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La Percezione della Realità secondo Schopenhauer: Il Mondo come Illusione, Appunti di Filosofia

La filosofia di Schopenhauer sul mondo come illusione e la sua applicazione alla morale, l'esistenza fisica, logica, morale e necessità. Viene inoltre analizzata l'opera di Schopenhauer e la sua critica dell'ottimismo cosmico e storico.

Tipologia: Appunti

2020/2021

Caricato il 27/06/2022

Kellyyventuno
Kellyyventuno 🇮🇹

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ARTHUR SCHOPENHAUER
PERCHE’ IL MONDO COSI’ CONOSCIUTO E’ DEFINITO UNA
RAPPRESENTAZIONE, PER SCHOPENHAUER?
Il termine “rappresentazione” è usato da Schopenhauer in relazione al
kantismo per indicare la costruzione fenomenica del mondo da parte del
soggetto conoscente
QUAL’ E IL RAPPORTO TRA SOGGETTO CONOSCENTE E IL MONDO
COME OGGETTO DELLA CONOSCENZA?
Il punto di partenza del filosofo è che il mondo è una rappresentazione
soggettiva cioè il soggetto rappresenta il mondo e tale mondo esiste per il
soggetto conoscente soltanto all’interno della sua coscienza, cioè come
fenomeno illusorio.
Da qui seguono due considerazioni:
Il mondo esiste solo in quanto è percepito
Il soggetto esiste solamente in quanto percepisce
Difatti a differenza di Kant che vede il fenomeno come ciò che l’uomo
conoscente può conoscere e lo può conoscere in maniera vera e certa
poiché lo rappresenta in maniera vera e valida come umanità,
Schopenhauer lo vede come “il velo di Maya” cioè un sogno illusorio, e
una falsa percezione della realtà (il velo ingannatore che avvolge gli occhi
dei mortali e fa loro vedere un mondo del quale non può dirsi né che
esista né che non esista).
All’interno della sua opera, in un noto passo, Schopenhauer scrisse” il
mondo è una mia rappresentazione”; Le cose esistono come noi le
percepiamo (es. non esiste il sole, ma esiste l’occhio che percepisce il
sole oppure non esiste la terra, ma esiste la mano che tocca e percepisce
la materia dunque la terra stessa); La conoscenza è possibile mediante
delle strutture a priori del tempo, dello spazio e mediante il principio della
ragion sufficiente.
COSA E’ IL FENOMENO PER SCHOPENHAUER?
Il fenomeno per Schopenhauer è una rappresentazione fenomenica del
soggetto, e la verità da cui bisogna veramente partire per far discendere
poi anche le altre verità è che tutto è rappresentazione.
QUALI SONO LE STRUTTURE A PRIORI DELLA CONOSCENZA?
Schopenhauer riprende la definizione di principio di ragion sufficiente
secondo la quale “niente è senza una ragione per la quale sia piuttosto
che non sia”; in base a questo principio siamo giustificati a chiedere il
perché di ogni cosa in quanto nulla può essere senza ragione.
Tale principio di ragion sufficiente si opera in 4 livelli diversi.
Questi livelli costituiscono modi diversi di organizzare il mondo dei
fenomeni e tra queste strutture a priori conosciamo:
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ARTHUR SCHOPENHAUER

PERCHE’ IL MONDO COSI’ CONOSCIUTO E’ DEFINITO UNA

RAPPRESENTAZIONE, PER SCHOPENHAUER?

