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Francesco Petrarca vita opere e parafrasi, Appunti di Letteratura Italiana

Vita, opere e parafrasi di alcune opere di Petrarca

Tipologia: Appunti

2021/2022

Caricato il 09/01/2023

AleSapy
AleSapy 🇮🇹

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FRANCESCO PETRARCA!
Nacque il 20 luglio del 1304 da una famiglia fiorentina di condizione borghese, il padre era notaio
ed era stato mandato in esilio dopo che la parte nera si era impadronito del potere in Firenze ed
era perciò un fuoriuscito politico come Dante e a quanto aerma Petrarca aveva rapporti
d’amicizia con il poeta della commedia.!
Nel 1312 il padre si trasferì con la famiglia ad Avignone dove risiedeva la curia papale, Francesco
dopo i primi studi compiuti sotto la guida del maestro convenevole da Prato nel 1316 a 12 anni fu
inviato all’Università di Montpellier per cominciare gli studi di diritto, a 16 anni passo con il fratello
Gherardo a Bologna che era uno dei centri universitari più prestigiosi d’Europa famoso per gli
studi giuridici.!
E il padre avrebbe voluto che il figlio intraprendesse la carriera forense ma lo studio del diritto
interessava molto poco a Francesco, la sua vocazione e probabilmente proprio Bologna nell’anno
degli studi comincia a comporre i primi versi in volgare. Quando nel 1326 il padre morì torno ad
Avignone senza terminare i corsi e qui cominciò a condurre una vita frivola e dissipata riscuotendo
grande favore presso la società aristocratica per le sue doti di arguzia ed eleganza mondana e
sono gli impediva però di dedicarsi allo studio degli scrittori classici; i suoi maestri erano Virgilio e
Cicerone venerati per la loro bellezza formale ma accanto ad essi teneva sempre con sé un
piccolo libro: le confessioni di Sant’Agostino donatagli dal Francesco Dionigi da borgo
Sansepolcro. !
La lingua in cui pensava e scriveva abitualmente era il latino ma parallelamente coltivava anche il
genere della poesia lirica volgare il cui uso per lui era ormai sradicato da ogni ambiente
municipale italiano ed era dunque una scelta letteraria omaggio ad una tradizione poetica
prestigiosa alla sua lingua. Secondo Il modello dei poeti d’amore vuole raccogliere tutti i motivi
della sua poesia intorno ad un’unica immagine femminile: Laura, è questo il nome che le diede
ricco di risonanze simboliche in quanto richiamava il lauro pianta sacra ad Apollo, Dio della
poesia. Egli sostiene più volte nelle sue liriche che l’incontro con Laura avvenne il 6 aprile del
1327 nella chiesa di Avignone. sono nate molte discussioni sull’eettiva realtà di questo amore E
si è giunti a dubitare dell’esistenza storica di Laura fino ad arrivare ad essere oggi abbastanza
concordi nel ritenere che alla base della lirica del canzoniere vi sia un’esperienza reale tuttavia
nella vita pratica dell’uomo l’amore per Laura dovete essere un episodio emero e fu assunto
nell’esperienza letteraria con il valore di un simbolo intorno al cui il poeta concentrò tutti gli
elementi della sua travagliata vita interiore. !
La vita del giovane Petrarca non prevedeva solo rapporti mondani ma egli sentiva fortemente
anche l’esigenza della sicurezza materiale, il bisogno degli agi e della tranquillità, allora la carriera
che sia priva di un intellettuale che non avesse beni proprio non esercitasse la professione era
quella ecclesiastica per cui prese gli ordini minori che non implicavano la cura delle anime ma
consentivano di accedere a cariche e rendite lucrose, si valse dunque delle sue doti intellettuali e
del suo fascino personale per entrare nelle grazie di potenti personaggi della curia papale. !
Al bisogno di sicurezza materiale si contrappose una curiosità inesausta di conoscere che lo
spinge a viaggiare e e a mutar climi ambienti, perciò nel 33 percorre la Francia settentrionale, le
Fiandre e nel 37 e a Roma resta suggestionato dalla maestà delle rovine antiche, ogni viaggio é
per Petrarca l’occasione per arricchire la propria cultura.!
A questo irrequietudine si contrappone una tendenza di segno opposto, il bisogno di chiudersi
nell’interiorità di approfondire la conoscenza di sé. Nel 1336 il poeta con il fratello Gherardo sale
sul monte ventoso presso Avignone e si rallegra a spingere lo sguardo per tutta la vastità
distensione del paesaggio, assorto nella meditazione apre le confessioni di Sant’Agostino che
porta sempre con sé e legge una frase per lui illuminante “e vanno gli uomini a contemplare le
cime dei monti, i vasti flutti del mare, le ampie correnti dei fiumi, l’immensità dell’oceano, il corso
degli astri e trascurano se stessi“. La pagina è assunta da Petrarca come simbolo di tutta la sua
esperienza spirituale divisa tra il richiamo dei beni terreni e il bisogno di una vita più raccolta tutta
indirizzata al perfezionamento interiore alla salvezza, questa concretezza interiore si conclude nel
ritiro al Valchiusa presso le sorgenti del sorga poco lontano da Avignone e da questo nasce gran
parte delle sue opere sia in latino e in volgare. L’attività letteraria per Petrarca non è solo OTIUM
ma viene in Petrarca un prepotente bisogno di gloria e di onore e tale desiderio è appagato
dall’incoronazione poetica al quale Petrarca aspirava da lungo tempo e seppe muoversi per
ottenerla grazie all’appoggio dei colonna, l’incoronazione avvenne sul Campidoglio nel 1341 e
dopo il soddisfacimento di questa vanità toccò però il culmine in Petrarca una crisi religiosa. !
Il fatto che fece precipitare la crisi fu il gesto improvviso del fratello nel 1343, figura molto
importante nella vita di Petrarca in quanto era abituata a considerarlo un AlterEgo e la drastica
decisione di lasciare il mondo suonava come un ammonimento che colpì profondamente
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FRANCESCO PETRARCA

Nacque il 20 luglio del 1304 da una famiglia fiorentina di condizione borghese, il padre era notaio ed era stato mandato in esilio dopo che la parte nera si era impadronito del potere in Firenze ed era perciò un fuoriuscito politico come Dante e a quanto afferma Petrarca aveva rapporti d’amicizia con il poeta della commedia. Nel 1312 il padre si trasferì con la famiglia ad Avignone dove risiedeva la curia papale, Francesco dopo i primi studi compiuti sotto la guida del maestro convenevole da Prato nel 1316 a 12 anni fu inviato all’Università di Montpellier per cominciare gli studi di diritto, a 16 anni passo con il fratello Gherardo a Bologna che era uno dei centri universitari più prestigiosi d’Europa famoso per gli studi giuridici. E il padre avrebbe voluto che il figlio intraprendesse la carriera forense ma lo studio del diritto interessava molto poco a Francesco, la sua vocazione e probabilmente proprio Bologna nell’anno degli studi comincia a comporre i primi versi in volgare. Quando nel 1326 il padre morì torno ad Avignone senza terminare i corsi e qui cominciò a condurre una vita frivola e dissipata riscuotendo grande favore presso la società aristocratica per le sue doti di arguzia ed eleganza mondana e sono gli impediva però di dedicarsi allo studio degli scrittori classici; i suoi maestri erano Virgilio e Cicerone venerati per la loro bellezza formale ma accanto ad essi teneva sempre con sé un piccolo libro: le confessioni di Sant’Agostino donatagli dal Francesco Dionigi da borgo Sansepolcro. La lingua in cui pensava e scriveva abitualmente era il latino ma parallelamente coltivava anche il genere della poesia lirica volgare il cui uso per lui era ormai sradicato da ogni ambiente municipale italiano ed era dunque una scelta letteraria omaggio ad una tradizione poetica prestigiosa alla sua lingua. Secondo Il modello dei poeti d’amore vuole raccogliere tutti i motivi della sua poesia intorno ad un’unica immagine femminile: Laura, è questo il nome che le diede ricco di risonanze simboliche in quanto richiamava il lauro pianta sacra ad Apollo, Dio della poesia. Egli sostiene più volte nelle sue liriche che l’incontro con Laura avvenne il 6 aprile del 1327 nella chiesa di Avignone. sono nate molte discussioni sull’effettiva realtà di questo amore E si è giunti a dubitare dell’esistenza storica di Laura fino ad arrivare ad essere oggi abbastanza concordi nel ritenere che alla base della lirica del canzoniere vi sia un’esperienza reale tuttavia nella vita pratica dell’uomo l’amore per Laura dovete essere un episodio effimero e fu assunto nell’esperienza letteraria con il valore di un simbolo intorno al cui il poeta concentrò tutti gli elementi della sua travagliata vita interiore. La vita del giovane Petrarca non prevedeva solo rapporti mondani ma egli sentiva fortemente anche l’esigenza della sicurezza materiale, il bisogno degli agi e della tranquillità, allora la carriera che sia priva di un intellettuale che non avesse beni proprio non esercitasse la professione era quella ecclesiastica per cui prese gli ordini minori che non implicavano la cura delle anime ma consentivano di accedere a cariche e rendite lucrose, si valse dunque delle sue doti intellettuali e del suo fascino personale per entrare nelle grazie di potenti personaggi della curia papale. Al bisogno di sicurezza materiale si contrappose una curiosità inesausta di conoscere che lo spinge a viaggiare e e a mutar climi ambienti, perciò nel 33 percorre la Francia settentrionale, le Fiandre e nel 37 e a Roma resta suggestionato dalla maestà delle rovine antiche, ogni viaggio é per Petrarca l’occasione per arricchire la propria cultura. A questo irrequietudine si contrappone una tendenza di segno opposto, il bisogno di chiudersi nell’interiorità di approfondire la conoscenza di sé. Nel 1336 il poeta con il fratello Gherardo sale sul monte ventoso presso Avignone e si rallegra a spingere lo sguardo per tutta la vastità distensione del paesaggio, assorto nella meditazione apre le confessioni di Sant’Agostino che porta sempre con sé e legge una frase per lui illuminante “e vanno gli uomini a contemplare le cime dei monti, i vasti flutti del mare, le ampie correnti dei fiumi, l’immensità dell’oceano, il corso degli astri e trascurano se stessi“. La pagina è assunta da Petrarca come simbolo di tutta la sua esperienza spirituale divisa tra il richiamo dei beni terreni e il bisogno di una vita più raccolta tutta indirizzata al perfezionamento interiore alla salvezza, questa concretezza interiore si conclude nel ritiro al Valchiusa presso le sorgenti del sorga poco lontano da Avignone e da questo nasce gran parte delle sue opere sia in latino e in volgare. L’attività letteraria per Petrarca non è solo OTIUM ma viene in Petrarca un prepotente bisogno di gloria e di onore e tale desiderio è appagato dall’incoronazione poetica al quale Petrarca aspirava da lungo tempo e seppe muoversi per ottenerla grazie all’appoggio dei colonna, l’incoronazione avvenne sul Campidoglio nel 1341 e dopo il soddisfacimento di questa vanità toccò però il culmine in Petrarca una crisi religiosa. Il fatto che fece precipitare la crisi fu il gesto improvviso del fratello nel 1343, figura molto importante nella vita di Petrarca in quanto era abituata a considerarlo un AlterEgo e la drastica decisione di lasciare il mondo suonava come un ammonimento che colpì profondamente

