cui si fa risalire l’accezione linguistica del termine allo stesso Bartoli. (^23) Baratti ( 1913 : 326 ). (^24) Gli ultimi due decenni dell’Ottocento, del resto, sembrano essere fondamentali nella formalizzazione della terminologia di tale fenomeno. Come ricordò Migliorini, infatti, se già in Ascoli compariva il verbo

Come già detto, un quadro analitico delle tipologie del calco è nel Lessico di Bußmann (2007: 96), in cui i calchi sono distinti tra strutturali e semantici : alla prima categoria appartengono così i calchi di derivazione , fraseologico , imperfetto , di composizione , sintattico e sintematico ; alla seconda invece i calchi di traduzione e tramite trasposizione semantica^25_._ Si può notare dunque la notevole varietà terminologica e tassonomica, che tuttavia non trova riscontro nelle altre opere lessicografiche di riferimento. La medesima discontinuità classificatoria si rintraccia inoltre in trattazioni scientifiche eterogenee: a titolo esemplificativo, è possibile menzionare la voce calchi , a firma di Massimo Fanfani (2010a: 164 - 165 ), dell’ Enciclopedia dell’Italiano e l’analisi tipologica dei prestiti linguistici nel manuale di linguistica italiana curato da Massimo Palermo (2020). In quest’ultimo viene proposta una distinzione tra calchi strutturali e semantici; tuttavia l’espressione calco di traduzione è proposta come sinonimo di calco strutturale , e assume dunque un valore differente rispetto a quello indicato dal Lessico di Bußmann, in cui è associata piuttosto al calco semantico. Nel manuale di Palermo, un esempio di calco di traduzione è la polirematica guerra fredda , modellata sull’inglese cold war ; nel Lessico , invece, la stessa espressione compare come esemplificazione del calco sintematico. Anche nella voce calchi di Fanfani, come si è detto, si rilevano divergenze terminologiche rispetto al Lessico. In particolare, Fanfani adotta tecnicismi non registrati nel Lessico , come semicalco , inserito tra i calchi strutturali e riservato a quei casi in cui «l’imitazione del modello è resa con una certa autonomia sia sul piano formale che su quello semantico» (Fanfani, 2010 a: 165). Esempio di semicalco è il sostantivo campanilismo , che riproduce mediante un derivato l’espressione francese esprit de clocher , oppure alcuni tecnicismi sportivi come guardalinee e fuorigioco , i quali non corrispondono in modo perfettamente sovrapponibile alla semantica degli archetipi inglesi linesman e offside. Analogamente, Fanfani sovrappone i calchi fraseologici e i calchi sintematici, considerandoli sostanzialmente sinonimi in quanto relativi alla riproduzione di un’espressione polirematica. Nel Lessico di Bußmann tale sovrapposizione non è ammessa: il calco fraseologico è distinto come la riproduzione letterale di un’espressione idiomatica (ad es., l’it. non c’è di che sul modello del francese il n’y a pas de quoi ), mentre il calco sintematico designa quei casi in cui sia il modello sia la riproduzione presentano l’aspetto di un sintema, cioè un’unità lessicale complessa, i cui costituenti, pur dotati di autonomia semantica in altri contesti, in quella combinazione assumono un significato unitario, come accade con guerra fredda , modellato sull’ingl. cold war (cfr. Gusmani, 1986 : 274). La classificazione proposta nel Lessico si rifà in larga misura alla lezione di Roberto Gusmani, che tra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso dedicò numerosi studi alla sistematizzazione delle diverse tipologie dell’interferenza. Si deve a lui, ad esempio, l’introduzione della locuzione calco sintematico , coniata in un contributo del 1979 e successivamente ripresa nei Saggi sull’interferenza linguistica (Gusmani, 1986 : 273 - 284). Per la creazione di questo nuovo tecnicismo, Gusmani si ispirò al synthème di Martinet, termine che designava le unità lessicali composte da due o più monemi e caratterizzate tuttavia da un significato unitario^26. Già in un intervento del 1974, Gusmani aveva affrontato il problema dell’ambiguità insita nell’espressione calco formale , che andava diffondendosi in Italia insieme a calco semantico. In quella sede egli osservava come tale dicitura potesse «far pensare all’aspetto esteriore della parola» e suggeriva perciò di preferire calco strutturale , «essendo per l’appunto la struttura del modello a venir riprodotta nella copia» (Gusmani, 1986 : 221). Nello stesso contributo, Gusmani si soffermava anche su quei casi in cui il ricalcare , il primo a tecnicizzare il sostantivo calque – in ambito francese – fu L. Duvau in un articolo del 1892 (cfr. Calco e irradiazione sinonimica del 1948, confluito in Migliorini, 1957 ). (^25) Nel diagramma, sotto la categoria del calco semantico, è menzionato unicamente quello di traduzione ; tuttavia alla voce calco si fa riferimento anche a quello originato tramite trasposizione semantica. (^26) A riguardo, si veda Orioles ( 2013 ).

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

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