Il termine “rappresentazione” è usato da Schopenhauer in relazione al kantismo per indicare la costruzione fenomenica del mondo da parte del soggetto conoscente

QUAL’ E IL RAPPORTO TRA SOGGETTO CONOSCENTE E IL MONDO COME OGGETTO DELLA CONOSCENZA? Il punto di partenza del filosofo è che il mondo è una rappresentazione soggettiva cioè il soggetto rappresenta il mondo e tale mondo esiste per il soggetto conoscente soltanto all’interno della sua coscienza, cioè come fenomeno illusorio. Da qui seguono due considerazioni:  Il mondo esiste solo in quanto è percepito  Il soggetto esiste solamente in quanto percepisce Difatti a differenza di Kant che vede il fenomeno come ciò che l’uomo conoscente può conoscere e lo può conoscere in maniera vera e certa poiché lo rappresenta in maniera vera e valida come umanità, Schopenhauer lo vede come “il velo di Maya” cioè un sogno illusorio, e una falsa percezione della realtà (il velo ingannatore che avvolge gli occhi dei mortali e fa loro vedere un mondo del quale non può dirsi né che esista né che non esista). All’interno della sua opera, in un noto passo, Schopenhauer scrisse” il mondo è una mia rappresentazione”; Le cose esistono come noi le percepiamo (es. non esiste il sole, ma esiste l’occhio che percepisce il sole oppure non esiste la terra, ma esiste la mano che tocca e percepisce la materia dunque la terra stessa); La conoscenza è possibile mediante delle strutture a priori del tempo, dello spazio e mediante il principio della ragion sufficiente.

COSA E’ IL FENOMENO PER SCHOPENHAUER? Il fenomeno per Schopenhauer è una rappresentazione fenomenica del soggetto, e la verità da cui bisogna veramente partire per far discendere poi anche le altre verità è che tutto è rappresentazione.

QUALI SONO LE STRUTTURE A PRIORI DELLA CONOSCENZA? Schopenhauer riprende la definizione di principio di ragion sufficiente secondo la quale “niente è senza una ragione per la quale sia piuttosto che non sia”; in base a questo principio siamo giustificati a chiedere il perché di ogni cosa in quanto nulla può essere senza ragione. Tale principio di ragion sufficiente si opera in 4 livelli diversi. Questi livelli costituiscono modi diversi di organizzare il mondo dei fenomeni e tra queste strutture a priori conosciamo:

 Necessità fisica - Il divenire (in quanto riconducibile ad una causalità necessaria)  Necessità logica - I ragionamenti (ubbidiscono ad una necessità logica)  Necessità dell’essere - L’essere (è determinato dai rapporti nel tempo e nello spazio e quindi è fondamento della matematica e geometria)  Necessità morale - L’azione (determinata dal principio di ragion sufficiente della necessità morale; l’azione la si indica con il termine “motivo" che deriva da dinamiche interiori dell’individuo) A proposito di questa applicazione alla morale del principio di ragion sufficiente, si parla di “legge della motivazione” che a differenza delle altre tre, non consente una previsione esatta del comportamento del fenomeno. In sintesi L’oggetto del principio di ragion sufficiente è la nostra rappresentazione del mondo; Il mondo come rappresentazione è il mondo dell’esperienza e in quanto strutturato dal principio di ragion sufficiente, si spiega nei termini del meccanicismo (poiché tutto ciò che avviene ha una causa che lo determina in modo necessario).

PERCHE’ POSSIAMO CONOSCERE LA COSA-IN-SE’ MEDIANTE

CORPO E NON INTELLETTO?

La realtà delle cose si trova nel noumeno, "area" scopribile solo dai filosofi. Per Kant il noumeno (cosa-in-sé) è inaccessibile, per Schopenhauer invece no. La via per conoscere il noumeno o cosa in sé, passa attraverso il nostro corpo considerato nelle sue affezioni. L’uomo è parte della realtà noumenica in quanto corpo, che non è razionalità, ma passioni, istinti e soprattutto volontà. La volontà è unica ed eterna ed è estranea al principio della ragion sufficiente (all’intelletto). Siccome il “volere” è identificato nell’individuo in quanto realtà corporea, allora gli organi e gli apparati del corpo diventano oggettivazione della volontà (attraverso il corpo l’uomo può conoscere la cosa-in-sé cioè la volontà), ad esempio l’apparato digerente è l’incarnazione della fame. Questa volontà però non è la forza animatrice che riguarda solo l’uomo, ma tutta la natura.

