Docsity
Docsity

Prepara i tuoi esami
Prepara i tuoi esami

Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity


Ottieni i punti per scaricare
Ottieni i punti per scaricare

Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium


Guide e consigli
Guide e consigli


La Teoria della Realità come Illusione: Schopenhauer e Nietzsche, Dispense di Filosofia

La teoria della realtà come illusione secondo Schopenhauer e Nietzsche. L'uomo si illuda e racconta menzogne per sfuggire alla durezza della vita. La divisione tra fenomeno e noumeno, l'esperienza dello spirito e la teoria del mondo come rappresentazione di vivere conducono al pessimismo di Schopenhauer. Nietzsche, invece, vede la vita come dolore, lotta e insicurezza, ma anche come il solo modo per comprenderla veramente. Il testo include anche una breve introduzione alle opere di Schopenhauer e Nietzsche e al loro influsso l'uno sull'altro.

Tipologia: Dispense

2020/2021

Caricato il 24/06/2021

francesca_sottoriva02
francesca_sottoriva02 🇮🇹

4.1

(8)

51 documenti

1 / 10

Toggle sidebar

Questa pagina non è visibile nell’anteprima

Non perderti parti importanti!

bg1
SCHOPENHAUER
Introduce la teoria della realtà come illusione, menzogna: l’uomo si racconta menzogne, si illude,
solo per trovare un modo per sfuggire alla durezza della vita.
Il punto di partenza è “il mondo come volontà e rappresentazione”.
La volontà di vivere di cui parla, è la volontà di vivere assoluta, unica, irrazionale, eterna e
incausata. Tutto l’universo e i suoi partecipanti sono il prodotto di una volontà libera, cieca ed
egoista che fa dell’uomo una piccola volontà di vivere prodotta da una volontà assoluta che vuole
rigenerarsi. Dunque il nostro corpo non è che la manifestazione tangibile di questo impulso,
grande matrice che produce la realtà fenomenica, empirica naturale in cui viviamo.
Ecco dunque la divisione tra fenomeno e noumeno: noi siamo fenomeno, quindi apparenza, ma al
di là, superando quello che Schopenhauer chiama velo di Maya, recuperando la divinità indiana
dell’inganno, c’è la realtà, ossia il noumeno.
L’uomo rompendo il velo scopre che dietro al fenomeno c’è il noumeno, facendo emergere così
l’essenza del mondo.
Da questa teoria del mondo come rappresentazione di vivere ne deriva il pessimismo.
Schopenhauer afferma che la vita dell’uomo è manifestazione della volontà di vivere e in quanto
tale è desiderio, volontà di desiderio, ma questi nella maggior parte delle volte non si realizzano.
L’uomo è per natura animale desiderante, ma il desiderio implica la mancanza di qualcosa che
comporta uno stato di tensione, in cui l’uomo si troverà fino al momento dello scarto tra la
produzione dei desideri e la realizzazione di essi, che crea l’infelicità. Se il desiderio non sarà
appagato, l’uomo sarà infelice e se, al contrario, il desiderio sarà realizzato, l’uomo sarà
momentaneamente in uno stato di gioia che durerà fino al momento di un altro desiderio. La
felicità è cessazione del dolore.
«la vita umana è come un pendolo che oscilla incessantemente tra il dolore e la noia, passando
attraverso l’intervallo fugace, e perlopiù illusorio, del piacere e della gioia.»
La noia subentra nel momento in cui l’acme del desiderio viene meno.
Il dolore riguarda ogni creatura, ma l’uomo soffre di più perché destinato a sentire in modo più
accentuato la spinta della volontà e a patire l’insoddisfazione dei desideri.
Anche l’amore è illusione. Per il filosofo l’amore altro non è che una potenza ingannevole, uno
strumento nelle mani della volontà di vivere di perpetuare la specie. Dietro l’amore vi è il disegno
della volontà di vivere che porta gli uomini a raggiungere un unico scopo, quello
dell’accoppiamento per raggiungere la sopravvivenza. L’uomo è “zimbello” della natura.
Schopenhauer individua un unico e solo vero amore: la pietas, che si configura come il massimo
livello della morale in quanto essa è amore come ἀγάπη, amore disinteressato poiché scorporato
da un fine, di compassione (cum-passio).
Critica all’ottimismo cosmico
pf3
pf4
pf5
pf8
pf9
pfa

Anteprima parziale del testo

Scarica La Teoria della Realità come Illusione: Schopenhauer e Nietzsche e più Dispense in PDF di Filosofia solo su Docsity!