Francesco in quanto il fratello decise di chiudersi nella Certosa di Montrieux, E il tutto si incrementa quando di fronte la vergogna per la nascita della figlia naturale Francesca che come Lemma tangibile della salita troppo immersa nell’interesse nei piaceri mondani, ma egli non riesce ad approdare ad una decisione così radicale come quella del fratello in quanto in lui e la crisi si traduce in un tortuoso processo interiore senza alcuno sbocco risolutivo in cui si alterna l’ansia di purificazione ma anche la sua umana debolezza all’insorgere degli interessi mondani ed emerge chiaramente a quel dissidio fondamentale della sua personalità. Oltre che ad affermarsi personalmente l’esercizio letterario è anche strumento di impegno politico e Petrarca sente vivamente grandi problemi del suo tempo e mira a incidere proprio Proprio perché intellettuale usando il suo prestigio e la sua eloquenza per perorare il ritorno del Papa a Roma ed incitare la chiesa a recuperare la sua purezza originaria rivolgendo appelli all’imperatore Carlo IV di Boemia perché scenda in Italia a ristabilire l’autorità imperiale ma soprattutto si entusiasma per il tentativo politico di cola di Rienzo che restaurata la Repubblica nella Roma abbandonata dal Papa sogna di riportare la città alla grandezza antica e Petrarca ispirato dagli stessi ideali in via varie lettere a cola per esortarlo a perseverare e IndyCar la via da seguire e si pone anche in viaggio per poter essere a Roma però giunto a Genova la notizia del degenerare dell’azione del tribuno lo distoglie dai suoi propositi. Nel 50 di passaggio a Firenze conosce Boccaccio e stringe legami con il gruppo di intellettuali fiorentini che già sono percussore dell’umanesimo e che lo vedono come un maestro, nel 53 decise di stabilirsi in Italia cedendo gli inviti del vescovo Giovanni Visconti signore di Milano. Non hai incarichi precisi è un illustre ospite che corona la corte con la sua fama di dotto e di poeta, l’otium Di cui può godere e la tranquillità della sua casa milanese che sorge margini della città gli consentono di dedicarsi alla cura delle numerose opere già intrapreso in precedenza ma nel 61 per sfuggire ad una pestilenza che devasta Milano lascia la città a Venezia, nel 67 passo a Padova dove accolto con grandi onori dei signori del luogo dove trascorre gran parte dei suoi ultimi anni comportato dalla presenza della figlia Francesca e in questo soggiorno si spegne nella notte fra il 18 e il 19 luglio del 1374. Petrarca rappresenta una figura intellettuale nuova rispetto agli scrittori del 200, è un intellettuale cosmopolita senza radici in una tradizione municipale, ciò si manifesta nella sua continua ansia di viaggiare nel variare continuamente luogo dei soggiorni. È evidente la distanza che lo separa da Dante che ha lasciato nella sua città ogni cosa e non pensava ad altro che ritornare nella sua casa, in Petrarca è semmai significativa la scelta italiana in nome di un ideale non più municipale ma nazionale. Inoltre Petrarca non è più l’intellettuale-cittadino che partecipa attivamente alla vita politica e ne riflette le caratteristiche nella propria opera, è ormai intellettuale cortigiano che accetta la nuova istituzione della signoria che si è affermata in Italia e sceglie di sostenerla con il suo prestigio. Con un po’ di signori come Visconti e Carrara non avere rapporti istituzionali in quanto rimane geloso della sua autonomia intellettuale resta più che altro un illustre ospite con rapporti di amicizia e deferenza personali, quando accoglie l’invito dei Visconti gli intellettuali fiorentini Lo rimproverano accusandolo di essersi servito ai tiranni ma Petrarca si difende sostenendo di aver conservato tutta la sua libertà e dignità. Garanzia di questa indipendenza sono le rendite ecclesiastiche che lo preserva no dal dipendere signore e anche in questo Petrarca anticipa una figura di intellettuale che verrà in seguito: il chierico colui che trae sostentamento da cariche e benefici Ecclesiastici e da essi ricava la possibilità di dedicarsi agli studi a tempo pieno senza doversi disperdere in attività professionali. I privilegi e i favori di cui Petrarca può godere si spiegano con il grande prestigio che ha assunto presso i dirigenti italiani la letteratura,essa viene considerata come la più alta manifestazione dello spirito umano, il prato è colui che con i suoi studi e la sua dottrina fa rivivere il mondo antico a cui si guarda sempre con riverenza come modello della vita spirituale di quella civile E Petrarca è proprio più consapevole; le lettere devono essere asservite a fini pratici disinteressata, le lettere sono veramente utili e costruttive perché riconducono alla meditazione e alla riflessione interiore e perché portano alla vera conoscenza di sé e confortano la fortuna per questo Petrarca Ha un’idea altissima della dignità del poeta che è per lui è il sacerdote di un vero e proprio culto, questa concezione della letteratura anticipa quella che trionferà nel secolo successivo con l’umanesimo.

