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La vita e le idee filosofiche di arthur schopenhauer, che si trasferisce a weimar dopo la morte del padre e entra in contatto con personaggi come goethe. Il pensiero di schopenhauer si forma attraverso le lezioni di fichte e contrasta con l'idealismo dominante. Le influenze di schopenhauer sono visibili in autori come nietzsche, freud, sartre e heidegger, e sono evidenti in letteratura in baudelaire, tolstoj e thomas mann. Schopenhauer contrappone il razionalismo e l'ottimismo di hegel con l'irrazionalismo e il pessimismo universale, e riprende concetti da kant ma li rielabora in maniera differente. La filosofia di schopenhauer è la capacità di giungere all'essenza del mondo, che per kant era inaccessibile.
Tipologia: Appunti
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Nasce nel 1788 , è un autore ottocentesco. Nasce ad Danzica, in Polonia, ma al tempo era tedesca. Il padre era un commerciante, la madre era una scrittrice. Il padre muore prematuramente e Schopenhauer si trasferirà a Weinar con la madre, dove entra in contatto con una serie di personaggi nella cerchia della madre, quali Goethe. A livello di formazione, studierà prima medicina e poi filosofia a Berlino, dove insegnerà anche Hegel e i due si incontreranno. Quando Schopenhauer segue le lezioni da studente a Berlino segue le lezioni di Fichte, quindi si forma sulle lezioni degli idealisti. Tuttavia lo deludono molto, difatti andrà in una linea anti-idealista. Ottiene il dottorato in filosofia nel 1813 e ciò gli permette di rimanere a insegnare a Berlino. Subisce differenti influenze culturali tramite autori che si occupano della cultura indiana e orientali. Viene pubblicata nel 1819: IL MONDO COME VOLONTÀ E RAPPRESENTAZIONE, in cui emerge il carattere anti-idealistico della sua filosofia. Si tratta di un’opera fortemente pessimista che dopo la pubblicazione non viene particolarmente letta. Egli puntava ad un alto successo, che avrà solo quale decennio dopo. Questo insuccesso editoriale si trasforma anche in un insuccesso a livello di insegnamento. Nel 1820 infatti all’università di Berlino insegna Hegel. Le lezioni dei due erano tenute nelle stesse ore, e mentre le aule di Hegel erano piene quelle di Schopenhauer erano vuote. È uno scontro non solo in termini di pensiero ma reale, visto che in quel momento prevaleva l’idealismo e quindi le teorie di Schopenhauer erano ritenute di poco valore. Nella seconda meta dell’800 ciò verrà rovesciato. A partire dal 1848, le sue opere iniziano ad assumere una maggiore popolarità e ad essere lette e apprezzate. Nell’ultima fase della sua vita inizia a vedere i frutti del suo lavoro, con anche la pubblicazione di nuove edizioni delle sue opere e suoi seguaci. Muore nel 1860 a Francoforte, mentre fugge dall’epidemia di colera che vede vittima Hegel. È importante per le influenze che ha su autori quali Nietzsche, tant’è che scriverà un testo dedicato a Schopenhauer citandolo come il personaggio che l’ha guidato, Freud, persino fino alla corrente esistenzialista, che avrà la sua evoluzione nel 900, quali Sartre, Heidegger. Le influenze di Schopenhauer sono visibili in letteratura in Baudelaire, Tolstoj’ e Thomas Mann. Avrà anche influenza sulle opere di composizione di Richard Wagner.
Abbiamo una netta contrapposizione rispetto al razionalismo e al ottimismo di Hegel, a cui vengono contrapposti un irrazionalismo e un pessimismo universale, connettibile al pessimismo cosmico leopardiano. Per Schopenhauer la razionalità che in Hegel era concepita come carattere essenziale del corso della storia è pura astrazione, che non tiene conto di come la storia sia soltanto un qualcosa che persiste nel ripetere la sua assurdità. Se deve riscontrare una costante nella storia, è l’assurdità degli eventi. La storia è vista come irrazionale. Il pensiero di Schopenhauer ebbe influenze anche sul romanticismo, che ebbe una parte più irrazionalista e soprattutto per il ruolo che Schopenhauer accorda all’arte e alla musica, anche se Schopenhauer non possiamo ridurlo a nessuna corrente di pensiero, anche se subisce influenze da esse. Riprende concetti da Kant, ma li rielabora in maniera differente. Riprende il concetto di fenomeno e noumeno. Il fenomeno in Kant era il mondo come appare secondo le categorie del soggetto, il noumeno è come è in sè e non conoscibile perché non ne abbiamo una rappresentazione sensibile. Per Kant abbiamo conoscenze in senso forte dei fenomeni e non dei noumeni. Schopenhauer invece pone come fulcro della sua opera l’aver scoperto l’essenza del noumeno, e quindi come è il mondo in se stesso, al di là delle apparenze e quindi del fenomeno. Per conoscere il noumeno è necessario andare oltre il fenomeno. Bisogna superare la conoscenza apparente, sinonimo di fenomeno per Schopenhauer, e ciò che è la vera essenza del mondo è il noumeno. La filosofia è la capacita di giungere all’essenza del mondo, che per Kant era inaccessibile.
