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Gramsci tra Farinata e Cavalcanti, Appunti di Letteratura Italiana

Gramsci tra Farinata e Cavalcanti: canto X dell’Inferno Il 2017 è stato, per definizione della Regione Sarda, l’anno gramsciano. In Sardegna, come in tante parti del mondo, si sono susseguite e si susseguono le iniziative, in campi diversi, per ricordare gli 80 anni dalla scomparsa del grande pensatore di Ghilarza.

Tipologia: Appunti

2022/2023

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Gramsci tra Farinata e Cavalcanti:
canto X dell’Inferno
Il 2017 è stato, per definizione della Regione Sarda, l’anno gramsciano. In Sardegna,
come in tante parti del mondo, si sono susseguite e si susseguono le iniziative, in
campi diversi, per ricordare gli 80 anni dalla scomparsa del grande pensatore di
Ghilarza.
Tra queste mi ero appuntato quella che si è tenuta a Cagliari lunedì 9 ottobre scorso,
nella sede della Fondazione di Sardegna, dove si era tenuto un convegno di studi
avente per tema Politica, cultura e lingua in Antonio Gramsci, con interventi di
Alessandro Masi, Segretario Generale della Dante Alighieri, Francesco Feliziani
(direttore generale dell’Ufficio Scolastico Regionale), Alessandra Carbognin
(presidente della sede di Cagliari della società Dante Alighieri), Aldo Accardo
(ordinario di Storia Contemporanea all’Università di Cagliari), Francesco Scoppola
(direttore generale Educazione e Ricerca del MiBACT), Carlo Salis, direttore di
ACCUS.
Il convegno, che non poteva certo esaurire le tematiche suggerite dal titolo, ha avuto
il merito di favorire una sorta di incontro virtuale tra due grandi della cultura, Dante e
Gramsci sono gli autori italiani più letti al mondo, accomunati dalla passione per la
politica, per la cultura e per la lingua, perfino dal destino di esuli, l’uno da Firenze e
l’altro dal suo stesso partito in quanto carcerato dal fascismo, fatti salvi ovviamente i
diversi contesti storici in cui vissero.
Questi cardini del loro pensiero, che si amalgamano organicamente nell’opera
complessiva, si riscontrano simbolicamente rappresentati in sintesi nella particolare e
originale interpretazione che diede Gramsci del Canto X dell’Inferno, il canto degli
eretici, su cui si sono soffermati alcuni relatori. Sembrerebbe un tema marginale,
pensando al Gramsci delle Tesi di Lione, fondatore del PCDI, teorico del marxismo e
della Politica, eppure nel primo dei 33 Quaderni manoscritti, datato 8 febbraio 1929,
Gramsci, sotto la voce “Note e appunti”, delineava un piano di lavoro in 16 punti, tra
cui al punto 5 si legge “Cavalcante Cavalcanti: la sua posizione nella struttura e
nell’arte della Divina Commedia”. Egli aveva dunque in mente di scrivere un saggio,
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Gramsci tra Farinata e Cavalcanti:

canto X dell’Inferno

Il 2017 è stato, per definizione della Regione Sarda, l’anno gramsciano. In Sardegna, come in tante parti del mondo, si sono susseguite e si susseguono le iniziative, in campi diversi, per ricordare gli 80 anni dalla scomparsa del grande pensatore di Ghilarza. Tra queste mi ero appuntato quella che si è tenuta a Cagliari lunedì 9 ottobre scorso, nella sede della Fondazione di Sardegna, dove si era tenuto un convegno di studi avente per tema Politica, cultura e lingua in Antonio Gramsci, con interventi di Alessandro Masi, Segretario Generale della Dante Alighieri, Francesco Feliziani (direttore generale dell’Ufficio Scolastico Regionale), Alessandra Carbognin (presidente della sede di Cagliari della società Dante Alighieri), Aldo Accardo (ordinario di Storia Contemporanea all’Università di Cagliari), Francesco Scoppola (direttore generale Educazione e Ricerca del MiBACT), Carlo Salis, direttore di ACCUS. Il convegno, che non poteva certo esaurire le tematiche suggerite dal titolo, ha avuto il merito di favorire una sorta di incontro virtuale tra due grandi della cultura, Dante e Gramsci sono gli autori italiani più letti al mondo, accomunati dalla passione per la politica, per la cultura e per la lingua, perfino dal destino di esuli, l’uno da Firenze e l’altro dal suo stesso partito in quanto carcerato dal fascismo, fatti salvi ovviamente i diversi contesti storici in cui vissero. Questi cardini del loro pensiero, che si amalgamano organicamente nell’opera complessiva, si riscontrano simbolicamente rappresentati in sintesi nella particolare e originale interpretazione che diede Gramsci del Canto X dell’Inferno, il canto degli eretici, su cui si sono soffermati alcuni relatori. Sembrerebbe un tema marginale, pensando al Gramsci delle Tesi di Lione, fondatore del PCDI, teorico del marxismo e della Politica, eppure nel primo dei 33 Quaderni manoscritti, datato 8 febbraio 1929, Gramsci, sotto la voce “Note e appunti”, delineava un piano di lavoro in 16 punti, tra cui al punto 5 si legge “Cavalcante Cavalcanti: la sua posizione nella struttura e nell’arte della Divina Commedia”. Egli aveva dunque in mente di scrivere un saggio,