IL VITALISMO-INTERPRETAZIONE DELLA NATURA

L’interpretazione che Schopenhauer da alla natura è improntata a un esplicito vitalismo.

Alcune farfalle vivono per anni lo stadio larvale, una volta diventate farfalle sopravvivono solo un giorno, si accoppiano e depongono le uova, e infine muoiono, perché ormai hanno assolto il loro compito.

IL PESSIMISMO ESISTENZIALE Schopenhauer scrive: “la vita è un pendolo che oscilla tra noia e dolore”, e questa citazione è la perfetta sintesi del suo pensiero. Secondo Schopenhauer la vita è fine a se stessa, infatti l'individuo è uno strumento a servizio della specie, in quanto il suo unico fine è la procreazione di altri individui. La filosofia di Schopenhauer è identificabile con il pessimismo cosmico, secondo il quale la volontà è caratterizzata dal desiderio, che coincide con la mancanza dell'oggetto desiderato, e perciò il dolore. Il piacere è raggiungibile solo tramite la cessazione del dolore; Una volta che l'uomo ha appagato tutti i suoi desideri è pervaso da una sensazione di noia. Tutto è sofferenza, sia chi desidera, sia chi è desiderato soffre, perché l'oggetto voluto è un desiderio frustrato della volontà; inoltre nel desiderare, l'uomo entra in conflitto con la volontà degli altri esseri, e perciò nascono la gelosia e l'invidia.

CRITICA VERSO OGNI FORMA DI OTTIMISMO Schopenhauer critica ogni forma di ottimismo.  Critica l'ottimismo cosmico, in quanto il cosmo non è un ente fantastico e la vita non è altro che estrinsecazione della volontà cieca ed irrazionale.  Critica la religione, che non fa riflettere ma crea dogmi a cui è necessario credere a prescindere.  Critica l'ottimismo sociale, in quanto, i rapporti tra individui sono fondati sul conflitto e l'invidia, che portano al desiderio di sopraffazione dell'altro.  Critica lo Stato, visto come risposta alla paura: lo stato è il prodotto della condizione di insicurezza che caratterizza gli umani, è perciò frutto della negatività, e non realizzazione delle abilità razionali massime dell'uomo  Critica l'ottimismo storico, quindi l'eruditismo, considerato da Schopenhauer “mera catalogazione”, poiché nel ciclo del tempo l'uomo è sempre soggetto alla natura maligna

SOLUZIONI (Schopenhauer spiega come liberarsi dal dolore) La prima soluzione che verrebbe in mente è il suicidio, ma Schopenhauer lo rifiuta, in quanto sopprime l'individuo confermando la sua volontà. 3 fasi:  L'arte: libera nell'uomo, le sue tensioni e frustrazioni, dando conforto alla vita. Ma questo conforto è solo temporaneo, e perciò subentra il secondo momento.

 L’etica: corrisponde al sentimento di pietà e compassione, e perciò implica impegno nel mondo. Attraverso la pietà si comprende il dolore degli altri in modo empatico, e ci si dedica agli altri, in modo disinteressato ma non passivo.  L'ascesi: ovvero la rinuncia a se stessi, nasce dall'orrore per l'essenza violenta, ingiusta e casuale della vita stessa.

Secondo Schopenhauer l'unico atto di libertà concesso all'uomo è la rinuncia alla volontà di vivere, che si manifesta nel nirvana, ovvero l'indipendenza dalla volontà, i cui impulsi sono controllati e padroneggiati. Una volta raggiunto ciò, l'individuo si accorgerà di essere felice, dato che non è succube della volontà, a differenza di tutti gli altri.

Ciò è però considerato contraddittorio, perché il perseguimento di questi tre momenti liberatori, è in effetti dettato dalla volontà di un individuo, che vuole liberarsi dalla volontà.

SOREN KIERKEGAARD

CRITICA AD HEGEL

 Kierkegaard contesta Hegel, sostenendo che l’esistenza è sempre del singolo, e non puo’ essere ricondotta a sistema.

