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Farinata degli Uberto, Schemi e mappe concettuali di Letteratura Italiana

Riassunto dettagliato di Farinata

Tipologia: Schemi e mappe concettuali

2024/2025

Caricato il 21/03/2025

Franchuccio
Franchuccio 🇮🇹

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Enciclopedia Dantesca (1970)
diMario Sansone
Farinata. - Appellativo di Manente degli Uberti, capopartito ghibellino, personaggio del C. X
dell'Inferno.
Appartenente a nobile, ricca e antica famiglia ghibellina, figlio di Iacopo, nacque nei primissimi
anni del sec. XIII, a Firenze. Parteggiò sempre coi ghibellini, di cui fu massimo esponente nella
città dal 1239, quando divenne capo della sua famiglia. Nella lotta contro i guelfi, riuscì a
sconfiggerli ed esiliarli una prima volta il 2 febbraio 1248, mercé l'aiuto di Federico II, ma, rientrati
in città i suoi nemici dopo la rivincita di Figline, nel gennaio del 1251, egli stesso con la sua Parte
fu sopraffatto e costretto all'esilio, a Siena, nel 1258. Dopo la battaglia di Montaperti (4 settembre
1260) rientrò vittorioso in Firenze, donde furono cacciati una seconda volta i guelfi il 13 ottobre
successivo. Riunitisi i capi ghibellini a Empoli proposero, particolarmente i Pisani, che Firenze
fosse rasa al suolo, per distruggere alla radice il guelfismo toscano, ma F., apertamente e solo, si
oppose e riuscì a salvare la sua città. Morì in Firenze nel 1264: nello stesso anno i ghibellini furono
di nuovo cacciati dalla città; dopo la sconfitta di Manfredi a Benevento, tutta la Parte ghibellina fu
costretta, nel 1267, all'esilio, e perdette per sempre il potere politico; ma molti ghibellini tornarono.
D. ricorda la prima volta F. nel c. VI dell'Inferno (v. 79), in occasione del suo incontro con Ciacco,
nel primo canto ‛ politico ' - di politica fiorentina - di tutto il poema. Dopo che Ciacco gli ha
predetto i tragici eventi del 1300-1302, D. gli chiede se egli sappia in quali condizioni si trovino
nell'oltremondo i grandi Fiorentini del passato, Farinata e 'l Tegghiaio, che fuor sì degni, / lacopo
Rusticucci, Arrigo e 'l Mosca / e li altri ch'a ben far puoser li 'ngegni. E Ciacco gli fa sapere che
sono tra l'anime più nere e che ‛ diversa colpa ' giù li grava al fondo dell'Inferno.
È lecito certamente ritenere che il richiamo qui a F. e agli altri debba inquadrarsi nella prospettiva
morale e civile che della storia contemporanea veniva disegnando D.: un richiamo non tanto alle
persone, quanto a una generazione, termine di costante ammirazione e rimpianto, e a un'epoca, nella
quale le lotte delle parti non impedivano l'esercizio delle virtù magnanime del patriottismo, e non
significavano un tragico e irreparabile scadimento dell'umanità, di cui poi il poeta stesso avrebbe
sentito l'impegno di farsi annunziatore e profeta di condanna e insieme di salvezza. Tuttavia non
può non colpire la contrapposizione tra l'ancora ingenua ammirazione del pellegrino per i grandi
cittadini del passato e la cruda notizia della condanna divina, e sebbene l'accento poetico sembri
risultare dalla prima condizione d'animo del poeta, la contrapposizione non può non avvertirsi come
la prima presa di coscienza del viandante della sproporzione tra la gloria terrena e le reali virtù
predicate dalla fede, tra l'umano suono della fama e l'infallibile giustizia di Dio. Importa fermare
questo punto per intendere il più moderno dibattito intorno al vero e proprio ‛ episodio '.
Il dialogo tra D. e F. occupa quasi totalmente il c. X dell'Inferno (vv. 13-136; tranne i vv. 52-72
riservati a Cavalcante de' Cavalcanti).
D. e Virgilio sono già nel sesto cerchio, dove sono puniti gli eretici, e procedono tra le tombe
infocate. Alla domanda di D. se si può vedere qualcuno dei dannati, giacché i coperchi sono
sollevati sopra le arche, Virgilio risponde prima annunziando che le arche saranno per sempre
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Enciclopedia Dantesca (1970) di Mario Sansone Farinata. - Appellativo di Manente degli Uberti, capopartito ghibellino, personaggio del C. X dell'Inferno. Appartenente a nobile, ricca e antica famiglia ghibellina, figlio di Iacopo, nacque nei primissimi anni del sec. XIII, a Firenze. Parteggiò sempre coi ghibellini, di cui fu massimo esponente nella città dal 1239, quando divenne capo della sua famiglia. Nella lotta contro i guelfi, riuscì a sconfiggerli ed esiliarli una prima volta il 2 febbraio 1248, mercé l'aiuto di Federico II, ma, rientrati in città i suoi nemici dopo la rivincita di Figline, nel gennaio del 1251, egli stesso con la sua Parte fu sopraffatto e costretto all'esilio, a Siena, nel 1258. Dopo la battaglia di Montaperti (4 settembre