un approfondimento su quel canto, che sarà concretizzato nel Quaderno 4 (XIII nella collocazione originaria dei capitoli nei quaderni manoscritti di Gramsci) dal titolo “Il canto decimo dell’Inferno”. Di cosa parla il canto X? Quali sono i protagonisti principali, quali le interpretazioni, e quale la novità dell’interpretazione gramsciana? Ci troviamo nel VI cerchio dell’Inferno. in una zona intermedia tra il gruppo degli Incontinenti (che occupano i primi 4 cerchi) e quello dei Violenti (che sono collocati nei 3 gironi successivi). È Virgilio, maestro e guida di Dante nel viaggio infernale, a spiegare, in una famosa terzina, quali sono le anime dannate che incontreranno “Suo cimitero da questa parte hanno/con Epicuro tutt’i suoi seguaci,/che l’anima col corpo morta fanno”. Si tratta degli Eresiarchi, gli Eretici o Atei, coloro i quali non credono nell’immortalità dell’anima: giacciono in sepolcri infuocati, che per contrappasso richiamano i roghi medioevali in cui venivano bruciati gli eretici. Il canto, che coinvolge emotivamente e drammaticamente Dante sul piano autobiografico, è, per classica definizione, “Il canto di Farinata degli Uberti”, il capo della fazione ghibellina, morto nel 1264, l’anno prima della nascita del poeta. Dante ne conosce bene la storia: fiero avversario dei guelfi, di cui il poeta e i suoi avi facevano parte, si vanta di averli cacciati per due volte da Firenze, al che egli risponde aspro che altrettante volte tornarono, cosa che non fecero i suoi. Dante rispetta la coerenza morale e politica di Farinata, riconosce che fu lui a impedire la distruzione di Firenze quando i suoi compagni di fazione volevano attuarla, lo presenta statuario e orgoglioso “come avesse l’inferno in gran dispitto”. Nel colloquio tra i due, all’improvviso, in una tomba infuocata a fianco di Farinata o forse nel suo stesso avello, appare Cavalcante dei Cavalcanti, suo suocero, avendone sposato la figlia. Cavalcanti è soprattutto il padre di Guido, che Dante considerava “primo tra i suoi amici”, tra i fondatori della Scuola Poetica del Dolce Stil Novo. Ecco come Cavalcanti si inserisce nel dialogo tra Dante e Farinata: ALLOR SURSE A LA VISTA SCOPERCHIATA UN’OMBRA, LUNGO QUESTA, INFINO AL MENTO:

elemento del loro dramma, conoscono il passato e una parte del futuro che svanisce man mano che si avvicina al presente, di cui non hanno alcuna cognizione. In tal modo Gramsci contesta la troppo meccanica distinzione tra struttura e poesia nella Divina Commedia fatta da Benedetto Croce. il quale, pur riconoscendo il carattere unitario dell’opera, aveva sottolineato la differenza tra “struttura” dottrinaria, filosofica, didascalico-allegorica (definita come “romanzo teologico” o “etico- politico-religioso”), dalla poesia come “libera fantasia lirica” che si manifesta in particolari momenti del poema. Secondo Gramsci è arbitrario dividere struttura e poesia, ed è la poesia a dare dignità al racconto, quando essa evoca, suggerisce più che rivelare: così le tre angosciose domande di Cavalcanti aiutano a capire la struttura, e lo stesso Farinata non avrebbe senso senza la presenza dell’altro. Sono in molti a chiedersi il perché Gramsci tenga tanto a ridare dignità a Cavalcanti, nell’analisi di questo celebre canto. Certo vi è lo scrupolo del filologo: è noto come egli fosse, presso la facoltà di lettere dell’università di Torino dal 1911 al 1915, l’allievo prediletto dell’illustre glottologo Matteo Bartoli, che gli aveva affidato la preparazione di una dispensa per gli studenti della facoltà, e a cui si rivolgeva spesso per i suoi studi sui dialetti sardi, di cui era perfetto conoscitore. Ma, forse, vi era anche una personale empatia di Gramsci per il dolore di un padre, per la sua condizione di uomo che vive nel “cieco carcere”, lo stesso che egli vive nel carcere di Turi, lontano dagli affetti familiari, di cui ignora la condizione presente, ed eretico all’evolversi della situazione politica del movimento comunista dopo la morte di Lenin, e di cui conosce solo e parziali frammenti di verità.

