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REALTA' O ILLUSIONE?, Tesine di Maturità di Lingue e letterature classiche

Tesina di maturità del liceo artistico . Prefazione e introduzione …………………………………2 Schopenhauer e il velo di Maya…………………………….3 Introduzione vita Pirandello……………………………......5 la poetica dell’umorismo…………………………………………………6 Maschere nude: i grandi drammi degli anni venti……………..7 Sei personaggi in cerca d’autore…………………………......8 Magritte: la riproduzione vietata………………………….11 Bibliografia……………………………………………...13

Tipologia: Tesine di Maturità

2017/2018

Caricato il 22/07/2018

elena989898
elena989898 🇮🇹

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Realtà o illusione
“Il dramma è la ragion
d’essere del personaggio;
è la sua funzione vitale:
necessaria per esistere.”
-Luigi pirandello
Macerata Elena
VB FIG, liceo artistico M. Buniva
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Realtà o illusione

“Il dramma è la

d’essere del perso

è la sua funzione

necessaria per esis

-Luigi pirandello

Macerata Elena

VB FIG, liceo artistico M. Bun

Indice:

Prefazione e introduzione

…………………………………

Schopenhauer e il velo di

Maya……………………… …….

Introduzione vita

Pirandello……………………………......

la poetica

dell’umorismo…… ……………………………………………

Maschere nude: i grandi drammi degli anni

venti……………..

Sei personaggi in cerca

d’autore…………………………... ...

Magritte: la riproduzione

vietata………………………….

Bibliografia……………………………………………...

13

“Ma se è tutto qui il male! Nelle parole! Abbiamo tutti dentro un

mondo di cose; ciascuno un suo mondo di cose! E come possiamo

intenderci, signore, se nelle parole ch'io dico metto il senso e il

valore delle cose come sono dentro di me; mentre chi le ascolta,

inevitabilmente le assume col senso e col valore che hanno per sé,

del mondo com'egli l'ha dentro? Crediamo d'intenderci; non ci

intendiamo mai!” - Sei personaggi in cerca d'autore, Luigi Pirandello.

SCHOPENHAUER

Arthur Schopenhauer (1788 - 1860) è stato un filosofo tedesco, uno dei maggiori pensatori del XIX secolo. Molti sono gli influssi culturali di Schopenhauer: Platone e la teoria delle idee come forme eterne ed immutabili; da Kant deriva l’impostazione soggettivistica della gnoseologia -teoria della conoscenza-, ovvero che Sia Kant che Schopenhauer affermavano che l' uomo non può conoscere la "realtà oggettiva" (noumeno) ma che ha un' impressione soggettiva della realtà (un fenomeno - ossia apparenza); l’Illuminismo e il materialismo come tecniche per smascherare e demistificare la realtà mostrando la vera essenza del mondo. Dal Romanticismo trae alcuni temi di fondo del suo pensiero, come ad esempio l’irrazionalismo, la grande importanza attribuita all’arte e alla musica, ma soprattutto al tema dell’infinito, cioè la tesi della presenza nel mondo di un principio assoluto di cui le varie realtà sono manifestazioni soggette al divenire è destinate a finire. Altro motivo indubbiamente romantico è quello del dolore (tuttavia mentre nel romanticismo si ha una tendenza ottimistica, ovvero che si una un tentativo di riscattare il negativo con il positivo, ad esempio Dio, la storia, progresso etc., Schopenhauer appare invece orientato verso una visione pessimistica della realtà.

Schopenhauer analizza il rapporto tra realtà e apparenza (volontà e rappresentazione ) nella sua più grande

opera: “ Il mondo come volontà e rappresentazione ”.

La rappresentazione, che non è oggettiva ma dipende da soggetto a soggetto, è come il velo di Maya : Ella era

una divinità buddista che utilizzava il velo per ingannare gli esseri, fa credere reali le apparenze.