  1. rientrò vittorioso in Firenze, donde furono cacciati una seconda volta i guelfi il 13 ottobre successivo. Riunitisi i capi ghibellini a Empoli proposero, particolarmente i Pisani, che Firenze fosse rasa al suolo, per distruggere alla radice il guelfismo toscano, ma F., apertamente e solo, si oppose e riuscì a salvare la sua città. Morì in Firenze nel 1264: nello stesso anno i ghibellini furono di nuovo cacciati dalla città; dopo la sconfitta di Manfredi a Benevento, tutta la Parte ghibellina fu costretta, nel 1267, all'esilio, e perdette per sempre il potere politico; ma molti ghibellini tornarono. D. ricorda la prima volta F. nel c. VI dell'Inferno (v. 79), in occasione del suo incontro con Ciacco, nel primo canto ‛ politico ' - di politica fiorentina - di tutto il poema. Dopo che Ciacco gli ha predetto i tragici eventi del 1300-1302, D. gli chiede se egli sappia in quali condizioni si trovino nell'oltremondo i grandi Fiorentini del passato, Farinata e 'l Tegghiaio, che fuor sì degni, / lacopo Rusticucci, Arrigo e 'l Mosca / e li altri ch'a ben far puoser li 'ngegni. E Ciacco gli fa sapere che sono tra l'anime più nere e che ‛ diversa colpa ' giù li grava al fondo dell'Inferno. È lecito certamente ritenere che il richiamo qui a F. e agli altri debba inquadrarsi nella prospettiva morale e civile che della storia contemporanea veniva disegnando D.: un richiamo non tanto alle persone, quanto a una generazione, termine di costante ammirazione e rimpianto, e a un'epoca, nella quale le lotte delle parti non impedivano l'esercizio delle virtù magnanime del patriottismo, e non significavano un tragico e irreparabile scadimento dell'umanità, di cui poi il poeta stesso avrebbe sentito l'impegno di farsi annunziatore e profeta di condanna e insieme di salvezza. Tuttavia non può non colpire la contrapposizione tra l'ancora ingenua ammirazione del pellegrino per i grandi cittadini del passato e la cruda notizia della condanna divina, e sebbene l'accento poetico sembri risultare dalla prima condizione d'animo del poeta, la contrapposizione non può non avvertirsi come la prima presa di coscienza del viandante della sproporzione tra la gloria terrena e le reali virtù predicate dalla fede, tra l'umano suono della fama e l'infallibile giustizia di Dio. Importa fermare questo punto per intendere il più moderno dibattito intorno al vero e proprio ‛ episodio '. Il dialogo tra D. e F. occupa quasi totalmente il c. X dell'Inferno (vv. 13-136; tranne i vv. 52- riservati a Cavalcante de' Cavalcanti). D. e Virgilio sono già nel sesto cerchio, dove sono puniti gli eretici, e procedono tra le tombe infocate. Alla domanda di D. se si può vedere qualcuno dei dannati, giacché i coperchi sono sollevati sopra le arche, Virgilio risponde prima annunziando che le arche saranno per sempre