Gramsci nel “cieco carcere” degli

eretici

Nel cuore dei Quaderni il saggio sul X canto dell’Inferno dantesco. Il dissidio con il “compagno amico” Togliatti celato nella “poetica dell’inespresso”. Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.

(A. Gramsci, 11 febbraio 1917) Nella lettera dal carcere di Turi del 20 settembre 1931 Antonio Gramsci scrive alla cognata Tatiana Schucht, suo unico tramite col mondo esterno e – attraverso l’ulteriore mediazione di Piero Sraffa – con Togliatti: «Cercherò ora di riassumerti il famigerato schema Cavalcante e Farinata». Segue un’agile interpretazione del canto X dell’ Inferno , nella quale il filologo annuncia l’intenzione di svolgere un saggio su quella che ritiene una sua «scoperta […], un contributo da aggiungere ai milioni di note che sono già state scritte»[[A. Gramsci, Lettere dal carcere , a cura di P. Spriano, Einaudi 2011, 7 e 20 settembre 1931, pp. 162 e 165-169.]]. Dall’8 febbraio 1929, oltre due anni dopo la carcerazione, il detenuto 7047 aveva finalmente ottenuto il necessario per scrivere, e leggere nella prima pagina dei Quaderni , vergato con limpida calligrafia al quinto posto della bozza degli argomenti che Gramsci si proponeva di trattare: « Cavalcante Cavalcanti : la sua posizione nella struttura e nell’arte della Divina Commedia», suscita emozione e sorpresa. Unico tema di carattere specialistico, in mezzo agli altri più generali e impegnati, venne approfondito appunto nel 1931-32, quando le sue condizioni di salute erano drammaticamente peggiorate. Non si tratta dunque di un mero esercizio filologico, peraltro raffinato e aggiornatissimo, sulle pubblicazioni più recenti di critica dantesca. Lo «schema» è svolto con grande ampiezza: occupa i paragrafi 78-87 del Quaderno 4, toccando molti aspetti della cultura del tempo[[A. Gramsci, Quaderni del carcere , ed. critica a cura di V. Gerratana, Einaudi, Torino 1975, pp. 516-530. Pubblicati in una prima edizione tra il 1948 e il 1951, risultarono di forte impatto nel mondo della politica e della cultura dell’Italia del dopoguerra.]]. Gramsci, fine linguista, lo dice «famigerato» perché universalmente noto, certo nella primaria connotazione negativa di tristemente noto, per le molteplici e sfuggenti implicazioni sottese, che cercheremo sommariamente di mettere in luce[[Vd. Devoto-Oli, Vocabolario della lingua italiana, Lemonnier, Firenze 1971, s.v. famigerato. Gramsci ricorda di avere anticipato questa interpretazione del canto di Cavalcante nel 1918, nell’articolo Il cieco Tiresia , apparso nel giornale torinese “Sotto la Mole”, versione torinese dell’“Avanti!”.]].