“E’ Maya, il velo ingannatore, che avvolge gli occhi dei mortali e fa

loro vedere un mondo del quale non può dirsi né che esista, né che

non esista; perché ella [Maya] rassomiglia al sogno, rassomiglia al

riflesso del sole sulla sabbia, che il pellegrino da lontano scambia

per acqua; o anche rassomiglia alla corda gettata a terra che egli

prende per un serpente.”

~ A. Schopenhauer, “Il mondo come volontà e rappresentazione"

Per Schopenhauer “il mondo è una mia rappresentazione”. La nostra mente è corredata da una serie di forme a priori: spazio, tempo e causalità. Egli paragona queste forme a priori a vetri sfaccettati, attraverso la quale la visione delle cose si trasforma. Sostiene, dunque, che la rappresentazione è un qualcosa di ingannevole, traendo la conclusione che “la vita è sogno”, una sorta di incantesimo che la rende simile agli stati onirici.

Aldilà del sogno esiste però la realtà, quella vera, riguardo alla quale l’uomo non può che interrogarsi. Schopenhauer sostiene che l’uomo è un “animale metafisico”, cioè che, a differenza degli altri esseri viventi,

è portato a stupirsi della propria esistenza e ad interrogarsi sull’essenza ultima della vita.

“Nessun essere, eccetto l’uomo, si stupisce della propria esistenza; per tutti gli animali essa è una cosa che si intuisce per se stessa, nessuno vi fa caso

[…]Quanto più in basso si trova un uomo nella scala intellettuale,

tanto meno misteriosa gli appare la stessa esistenza: gli sembra

piuttosto che il tutto, così com’è e che sia così, si comprenda da sé

[… ] Al contrario, la meraviglia filosofica [… ] è condizionata da uno

svolgimento superiore dell’intelligenza, ma non da questo soltanto:

senza dubbio è anche la conoscenza della morte, e con essa la

considerazione del dolore e della miseria della vita, ciò che dà il più

forte impulso alla riflessione filosofica e alle spiegazioni metafisiche

del mondo.”

Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, II, 17

Schopenhauer vuole spezzare questo velo di Maya, per uscire dalla dimensione illusoria. Egli utilizza “l’immagine del castello circondato dall’acqua con il ponte levatoio sollevato : il viandante può osservare il castello da tutti i lati ma ne rimarrà sempre fuori. Allo stesso modo noi possiamo esaminare la realtà da tutti i lati ma ne rimarremo sempre esclusi”. L’unico modo per andare oltre le illusioni è il nostro corpo , poiché è l’unica realtà di cui noi non abbiamo solo l’immagine, ci viviamo anche dall’interno. Per conoscere veramente si deve seguire la via dell'interiorità. Guardando dentro noi ci rendiamo conto che l’essenza profonda del nostro io è la brama, la volontà di vivere. Schopenhauer utilizza il corpo solo come un mezzo metafisico per arrivare alla realtà. La realtà sostanziale, per il filoso , è la volontà di vivere.

Dalla concezione di Shopenhauer della volontà di vivere emerge un certo pessimismo: la volontà di vivere produce sofferenza perché volere significa desiderare ed è determinato dalla mancanza di un qualcosa. Questo senso di mancanza produce sofferenza e, quando i nostri desideri saranno soddisfatti il senso di soddisfacimento è momentaneo, perché poi si trasforma in noia.

“La vita umana è come un pendolo che oscilla incessantemente fra

noia e dolore, con intervalli fugaci, e per di più illusori, di piacere e

gioia.”

Renè Magritte, Golconda, 1953

imbellettata avverto che è il contrario di ciò che una vecchia signora dovrebbe essere. Questo avvertimento del contrario è il comico. Ma se interviene la riflessione, e suggerisce che quella donna soffre a pararsi così e lo fa solo nell'illusione di poter trattenere l’amore del marito più giovane, non possono più solo ridere: dal comico passo al sentimento del contrario, cioè all'atteggiamento umoristico.”

