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Riassunto Farinata e Cavalcanti
Tipologia: Schemi e mappe concettuali
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Farinata e l’esilio Manente di Jacopo degli Uberti, chiamato Farinata, fu un ghibellino fiorentino, a capo della sua fazione sin dal 1239. Ebbe un ruolo-chiave nel 1248 nella cacciata dei guelfi , che tuttavia tornarono in città due anni più tardi. La situazione politica per gli Uberti, notevolmente complicatasi dopo la morte di Federico II di Svevia (1250), peggiorò ulteriormente nel 1258, quando la famiglia fu condannata all’esilio a Siena. Farinata partecipò così alla battaglia di Montaperti del settembre 1260 tra le truppe ghibelline senesi e i guelfi di Firenze; il successo gli permise di rientrare in Firenze, dove Farinata morì nel
guidato attraverso i tre regni ultraterreni in un radicale percorso di conversione e redenzione purificatrice. RIASSUNTO Dopo aver attraversato il fiume Flegetonte, i due poeti si incamminano per un bosco intricato. Sugli alberi fanno il loro nido le arpie, emettendo lamenti. Vigilo spiega a Dante che si trovano ora nel secondo girone e lo invita ad osservare con molta attenzione le cose incredibili che lo caratterizzano. Dante rimane smarrito nell’udire lamenti senza però vedere nessuno che li emetta; Vigilio lo invita allora, per comprendere la verità, a spezzare un rametto. Dalla pianta escono insieme sangue e parole di dolore; si tratta infatti di dannati trasformati in piante. Scusandosi a nome di Dante, che ha agito per suggerimento, Virgilio invita il peccatore a manifestare la propria identità in modo che il discepolo, con cui è concesso di ritornare nel mondo, possa riportare il suo nome tra i vivi e riattivarne il ricordo. Lo spirito è quello di Pier delle Vigne, ministro dell'imperatore Federico II di Svevia; incarcerato per tradimento in seguito alle calunnie dei Cortigiani invidiosi, non riuscendo a sopportare l'infamia, si tolse la vita. Egli ribadisce ora di fronte a Dante la propria innocenza e la propria integrità di comportamento, pregandolo di ripristinare in terra il suo onore. Il discorso di Pier delle Vigne ha commosso Dante, che non riesce più a parlare; è quindi ancora Vigilio a chiedere al dannato in che modo avvenga la trasformazione dell'anima in pianta e se qualcuna possa in qualche modo liberarsi di quella forma. Pier delle Vigne spiega che nel momento in cui l'anima si stacca dal corpo per volontà del suicida, essa precipita nella selva e qui mette radici; il suo dolore è accresciuto dalle Arpie che si nutrono delle sue foglie. Ancora su invito di Virgilio, Pier delle Vigne spiega qual è la condizione dei suicidi dopo il Giudizio Universale anch’essi riprenderanno i loro corpi, ma non se ne rivestiranno, dal momento che vollero deliberatamente separarsene; li porteranno con sé nella propria selva e li appenderanno ciascuno sul proprio albero.
L’atteggiamento di Dante è dotato dallo stupore alla angoscia. La gradazione sentimentale si esprime anche attraverso la complessità stilistica. Lo smarrimento iniziale di Dante dà luogo all’esitazione e poi al timore. Infine il turbamento del poeta esplode apertamente di fronte a Pier della Vigna; anche qui non si tratta di partecipazione né tanto meno di ammirazione. A contrario Dante è turbato per diversi motivi: