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Riassunto dettagliato di Farinata
Tipologia: Schemi e mappe concettuali
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Enciclopedia Dantesca (1970) di Mario Sansone Farinata. - Appellativo di Manente degli Uberti, capopartito ghibellino, personaggio del C. X dell'Inferno. Appartenente a nobile, ricca e antica famiglia ghibellina, figlio di Iacopo, nacque nei primissimi anni del sec. XIII, a Firenze. Parteggiò sempre coi ghibellini, di cui fu massimo esponente nella città dal 1239, quando divenne capo della sua famiglia. Nella lotta contro i guelfi, riuscì a sconfiggerli ed esiliarli una prima volta il 2 febbraio 1248, mercé l'aiuto di Federico II, ma, rientrati in città i suoi nemici dopo la rivincita di Figline, nel gennaio del 1251, egli stesso con la sua Parte fu sopraffatto e costretto all'esilio, a Siena, nel 1258. Dopo la battaglia di Montaperti (4 settembre
serrate dopo il giorno del Giudizio e che in quella parte del cerchio sono puniti i seguaci di Epicuro che l'anima col corpo morta fanno, e poi assicurando che gli sarà possibile vedere proprio quell'anima che D., per discrezione, non ha voluto nominare. L'episodio è in tal modo sapientemente preparato attraverso toni di colloquiale e trepida sospensione. F. parla, improvvisamente levatosi da una delle arche, e invita con accenti di cortesia D. a fermarsi, dopo aver rilevato il suo parlare onesto verso Virgilio. Egli ha riconosciuto in lui un cittadino della sua nobile patria, Firenze, alla quale ammette di esser forse stato troppo molesto. All'improvviso suono di quelle parole, lì nell'alto silenzio del cimitero, D., intimorito, s'accosta a Virgilio, che invece lo incoraggia a volgersi e guardare F., il peccatore che egli segretamente desiderava vedere, e che si leva ora dalla cintola in su fuori dell'arca. Ma D. aveva già piantato i suoi occhi in quelli del dannato a coglierne l'aspetto e l'anima, e lo vede eretto, fuori dell'arca, col petto e con la fronte, come immemore e disdegnoso dell'Inferno. Le mani animose di Virgilio lo spingono verso F. invitandolo a parlare: ma F., quando il poeta è giunto presso la sua tomba, lo precede e con accento di consueta e distaccata alterigia lo invita a rivelare chi siano stati i suoi maggiori, e alla pronta e aperta risposta di D., dopo un cenno di corruccio, gli oppone che furono fieramente avversi alla sua Parte, sicché egli li disperse, li cacciò in bando, due volte, coi guelfi. Immediatamente D. ribatte che i suoi seppero però tornare l'una e l'altra volta, mentre i familiari di F. non erano riusciti ad apprender bene quell'arte del ritorno in patria. A questo punto, quando la tensione tra i due sembra salita al suo estremo, s'inserisce la scena di Cavalcante de' Cavalcanti anch'egli collocato nella medesima tomba (vv. 52-72). E tuttavia F. pare rimanere assente, chiuso in sé medesimo, e non dà un sol segno, parola o gesto, di partecipazione al dramma del suo compagno di pena, talché quando l'altro piomba, folgorato dal sospetto della morte del figlio, nel fondo della tomba, riprende il discorso con D., al punto in cui si era interrotto: e mentre confessa che quella sorte d'inesorabile vendetta toccata ai suoi discendenti lo tormenta più della stessa pena infernale, preannunzia a D. la prossima dolorosa esperienza di quell'arte dell'esilio senza speranza di ritorno. E poi gli chiede, come incapace di darsene una ragione, il motivo di una così spietata crudeltà dei Fiorentini verso i suoi discendenti. D. gli ricorda che sopra di lui pesa la responsabilità dell'orribile strage di Montaperti e che è quella memoria a indurre i suoi concittadini alla conferma della condanna: e F., sospirando e scuotendo il capo, come in segno di desolazione e di doloroso rifiuto di una così singolare responsabilità, ricorda che non fu egli solo alla strage di Montaperti e vi fu tratto dalla feroce logica delle parti, mentre fu egli solo colui che difese a viso aperto Firenze, quando si proponeva di distruggerla. Di qui il colloquio diventa meno drammatico, percorso solo da un residuo senso di comune tristezza: D., che era stato così pronto alla ritorsione, augurando tregua e pace ai suoi discendenti, chiede a F. un chiarimento intorno alla prescienza delle anime infernali (o, più probabilmente, di quelle dannate in questo sesto cerchio), e F. non solo gli dà la richiesta spiegazione, ma aggiunge il richiamo alla finale terribile condizione sua e dei suoi consorti, quando non vi sarà più futuro e le tombe saran serrate in eterno. Il dialogo si spegne in note prevalentemente strutturali, pur se penetrate da una solenne mestizia: D., quasi avvertendosi in colpa, prega F. di chiarire a Cavalcanti la ragione dell'indugio nel rispondergli, e gli chiede notizia