La realtà si presenta come vita in continuo divenire, un perenne caotico flusso in movimento e trasformazione, nella quale è immerso anche l’uomo. Per affermare la propria personalità, l’uomo tende a staccarsi da quel flusso e così finisce per separarsi dal resto della vita, diventa forma individuale e comincia a morire. Il contrasto fra “vita” o “flusso”(ciò che siamo) e “forma” (ciò che sembriamo) genera la crisi d’identità e la dissociazione dell’io. Costretto a vivere nella forma l’individuo non è più una persona intesa come unità intellettuale e psicologica, ma diviene un personaggio ridotto a maschera, che recita il ruolo impostogli dalle convenzioni sociali o dai propri ideali. La posizione rassegnata di chi accetta consapevolmente la maschera e sta al gioco delle parti assume un aspetto umoristico: il personaggio si camuffa e mostra di accettare le convenzioni sociali ma solo per ridicolizzarle.

L’altra strada è quella in cui il personaggio si guarda vivere, si estranea dalla realtà, diventa “forestiere della vita” (Mattia Pascal), si vede riflesso come in uno specchio, scopre l’impossibilità di essere autentico agendo in quella forma, evade verso un oltre fantastico o nella gioiosa partecipazione alla vita della natura (Uno, nessuno e centomila)

L’ESORDIO TEATRALE

Dopo i primi tempi di poesia e romanzi il teatro fu per Pirandello una scoperta sensazionale. Era finalmente la rappresentazione del suo modo di vedere la vita, era il miglior modo per mostrare al pubblico ciò che desiderava mostrare.

Nel 1910 Pirandello ebbe il suo primo contatto con il mondo teatrale, con la rappresentazione di due atti unici, “Lumie di Sicilia” e ”La morsa da parte della compagnia di Nino Martoglio a Roma. Nel 1916 scrisse commedie rappresentate in dialetto siciliano come : “Pensaci, Giacuminu!” ,”La Giara”,etc.

Nel contempo diverse novelle divennero adattamenti teatrali in forma di atto unico o più atti (come “Così è (se vi pare)). Questa fase drammaturgica di Pirandello è riconducibile al “teatro del grottesco”. Questa tipologia di teatro rompeva gli schemi lineari del dramma borghese, scomponendo le situazioni e schematizzando le figure. I personaggi prigionieri di una “maschera” imposta dai ruoli sociali e dal perbenismo borghese, non avevano un carattere definito ma erano “marionette”, scisse tra ciò che credono di essere e il modo in cui gli altri li vedono. Il “grottesco” è la forma che l’arte “umoristica” assume sulla scena.

Dal 1920 la produzione drammatica di Pirandello cominciò a conoscere il successo del pubblico. I grandi drammi composti in questo periodo sono “Enrico IV” del 1922 e del 1921 sono “ I sei personaggi in cerca d’autore ”. Questi drammi riguardano specialmente il conflitto tra attori e personaggi, tra attori e spettatori, tra attori e regista. I drammi pirandelliani nel corso degli

anni Venti e Trenta furono conosciuti e rappresentati in tutto il mondo.

Pirandello si dedicò quindi interamente al teatro, seguendo le compagnie nella loro Tournée in Europa e in America. Dal 1925 assunse la direzione del Teatro d’Arte a Roma, mettendo in scena spettacoli tratti da opere proprie ma anche di altri autori. Si legò sentimentalmente ma in modo platonico ad una giovane attrice della compagnia, Marta Abba, per la quale scrisse vari drammi. L’esperienza del teatro fu resa possibile anche grazie al finanziamento dello Stato. Pirandello, nel 1924, subito dopo il delitto Matteotti, si era iscritto al partito fascista, e questo gli servì per ottenere appoggi da parte del regime. Negli ultimi anni lo scrittore seguì particolarmente la pubblicazione delle sue opere, in numerosi volumi: le Novelle per un anno, che raccoglievano la sua produzione novellistica, e le Maschere nude in cui furono sistemati i testi drammatici. Nel 1934 gli fu assegnato il Premio Nobel per la letteratura. Mentre negli stabilimenti di Cinecittà a Roma assisteva alle riprese di un film tratto da Il fu Mattia Pascal, si ammalò di polmonite e morì il 10 dicembre 1936, lasciando incompiuto il suo ultimo capolavoro teatrale, I giganti della montagna.