 Lo stadio estetico: è quello in cui l’uomo manifesta indifferenza nei confronti dei princìpi e dei valori morali; L’estetica non crede nelle leggi etiche tradizionali ma ritiene fondamentali i valori della bellezza e del piacere e a essi subordina tutti gli altri valori. L’estetica è tesa al soddisfacimento di nuovi desideri e considera il mondo come uno spettacolo da godere. Il tipo dell’esteta è per Kierkegaard il “seduttore”, rappresentato dal personaggio di Don Giovanni, il leggendario cavaliere spagnolo che non si lega a nessuna donna particolare perché vuole poter non scegliere: è colui che vive nell’attimo, cercando unicamente la novità del piacere. Don Giovanni seduce migliaia di donne senza riuscire ad amarne davvero nessuna. GIUDIZIO NEGATIVO Kierkegaard esprime un giudizio negativo sull’estetica; Chi non sceglie e si dedica solo al piacere cade ben presto nella noia, cioè nell’indifferenza nei confronti di tutto, perché, non impegnandosi mai, non vuole profondamente e sentitamente nulla.  Lo stadio etico: l’uomo vive conformemente a ideali morali e cerca di assumersi delle responsabilità. Sceglie fra il bene e il male e accetta i compiti seri della famiglia, del lavoro, dell’impegno nella società, dell’amor di patria e affronta serenamente i sacrifici necessari per restare fedele a tali compiti. La figura del “marito” (cioè dell’uomo che ha scelto una sola donna e ha accettato i doveri del matrimonio) è, per Kierkegaard, la rappresentazione dello stadio etico; GIUDIZIO NEGATIVO L’uomo che vive eticamente non riesce a valorizzare a pieno la sua autentica individualità, rischia di perdersi nell’anonimato, di non trovare davvero sé stesso più intima e profonda personalità.

Nell’opera Timore e tremore emerge la terza forma fondamentale: quella religiosa.

 Lo stadio religioso: l’uomo realizza veramente sé stesso come individuo, solo nella sfera religiosa; Quando l’uomo si pone di fronte a Dio, deve abbandonare le finzioni, i mascheramenti e le illusioni; Si mostra a Dio e a sé stesso nella sua vera individualità, nella sua autenticità di peccatore. Nella religione ci dobbiamo abbandonare completamente a Dio ed avere fede in lui al di sopra di tutto.

L’ANGOSCIA E LA DISPERAZIONE Secondo Kierkegaard la dimensione esistenziale dell’uomo è segnata dall’angoscia e dalla disperazione; La disperazione nasce da un rapporto serio dell’uomo con sé stesso, mentre l’angoscia nasce da un rapporto

serio dell’uomo con il mondo, e consiste nel senso di inadeguatezza che nasce dall’impossibilità dell’uomo di essere autosufficiente senza Dio.

 L'angoscia: è la "vertigine" che scaturisce dalla possibilità della libertà. L'uomo sa di poter scegliere, sa di avere di fronte a sé la possibilità assoluta: ma è proprio l'indeterminatezza di questa situazione che lo angoscia. Egli acquista la coscienza che tutto è possibile: ma, quando tutto è possibile, è come se nulla fosse possibile L'angoscia rappresenta la possibilità di poter agire in un mondo in cui nessuno sa che cosa accadrà. È l'angoscia provata da Adamo posto di fronte al divieto di gustare i frutti dell'albero della conoscenza: egli non sa ancora in che cosa consista la conoscenza, non conosce la differenza tra il bene e il male, non comprende il senso del divieto stesso. Egli non sa che cosa accadrà, eppure è chiamato a scegliere tra l'obbedienza e la disobbedienza.  La disperazione: nasce dal fatto che l’uomo non accetta la sua condizione umana. L’io, infatti, può volere, come può non volere, essere sé stesso. Se un individuo vuole essere sé stesso sprofonderà inevitabilmente nella disperazione, poiché, essendo finito, non sarà sufficiente alla percezione infinita che ha di sé. Se, viceversa, un individuo non vuole essere sé stesso, finirà ugualmente a provare disperazione, poiché si trova di fronte all’impossibilità di rompere il rapporto con se stesso, che è costitutivo. Quindi, in ogni caso, il tentativo umano ha uno svolgimento impossibile e sfocia nella disperazione.