SCHOPENHAUER

Introduce la teoria della realtà come illusione, menzogna: l’uomo si racconta menzogne, si illude, solo per trovare un modo per sfuggire alla durezza della vita. Il punto di partenza è “il mondo come volontà e rappresentazione”. La volontà di vivere di cui parla, è la volontà di vivere assoluta, unica, irrazionale, eterna e incausata. Tutto l’universo e i suoi partecipanti sono il prodotto di una volontà libera, cieca ed egoista che fa dell’uomo una piccola volontà di vivere prodotta da una volontà assoluta che vuole rigenerarsi. Dunque il nostro corpo non è che la manifestazione tangibile di questo impulso, grande matrice che produce la realtà fenomenica, empirica naturale in cui viviamo. Ecco dunque la divisione tra fenomeno e noumeno: noi siamo fenomeno, quindi apparenza, ma al di là, superando quello che Schopenhauer chiama velo di Maya, recuperando la divinità indiana dell’inganno, c’è la realtà, ossia il noumeno. L’uomo rompendo il velo scopre che dietro al fenomeno c’è il noumeno, facendo emergere così l’essenza del mondo. Da questa teoria del mondo come rappresentazione di vivere ne deriva il pessimismo. Schopenhauer afferma che la vita dell’uomo è manifestazione della volontà di vivere e in quanto tale è desiderio, volontà di desiderio, ma questi nella maggior parte delle volte non si realizzano. L’uomo è per natura animale desiderante, ma il desiderio implica la mancanza di qualcosa che comporta uno stato di tensione, in cui l’uomo si troverà fino al momento dello scarto tra la produzione dei desideri e la realizzazione di essi, che crea l’infelicità. Se il desiderio non sarà appagato, l’uomo sarà infelice e se, al contrario, il desiderio sarà realizzato, l’uomo sarà momentaneamente in uno stato di gioia che durerà fino al momento di un altro desiderio. La felicità è cessazione del dolore. «la vita umana è come un pendolo che oscilla incessantemente tra il dolore e la noia, passando attraverso l’intervallo fugace, e perlopiù illusorio, del piacere e della gioia.» La noia subentra nel momento in cui l’acme del desiderio viene meno. Il dolore riguarda ogni creatura, ma l’uomo soffre di più perché destinato a sentire in modo più accentuato la spinta della volontà e a patire l’insoddisfazione dei desideri. Anche l’amore è illusione. Per il filosofo l’amore altro non è che una potenza ingannevole, uno strumento nelle mani della volontà di vivere di perpetuare la specie. Dietro l’amore vi è il disegno della volontà di vivere che porta gli uomini a raggiungere un unico scopo, quello dell’accoppiamento per raggiungere la sopravvivenza. L’uomo è “zimbello” della natura. Schopenhauer individua un unico e solo vero amore: la pietas , che si configura come il massimo livello della morale in quanto essa è amore come ἀγάπη , amore disinteressato poiché scorporato da un fine, di compassione (cum-passio). Critica all’ottimismo cosmico

La polemica è rivolta alle ideologie creatrici dell’ottimismo cosmico che interpretavano il mondo come organismo perfetto, governato da Dio. Per il filosofo questa visione “consolatrice” risulta falsa, poiché il mondo e la vita sono irrazionali, governati solo dalla legge della giungla, e il mondo è teatro di sopraffazione in cui (critica all’ottimismo sociale) il più forte sconfigge il più debole, facendo prevalere la teoria di Hobbes secondo cui l’uomo è lupo. L’uomo è una belva spinta dalla sopraffazione. Schopenhauer sostiene che il mondo sia ateo e che Dio sia una delle tante menzogne inventate per coprire l’assenza di scopo del mondo. Critica all’ottimismo storico È illusione. La storia un’incessante ripetizione della stessa tragedia, di dolore, il cui unico compito è quello di offrire all’uomo la coscienza di sé e del proprio destino: nascere, soffrire e morire. Una volta compreso ciò che comporta la vita cerchiamo di uscirne fuori attraverso quelle che sono le vie di liberazione dal dolore. Schopenhauer ne individua tre, rifiutando il suicidio poiché questo comporterebbe l’arresa alla volontà di vivere, ammettendo il dominio di questa. La via è passare dalla voluntas alla noluntas :

