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Farinata e Cavalcanti, Schemi e mappe concettuali di Letteratura Italiana

Riassunto Farinata e Cavalcanti

Tipologia: Schemi e mappe concettuali

2018/2019

Caricato il 08/03/2023

vittorio-galiero
vittorio-galiero 🇮🇹

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Farinata e l’esilio
Manente di Jacopo degli Uberti, chiamato Farinata, fu
unghibellino fiorentino, a capo della sua fazione sin dal 1239.
Ebbe unruolo-chiavenel 1248 nellacacciata dei guelfi, che
tuttavia tornarono in città due anni più tardi. La situazione politica
per gli Uberti, notevolmente complicatasi dopo la morte di
Federico II di Svevia (1250), peggiorò ulteriormente nel 1258,
quando la famiglia fu condannata all’esilio a Siena. Farinata
partecipò così allabattaglia di Montapertidelsettembre
1260tra le truppe ghibelline senesi e i guelfi di Firenze; il
successo gli permise di rientrare in Firenze, dove Farinata morì nel
1264. Nel 1266 labattaglia di Benevento(quella della morte di
Manfredi) decretò invece la definitiva affermazione dei guelfi e una
nuova condanna per gli Uberti. Solo diciannove anni dopo la morte
di Farinata poi, l’inquisitore francescano Salomone da Lucca
ordinò lacondanna postuma di Farinatae della moglie Adaleta
in quanto eretici: oltre alla confisca dei beni degli eredi, i resti dei
due vennero dissepolti dalla chiesa di Santa Reparata e traslati in
terreno non consacrato.
La figura di Farinata permetta a Dante di introdurre un tema che
attraverserà tutta laCommedia:l’esilio. Da un lato si instauraun
parallelismotra la condizione del dannato e la futura sventura
dello stesso poeta; dall’altro il ricordo delle sconfitte personali
mette in lucela fierezza e l’orgoglio di Farinatache, pungolato
dal rivale politico.
Cavalcante de’ Cavalcanti e l’eresia
Cavalcante de’ Cavalcanti, padre del poeta Guido, dopo la sconfitta
diMontapertidel 1260 fuesiliato a Luccae potè rientrare a
Firenze solo nel 1266 dopo la vittoria dei guelfi nella battaglia di
Benevento. Il padre come il figlio Guido aveva fama di seguire le
dottrine diEpicuro, che, tra le altre cose, sostenevano lamortalità
dell’anima. Guido fu filosofo assai rinomato al tempo, per quanto
noto soprattutto per le sue ricerche eterodosse tra cui
l’epicureismo. Il “disdegno” (v. 63) del figlio Guido nei confronti
della Teologia, simboleggiata da Beatrice, se ci restituisce da un
lato un profilo molto “umano” di un padre angosciato per le sorti
del figlio, dall’altro permette a Dante difissare con precisione il
senso della propria missione: se l’amico Guido si è perso dietro
a errate convinzioni filosofiche, egli, per volontà della Grazia, è
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Farinata e l’esilio Manente di Jacopo degli Uberti, chiamato Farinata, fu un ghibellino fiorentino, a capo della sua fazione sin dal 1239. Ebbe un ruolo-chiave nel 1248 nella cacciata dei guelfi , che tuttavia tornarono in città due anni più tardi. La situazione politica per gli Uberti, notevolmente complicatasi dopo la morte di Federico II di Svevia (1250), peggiorò ulteriormente nel 1258, quando la famiglia fu condannata all’esilio a Siena. Farinata partecipò così alla battaglia di Montaperti del settembre 1260 tra le truppe ghibelline senesi e i guelfi di Firenze; il successo gli permise di rientrare in Firenze, dove Farinata morì nel

  1. Nel 1266 la battaglia di Benevento (quella della morte di Manfredi) decretò invece la definitiva affermazione dei guelfi e una nuova condanna per gli Uberti. Solo diciannove anni dopo la morte di Farinata poi, l’inquisitore francescano Salomone da Lucca ordinò la condanna postuma di Farinata e della moglie Adaleta in quanto eretici: oltre alla confisca dei beni degli eredi, i resti dei due vennero dissepolti dalla chiesa di Santa Reparata e traslati in terreno non consacrato. La figura di Farinata permetta a Dante di introdurre un tema che attraverserà tutta la Commedia: l’esilio. Da un lato si instaura un parallelismo tra la condizione del dannato e la futura sventura dello stesso poeta; dall’altro il ricordo delle sconfitte personali mette in luce la fierezza e l’orgoglio di Farinata che, pungolato dal rivale politico. Cavalcante de’ Cavalcanti e l’eresia Cavalcante de’ Cavalcanti, padre del poeta Guido, dopo la sconfitta di Montaperti del 1260 fu esiliato a Lucca e potè rientrare a Firenze solo nel 1266 dopo la vittoria dei guelfi nella battaglia di Benevento. Il padre come il figlio Guido aveva fama di seguire le dottrine di Epicuro, che, tra le altre cose, sostenevano la mortalità dell’anima. Guido fu filosofo assai rinomato al tempo, per quanto noto soprattutto per le sue ricerche eterodosse tra cui l’epicureismo. Il “disdegno” (v. 63) del figlio Guido nei confronti della Teologia, simboleggiata da Beatrice, se ci restituisce da un lato un profilo molto “umano” di un padre angosciato per le sorti del figlio, dall’altro permette a Dante di fissare con precisione il senso della propria missione : se l’amico Guido si è perso dietro a errate convinzioni filosofiche, egli, per volontà della Grazia, è