La rappresentazione è il fenomeno, ovvero la realtà come appare per mezzo delle nostre categorie.
Schopenhauer parte dalla definizione della rappresentazione del mondo come mia rappresentazione, io rappresento il mondo per come mi appare per mezzo dei cinque sensi. Schopenhauer però ci descrive questo fenomeno già in termini di apparenza, quasi di sogno e illusione. Schopenhauer pone già una caratterizzazione al fenomeno differente da Kant. Per Kant il fenomeno era scientifico, oggettivo, è per Schopenhauer illusorio perché è una visione parziale della realtà. Attraverso questo filtro delle nostre forme soggettive abbiamo una visione apparente di quello che è il mondo. Vi è anche una ripresa a livello di ispirazione di Platone, che parlava della conoscenza sensibile della realtà come illusoria, perché quella vera era quella del mondo delle idee. Quando parliamo di conoscenza abbiamo sempre a che fare con due aspetti: quello del soggetto che conosce, ovvero il soggetto rappresentante, dall’altro l’oggetto rappresentato, quindi conosciuto. Nell’ambito della rappresentazione vi sono queste due figure. Per Schopenhauer è importante tenere insieme questi due aspetti, la conoscenza si ha quando soggetto e oggetto vengono concepiti insieme, senza oggetto non si può avere il soggetto. Lo fa per evitare due tendenze del pensiero che per lui sono sbagliate: il materialismo, ovvero di un pensiero che concepisce la realtà ponendo l’attenzione tutta sulla realtà, dall’altra l’idealismo, che pone tutta l’attenzione del soggetto, ponendo la realtà come frutto della creazione del soggetto. In entrambe c’è l’eliminazione dell’altro, che per Schopenhauer è una mossa errata. Non si può ridurre l’uno all’altro, bisogna trovare una via alternativa, che è quella di concepire un’unità di fondo tra soggetto e oggetto. L’oggetto inizia ad essere concepito come materia, e il soggetto non avrà il carattere di unicità rispetto all’oggetto che invece ha avuto in tutta la storia della filosofia. Schopenhauer dice che è una astrazione dividere oggetto e soggetto, intellettualmente si può fare, ma nella realtà vi è l’unità, che però va scoperta. Questa unita di fondo può essere scoperta quando superiamo l’ambito della rappresentazione. La vera essenza del mondo è l’unità tra oggetto e soggetto. Su Kant, parlando di rappresentazione, Schopenhauer riprende alcune forme a priori di Kant che pero sintetizza in tre forme, quali quelle di spazio e tempo e delle dodici categorie riprende solo quella di casualità, che secondo lui sintetizza le altre. Noi vediamo la realtà in modo filtrato per mezzo di queste forme. IL VELO DI MAYA Introduce poi il concetto di VELO DI MAYA, ripreso dalla filosofia indiana. Con esso va ad indicare un velo che si pone tra noi e la vera essenza della realtà, il velo è rappresentato dalle forme di spazio, tempo e causalità. Maya è questo potere divino con cui vengono fatte assumere le sembianze che si vogliono alla realtà, è una sorta di deformazione della realtà da parte di un potere divino. Noi attraverso questi veli abbiamo una conoscenza che si limita alla rappresentazione, quindi al fenomeno. Per vedere il noumeno dobbiamo avere il coraggio di rompere questo velo e andare a scoprire, al di là delle nostre forme sensibili, come il mondo è davvero, quindi rompere anche un po’ questo incantesimo. È descritta come un sogno, metaforicamente, la fase prima dello squarciamento del velo. Il momento fondamentale della filosofia è quello di comprendere che la rappresentazione è parziale ed è necessario andare oltre, è il compito della filosofia quello di smascherare la vera realtà. Tutto ciò che è rappresentazione, in termini kantiani il fenomeno, per Schopenhauer è una illusione, è un grande insieme di illusioni. La rappresentazione non ci dà la realtà come è ma come ci appare, per