sull’esempio dei classici, questa tendenza alla conciliazione tra cultura classica e spiritualità cristiana è confermata dalle altre opere di Petrarca: il de Vita solitaria scritto pochi anni dopo il Secretum ed esalta la solitudine è un tema caro Cristiano, per Petrarca essere qualcosa di diverso dalla rigida solitudine dei monaci e deve essere rallegrata dalle bellezze della natura dalla conversazione con pochi amici ma soprattutto la presenza dei libri perché senza il conforto delle lettere la solitudine è esilio e al letterato invece é patria libertà e diletto. La solitudine può essere fonte di purificazione interiore mediante la preghiera ma anche di elevazione dell’animo mediante lo studio dei classici. Tra cultura classica e religiosità cristiana per Petrarca non vi è alcun contrasto anzi la saggezza che si trova nei libri non è un’anticipazione della verità che saranno consacrate al cristianesimo perciò le massime degli antichi scrittori possono confortare E guidare anche l’animo cristiano. Dopo una visita alla Certosa di Montrieux Dove si era ritirato il fratello fu composto il De otio Religioso , Il poeta colpito dalla serena gioiosa vita dei monaci che gli appaiono non come uomini ma angeli tessono appassionato elogio alla vita monastica contrapponendola alla vita vana di coloro che inseguono ricchezze e onori ma questa esaltazione sempre accompagnata dalla consapevolezza che il rigore ascetico è per lui un ideale irraggiungibile. IL CANZONIERE In volgare sono le liriche del canzoniere insieme ai trionfi, egli riteneva di essere il continuatore degli autori classici, colui che riportava in vita il gusto del bello e la magnanimità di sentire che erano stati propri della civiltà latina e per questo emulava gli antichi scrivendo poemi epici come Virgilio. Egli considerava di poco conto la lirica in volgare come se fossero componimenti di dignità minore ma questo atteggiamento è contraddetto dalla cura con cui lavorò per anni ultimi giorni di vita a rendere perfetti i suoi versi in volgare. Petrarca era convinto della maggiore dignità del latino e lo si può verificare chiaramente nella lettera di cui discute con Boccaccio della commedia dove pur conoscendo la grandezza di Dante sostiene che avrebbe raggiunto un più alto livello se avesse usato la lingua di Roma però egli era persuaso che la letteratura latina avesse toccato il culmine di perfezione che non poteva essere superato e quindi in quel campo non restava che imitare gli antichi. La lingua volgare offriva un campo aperto un terreno vergine per chi volesse raggiungere l’eccellenza poetica e ciò spiega l’accanimento perfezionare i suoi versi in volgare in quanto egli si prefiggeva una duplice impresa: da un lato voleva ridar lustro alla lingua antica restaurando nel lessico la sintassi dall’altro voleva elevare la lingua volgare alla dignità formale del latino pur rimanendo convinto che la lingua eccellenza fosse il latino, Petrarca voleva dimostrare che era possibile far poesia di livello alto anche in volgare. Petrarca cominciò a scrivere versi in volgare sin dalla prima giovinezza e continuò sino agli ultimi anni di vita. La sistemazione definitiva dell’opera risale all’ultimo anno di vita del poeta, il titolo che Petrarca pone sul manoscritto è RERUM VULGARIUM FRAGMENTA Frammenti di cose in volgare in cui si può cogliere la punta di sufficienza che il poeta nei confronti delle sue liriche in volgare; l’opera si può designare anche come canzoniere ed è costituita da 366 componimenti nella massima parte sonetti ma anche canzoni ballate e sestina e tutte le forme metriche consacrate dalla tradizione lirica precedente. La materia quasi esclusiva del canzoniere è costituita dall’amore del poeta per una donna chiamata Laura incontrata il 6 aprile venerdì Santo in una chiesa ad Avignone, nel libro si percorre il diagramma di una passione tutta umana e terrena che non esclude l’aspetto sensuale ed è un amore perpetuamente inappagato e tormentato. Il poeta è piegato su se stesso ad esplorare moti e conflitti interiori e spesso assapora la volontà di soffrire e di piangere, gli stati d’animo rappresentati dalla poesia riflettono un continuo oscillare tra poli opposti senza mai una risoluzione definitiva: il poeta tesse intorno alla donna complesse architetture di immagini, contempla l’immagine della donna creata dal sogno dalla fantasia e della memoria, poiché Laura è sempre lontana, si nutre di vane speranze, lamenta per le proprie sofferenze ed è stanco di tendere ad un fine raggiungibile di sopportare vari tormenti ma nonostante tutto la forza della passione lo riprende e lo domina. Questa vicenda a una svolta con la morte di Laura rendendo il canzoniere è diviso in due parti: le rime in vita e le rime in morte di Laura. alla morte della donna il mondo sembra scolorire farsi vuoto è squallido ma non per questo la passione si estingue, il poeta si volge indietro con desolato rimpianto verso un tempo al quale non può tornare e crede ancora di vedere Laura come se fosse viva nei luoghi. Ma dopo il lungo vaneggiare il poeta sente il peso del peccato e il desiderio di una purificazione e guarda con angoscia il trascorrere del tempo che trascina con sé tutte le cose belle fuggevoli. La morte non appare come un porto tranquillo in cui si trova rifugio

ma un posto dubbioso pieno di insidie e pericoli per cui il poeta vorrebbe volgersi verso qualcosa di più saldo e duraturo, il libro si conclude con una canzone di preghiera alla vergine in cui il poeta esprime un intenso desiderio di superare ogni conflitto di trovare la pace e la parola pace è appunto l’ultima parola della canzone che suggella il libro. Il canzoniere è un libro compiuto e non la dizione di una serie di poesie indipendenti e si delinea una vicenda non identificabile immediatamente con l’esperienza del poeta ma va considerata come una trasfigurazione letteraria che segue determinati codici e allontana sfuma la realtà da cui prende le mosse. Laura è molto più umana delle remote immagini femminili degli stilnovisti e di Dante poiché rientra in una dimensione psicologica più viva e mossa più vicina all’esperienza comune e poiché è inserita nella dimensione del tempo è sottoposta alla sua azione disgregatrice, è bel lontana dall’avere la concretezza corposa di un personaggio reale. Nel canzoniere compaiono notazioni riferite alla sua bellezza fisica ma non compongono un’immagine definita rispondono ad un formulario tradizionale ed hanno l’eleganza astratta di un emblema, l immagine complessiva di Laura è il vago profilo di una bella donna bionda ridente sfondo naturale. Il passaggio risulta composto da elementi estremamente stilizzati e un’analoga mancanza di concretezza realistica presentano le situazioni di episodi in cui si articola la vicenda amorosa: apparizione di Laura, saluti e sguardi negati, nel canzoniere non si compone una trama di eventi esteriori di fatto corposi che si articolano nella successione cronologica di una vicenda vissuta infatti leggendo il canzoniere sia l’impressione che la realtà esterna non esista se non come remota e diafano memoria puramente allusiva e che l’unica e autentica realtà sia l’interiorità del poeta. Se per Petrarca l’unica realtà che conta è quella interiore la sua poesia va letta come lucida analisi della coscienza, il tema amoroso per il poeta non è l’occasione per concentrare intorno ad un nucleo stabile l’accanita esplorazione interiore, l’esame dei suoi sentimenti oscillanti e contraddittori, le preoccupazioni morali e religiose la stanchezza il peso della carne, la vergogna la debolezza del volere e la schiavitù del peccato. ciò che caratterizza la spiritualità di Petrarca è un bisogno assoluto di eterno in cui l’animo trovi una pace perfetta che va in contrasto con queste aspirazioni fondamentali ed egli sente con angoscia la labilità di tutte le cose umane. Come attesta l’ultimo verso del sonetto che funge da Proemio al libro in lui vi è una chiara consapevolezza che “quanto piace al mondo è breve sogno“; tutti i piaceri e le gioie che gli uomini inseguono affannosamente sono illusioni effimere destinate a dissolversi col sopraggiungere della realtà umana definitiva: la morte. La gloria che Petrarca tanto desidera e cosa vana che non appaga e che si dilegua subito, anche l’amore è un sogno e la realtà delude. Deluso dalla vita terrena vorrebbe rivolgersi interamente al cielo abbandonare ogni vanità e condurre una vita assolutamente pura, perciò nell’architettura interna del canzoniere vorrebbe offrirsi secondo il modello medievale della conversione come la vicenda di un’anima che si libera dalle impurità umane e si innalza addio trovando in lui pace e salvezza. Poiché la materia della poesia Di Petrarca e questo groviglio di contraddizioni di inquietudine senza soluzione sarebbe ovvio aspettarsi che queste tensioni interiori si esprimessero in una forma tormentata involuta ma la dizione poetica del canzoniere è limpida equilibrata perfetta dotata di miracolosa fluidità musicale. Per Petrarca la poesia è l’esplorazione accanita dei processi interiori E non si riversano sulla pagina con il calore e la violenza ma vengono espressi come se avessero un filtro che li decanta e li purifica e questo filtro è la letteratura. Nei testi del canzoniere è possibile trovare una serie di reminescenze letterarie come citazioni o soluzioni stilistiche tratte da altri poeti e non solo da autori latini ma anche dei testi biblici o dagli scrittori cristiani e persino dei classici moderni sino a Dante e non si tratta di un esercizio erudito ma di un processo spontaneo, quelle immagini fanno parte della coscienza di Petrarca e anche i suoi sentimenti perciò il suo mondo interiore al momento di esprimersi ricorre a reminescenze letterarie. Petrarca,rispetto il poema dantesco chiamerà trovato la piena realizzazione della mescolanza degli stili, torna ad operare nella realtà una rigorosissima selezione escludendo dalla poesia ogni aspetto concreto o umile della vita quotidiana, aspetto presente nelle prose latine ma ancor più presente nella lirica del canzoniere. la matrice di questo diverso modo di accostarsi alla realtà e da individuarsi nella crisi della coscienza di Petrarca. Petrarca in confronto a Dante che riversava nella poesia tutto il reale nella molteplicità dei suoi aspetti inquadrare e dominare la realtà, non possiede questo sistema e rifiuta esplicitamente il sistema filosofico della scolastica a cui Dante faceva riferimento, per lui l’unica realtà certa è l’interiorità e per questo Petrarca esclude dalla poesia tutte quelle presenze che sa di non poter sistemare entro i termini di un inquadramento concettuale e per questo si chiude nell’interiorità e la realtà esterna, il mondo della