Sei Personaggi in cerca d’Autore

Il dramma fu scritto nel 1921 in sole tre settimane e fu rappresentato per la prima volta il 10 Maggio dello stesso anno al Teatro Valle di Roma dalla compagnia Niccodemi (con l’interpretazione di Vera Vergani e Luigi Almirante). Il dramma fu tradotto e rappresentato in quasi tutti i paesi del mondo, tra cui nel 1922 a Londra e New York e 1923 Vienna e Parigi.

In realtà l’opera era stata pensata e programmata dall’autore già diversi anni prima; nel 1917 scrive così al figlio Stefano: «Sei personaggi in cerca d’autore: un romanzo da fare – un’ossessione, ed io non voglio saperne […], e alla fine il romanzo da fare verrà fuori fatto. » Pirandello nei suoi Sei Personaggi imprime una svolta particolarmente innovativa al suo teatro che influenzerà e condizionerà tutta la drammaturgia successiva e non solo italiana. In questa opera Pirandello muove da un paradosso: poiché un testo teatrale, come le altre forme d’arte, è in sé concluso, non dovrebbe essere rappresentato; nel contempo, non è concluso se non viene rappresentato. Pirandello si collega al teatro espressionista tedesco, come testimonia la stilizzazione dei personaggi in “tipi” umani essenziali, che riflettono i loro ruoli (la Madre, il Figlio, etc.) Sei personaggi in cerca d’Autore è considerata la prima opera della trilogia del “Teatro nel Teatro”, che comprende anche Ciascuno a suo modo e Questa sera si recita a soggetto. In questa Trilogia il drammaturgo utilizza il teatro per riflettere sul teatro stesso (METATEATRO). Nella prefazione del 1925 ai Sei Personaggi Pirandello scrive: “Il dramma è la ragione d’essere del personaggio; è la funzione vitale: necessaria per esistere.”

Versione del 1965 con interpretazione di: Romolo Valli ed Elsa Albani

I Sei Personaggi sono “vivi senza vita”, (La condizione di esistenza è appunto l’esistenza di un dramma) poiché rifiutati da un autore che li creò, ma poi “non volle o non poté materialmente” dare loro una forma compiuta, dare vita. Considerando i Personaggi come entità autonome, Pirandello mette in crisi l’idea stessa di teatro, nei Sei Personaggi in cerca d’Autore gli Attori si configurano come goffe controfigure dei personaggi, dal momento che quella che per i Personaggi è vita, unica ed irripetibile, per loro è arte, recitazione, finzione, illusione, gioco. Sebbene incorporea, la vita dei Personaggi risulta molto più vera, più reale di quella che gli Attori ricreano sul palcoscenico per poche ore, perché è eterna, immutabile.

L’identità

« Un Personaggio » dice il padre rivolgendosi al Capocomico « può sempre domandare ad un uomo chi è. Perché un Personaggio ha veramente una vita sua, segnata da caratteri suoi, per cui è sempre qualcuno. Mentre un uomo – non dico lei adesso - un uomo così, in genere, può non essere nessuno ». Da questa affermazione emerge uno dei temi centrali della produzione narrativa di Pirandello, quello della multiforme identità dell’uomo che si crede “uno”, mentre è “tanti”, secondo tutte le “possibilità d’essere” che sono in lui e secondo il come è visto dagli altri.

- L’incomunicabilità

Nei Sei Personaggi compare anche un altro tema pirandelliano, quello “dell’inganno della comprensione reciproca fondato irrimediabilmente sulla vuota astrazione delle parole”. Il dramma dell’incomunicabilità trae origine dal fatto che ognuno porta dentro di sé un proprio mondo di cose, che assumono un senso e un valore diverso per chi le ascolta, e perciò gli attori non possono interpretare il dramma dei personaggi, perché tradirebbero la loro realtà.