  1. ARTE : Esperienza dello spirito che consente all’uomo di distaccarsi dalla realtà e dagli avvenimenti che lo travolgono. L’arte è catartica. L’arte più profonda è la musica che si pone come immediata rivelazione della volontà a se stessa. Il suo unico limite è la durata.
  2. MORALE : si concretizza in  giustizia che consiste nel non fare del male ed ammettere chi siamo, agli altri a noi stessi;  carità che si identifica con la volontà di fare del bene (ἀγάπη).).
  3. ASCESI : Come esperienza dell’annientamento di volontà di vivere. Il primo passo è la “carità perfetta” che implica la rinuncia ai piaceri, ed è un processo che dovrebbe sostituire la voluntas alla noluntas, il cui fine è il principium individuationis e la cui esperienza di riferimento è il nirvana che si identifica nel tutto, cioè nella pace, come assenza di consapevolezza.

NIETZSCHE

Vi è un intreccio profondo tra la filosofia e la malattia, infatti l’essere malato ha acuito la sua capacità percettiva del suo pensiero: la filosofia di Nietzsche come il risultato della sua malattia. La filosofia di Nietzsche è caratterizzata dal pensiero della distruzione programmatica delle certezze del passato. Le fasi del filosofare nietzschiano sono quattro, ma sono tappe transitorie di un pensiero in divenire:

  1. gli scritti giovanili del periodo wagneriano-schopenhaueriano (1872-1876)
  2. gli scritti intermedi del periodo “Illuministico” (1878-1882)
  3. gli scritti di “Zarathustra” (1883-1885)

Di fronte a queste due possibilità Nietzsche sceglie di essere discepolo di Dionisio, Dio dell’ebrezza e della gioia, che canta, ride e danza. Egli rappresenta l’incarnazione di tutte le passioni che affermano la vita in modo pieno e totale. Il mondo è costituito dalla lotta tra gli opposti primordiali della vita e della morte, soltanto l’arte riesce a comprenderlo veramente. L’esaltazione nietzschiana della tragedia accompagna la concezione della civiltà come processo di decadenza dovuta al progressivo imporsi dello spirito anti-tragico; tutto ciò sfocia nell’ideale di una rinascita della cultura tragica incentrata sull’arte e particolarmente sulla musica. STORIA E VITA Tra il 1873 e 1876 Nietzsche scrive le Quattro considerazioni inattuali , in cui l’auspicata rinascita della cultura tragica si traduce in un’opera di critica della cultura contemporanea. Nella seconda intitolata “sull’utilità e il danno della storia per la vita”, Nietzsche intravede un eccesso di storia che soffoca le potenzialità creatrici dell’uomo, che porta l’uomo alla malattia. L’uomo dell’ottocento per Nietzsche è un uomo con lo sguardo rivolto al passato: vi è la ricerca della storia, il senso del presente; quest’uomo diventa “uomo epigononale” (da “epigo” che significa “imitatore, seguace”), ossia un uomo, l’umanità che si limita a copiare il passato, diventando così una cultura che idolatra gli eventi passati, intesi come singoli fatti che vanno catalogati. Venera la storia con una necessità ineludibile: è accaduto perché doveva accadere. L’uomo inizia a risultare incapace di creare qualcosa di nuovo nel presente, e nella sua impotenza, finisce per accontentarsi di una sorta “consumismo della storia”. Nietzsche introduce un fattore indispensabile per la vita: “il fattore oblio”. L’uomo deve abbandonarsi all’oblio poiché senza una certa dose di incoscienza non c’è felicità e per poter agire efficacemente nel presente occorre saper dimenticare il passato. Dunque dove c’è coscienza non c’è felicità e il passato impedisce di vivere il presente: dove c’è troppo ricordo non c’è felicità. La vita deve dunque essere l’ottica entro la quale rapportarsi alla storia per instaurare un rapporto proficuo con il passato. Secondo Nietzsche, la storia appartiene all’uomo per tre aspetti che lo caratterizzano:

  1. È attivo e aspirazioni 2)Ama preservare e venerare
  2. soffre e ha bisogno di liberazione e aspira alla felicità. A questi tre possibili tipi di rapporto dell’uomo con la storia, corrispondono tre specie di storia e di storiografia, in ognuna delle quali c’è una buona e una cattiva memoria.
  3. storia monumentale : è propria di chi guarda al passato per cercarvi modelli e maestri che non trova nel presente. Prende modelli e guarda se possono riaccadere. Il difetto sta nel mitizzare e abbellire il passato, talmente tanto si aspira a questo che lo si cambia.
  4. Storia antiquata : è propria di chi guarda al passato con fedeltà e amore. Il rischio consiste nella sua tendenza a mummificare la vita, ossia a paralizzare l’agire e ostacolare ogni progetto di cambiamento, diventando collezionisti.
  1. storia critica: è propria di chi guarda al presente come un peso di cui liberarsi. La storia critica trascina il passato davanti a un tribunale e lo condanna, ma chi giudica è la vita stessa la quale è sempre ingiusta. L’aspetto negativo è quello che risiede nella presunzione di poter recidere il passato “con il coltello”, dimenticando che noi siamo il risultato delle scelte delle precedenti generazioni. Sia la storia monumentale, sia la storia antiquaria, sia la storia critica, si dimostrano valide a patto però di non essere utilizzate in modo esclusivo. In caso contrario generano atteggiamenti unilaterali e malsani che possono essere corretti solo in virtù di un approccio alla storia che integri tutte e tre le possibili tipologie di rapporto con essa. PERIODO “ILLUMINISTICO” È il periodo in cui Nietzsche abbandona la metafisica e privilegia la prospettiva della scienza rispetto a quella dell’arte e della metafisica. L’arte viene considerata come il residuo di una cultura di stampo mitico, la scienza appare come metodo di pensiero in grado di emancipare gli uomini dei pregiudizi e dagli “errori” che gravano sulle loro menti. Il procedimento di pensiero di Nietzsche si configura come metodo critico e storico-genealogico: critico perché eleva il sospetto a regola d’indagine, storico-genealogico perché si fonda sull’idea che non esistano realtà statiche o valori immutabili, ma che ogni convenzione sia l’esito di un processo. Questo metodo si articola in due fasi: a. Analisi storico-concettuale che mostra come i valori e le nozioni generalmente ritenuto eterne, appartengano a determinati contesti storici e che siano frutto di uno sviluppo. b. critica demistificante Nietzsche parla del proprio metodo come “chimica delle idee e dei sentimenti”. La filosofia illuministica e genealogica di Nietzsche si concretizza nelle figure del “viandante” e della “filosofia del mattino”. La filosofia del mattino è quella filosofia che deve liberare gli uomini dalle tenebre del passato e liberare il mondo dalla menzogna generata dei metafisici (la filosofia del mattino è una filosofia antimetafisica). Per mettere in atto la libertà dell’uomo e dell’umanità serve una “gaia scienza”, ossia una nuova scienza che ha valore liberatorio, che deve liberare gli uomini da catene e illusioni, dalle false credenze. Tale filosofia è l’emblema del periodo illuministico, cioè scienza che deve illuminare l’uomo e rompere le tenebre; proprio per questo chiamata così poiché è l’alba dopo le tenebre. Il viandante è colui che grazie alla scienza riesce a emanciparsi dalle tenebre del passato, inaugurando questa filosofia del mattino basata sulla concezione della vita come transitorietà come libero esperimento, privo di certezze precostituite. Tra gli errori dell’umanità Nietzsche colloca soprattutto la morale e la metafisica. Dio per Nietzsche è sostanzialmente:
  1. con il kantismo il “mondo vero” è ritenuto indimostrabile ed è diventato una norma morale: vivi come se Dio esistesse, prenditi cura dell’anima -dice Kant- perché l’anima immortale sopravvive alla morte del corpo;
  2. con “ il canto del gallo” del positivismo, il mondo vero è prospettato come intangibile;
  3. con la filosofia del mattino , il “mondo vero” si rivela un’idea inutile e superflua;
  4. con la filosofia dello Zarathustra , il “mondo vero” si affianca all’eliminazione del “mondo apparente”. Il periodo Zarathustra La filosofia del meriggio è caratterizzata dalla composizione della sua opera più celebre che si intitola “così parlò Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno”, con cui si raggiunge la consapevolezza che con l’eliminazione del mondo vero è stato tolto di mezzo anche il “mondo apparente”. Dopo la morte di Dio si prospettano due possibilità: quella dell’ultimo uomo e quella del superuomo. Nietzsche sceglie la figura di Zarathustra, figura che viene interpretata secondo il modello dell’auto-soppressione della morale, ossia come colui che, essendo stato il primo a tradurre la morale in termini metafisici, è anche il primo ad accorgersi dell’errore della morale. I temi di base dell’opera sono tre: il superuomo (annunciato nella prima parte), la volontà di potenza (annunciata nella seconda parte) e l’eterno ritorno (annunciato nella terza parte). Quello del superuomo è un concetto filosofico di cui Nietzsche si serve per esprimere un modello di uomo in cui si concretizzano i temi di fondo del suo pensiero. Il superuomo è colui che è in grado di accettare la dimensione tragica e dionisiaca dell’esistenza, di dire sì alla vita, di far propria la prospettiva dell’eterno ritorno. L’eterno ritorno con la morte di Dio e con la volontà di potenza, è la prospettiva in cui deve vivere il superuomo. Quest’ultimo è colui che uccide Dio e regge la morte senza fuggire, che sia trasformato da cammello al leone a bambino. Nel primo discorso di Zarathustra, “delle tre metamorfosi”, Nietzsche descrive la genesi del senso del superuomo alla stregua di una libertà che libera se stessa, per approdare a un’innocente e creativa affermazione della vita. Vi sono tre fasi:
  5. cammello : rappresenta l’uomo che porta i pesi della tradizione, che ha sulle spalle un fardello che lo porta a camminare lentamente perché ha un peso sulle spalle, china la testa: vive subendo la vita. Uomo che vive con uno spirito di abnegazione, ma anche di rinuncia al mondo poiché di fronte esso avuto paura, e accettato il mondo negando il mondo. Per spezzare la vita del cammello bisogna reagire, passare dal nichilismo passivo nichilismo attivo, cioè trasformarsi in leone.
  6. leone : rappresenta l’uomo che si libera dai fardelli metafisici ed etici.
  7. fanciullo : rappresenta l’oltre uomo, cioè chi sa dire di sì alla vita. Il bambino è divino, perché rispetto al caos è dominatore di esso e ne contrappone una sua visione del mondo. L’oltre uomo plasma i mondi, è volontà di potenza creatrice, incarna l’umanità liberata.