speranza si accompagna una forma di indulgenza verso se stesso in quanto l’errore era in parte perdonabile in età giovanile e forse c’è anche una punta di rimpianto per quella bella età di illusioni che il tempo ha distrutto. Il passato non è cancellato del tutto, vive in stretto rapporto con il presente in una continuità che approfondimento della dimensione esistenziale ma la speranza cade subito quando il poeta riflette su come sia stato gran tempo la favola della gente e non c’è scampo alla vergogna difatti il senso di vergogna accompagna costantemente il poeta, infatti, il discorso nelle due terzine si fa più duro e amaro e l’ultima terzina sintetizza il bilancio negativo con un implacabile concatenazione logica: l’amore è stato un “vaneggiare“, una follia, il frutto che ne derivato è la vergogna Che ha come conseguenza il pentimento e il pentimento,a sua volta,ha la lucida consapevolezza della vanità di tutte le cose. E questo atteggiamento sfocia nella secca sentenza che conclude il sonetto “che quanto piace al mondo è breve sogno“ questo, rappresenta il Reggio di una famosa sentenza di un testo pubblico “l’ecclesiaste“ -Vanità delle vanità, e tutto è vanità. Il dissidio pur non superato nei fatti ma così fissato in formule leganti può essere contemplato in una luce ferma e pagata e trovare una forma di riscatto. Il torbido groviglio di contraddizioni e di sensi di colpa ne costituisce la materia e si esprime in forme armoniose e perfette provando una redenzione formale: Livello sintattico: il sonetto poggia su un’architettura sintattica rigorosa studiatissima e vi è una netta bipartizione tra quartine e terzine; nella prima quartina il vocativo iniziale “voi“ trova espansione in una lunga serie di subordinate: la relativa “c’ascoltate“ da cui dipende l’altra relativa “ond’io nudriva” da cui dipende la temporale “quand’era“. Nella seconda quartina sia una simmetria rovesciata: il nucleo germinale del periodo da cui parte la serie di complementi di proposizioni subordinate non è più collocato all’inizio della strofa ma al fondo: “spero“, nel verso conclusivo “verso otto“. Vi è una costruzione a chiasmo che si riproduce anche nella serie di dittologie: Sul piano sintattico è da notare nella seconda quartina la forte anticipazione del complemento di specificazione “del vario stile“ rispetto al sostantivo da cui dipende, “pietà“ è una costruzione alla latina ma con funzione significativa e mette in piena evidenza un elemento chiave della strofa del periodo, l’incoerenza oscillante che ciò di cui il poeta si vergogna per cui spera di trovare pietà. Osservando globalmente questo periodo sintattico che abbraccia le due quartine risalta la grande distanza frapposta tra il destinatario dell’invocazione (voi) e l’invocazione stessa (spero trovar pietà), in mezzo vi è un lungo percorso che sembra divergere in direzioni impreviste. la struttura sintattica riproduce il tortuoso percorso dell’esame interiore problematico e doloroso ma nonostante questa tortuosità non sia la sensazione del groviglio o del caos perché tutto è regolato dall’armoniosa costruzione architettonica della sintassi: la materia torbida e aggrovigliata si decantano il perfetto dominio della forma. Livello metrico: la bipartizione tra quartine e terzine tra l’invocazione speranzosa di pietà ripiegamento sulla severa condanna di sé è segnata anche dalle rime: nelle quartine si hanno tutte rime con sillaba aperta “Ono-ore“: rime vocaliche; nelle terzine invece con sillaba chiusa “utto- ente” con scontro di consonanti. Molto importante la cesura del verso quattro e “quand’era in parte altro uomo-da quel che io sono“ dopo il troncamento del sostantivo “uomo“ che sottolinea la frattura col passato, la diversità rispetto all’uomo attuale in confronto a quell’antico. Ci sono anche delle parole chiave all’inizio dei vari versi ma si tratta di parole molto significative “voi-spero-ma-favola“ e tramite essa si delinea il percorso della poesia: la speranza di comprensione da parte gli ascoltatori, la presa di coscienza della propria vergogna anche favola è una parola chiave su cui sembra gravitare tutto il sonetto segnando la caduta dell’illusione di trovar pietà. Livello lessicale: gli aggettivi nel sonetto sono pochi e molto sobri ma è importante che si tratti costantemente di aggettivi dal valore negativo: sparse, vario, vane, vane, breve; l’aggettivazione costruisce una serrata trama verbale che mette risalto un tema dominante nel sonetto è come in

generale nell’opera Petrarchesca , La vanità delle cose mondane e la debolezza incoerente di chi le segue. Un aggettivo sembra restare escluso da questa trama: giovanile; ma in realtà ne fa parte anche esso e lo chiarisce il sostantivo a cui si accoppia: errore; la gioventù è appunto il tempo del vaneggiare del correre dietro le cose vane, risulta importante la ripetizione di termini come vaneggiare, vane e van in quanto la costruzione architettonica del sonetto poggia anche sulla ripresa di tali parole tematiche. Livello retorico: costruzione a chiasmo e sono presenti varie allitterazioni:

- me medesimo meco mi: Mette in rilievo il pronome di prima persona, il frangersi e moltiplicarsi

del pronome personale nelle forme aggettivate oblique riflette una scissione ed oggettivazione del soggetto infatti nel sonetto vi è una scissione dell’io che sia soggetto sia oggetto della scrittura ovvero colui che scrive colui di cui si scrive.

- Favola fui: da ulteriore rilievo la parola chiave favola.

- Vaneggiar vergogna: legando i due sostantivi si mette in evidenza lo stretto rapporto di causa

ed effetto tra i due momenti della vicenda interiore cioè l’errore e la vergogna che ne deriva.

- Conoscere chiaramente: dal rilievo alla lucidità dell’autoconsapevolezza.

Livello morfologico: il bilancio tratto nel sonetto è un confronto tra la vita passata e quella presente ed essenziale significativa nella poesia l’oscillazione dei tempi verbali tra passato e presente. Il passato è il tempo dell’errore mentre il presente è quello della presa di coscienza del pentimento; l’opposizione dei tempi verbali fa sentire tutta la distanza tra l’io che scrive e l’io che è soggetto della scrittura ovvero da quello che riflette e quello che ha vissuto l’esperienza descritta. Fin dal sonetto iniziale del libro Petrarca mette in primo piano quella dimensione del tempo che è centrale nella sua poesia, del tempo Petrarca sempre angosciosamente il fluire che trascina con sé tutte le cose; da qui parte il senso della precarietà di esistere della vanità delle realtà terrene che la nota che chiude il sonetto. Nella sentenza conclusiva il presente indica una verità universale fuori dal tempo e in questa dimensione sia nulla alla fine l’opposizione dei tempi che percorre tutta la poesia. Livello fonico: l’unità architettonica del sonetto è cementata anche da ricorrere costante di determinati fonemi come la “V“ (vano-vaneggia)“, il fonema compare in quasi tutti i versi spesso in parole chiave o d’importanza semantica: voi, nutriva, giovanile, vario, vane, prova, trovare, favola ecc. Si può notare il gioco tra veggio e vaneggiar in cui tornano gruppi iPhone amici identici ma le tue parole hanno valore semantico posto uno indica la chiarezza della presa di coscienza attuale e l’altro la follia di un tempo. SONETTO III ERA IL GIORNO CH’AL SOL SI SCOLORARONO In questo sonetto composto dopo il 1348 in seguito alla morte di Laura viene descritto il primo incontro tra la donna e Petrarca che avvenne il 6 aprile del 1327 nella chiesa di Santa Chiara ad Avignone, giorno dell’anniversario della passione di Cristo. L’innamoramento del poeta è presentato come fulmineo attraverso la tradizionale simbologia della freccia del tuo amore che colpisce il cuore in una giornata tra l’altro in occasione liturgica. Parafrasi: 1-4 era il giorno dove il sole si oscurava e i raggi andavano per la pietà verso il suo creatore (morte di Cristo) quando fui catturato e non potevo difendermi in quanto gli occhi della donna mi incatenarono. 5-8 non non faccio in tempo a mettermi al riparo dai colpi di amore che però andavo sicuro, senza sospettare dove miei guai (pena) iniziarono. 9-11 amore mi trovo disarmato e trovo aperta la via Del cuore attraverso gli occhi che adesso sono fatti come porta per le lacrime. 12-14 però a mio parere non gli fece onore colpirmi con una freccia in quella condizione mentre voi non mostrò l’arco. ANALISI DEL TESTO Sonetto con schema della rima: A-B-B-A, a-B-B-A, C-D-E-, D-C-E-(a e D sono in assonanza aro- ore mentre E e D sono in assonanza per ato-arco ). Vi è la presenza di latinismi come: factore, et,honore. Allitterazione della S al verso 7 (secur sanza sospetto) e della M nel verso 8- ( comune, trovommi amor del tutto disarmato). Il sonetto racconta l’innamoramento di Petrarca il giorno al primo incontro con Laura nella chiesa di Santa Chiara di Avignone nell’anniversario storico della morte di Cristo: 6 aprile 1327, lunedì. La