« E come possiamo intenderci, signore, se nelle parole ch’io dico metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me; mentre chi le ascolta, inevitabilmente assume col senso e col valore che hanno per sé, del mondo com’egli l’ha dentro? Crediamo d’intenderci; non ci intendiamo mai! ».

Le parole, dice Pirandello, non sono in grado di esprimere la multiforme complessità del pensiero, ma finiscono necessariamente per tradirlo, banalizzarlo, impoverirlo.

Critica al Teatro Borghese e Naturalista

Alla luce di ciò risulta evidente la critica al teatro borghese e naturalista che, proprio attraverso la mediazione degli attori, si proponeva di fornire al pubblico una perfetta illusione di realtà. Per Pirandello il teatro non può riprodurre la vita: può interpretarla, deformarla, ricrearla, ma non rappresentarla nel suo incessante movimento; l’animo umano è troppo complesso, sfaccettato e ricco di sfumature per poter essere racchiuso in semplici azioni e parole.

Renè Magritte

Attraverso una pittura accademica, Magritte costruisce luoghi, spazi e situazioni in cui si rivela il mistero dell’esistenza, il sentimento di angoscia che sorge di fronte allo spettacolo della rappresentazione e ai suoi meccanismi illusori.

Magritte, partendo dalla convinzione che il significato del mondo è impenetrabile, concepisce la pittura come strumento di evocazione del mistero e se ne serve per svelare i rapporti segreti e invisibili che si celano nella realtà quotidiana.

Rene Magritte nacque nel 1898 e morì nel 1967.

I primi passi da pittore René Magritte li compie con un forte interesse per il futurismo, che gli suggerisce la possibilità di sovrapporre figure diverse nello spazio del quadro secondo i concetti di dinamismo e simultaneità.

Importantissimo per Magritte è l’incontro con la pittura metafisica di de Chirico, da cui trae non solo il principio dello spaesamento, ma anche il senso enigmatico della realtà, tanto da far divenire l’enigma il centro motore della propria pittura. (In particolare per la tela Canto d’amore). La sua enigmatica pittura lo avvicina alle teorie dei surrealisti francesi.

Allo stesso tempo, Magritte, pone attenzione al cubismo, che lo guida in un’analisi strutturale della pittura che si deve confrontare con la superficie bidimensionale della tela. Sono questi i concetti fondamentali della pitura di Magritte, che si basa sullo “spaesamento” dell’osservatore attraverso l’associazione degli oggetti e sull’analisi dei meccanismi della visione.

La riproduzione vietata (Ritratto di Edward James) , 1937, olio su tela, Rotterdam

Il ritratto di Edward James (poeta inglese sostenitore dei surrealisti) serve a Magritte a tematizzare il mistero stesso dell’identità individuale, della difficoltà a riconoscersi come soggetti di fronte a sé e di fronte agli altri. Nello specchio non vediamo riflesso il volto dell’uomo, ma la nuca e le spalle, mentre il libro sulla mensola si riflette correttamente. L’uomo se ne sta in piedi immobile, quasi fosse una statua, con i capelli modellati a puntino, giacca e camicia in perfetto ordine. L’uomo riflesso nello specchio, allo stesso modo, è vestito e pettinato di tutto punto.

Il volto è considerato il luogo dell’identità umana, la sede dell’Io; quindi, l’assenza di un volto preclude la presenza di un “Io”. Magritte vuole riferirsi all’impossibilità della rappresentazione dell’Io come entità unica, dato che l’identità di ognuno è garantita dalla presenza dell’“Altro”, nonché fatta di più sfaccettature; risulterebbe quindi inappropriato e scorretto dare solo un volto ad un’identità che in realtà ne ha più di uno. L’uomo viene “non-riflesso” dallo specchio perché, a causa delle sue molteplici facce e dei suoi Io plurimi che compongono la sua identità, non è possibile dare una rappresentazione unitaria al suo essere quella data personalità.

Bibliografia

LetterAutori, vol 3, edizione verde; Panebianco ,Gineprini e Seminara.