NIETZSCHE

LE DUE ANIME DEL MONDO GRECO

 Apollineo  Dionisiaco

espandere il proprio essere, che è proprio anche degli animali: il leone che mangia la gazzella afferma la propria volontà di potenza, la volontà di accrescere sé stesso e la propria energia, anche se a danno di un altro essere. Nell’uomo questa pulsione non può realizzarsi in modo naturale, ma si scontra con la morale. Quindi bisogna effettuare un atto di trasvalutazione, l’inversione di tutti i valori per poter accrescere il proprio essere. A partire dalla nozione di volontà di potenza Nietzsche elabora negli ultimi anni una concezione nota come prospettivismo, ovvero ogni individuo è punto di riferimento e origine dei valori. Il mondo non ha un unico significato ma una molteplicità di significati e nessuno è migliore dell’altro. Un individuo capace di dare il proprio senso al mondo è l’oltreuomo e la nuova responsabilità di cui l’uomo deve farsi carico è espressa da Nietzsche con la cosiddetta “teoria dell’eterno ritorno dell’uguale”, che costituirà il motivo centrale di “Così parlò Zarathustra”.

L’OLTREUOMO/SUPERUOMO Il concetto di “superuomo” è stato variamente interpretato. Le interpretazioni naziste della filosofia di Nietzsche, basate soprattutto sull’opera “La volontà di potenza”, che la sorella del pensatore (Elisabeth Förster Nietzsche) aveva fatto pubblicare nel 1906. Si è voluto tradurre il termine Übermensch (oltre) non come uomo superiore, ma come oltreuomo. Il superuomo non è da intendersi come un individuo eccezionale dotato di capacità superiori; esprime uno stadio ulteriore dello sviluppo umano, in cui l’uomo stesso diventa creatore di valori. “Così parlò Zarathustra” si apre con la descrizione del profeta che, dopo aver trascorso dieci anni in solitudine sulla montagna, scende tra gli uomini per portare loro il suo annuncio. Giunto in una città mentre si sta svolgendo un mercato, Zarathustra annuncia alla folla il superuomo, esortando ai valori naturali legati al corpo e alla vita terrena, contro ogni trascendenza. La folla lo ascolta distrattamente perché in attesa dello spettacolo di un funambolo che era stato annunciato. Il funambolo, incitato dalla folla, inizia a camminare sul cavo teso tra due alte torri. All’improvviso compare dietro di lui uno strano essere “un pagliaccio” che lo supera con un balzo facendo perdere l’equilibro al funambolo e di conseguenza facendolo precipitare, sfracellandosi al suolo. Zarathustra gli resta vicino e poi lo seppellisce. Da quel momento in poi Zarathustra non parlerà mai più alla folla, ma solo a singoli individui, capaci di comprendere il suo messaggio. Il pagliaccio multicolore rappresenta le forze istintive e vitali che possono travolgere l’individuo, quando tenta di attraversare l’abisso che lo separa dall’oltreuomo. Infatti per andare oltre sé stesso l’uomo deve tramontare, rinunciare a ciò che è senza essere ancora qualcosa di nuovo. Deve abbandonare le proprie certezze, pur non essendo ancora in grado di produrne atre: non ha più un terreno solido sotto di sé e avanza con difficoltà, come il funambolo. Un passaggio simile, non può essere compiuto da tutti e per questo che poi Zarathustra non parlerà più alla folla. L’uomo al quale si rivolge è un uomo in grado di trasformarsi. Nietzsche presenta questa metamorfosi mediante tre diverse immagini:

 Il cammello rappresenta l’uomo sottomesso, che accetta la morale della tradizione e si conforma passivamente ad essa;  Il leone simboleggia la negazione della morale, la sua rottura;  Il fanciullo, infine, è l’uomo nuovo che ha abbandonato dietro di sé il passato ed è capace di creare nuovi valori terreni. Se non si trovano il coraggio e la determinazione per compiere queste trasformazioni allora dopo la morte di Dio, l’uomo non può sopravvivere diventando così l’ultimo uomo, il più spregevole tra gli uomini che accetta una vita abitudinaria e guidata da altri. L’uomo deve essere perciò un passaggio, un tramonto. Deve cessare di essere quello che è e trasformarsi.

L’ETERNO RITORNO Il passaggio dall’uomo all’oltreuomo non è indolore: implica una rottura, una separazione netta. Nietzsche descrive questo passaggio ricorrendo a una serie di immagini metaforiche, come quella del pastore a cui un serpente è penetrato in gola. In “Così parlò Zarathustra”, Nietzsche chiarisce il tema dell’eterno ritorno con il racconto del pastore che morde la testa al serpente, trasformandosi in una creatura luminosa e ridente: l’uomo può trasformarsi nel superuomo solo vincendo la ripugnanza soffocante del pensiero dell’eterno ritorno (il serpente, emblema del circolo) mediante una decisione coraggiosa nei suoi confronti (il morso). Esistono diverse interpretazioni circa la teoria dell’eterno ritorno:

 Certezza cosmologica: questa interpretazione sembra essere sostenuta della spiegazioni “scientifiche” presenti nell’opera (essendo la quantità di energia dell’universo finita ed il tempo in cui essa si esprime infinito, allora le manifestazioni e le combinazioni di tale energia dovranno necessariamente ripetersi). Questa interpretazione è poco credibile, in quanto contraddittoria rispetto alla filosofia di Nietzsche che rompe con la tradizione.  Negazione della concezione lineare e quantitativa del tempo, inteso come una successione di momenti interdipendenti che costituiscono una sorta di “struttura edipica del tempo.  Negazione della trascendenza: credere nell’eterno ritorno vuol dire ritenere che il senso dell’essere non stia fuori dell’essere ma nell’essere stesso, che è il divenire dionisiaco delle cose. Questo comporta una disposizione a vivere la vita come coincidenza di essere e senso dell’essere, realizzando così la “felicità del circolo”. È l’oltreuomo che decide l’eterno ritorno, che coincide pertanto con il massimo grado dell’accettazione superomistica dell’essere. Questa è l’interpretazione più coerente: essendo morto Dio, la trascendenza, si può riscattare l’idea del tempo come successione di attimi per sostituirla con l’eterno ritorno dell’identico, il sì alla vita.

legalizza il mistero, attribuendo tutto a uno spirito superiore, offre un senso al dolore e una spiegazione al male. Ma quello che è insopportabile infatti, secondo Nietzsche, non è il dolore in sé, ma il soffrire senza senso: "se si ha un perché, si supera ogni come". Di conseguenza diventa fondamentale la critica alla morale.  Secondo Nietzsche l'uomo dice di agire, per esempio, per altruismo ma in realtà agisce per interesse.  In secondo luogo mostra come i valori morali non siano veri; possono essere creduti veri ma in realtà sono falsi. Nietzsche però non contesta la buona fede di chi vive con convinzione la morale; infatti secondo il filosofo si può vivere credendo nella verità della morale e dei suoi principi, ma tale convinzione non sarebbe che un inganno. La morale per Nietzsche è riconducibile ai sentimenti del piacere e dell'egoismo, oppure al risentimento. Il risentimento è la motivazione data da coloro che, non riuscendo o non potendo "dire di sì" alla vita o per evitare di essere schiacciati dai più forti, operano una trasmutazione dei valori, chiamando bene ciò che è male e viceversa. Così la morale non è altro se non una violenza differita: in altre parole, ciò che non si può ottenere con la forza e gli istinti, lo si ottiene con la 'tirannia della ragione'.