Tutto il componimento si regge su una similitudine che risulta tuttavia squilibrata in quanto il primo termine ovvero il viaggio del pellegrino occupa tre strofe mentre il secondo termine ovvero il comportamento di Petrarca è racchiusa nella terzina finale. il vecchietto è descritto in modo dinamico nel suo percorso di fede speranza dalla sua casa a Roma dove il poeta si trova già in oltre l’anziano cerca di raggiungere la sua meta trascinando il suo corpo fiaccato dall’età dimostrando una religiosità di cui il poeta è privo in quanto preda della sua passione. SONETTO XXXV SOLO E PENSOSO I PIÙ DESERTI CAMPI Il sonetto risale probabilmente al 1342 Ed è uno dei sonetti più celebri del canzoniere in cui Petrarca descrive se stesso intento a camminare luoghi remoti e selvaggi nel tentativo di evitare i suoi pensieri amorosi e soprattutto per non mostrare agli altri il sospetto afflitto rilevatore delle sue pene sentimentali. La lirica è interessante oltre per l’accuratezza stilistica retorica ma per l’oggettivazione del sentimento interiore attraverso il paesaggio esterno poiché la desolazione dei luoghi solitari percorsi dall’autore rispecchia pienamente la sua intima afflizione. Parafrasi: 1-4 solo e pensoso percorro i campi più deserti a passi lenti e cadenzati come se io li misurassi e porto gli occhi attenti per sfuggire i luoghi dove un’impronta umana segni il terreno. 5-8 non trovo altra difesa per evitare che le persone si accorgano della mia condizione poiché negli atti privi di allegria si legge bene all’esterno come io bruci d’amore dentro. 9-11 A tal punto che credo che ormai monti, pianure, fiumi e selve sappiano di che qualità sia la mia vita che è celata agli altri. 12-14 eppure non so cercare vie così impervie selvagge che amore non venga sempre a parlare con me ed io con lui. ANALISI DEL TESTO Al centro del sonetto vi è il motivo della solitudine, è un isolamento che deve salvare il poeta dalla vergogna di rivelare agli altri uomini il suo tormento interiore che si legge chiaramente nel suo aspetto mesto e malinconico. Fuggendo dagli uomini egli stabilisce un legame con la natura che diviene partecipe e confidente delle sue pene, testimone più adatta ad accogliere i suoi lamenti senza turbare sul bisogno di isolamento; il paesaggio è privo di concretezza realistica e di urgenza fisica, materiale ed è evocato con notazioni estremamente generiche o addirittura con una serie di nudi sostantivi come monti, fiumi, selve eccetera; la scena non si colloca in uno spazio preciso ma come al di fuori del tempo e dello spazio collocato in una dimensione che è puramente interiore. Ma dal fuggire dagli uomini il poeta non trova scampo le sue sofferenze e lo accompagna sempre il suo pensiero ossessivo d’amore. La solitudine rappresenta un colloquio assiduo con se stesso. la materia del componimento è la sofferenza interiore che non conosce requie, il dissidio che non trova mai soluzione però come consueto nella poesia di Petrarca le dissonanze le lacerazioni trovano una forma di purificazione superamento dell’armonia equilibratrice della costruzione poetica: le chiare simmetrie e la fluidità del discorso ricompongono e placano ogni urto dissonante dei moti interiori. Aspetti formali: Livello sintattico: la fluidità e l’armonia equilibratrice sono create in primo luogo dall’ampio giro dei periodi della loro disposizione proporzionata. Le quartine sono divise simmetricamente in due coppie diversi; nella prima quartina ognuna delle due coppie diversi è composta da una proposizione che sono coordinate tra loro dalla congiunzione e che apre il secondo membro, la stessa struttura si ripete nella seconda quartina: le due proposizioni che la compongono coincidono con le due coppie diversi e sono unite dalla congiunzione perché collocata all’inizio del secondo membro. La simmetria ritorna anche nelle unità sintattiche minori e spicca la costruzione architettonica delle coppie di aggettivi “solo e pensoso“ ,“tardi e lenti“ in esatta simmetria al termine del distico. La simmetria tra i due sintagmi è rinsaldata dall’omogeneità fonica che caratterizza l’interno ciascuna delle due coppie; nella prima coppia gli aggettivi solo e pensoso hanno gli accenti tonici e cadono sulla vocale o chiusa, nella seconda coppia tardi e lenti sia all’identica successione costituita da vocale aperta e consonante dentale. Altri elementi della funzione architettonica sono i parallelismi e le antitesi di fuor-dentro, ragionando con meco, ed io con lui. L’allargarsi dello sguardo del poeta ad abbracciare la natura testimone delle sue sofferenze da origine a un ampio movimento del Polisi indetto però anche qui l’ enjambemant separa i sostantivi in due gruppi riproponendo la legge della simmetria binaria che domina il componimento.

Livello ritmico e metrico: aldilà delle simmetrie architettoniche l’elemento che determina la fluidità del movimento poetico è il ritmo, le cesure sono rarissime le pause interne versi e non vi sono enjambemant di forte marcatura, tutto ciò dà il senso di un impareggiabile scorrevolezza musicale. Nelle quartine vi sono solo due pause ma si collocano a fine diverso e servono a separare due membri composti di due versi ciascuno mentre pausa e forti vi sono alla fine di strofa ma sono necessari a fissare i termini delle clausole metriche, pausa interne si trovano solo al verso 11, 13:14 che sono i versi in cui si propone l’impossibilità di trovare scampo al tormento e si delinea l’assiduo scavo meditativo del colloquio interiore. Un fattore di omogeneità e di fluida coesione dato dalla sostanza fonica delle rime specie nelle quartine: in tutte otto le rime sia una vocale aperta più nasale più consonante occlusiva mentre nelle terzine la successione ripresa da sempre-sempre con la è nasale, la M occlusiva e la P liquida. Livello retorico: raro è l’uso metaforico coerente con il tono del componimento che come un colloquio piano intimo. Se si eccettua l’obbligata personificazione di amore le metafore tutto il sonetto sono solo due: spenti al verso sette, e avanti al verso otto e sono legate dalla consueta legge binaria dell’antitesi in quanto i due rispettivi campi semantici sono opposti. L’antitesi è messo ancora rilievo dalla collocazione delle due parole al termine del verso. È un sonetto con schema in rima come le precedenti e presenta anche dei latinismi: et,human, con meco. Nella prima quartina la presenza di endecasillabi a minore conferisce una particolare lentezza il ritmo che sottolinea il procedere lento e cadenzato dei passi dell’autore. L’autore presenta se stesso come afflitto dalle pene amorose è vergognoso della propria condizione che non vuole svegliare agli altri ragione che lo spinge a fuggire e passeggiare in luoghi remoti e solitari nel tentativo di non pensare continuamente a Laura; nella ripresa di un tema già presente nel sonetto proemiale dove Petrarca diceva di essere stato per lungo tempo la favola del popolo a cui qualificava il suo amore non corrisposto come un vaneggiare di quel frutto è stata proprio la vergogna. L’oggettivazione dell’interiorità con il dato esteriore del paesaggio è una delle novità più interessanti della lirica e segna la massima distanza dalla tradizione precedente in cui il luogo fungeva soltanto da sfondo dell’avventura amorosa. Il testo mostra una delle peculiarità della lirica di Petrarca ovvero la consapevolezza del carattere vano e peccaminoso del suo amore per Laura e il desiderio di isolamento e solitudine sia per evitare il contatto con persone che non potrebbero comprendere l’esperienza dell’amore ma soprattutto in quanto il poeta si sente solo incompreso nella sua triste condizione di innamorato non corrisposto. Questo è un forte elemento di novità della poesia di Petrarca specialmente rispetto allo Stil novo a cui poeta si sente parte di una comunità fatta di uomini e di donne cortesi tra cui individuare il suo pubblico ai quali rivolgersi per esprimere i propri sentimenti mentre Petrarca stipula un dialogo con se stesso che solo incidentalmente si indirizza a dei lettori in grado di comprenderlo fino in fondo. SONETTO LXI BENEDETTO SIA L GIORNO E L MESE E L’ANNO In questo sonetto Petrarca racconta il luogo e il modo in cui vide per la prima volta Laura, non è una dichiarazione d’amore ma il poeta esprime il suo dissidio interiore e racconta il momento in cui fu colpito dalle frecce dell’amore e benedice tutti i sentimenti che lo legano alla donna concludendo che Laura è l’unica donna che può averne parte. Parafrasi: 1-4 Benedetto sia il giorno il mese e l’anno e le stagioni il tempo le ore è il momento sia benedetto il bel paese che è il luogo dove io fui condotto da quelli degli occhi che mi hanno legato- innamorato. 5-8 E sia benedetto il primo dolce sentimento che io provai quando mi innamorai e siano benedette l’arco e le saette dove io fui colpito e siano benedette le ferite che arrivano a toccare il cuore. 9-11 siano benedette le tante parole che io chiamando il nome della mia donna ho spasso e i sospiri e le lacrime e il desiderio 12-14 e benedette siano gli scritti con cui io le procuro la fama, e sia benedetto il mio pensiero che è rivolto solo verso di lei e che appartiene solo a lei e non è di nessun altra donna. ANALISI DEL TESTO In questo sonetto emerge una visione dell’amore per Laura più positiva, infatti, il poeta comincia ogni strofa con l’anafora “benedetto sia-benedette siano“: in particolare nelle quartine benedice l’incontro con Laura e l’amore mentre nelle terzine benedice se stesso e la sua arte è nata