trascorsi più di dieci anni, e il modello culturale non può più essere incarnato da Croce, che agli occhi di Gramsci rappresenta una fase conservatrice della cultura. Una lettura unitaria del canto dimostra infatti con evidenza – questa è la scoperta annunciata a Tatiana – che il vero protagonista è Cavalcante, e non, come universalmente sostiene la critica, il capo ghibellino Farinata, avversario politico che si erge statuario dalla tomba scoperchiata, con cui Dante scambia un primo fierissimo dialogo, interrotto bruscamente dall’apparire, dalla stessa tomba, del padre di Guido Cavalcanti, maestro e “primo amico” di Dante: Allor surse a la vista scoperchiata un’ombra, lungo questa, infino al mento: credo che s’era in ginocchie levata. Dintorno mi guardò, come talento avesse di veder s’altri era meco; e poi che ’l sospecciar fu tutto spento, piangendo disse: «Se per questo cieco carcere vai per altezza d’ingegno, mio figlio ov’è? e perché non è teco?» E io a lui: «Da me stesso non vegno: colui ch’attende là, per qui mi mena forse cui Guido vostro ebbe a disdegno». Inferno , X, 52- In Cavalcante, ombra inquieta che si affaccia dubitosa alla vista, pervasa solo dall’affetto paterno, si manifesta per Gramsci la vera punizione, il contrappasso degli eretici, per i quali non esiste appunto altra vita che quella terrena. Quando egli domanda a Dante come mai, se egli compie il viaggio “per altezza d’ingegno”, Guido non sia con lui, «Dante risponde indifferente o quasi alle domande, e adopera il verbo che si riferisce a Guido [“ ebbe ”] al passato»; Cavalcante allora gli chiede ripetutamente con ansia se Guido sia ancora vivo. Dante – con quella che pare più che un’incertezza una lucida ferocia – tarda a rispondere. Il padre si abbatte affranto nella tomba, “E più non parve fuore”: allora Dante interroga Farinata non solo per

istruirsi, osserva ancora Gramsci, «lo interroga perché è rimasto colpito dalla sua scomparsa, perché si sente in colpa davanti a Cavalcante»[[A. Gramsci, Letteratura e vita nazionale , Editori Riuniti, Roma 1975.]]. Riprendendo a parlare in nuova veste esplicativa, indifferente al dramma che si è svolto sotto i suoi occhi, Farinata illustra a Dante che – come i veggenti nel mondo antico – i dannati del “cieco carcere” vedono il futuro, ma non possono vedere il presente: versi “strutturali” che Gramsci richiama a pieno titolo alla funzione di poesia. In Cavalcante, schiacciato tra l’insensibilità di Farinata, tutto assorto nella passione politica, e la totale assenza di affetti di Dante, risulta trasparente a chi legga l’allusione di Gramsci a se stesso, che in carcere vive una condizione simile. E del presente, che non vede fisicamente, sente tuttavia quanto basta per poter immaginare il futuro. Considerato di volta in volta preziosa merce di scambio tra Mussolini e Stalin, oppure «una pratica burocratica da sbrigare e nulla più», il suo senso di abbandono da parte dei compagni di partito non è certamente disgiunto dal dissenso politico, che si va facendo sempre più netto. «Certe volte ho pensato che tutta la mia vita fosse un grande (grande per me) errore, un dirizzone» scriverà nella lettera a Tania del 27 febbraio 1933, in cui preannuncia una «decisione»[[A. Gramsci, Lettere cit. , pp. 255-258]]. E noi sentiamo che sotto il rifiuto della critica estetizzante di Croce da una parte, si cela dall’altra la messa in discussione della critica delle armi marxiana. “Tal contenuto, tal forma”: l’interpretazione gramsciana della parola d’ordine di Giovanni Gentile “Torniamo al de Sanctis” si configura come un’idea della letteratura e della politica, in cui sia al primo posto la realtà umana che, al di là dei bisogni materiali, si esprime in esigenze e affetti. La nuova concezione umanistica trova espressione nei Quaderni in un linguaggio rinnovato, che a tratti evoca l’emozione della Lettera al padre del 10 novembre 1837, in cui giovanissimo Marx annunciava «il proposito ben fermo di trovare la natura spirituale altrettanto necessaria, concreta e dai contorni altrettanto sicuri quanto la natura fisica», la ricerca della «perla delle perle» che poi gli era sfuggita di mano. Ai concetti di dittatura del

lingua latina in grazia della quale, rinnegando il sodalizio artistico con Cavalcanti, il Sommo poeta aveva scelto Virgilio, eretto a profeta del cristianesimo, maestro di morale e di poesia: «Tu se’ lo mio maestro e ’l mio autore / tu se’ solo colui da cu’ io tolsi / lo bello stilo che m’ha fatto onore». ( Inferno , I, 85.87). Gramsci morì, anch’egli, appena una settimana dopo la revoca della condanna, il 27 aprile 1937. Non fece a tempo di vedere il Patto Molotov-Ribbentropp tra Hitler e Stalin del 1939, né il riconoscimento dei Patti Lateranensi da parte del “compagno ex amico” Togliatti nell’Assemblea costituente del 1946. Si sarebbe indignato. Forse ne sarebbe stato addolorato, certamente non stupito.