serrate dopo il giorno del Giudizio e che in quella parte del cerchio sono puniti i seguaci di Epicuro che l'anima col corpo morta fanno, e poi assicurando che gli sarà possibile vedere proprio quell'anima che D., per discrezione, non ha voluto nominare. L'episodio è in tal modo sapientemente preparato attraverso toni di colloquiale e trepida sospensione. F. parla, improvvisamente levatosi da una delle arche, e invita con accenti di cortesia D. a fermarsi, dopo aver rilevato il suo parlare onesto verso Virgilio. Egli ha riconosciuto in lui un cittadino della sua nobile patria, Firenze, alla quale ammette di esser forse stato troppo molesto. All'improvviso suono di quelle parole, lì nell'alto silenzio del cimitero, D., intimorito, s'accosta a Virgilio, che invece lo incoraggia a volgersi e guardare F., il peccatore che egli segretamente desiderava vedere, e che si leva ora dalla cintola in su fuori dell'arca. Ma D. aveva già piantato i suoi occhi in quelli del dannato a coglierne l'aspetto e l'anima, e lo vede eretto, fuori dell'arca, col petto e con la fronte, come immemore e disdegnoso dell'Inferno. Le mani animose di Virgilio lo spingono verso F. invitandolo a parlare: ma F., quando il poeta è giunto presso la sua tomba, lo precede e con accento di consueta e distaccata alterigia lo invita a rivelare chi siano stati i suoi maggiori, e alla pronta e aperta risposta di D., dopo un cenno di corruccio, gli oppone che furono fieramente avversi alla sua Parte, sicché egli li disperse, li cacciò in bando, due volte, coi guelfi. Immediatamente D. ribatte che i suoi seppero però tornare l'una e l'altra volta, mentre i familiari di F. non erano riusciti ad apprender bene quell'arte del ritorno in patria. A questo punto, quando la tensione tra i due sembra salita al suo estremo, s'inserisce la scena di Cavalcante de' Cavalcanti anch'egli collocato nella medesima tomba (vv. 52-72). E tuttavia F. pare rimanere assente, chiuso in sé medesimo, e non dà un sol segno, parola o gesto, di partecipazione al dramma del suo compagno di pena, talché quando l'altro piomba, folgorato dal sospetto della morte del figlio, nel fondo della tomba, riprende il discorso con D., al punto in cui si era interrotto: e mentre confessa che quella sorte d'inesorabile vendetta toccata ai suoi discendenti lo tormenta più della stessa pena infernale, preannunzia a D. la prossima dolorosa esperienza di quell'arte dell'esilio senza speranza di ritorno. E poi gli chiede, come incapace di darsene una ragione, il motivo di una così spietata crudeltà dei Fiorentini verso i suoi discendenti. D. gli ricorda che sopra di lui pesa la responsabilità dell'orribile strage di Montaperti e che è quella memoria a indurre i suoi concittadini alla conferma della condanna: e F., sospirando e scuotendo il capo, come in segno di desolazione e di doloroso rifiuto di una così singolare responsabilità, ricorda che non fu egli solo alla strage di Montaperti e vi fu tratto dalla feroce logica delle parti, mentre fu egli solo colui che difese a viso aperto Firenze, quando si proponeva di distruggerla. Di qui il colloquio diventa meno drammatico, percorso solo da un residuo senso di comune tristezza: D., che era stato così pronto alla ritorsione, augurando tregua e pace ai suoi discendenti, chiede a F. un chiarimento intorno alla prescienza delle anime infernali (o, più probabilmente, di quelle dannate in questo sesto cerchio), e F. non solo gli dà la richiesta spiegazione, ma aggiunge il richiamo alla finale terribile condizione sua e dei suoi consorti, quando non vi sarà più futuro e le tombe saran serrate in eterno. Il dialogo si spegne in note prevalentemente strutturali, pur se penetrate da una solenne mestizia: D., quasi avvertendosi in colpa, prega F. di chiarire a Cavalcanti la ragione dell'indugio nel rispondergli, e gli chiede notizia