SONETTO XC

ERANO I CAPEI D’ORO L’AURA SPARSI

Questo sonetto è stato composto tra il 1339 e il 1347 dove l’autore rievoca a distanza di anni il primo incontro con Laura avvenuto nella chiesa di Santa Chiara ad Avignone quando si innamorò di lei colpito dalla sua folgorante bellezza che ora a causa dell’età comincia a sfiorire sul volto della donna ma nonostante questo il poeta continua ad amarla come il primo giorno e a soffrire le pene di questo amore infelice in quanto non corrisposto. La novità del componimento è nel contrasto tra la Laura del passato la cui descrizione ricalca il livello esteriore canone dello Stil novo e la Laura del presente invecchiata come tutte le donne terrene e perciò lontana dall’idealizzazione religiosa della donna-Angelo. Parafrasi: 1-4 il giorno del mio incontro con Laura i capelli biondi di Laura erano sparsi al vento che si avvolgevano in 1000 dolci nodi e la luce di quegli occhi bruciava rispetto a quelli di adesso che sono spenti 5-8 E mi sembrava che il suo viso manifestasse un’espressione di compassione verso di me, cosa c’era da stupirsi se io che avevo nel petto la predisposizione ad amare arsi subito d’amore per lei? 9-11 il suo incidere non era proprio di un essere mortale ma dalla forma Angelica e le parole suonavano altro avendo un suono diverso da quello della voce di una semplice mortale. 12-14 uno spirito celeste, un sole vivo su quello che io vidi e se non fosse più quello che era un tempo la mia ferita d’amore non può guarire come non guarisce la ferita provocata da una freccia per quanto Salentina corda nell’arco che l’ha scagliata. ANALISI DEL TESTO Il sonetto rievocando l’innamoramento per Laura ha al centro il motivo dell’apparizione della donna in tutta la sua bellezza; motivo di chiara ascendenza stilnovisti Ca’ e lo sottolinea l’insistenza sul carattere sovrannaturale e l’uso di formule tipiche che si identificano con le figure celesti: Angelica forma e spirito celeste. Il sonetto si può accostare ad altre opere dei grandi appartenenti allo Stil novo come Dante, Guinizelli, cavalcanti. anche i tratti fisici della bellezza, i capelli d’oro, gli occhi luminosi richiamano le convenzioni cortesi e dello Stil novo. Ma la differenza che separa la poesia amorosa di Petrarca da quella stilnovistica che si presenta nei modelli di apparizione della donna-miracolo che avveniva in un eterno presente fuori dal tempo mentre qui è collocata nel corso del tempo: la figura della donna è proiettata nel passato ed è richiamata solo da un movimento della memoria. Non deriva una conseguenza fondamentale: le Angeletti dello Stil novismo che erano creature sovrumane di astratta intangibile perfezione mentre la bellezza di Laura essendo immerso nel fluire della temporalità ne patisce tutta la forza distruttrice, Laura non è una creatura sovrannaturale ma una donna sottoposta al peso della carne mortale e alle sue miserie. E questo è un motivo di straordinaria novità e originalità tipicamente Petrarchesco. Il motivo torna spesso nel canzoniere e in diversi sonetti il poeta ipotizzerà che un giorno il lume degli occhi di Laura sarà spento i capelli d’oro diventeranno d’argento e il viso scolorita inoltre lo scrittore insiste sul fatto che il bel corpo di Laura è ormai esausto dei mali dei frequenti parti e il decadere della bellezza fisica precipiterà poi nella morte che lo segnerà il disfacimento totale è in un sonetto il poeta piange gli occhi che sono ormai divenuti terra oscura. È il tema della fuga del tempo e della labilità di tutte le cose caro a Petrarca che viene a coinvolgere il motivo della bellezza femminile sacro alla poesia d’amor cortese per questo la struttura compositiva del sonetto poggia su una contrapposizione tra passato e presente con l’utilizzo dell’avverbio “or“ e anche il gioco dei tempi verbali: erano, ardea, parea , era, arsi ecc. SONETTO CXXVI CHIARE FRESCHE ET DOLCI ACQUE È la canzone più celebre della raccolta è una delle liriche più note della poesia italiana e delle origini della nostra letteratura in assoluto: il testo propone una rievocazione di un incontro tra Petrarca e Laura sulle rive del fiume sorga dove la donna era solita a fare il bagno e dove il poeta lo ammirava estasiato, Petrarca sente prossimo alla propria morte e si augura come estrema consolazione di poter essere sepolto in quel luogo sperando che Laura giunga sulla sua tomba e pianga per lui invocando il perdono di Dio per i suoi peccati. Nonostante la presenza di numerosi motivi della tradizione poetica cortese, la canzone propone una situazione decisamente classica e incline all’espressione di un amore sensuale, molto lontano dalla spiritualizzazione dello Stil novo e dei poeti precedenti, conforme a questa novità e anche la

descrizione di Laura come donna crudele che non ricambia il poeta qualificando l’amore di Petrarca come infelice e senza speranza. Parafrasi: 1-13 oh chiare fresche e dolci acque dove le belle membra di colei si posano che solo a me sembra una donna, o nobile ramo dove a lei piacque (e lo ricordo tra i sospiri) appoggiare il bel fianco come una colonna, o erbe e fiori che la gonna leggiadra ricopri con il suo bellissimo seno, o aria sacra e pura dove amore mi colpì il cuore attraverso i begli occhi: date tutti ascolto alle mie parole estreme. 14-26 Se davvero il mio destino è il cielo si adopera in questo che amore mi faccia chiudere gli occhi lacrimando con qualche grazia ricopra il mio corpo tra di voi (possa essere sepolto in questo luogo) e torni l’anima alla sua sede. La morte sarà meno cruda se conservo questa speranza in quel momento dubbioso: infatti il mio spirito affranto non potrebbe lasciare la carne afflitta e le ossa in un porto più sereno nei nulla fosse più tranquillo di questo posto. 27-39 forse ci sarà un tempo in cui la bella belva e mansueta tornerà in questo luogo a lei noto e cercandomi volgerà la vista desiderosa e lieta in quel punto dove mi vide quel giorno benedetto e ho pietà vedendo che sono diventato ormai terra tra le pietre osservando la mia tomba possa amore ispirarla in modo tale che sospiri con tanta dolcezza da ottenere per me il perdono e forse il cielo asciugandosi gli occhi con il bel velo. 40-52 dai Behrami scendeva una pioggia di fiori sopra il suo grembo ed egli si sedeva umile in tanta gloria coperta da quella nuvola amorosa. Qualche fiore le cadeva sul lembo del vestito e sulle trecce bionde che quel giorno sembravano di oro zecchino e perle , un altro fiore si posava in terra, un altro sul fiume, e un altro girando con un volteggio sembrava dire: qui regna amore. 53-65 quante volte io dissi pieno di paura: lei è nata in paradiso. Così il suo portamento divino il suo volto le sue parole il suo dolce sorriso mi avevano distolto dall’immagine vere dalla realtà, che io dicevo sospirando: qui come sono arrivato e quando? Credendo di essere in cielo non li dove ero. E da quel momento quest’erba mi piace che non trovo pace in nessun altro posto. 66-68 o canzone se tu fossi adornata quanto i tuoi desideri potresti coraggiosamente uscire dal bosco e girare fra la gente. ANALISI DEL TESTO In questa canzone vi è l’evocazione dell’immagine della bella donna attraverso un movimento della memoria, il componimento esemplifica perfettamente il processo di stilizzazione a cui nel canzoniere è sottoposta la figura femminile. Viene numerata una serie di particolari fisici ma sono tutti elementi convenzionali che rimandano ad una lunga tradizione di poesia amorosa e non definiscono una figura concreta ma possiedono l’eleganza astratta di un emblema, quella di Laura ricorda le figure stilizzate della pittura tardo gotica di un Simone Martini attivo ad Avignone negli anni di Petrarca. Stilizzata e anche la natura su cui campeggia l’immagine femminile, le componenti del paesaggio sono quelle abituali della tipologia classica medievale del luogo: acque limpide, erbe fiorite, aria serena e anche la natura come la figura femminile non è presentata nell’urgenza fisica delle sue forme e dei suoi colori ma si assottiglia in un raffinato arabesco; come Laura non è una persona definita così anche il luogo della sua apparizione non sono luoghi precisi ma sono spazi astratti. Vi è un esempio perfetto di quella rigorosa selezione e rarefazione a cui la poesia di Petrarca sottopone la realtà esteriore per poterla mettere nella gelosa cerchia della realtà soggettiva. La realtà è così rarefatta perché non è un dato oggettivo ma pura costruzione mentale infatti quella che è descritta non è una scena presenta ma recuperata dalla memoria dove il mondo esterno scompare e diviene un elemento del mondo interiore. La memoria è molto importante nel canzoniere perché Petrarca sente angosciosamente la fuga del tempo e la precarietà delle cose e la memoria e l’unico modo per preservarle per dar loro stabilità e consistenza e la realtà interiore e l’unica cosa che conta per Petrarca. Il corrispettivo formale di questa selezione delle presenze reali e il lessico, selezionatissimo sino ad apparire quasi povero: un lessico uniforme, piano, comune senza alcuna parola di più intensa espressività che spicchi sulle altre. Nella prima strofa si può notare a esprimere la bellezza di Laura viene usato per tre volte l’aggettivo più comune: bel-bel-begli, ma anche altri aggettivi sono tratti dal lessico più usuale come chiare, fresche, dolci, gentile, sereno eccetera eccetera. Questo è quello che è stato definito come UNILINGUISMO di Petrarca Che è l’antitesi del plurilinguismo dantesco. Le parole di Petrarca trovano una loro verginità poetica grazie alla sapiente collocazione e al ritmo musicale che li avvolge nella sua onda fluida, l’effetto di

