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appunti sul personaggio farinata degli umberti di dante
Tipologia: Appunti
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Manente Degli Uberti, detto Farinata, fu uno dei principali capi dei Ghibellini a Firenze nel primo Duecento. Con l'appoggio di Federico II di Svevia nel 1248 cacciò i Guelfi e fu uno degli artefici della disfatta guelfa di Montaperti (1260) e nel successivo convegno di Empoli fu l'unico a opporsi alla proposta di radere al suolo Firenze. Farinata fu accusato di eresia, processato dopo la sua morte e condannato. Anche dopo morti gli Uberti dovettero subire un'ulteriore vendetta da parte della fazione rivale dei guelfi: infatti nel 1283, i corpi di Farinata e sua moglie Adaleta subirono a Firenze un processo pubblico per l'accusa di eresia. Per l'occasione i loro resti mortali, vennero riesumati per la celebrazione del processo, conclusosi poi con la condanna, da parte dell'inquisitore francescano Salomone da Lucca. Quindi tutti i beni lasciati in eredità da Farinata vennero confiscati agli eredi. Dante nel canto X dell'Inferno, colloca Farinata tra gli eretici epicurei che non credono nell'immortalità dell'anima; ha un vivace scambio di battute con Dante: il poeta si presenta come Guelfo e ricorda a Farinata che i suoi antenati, due volte cacciati da quelli del dannato, per due volte tornarono a Firenze. Dopo l'intermezzo di Cavalcante, Farinata profetizza a Dante l'esilio e l'impossiblità di rientrare in città. Gli domanda poi perché i fiorentini siano così duri contro i suoi discendenti e Dante ricorda lo scempio della battaglia di Montaperti, che colorò di rosso le acque del fiume Arbia. Farinata ribatte che non fu certo lui solo a combattere a Montaperti contro i Guelfi, ma fu l'unico a opporsi al disegno di distruggere la città di Firenze. Farinata spiega ancora a Dante che i dannati hanno facoltà di antivedere il futuro solo quando gli eventi sono molto lontani nel tempo, mentre quando sono prossimi essi sfuggono al loro sguardo. Dante rese un grande omaggio, facendone uno dei protagonisti indimenticabili del suo Inferno e tratteggiandone una figura imponente e fiera, quasi omerica nel contrastare le avversità tanto che la sua guida Virgilio lo esorta a non usare con lui parole comuni ma nobili.
La seconda anima con cui Dante dialoga nel Canto X dell’Inferno è quella di Cavalcante de' Cavalcanti, padre di Guido Cavalcanti, celebre poeta stilnovista nonché amico di Dante. Nato a Firenze nella prima metà del secolo XIII, intorno al 1220, appartenne a una delle più antiche e nobili casate fiorentine di parte guelfa, i cosiddetti Cavalcanti, avversaria di quella degli Uberti. Poche le notizie sul suo conto: nel 1260, in seguito alla sconfitta nella battaglia di Montaperti, venne esiliato a Lucca e le sue case in San Pier Scheraggio vennero incendiate. Rientrò a Firenze solo nel 1266, dopo la vittoria ottenuta dai Guelfi nella battaglia di Benevento; qui, probabilmente, morì in una data imprecisabile tra il 1267 e il 1280. Dell’eresia di cui Dante lo accusa poco sappiamo; egli sarebbe stato noto, all’epoca, per aver aderito alla filosofia epicurea, sostenendo la mortalità dell’anima. Della stessa colpa si sarebbe poi macchiato anche il figlio Guido. L’intero episodio di Cavalcante si inserisce tra le due parti in cui è suddiviso il colloquio di Dante con Farinata: con grande maestria, il poeta riesce così ad addolcire i toni del Canto, ponendosi in netto contrasto con la prima sezione del testo e aprendo le porte alla tematica del dolore e dell’amore paterno, che torneranno anche nella ripresa del dialogo con Farinata. Cavalcante è invece connotato dai tipici tratti di un essere umano sofferente. Egli si mostra angosciato non tanto per la propria pena, quanto per le sorti del figlio.