L’ETERNO RITORNO

Nietzsche presenta la teoria dell’eterno ritorno dell’uguale, ovvero della ripetizione eterna di tutte le vicende del mondo. Esso funge da spartiacque tra l’uomo e l’oltre uomo. Tale teoria si ritrova in “così parlò Zarathustra” nel discorso intitolato “la visione e l’enigma”. Zarathustra narra di una salita su un impervio sentiero di montagna durante la quale egli con il nano che lo segue e giunge di fronte una porta carraia sulla quale vi è scritta la parola “attimo”, e dinanzi alla quale si uniscono due sentieri: uno porta all’indietro l’altro avanti. Zarathustra chiede al nano se indovini siano destinate a una circolarità del tempo. il pastore e il serpente la scena centrale del pastore che morde la testa al serpente allude al fatto che l’uomo può trasformarsi in creatura superiore e ridente solo a patto di vincere la ripugnanza soffocante del pensiero dell’eterno ritorno, prendere una decisione coraggiosa nei suoi confronti. Nietzsche recupera la concezione pre-cristiana del mondo che presuppone una visione ciclica del tempo. Vivere nell’eterno ritorno significa accettare la vita nella sua totalità senza fuggire, ma con la consapevolezza che la vita che si vive e ritornerà sempre uguale a se stessa. L’eterno ritorno è dunque un concetto radicale, presentato per la prima volta da Nietzsche nella “gaia scienza” quando immagina di vivere una situazione di vita per l’eternità. L’ULTIMO NIETZSCHE  distruggere le credenze dominanti per fare posto all’avvento di un nuovo pensiero: la creazione del superuomo. Secondo Nietzsche, la morale è sempre stata considerata come un fatto evidente all’individuo, tanto è vero che è sempre mancato il problema stesso della morale. Il primo passo è quello di mettere in discussione la morale stessa; Nietzsche intende procedere con l’analisi genealogica della morale, al fine di svelarne l’origine psicologica. Ritiene infatti che i valori trascendenti pretesi della morale e, che la morale stessa, siano proiezioni di determinate tendenze umane, che il filosofo ha il compito di svelare nei loro meccanismi segreti. Anche la cosiddetta “voce di coscienza”, altro non è che la moralità e il suo assoggettamento a determinare le direttive fissate dalla società. Se nel mondo classico la morale (espressione aristocratica) era improntata su valori vitali, forza, salute, in un secondo momento raggiunge il suo apice con il cristianesimo e appare improntata ai valori antichi vitali del disinteresse, sacrificio di te. (Morale degli schiavi). La vittoria della morale degli schiavi è avvenuta poiché la morale dei signori comprendeva la virtù etica dei guerrieri (Corpo) e dei sacerdoti (spirito). Ma poiché naturalmente il resistibile, e sacerdote provava verso i guerrieri un risentimento, invidia, così da anteporre il “corpo” allo “spirito”. Questo rovesciamento di valori caratterizza il popolo ebraico, popolo sacerdotale per eccellenza. Questo tipo di morale si trasforma in una vera potenza e ne mette a capo il cristianesimo: la Giudea capovolge i valori del mondo antico e conquista Roma attraverso una religione che è il frutto di un risentimento dell’uomo debole verso la vita. Il cristianesimo, poiché ha inibito gli impulsi primari dell’esistenza e del piacere mediante la nozione del peccato, ha prodotto un tipo di un uomo malato e represso, in preda ai sensi di colpa, che nasconde in sé un’aggressività rabbiosa contro la vita. Nietzsche rivolge la polemica contro i seguaci di Gesù. Alle negazioni della morale del cristianesimo, il filosofo contrappone l’affermazione risoluta della vita. Da ciò la trasvalutazione dei valori; questa va intesa come un nuovo modo di rapportarsi ai valori, concepiti come libere proiezioni dell’uomo e della sua anti ascetica volontà di potenza.

Poiché non si danno centri sostanziali dell’interpretazione, anche il soggetto risulta una costruzione interpretativa; anche la presunta certezza del cogito cartesiano è semplicemente una “formulazione della nostra abitudine grammaticale, che fa corrispondere a un fare uno che fa”. Affermando che il mondo è caos e che l’interpretazione è ciò che dà forma umana al caos, Nietzsche sembra concordare con Kant, ma in realtà esistono numerose differenze riassumibili nel fatto che, mentre per Kant esiste un’unica e immutabile chiave di lettura della realtà, per Nietzsche esistono molteplici e mutevoli punti di vista del mondo. Alla base di ogni interpretazione stanno bisogni interessi collegati all’istinto di conservazione e alla volontà di potenza. La conoscenza e la logica sono invenzioni per porre sotto controllo il caos multiforme dell’esperienza quotidiana. CRITICA ALLA SCIENZA MODERNA Nietzsche critica la scienza moderna e la sua visione meccanicistica. La considerazione della realtà non può che essere libera e plurale : non può esistere un solo modello valido per interpretarla, e la scienza moderna ha veicolato una visione univoca e quantitativa del mondo. Nietzsche critica inoltre la crescente specializzazione e la visione atomizzata del mondo. Critica il principio di causalità, negando che si possa constatare empiricamente la necessità. Richiama esplicitamente Hume per sostenere che l’ordine dei fenomeni non è qualcosa di effettivamente riscontrabile in essi, ma qualcosa di posto dall’uomo. La causalità, che di fatto non esiste, sorge da un’esigenza di regolarità che non riguarda la natura, ma la fragilità psicologica degli esseri umani. VOLONTÀ DI POTENZA COME CRITERIO DI SCELTA Il prospettivismo di Nietzsche non comporta la convinzione che di fronte allo scontro tra le diverse volontà di potenza non vi siano criteri di scelta. Nietzsche individua tali criteri nella salute e nella forza, cioè nella vita stessa. Una vita è quindi volontà di potenza. I concetti di volontà di potenza non hanno un significato “fisiologico” o “vitalistico”: con tali nozioni Nietzsche si riferisce soprattutto alla capacità “dionisiaca” di accettare la “tragicità” dell’esistenza. La salute di cui parla Nietzsche allude al globale mondo di essere del superuomo, filosoficamente inteso come colui che sa vivere senza certezze le fedi assolute.