a cercare apprezzare fuori d’Italia delle genti che spargono il sangue vendano la loro anima in cambio di denaro? Io parlo per dire la verità, non per odio verso gli altri o per disprezzo. 65-80 non avete ancora capito da tante prove l’inganno dei Bavari (mercenari tedeschi) che scherzano con la morte alzando il dito? A mio parere lo scherno è peggiore del danno ma il vostro sangue sparso più largamente, perché siete animati da altra ira. Nelle prime ore del mattino ho pensato a voi e capirete quanto questi mercenari, che stimano se stessi così poco, possono stimare voi. oh nobile sangue latino, allontana da te questi pesi fastidiosi; non trasformare in idolo una fama vana, senza costrutto: poiché il fatto che il furore di quelle terre lassù, che una gente barbara ci superi l’intelletto, è un nostro peccato e non una disposizione naturale. 81-96 non è forse questa la terra dove sono nato? Non è questo il nido dove sono Stato dolcemente nutrito? Non è questa la patria cui mi affido, madre benevola e devota, dove sono sepolti entrambi i miei genitori? Per Dio, questi pensieri si smuovano talvolta la mente è guardata in modo pietoso le lacrime del vostro popolo addolorato, che spera solo da voi dopo Dio la pace, e purché voi mostrate un qualche segno di pietà, la virtù impugnerà le armi contro il furore e la lotta sarà breve: poiché l’antico valore non è ancora morto nei cuori degli italiani. 97-112 o signori, osservate come il tempo vola e come la vita fugge, e la morte ci incalza alle spalle. Voi ora siete qui: pensate a quando morirete: infatti è inevitabile che l’anima nuda sola giunga a quel cammino dubbioso cioè la morte.nel passaggio in questo mondo vogliate deporre l’odio lo sdegno, che sono 20 contrari alla vita serena; è quel tempo che spendete per dare pena agli altri, possa convertirsi in qualche atto più degno di mano o di intelletto, in qualche lodevole attività, o in qualche studio decoroso: così si è felici in terra e si trova poi aperta la strada per il cielo. 113-122 canzone, io ti ammonisco a dire le tue ragioni in modo cortese, visto che dovrei andare tra la gente sprezzante, e loro desideri sono pieni dell’antica passione usanza (l’adulazione), sempre nemica della verità. Troverai la tua fortuna tra pochi uomini magnanimi a cui piace il bene. Di loro: chi mi protegge? Io vado gridando: pace, pace, pace. ANALISI DEL TESTO È un esempio della poesia politica di Petrarca non frequente nel canzoniere nel quale domina il motivo amoroso o comunque soggettivo dal quale si colgono due temi centrali: la deprecazione delle lotte civili tra i signori italiani e la condanna dell’impiego di milizie mercenarie germaniche. Gli interlocutori del poeta sono i signori e Petrarca si rapporta ormai alla nuova realtà signorile che si è affermata nella penisola e si propone nelle vesti del saggio al di sopra delle parti, colui che ammonisce, esorta, guida e indirizza al bene chi ha la responsabilità del potere. Petrarca rispetto Dante che esprime le sofferenze politiche dell’Italia nel suo periodo storico con tono apocalittico, Petrarca sceglie un tono commosso e in certi punti dolente ed elagico. Le motivazioni dell’appello e signori non sono soltanto politica ma anche di tipo esistenziale: nella penultima strofa il poeta richiama i temi a lui cari della fuga del tempo, della labilità della vita, della morte incombente che tende anche potenti e l’invito a deporre odi e ire e a dedicarsi a più delle imprese per aprirsi la strada del cielo.v il secondo motivo è quello delle milizie mercenarie che invadono il suolo italiano e combattono non per ragioni ideali ma dall’interesse passando da un campo a quello perso in base alle migliori offerte, il motivo si specifica nella contrapposizione tra la nobiltà del sangue latino e la rozza crudeltà dei costumi tedeschi. La canzone è formata da sette stanze di 16 versi ciascuna (endecasillabi-settenari) con schema della rima a-B-C-B-A-C-C-D-E-E-B-D-F-G-F-G. Lo schema riprende dei latinismi tra cui ET, DILECTO,AFFLICTE,ANCHOR,INTELLECTO, ACTO,HONESTO. Estremamente ricercata la costruzione retorica presente già nella prima stanza con la personificazione dei fiumi principali d’Italia a indicare che gli italiani si lamentano e con l’invocazione a Dio sottolineata dall’allitterazione della T Mentre al verso 11 c’è l’allitterazione della C e della re in corrispondenza della descrizione della guerra, chiasma al verso 24 con poco vedete… Veder molto e al verso 40 con fiere selvagge e mansuete gregge. Nella sesta stanza vi è un anafora di non replicazione di domande retoriche; anafora di in qualche ai versi 109-110 e nel congedo l’autore si rivolge alla canzone e le rivolge raccomandazioni sul pubblico cui rivolgersi secondo la tradizione due trecentesca. Autore paragona implicitamente la decadenza politica dell’Italia del trecento alla grandezza della civiltà della Roma antica quando l’Italia era centro del mondo e romani infliggevano dure sconfitte ai popoli germanici visti come rozzi e inferiori, mentre ad ora vengono arruolate le truppe mercenari al servizio dei signori italiani: Petrarca cita gli esempi illustri di gaio Mario che debellò i

teutoni nella battaglia di Aque Sextie bevendo poi nel fiume acqua mista a sangue da nemici, e Giulio Cesare che sconfisse più volte i germani mentre ora questi popoli convivono con gli italiani in armi e vengono arruolati come mercenari dei signori che farebbero meglio invece a lasciarlo in Germania di cui l’Italia è divisa dalle Alpi. Petrarca anticipa un tema che sarà più volte toccato degli scrittori dell’età successiva ovvero il declino dell’Italia frammentata politicamente sottoposta al governo di altri popoli che stride con il passato glorioso di Roma, la critica all’uso delle milizie mercenarie racchiusa nelle strofe centrali della canzone e si basa su vari argomenti tra cui la rozzezza e l’inciviltà di questi soldati tedeschi che un tempo vennero dominati da Roma e poi la loro scarsa efficacia e fedeltà militare in quanto guerrieri che combattono per interesse e non motivati a difendere il loro paese per cui essi scherzano con la morte e approfittano dei loro signori arricchendosi alle loro spalle con grave danno per le terre italiche. SONETTO CXXXIV PACE NON TROVO E NON HO DA FAR GUERRA. La lirica è uno dei più importanti componimenti scritti da Petrarca rappresenta appieno il suo dissidio interiore. Questa composizione risale intorno al 1344-1345 È posizionata al numero 134 nella prima parte del canzoniere, nell’opera sono presenti le liriche dedicate all’aura ancora in vita e il componimento è ricco di artifici retorici. Parafrasi: 1-4 non trovo pace e non ho armi per fare la guerra, ho paura e spero, ardo e sono un ghiaccio E volo sopra il cielo e il resto a terra e nulla stringo e a volte invece mi sembra di possedere tutto il mondo. 5-8 E mi tiene prigioniero di una donna che non mi lascia libero e non mi trattiene come si prigioniero; e non mi uccida amore e non mi toglie le catene e non mi vuole né vivo né morto. 9-11 vedo senza occhi e grido senza lingua; è bramo di morire eppure chiedo aiuto e odio per me stesso e amo gli altri. 12-14 minuti di dolore e piangendo rido in ugual modo mi dispiace la morte la vita e in questo stato sono donna per voi. ANALISI DEL TESTO È composto da 14 endecasillabi. Fin dal primo verso del componimento è evidente il forte gioco di opposizioni, il dissidio interiore dell’io lirico incapace di districarsi tra l’amore per Laura e il tormento che questo sentimento gli infligge. si alternano così il fuoco della passione è il gelo della disperazione slanci di speranza e di entusiasmo e disillusione, amore e morte. La condizione dell’innamorato è paragonato a quella di un prigioniero d’amore sentimento potente da vincolare l’uomo senza mai liberarlo realmente e senza ucciderlo, l’indecisione e incertezza sono le uniche certezze concessa all’innamorato a cui non resta che nutrirsi del proprio dolore e allo stesso tempo gioirne gridare senza voce il proprio amore e il proprio dolore e affidarsi alla speranza. Questo tormento e spontaneamente trasmesso dei versi: la travatura retorica della poesia è molto fitta e in particolare è insistito l’uso di antitesi che riportano il dissidio interiore del poeta anche sul piano formale. L’intero sonetto si regge su un continuo gioco di immagini contrapposte che costruiscono geometrie studiatissima in cui ciascun verso è occupato da uno o più espressioni tra loro opposte; solo nella prima quartina paio nei seguenti termini: pace-guerra, timore-speranza, fuoco-ghiaccio eccetera eccetera è un’altra figura ricorrente è l’anafora soprattutto nelle congiunzioni e, ne. Questo continuo conflitto tra immagine opposta è arricchito da chiasmi e parallelismi: CHIASMO: Pace non trovo e non ho da far guerra (complemento-verbo X verbo-complemento); veggio senza occhi e non ho lingua e grido (verbo-organo sensoriale X organo sensoriale-verbo). PARALLELISMI: E volo sopra il cielo e giaccio in terra (verbo-complemento/verbo-complemento); E nulla stringo e tutto il mondo abbraccio (complemento-verbo /complemento-verbo). Ad aumentare le continue opposizioni sono le cesure presenti tre versi: 11 endecasillabi su 14 complessivi sono spezzati da un segno di Interpunizione ovvero, o;. Il sonetto di Petrarca esprime uno stato d’animo molto frequente nel suo canzoniere, il poeta si sente sospeso tra due stati d’animo contrapposti e non riesce a scegliere e quindi a risolvere un dilemma interiore. Oggi non trova pace ma non riesce ad impegnarsi in una guerra, prova speranza ma anche molta paura, sente caldo e freddo contemporaneamente, crede di toccare il