guidato attraverso i tre regni ultraterreni in un radicale percorso di conversione e redenzione purificatrice. RIASSUNTO Dopo aver attraversato il fiume Flegetonte, i due poeti si incamminano per un bosco intricato. Sugli alberi fanno il loro nido le arpie, emettendo lamenti. Vigilo spiega a Dante che si trovano ora nel secondo girone e lo invita ad osservare con molta attenzione le cose incredibili che lo caratterizzano. Dante rimane smarrito nell’udire lamenti senza però vedere nessuno che li emetta; Vigilio lo invita allora, per comprendere la verità, a spezzare un rametto. Dalla pianta escono insieme sangue e parole di dolore; si tratta infatti di dannati trasformati in piante. Scusandosi a nome di Dante, che ha agito per suggerimento, Virgilio invita il peccatore a manifestare la propria identità in modo che il discepolo, con cui è concesso di ritornare nel mondo, possa riportare il suo nome tra i vivi e riattivarne il ricordo. Lo spirito è quello di Pier delle Vigne, ministro dell'imperatore Federico II di Svevia; incarcerato per tradimento in seguito alle calunnie dei Cortigiani invidiosi, non riuscendo a sopportare l'infamia, si tolse la vita. Egli ribadisce ora di fronte a Dante la propria innocenza e la propria integrità di comportamento, pregandolo di ripristinare in terra il suo onore. Il discorso di Pier delle Vigne ha commosso Dante, che non riesce più a parlare; è quindi ancora Vigilio a chiedere al dannato in che modo avvenga la trasformazione dell'anima in pianta e se qualcuna possa in qualche modo liberarsi di quella forma. Pier delle Vigne spiega che nel momento in cui l'anima si stacca dal corpo per volontà del suicida, essa precipita nella selva e qui mette radici; il suo dolore è accresciuto dalle Arpie che si nutrono delle sue foglie. Ancora su invito di Virgilio, Pier delle Vigne spiega qual è la condizione dei suicidi dopo il Giudizio Universale anch’essi riprenderanno i loro corpi, ma non se ne rivestiranno, dal momento che vollero deliberatamente separarsene; li porteranno con sé nella propria selva e li appenderanno ciascuno sul proprio albero.

L’atteggiamento di Dante è dotato dallo stupore alla angoscia. La gradazione sentimentale si esprime anche attraverso la complessità stilistica. Lo smarrimento iniziale di Dante dà luogo all’esitazione e poi al timore. Infine il turbamento del poeta esplode apertamente di fronte a Pier della Vigna; anche qui non si tratta di partecipazione né tanto meno di ammirazione. A contrario Dante è turbato per diversi motivi:

  1. Egli deve innanzitutto comprendere il meccanismo che spinge l'uomo ad andare contro le leggi elementari dell’amore in sé, infierendo contro il proprio corpo e uccidendosi;
  2. Egli deve a maggior ragione capire come sia possibile una simile perversione in un uomo di grande altezza spirituale come Pier della Vigna, per di più innocente riguarda l'accusa rivoltagli;
  3. Nobile personalità di Pier della Vigna e gesto disperato dell'anonimo Fiorentino costringono ancora una volta Dante a riconsiderare i limiti dei valori umani in sé presi;
  4. Dante si sforza di penetrare le ragioni profonde della punizione Divina, volta al ristabilimento di un ordine superiore di armonia e di giustizia. Dunque la Selva dei suicidi non è solo un tratto del paesaggio, né un semplice espediente narrativo ma corrisponde un'intera complessità della situazione morale e psicologica della colpa. Parallelamente complesse e problematiche appaiono dall’altra parte le ragioni della condanna. A chiarire questo intrigo e a uscire indenne da queste spine deve qui riuscire il pellegrino Dante: il racconto del nobile suicida gli offrirà questa possibilità.