mostrare questa apparenza si avvale del concetto del velo di Maya, ripreso dalla filosofia indiana. Lo riprende come metafora che sta ad indicare un’entità che ci fa apparire le cose come sono, attraverso i fenomeni noi abbiamo una deformazione della realtà. Per Kant cosi come Schopenhauer esiste una realtà in sé, al di là del velo. È necessario squarciare il velo e vedere la vera essenza della realtà. È compito della filosofia svelare cosa sta dietro il velo di maya. Nello spiegare il fenomeno, quindi la rappresentazione, Schopenhauer riprende Kant spiegando che le cose si spiegano attraverso le forme di spazio, tempo e la categoria di causa. Riduce le categorie di Kant ad una, quella di causa. Mentre per Kant questa è la conoscenza adeguata che abbiamo della realtà, per Schopenhauer è una illusione. Il mondo come volontà e rappresentazione è il titolo dell’opera, per ora abbiamo descritto il mondo come rappresentazione. L’uomo ha una conoscenza indiretta della realtà. Tale velo può essere squarciato secondo Schopenhauer attraverso il passaggio segreto, idea metaforica che ci suggerisce la difficolta dell’operazione, e al di fuori della metafora ciò che intende come via di accesso è il nostro corpo. Il corpo assume una centralità nella rottura del velo di maya. Dobbiamo partire da ciò che viene è definito intuizione del nostro corpo. Il nostro corpo può essere visto come un oggetto tra gli altri oggetti, pero non è l’unico modo di cogliere il nostro corpo. L’altro modo che abbiamo è dall’interno, attraverso il sentirlo. Sentendolo percepiamo che il nostro corpo è caratterizzato dalla volontà di vivere. Il nostro corpo non è uno tra tanti, la differenza che colgo tra il mio e quello altrui è che il mio lo sento internamente. L’introspezione ci permette di vedere cos’è il nostro corpo, che è volontà di vivere perché ha come finalità la vita e la spinta del nostro corpo è quella di una continuazione della vita. Se consideriamo la realtà non sulla base di principi puramente intellettuali, arriviamo ad una verità che per Schopenhauer è più profonda. La realtà al di la di tutte le rappresentazioni che possiamo farne è a tutti gli effetti questa volontà di vivere, definita anche come sforzo di auto conservazione perché il corpo vive e si sforza ad auto-conservarsi, a sopravvivere. Per Schopenhauer questa (la volontà di vivere) è la vera chiave del mondo, non solo dell’uomo. È un concetto estendibile anche alle entità non animate. È più facile concepire la volontà di vivere nell’elemento vivo, ove abbiamo una lotta per la sopravvivenza all’interno della natura. Tuttavia è un principio molto più ampio perché per Schopenhauer riguarda tutte le realtà naturali, fa l’esempio delle cascate che precipitano ed essa viene descritta come volontà di vivere. È come se spostasse il concetto di volontà dalla ragione al corpo. Anche l’ago magnetico che si sposta verso il nord è espressione della volontà di vivere. Si tratta di un principio di per sé impersonale, è un principio immanente a tutte le cose.
un animale che soddisfa egoisticamente i suoi bisogni. Bisogna agire secondo due valori, carità e giustizia, sono le due virtù che tramite la compassione permettono di vincere l’egoismo. Per quanto concerne la giustizia, egli la concepisce come il non danneggiare gli altri, che invece è presente secondo la volontà di vivere. Se mettiamo da parte l’egoismo e agiamo di giustizia ci sforziamo di non nuocere agli altri. La carità è invece fare del bene agli altri. Attraverso giustizia e carità l’uomo limita il suo egoismo, agisce moralmente e agisce cosi perché si rende conto che le sofferenze altrui, create agli altri da se stesso, sono le sue stesse. Anche qui non è una liberazione definitiva, resta, in quanto l’uomo è corpo, resta di fondo una sofferenza, che per essere negato necessita l’ascesi.