il tuo aiuto, e di colui che amando si pose in te. Invoco colei che ha sempre risposto benevolmente a chi la invocata con fede: vergine, e semmai l’estrema miseria delle cose umane ti ha mosso a pietà, chinati alla mia preghiera e vieni in soccorso le mie pene anche se io sono una creatura mortale e tu la regina del cielo. 14-26 e vergine saggia, una del bel numero delle beate vergini savie e anzi la prima, con una lampada più luminosa; o saldo scudo delle persone afflitte contraccolpi della morte della fortuna, sotto il quale non solo si trova scampo ma si trionfa; o refrigerio al cieco ardore che avvampa qui tra gli sciocchi mortali: o vergine, rivolgi quei degli occhi che, tristi, videro le terribili piaghe nelle dolci membra del tuo caro figlio e, alla mia incerta condizione poiché, non sapendo che fare, vengo a te per avere consiglio. 27-39 e vergine pura, intatta in ogni tua parte, figlia e madre del tuo nobile parto, che illumini questa vita e adorni quella eterna, grazie a te il figlio tuo e del sommo padre, o lucente e altissima finestra del cielo, venne a salvarci negli ultimi giorni; e tu sola fusti scelta tra tutti gli altri soggiorni terreni, o vergine benedetta, che trasformi in gioia il pianto di Eva. Fammi degno della grazia di Dio ho visto che puoi, tu che sei beata senza fine, già incoronata nel regno superbo. 40-52 vergine Santa piena di ogni grazia, che per bere ad altissimo umiltà se è salito al cielo da dove ascolti le mie preghiere, tu hai partorito la fonte della pietà ovvero Cristo e il sole della giustizia, che rasserena il mondo pieno di errori oscuri affitti; in te hai riunito tre nomi dolci e cari, quello di mia madre, di figlia e di sposa: O vergine gloriosa, sposa del re che assolte nostri legami e arreso il mondo libero e felice, io ti prego di appagare il mio cuore nelle sue Sante piaghe, o vera Beatrice. 53-65 o vergine unica senz’altro sempre al mondo, che hai fatto innamorare il cielo con la tua bellezza, rispetto alla quale nessun altra donna simile fu superiore nel prossimo, i tuoi pensieri santi, i tuoi atti pietosi e casti fecero nella tua feconda verginità un sacro e vivo tempio al vero Dio. Grazie a te la mia vita può essere felice, se alle tue preghiere, o Maria, dolce e pia vergine, la tua grazia e generosa dove il peccato è stato grande. Con le ginocchia della mente chinate, ti prego di farmi da scorta ed indirizzare a buon fine la mia strada deviata. 66-78 o vergine luminosa è ferma in eterno, stella di questo mare in tempesta, guida fidata di ogni navigatore fedele, pensa in quale orribile tempesta mi trovo da solo, senza timoniere, e sono ormai vicino a emettere le ultime grida. Ma la mia anima peccatrice e non lo nego, confida solo in te, vergine; ma ti prego affinché il tuo nemico non rida della mia dannazione: ricordati che i nostri peccati indussero Dio ad assumere carne umana nel tuo chiostro virginale. 79-91 o vergine, quante lacrime, quante lusinghe e quante preghiere ho già sparso invano, solo per il mio dolore e con mio grave danno! Da quando sono nato sulle rive dell’Arno, viaggiando ora in questo ora in quel luogo, la mia vita non è stata altro che affanno. Una bellezza umana, gesti e parole di Laura mi hanno totalmente occupato l’anima. vergine sacra e nobile, non tardare a venire, poiché sono forse giunto alla fine della mia vita. I miei giorni se ne sono andati più veloci di una freccia tra miserie peccati, è solo la morte mi aspetta. 92-104 o vergine, una donna è diventata terra cioè morta e ha causato dolore al mio cuore, dopo che da viva lo attenuto in pianto e non sapeva neppure uno dei molti mali: e se anche lo avessi saputo, sarebbe successo proprio quel che è avvenuto, poiché ogni altro suo desiderio sarebbe stato per me la morte dell’anima e per lei cattiva reputazione. Ora tu, signore del cielo, tu nostra dea, vergine di alti sentimenti, tu vedi ogni cosa; e ciò che altri non potevano fare e non nulla alla tua grande virtù, poni fino al mio dolore; ciò sarà un onore per te e per la mia salvezza. 105-117 o vergine, in cui ripongo tutta la mia speranza che tu possa e voglia aiutarmi nel momento del bisogno, non mi abbandonare in punto di morte. Non guardare me, ma colui che si degnò di crearmi; non guardare il mio valore, ma la sua alta sembianza che é in me ti spinga a soccorrere un uomo tanto misero. medusa cioè Laura e il mio peccato mi hanno tramutato in un sasso da cui sgorga un inutile umore ovvero le lacrime: vergine, tu riempi il mio cuore spostato di lacrime Sante pie, cosicché almeno l’ultimo pianto sia devoto, privo di fango terreno, come invece il primo fu pieno di follia. 118-130 vergine umana, nemica dell’orgoglio, l’amore della nostra comune origine ti spinga: abbi pietà di un cuore umile e pentito. Infatti, se continua ad amare con fedeltà mirabile un pugno di terra mortale destinata a perire, cosa dovrò fare verso di te, nobile creatura? Se io risorgo dal mio stato miserabile grazie alle tue mani, o vergine, il nome tuo io consacro ed è puro il mio pensiero, il

mio ingegno e la mia penna, la lingua, il cuore, le lacrime e i sospiri. Conducimi al quadro più scuro e accetta benevolmente i mutati desideri. 131-137 il giorno e la mia morte si avvicina e non può essere lontano, a tal punto che il tempo corre e vola, vergine sola e unica, è il mio cuore è punto ora dalla coscienza, ora della morte. Raccomandami al tuo figliolo, vero uomo e vero Dio, affinché accolga in pace il mio ultimo respiro. ANALISI DEL TESTO La canzone è formata da 10 stanze di 13 versi ciascuno endecasillabi e settenari con schema della rima: a-B-C-B-A-C-C-D-D-C-E-F-E. Ogni stanza si apre sempre con il vocativo vergine e in molti casi è seguito da un aggettivo. Il penultimo verso di ogni stanza presenta rima al mezzo col verso successivo come avviene nel congedo. La lingua presenta i consueti latinismi tra cui: EXTREMA,HUMANE,ET,AFFLICTE,TRIUMPHA,ELECTA,GRATIA, HUMILTATE,EXEMPIO ecc. Tutto il testo è un’invocazione religiosa alla vergine cui l’autore si rivolge sapendo di aver peccato e sentendo ormai prossimo alla morte per cui Maria viene invocata il nome della sua purezza con lo scopo di soccorrere i peccatori in virtù della grazia di cui è ripiena, la vergine è disegnata come la donna che avuto l’altissimo privilegio di consentire l’incarnazione di Cristo madre e figlia del suo stesso creatore. Maria è definita anche esempio fulgido di umiltà e astro in grado di guidare gli uomini in terra proprio come un astro guida i marinai durante la tempesta secondo il motivo assai diffuso della vergine come stella Maris riprendendo l’immagine usata da Petrarca in cui le stelle ormai spente non possono più salvare il poeta dalla burrasca. Il rimpianto espresso dall’autore è dovuto all’amore peccaminoso per Laura e Petrarca rammenta come abbia spasso vanamente lacrime e preghiere per una mortale bellezza che lo ha distolto dal bene della virtù condannandolo a una vita priva di pace mentre Laura viene poi ricordata come terra e più avanti come terra caduca contrapponendola a Maria in quanto è stata per lui fonte di tentazione è deviazione morale. La donna viene elogiata anche in quanto posto rifiuto alla corte del poeta cosa che gli ha causato un enorme dolore manca preservato la salvezza dell’anima di lui non rovinando la reputazione di lei per cui si arriva al paradosso che Petrarca rimpiange ciò che non è avvenuto ma tuttavia è lieto perché questo non ha causato danno alla sua anima pur avendo gli provocato bene il dolore, l’autore confessa di serbare “mirabil fede” alla memoria di Laura per cui appare chiaro che il contrasto non è interamente risolto e che Petrarca pur essendo consapevole dell’errore morale del suo amore per la donna non riesce a liberarsene del tutto seppure sono passati anni dopo la morte. Il verso 111-112 descrive Laura come una novella medusa che ha trasformato Petrarca in pietra con un’immagine bizzarra. Tra moltissimi riferimenti scritturali e inno grafici presenti nella canzone è bene tenere in evidenza quello in cui Maria è definita la prima e più saggia delle cosiddette vergini savie, protagoniste della parabola evangelica in cui 10 fanciulle attendono l’arrivo dello sposo, ciascuno con una lampada ma mentre cinque di loro hanno riserva di olio e possono quindi far luce anche quando lo sposo tarda ad arrivare le altre ovvero le folli non l’hanno portata e lasciano smorzare il lume non venendo quindi ammesse al banchetto di nozze. Nell’interpretazione allegorica lo sposo sarebbe Cristo e il banchetto è la beatitudine eterna per cui l’accostamento con Maria acquista maggior rilievo quando Petrarca ricorda il martirio di Gesù e lo strazio della vergine nel vedere le piaghe nel corpo del figlio.