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Riassunto delle Fonti presenti nella terza edizione del libro.
Tipologia: Sintesi del corso
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Dalle fonti sgorga la storia come acqua fresca e limpida? Le fonti sono i resti del passato, materiali e immateriali, scritti e non scritti, che lasciano una memoria di sé. Le fonti sono anche leggi, lettere, narrazioni, poesie, monete, gioielli, tombe, cocci ed ecc. Queste fonti sono da analizzare con sofisticati metodi di indagine, che si perfezionano nel corso del tempo. La storia e la storiografia però non vanno confuse. La storia corrisponde alle res gestae (ciò che è stato fatto, i fatti) e la storiografia corrisponde alla storia rerum gestarum (la storia, il racconto delle cose che sono state fatte, dei fatti). Va fatta un'ulteriore distinzione: tra fonti scritte e non scritte, fra fonti intenzionali e non intenzionali o preterintenzionali, fra fonti narrative e documentarie. Fare lo storico significa incontrare la mediazione incompleta e fallace dei resti del passato, che vengono spesso deformati, ad esempio interventi urbanistici, resti archeologici e architettonici. La “storia-disciplina”, quella insegnata nei manuali, è un pratico sommario, ma è diversa dalla pratica della storiografia.
I Longobardi hanno invaso la penisola italiana nel 568/9. La storia di questa invasione ha avuto un grande impatto sull’Italia→ La fonte che spicca su tutte è l’ Historia Langobardorum , scritta 200 anni dopo da un monaco longobardo, Paolo di Warnefrid, detto Paolo Diacono. Il passo preso in esame è la morte di re Alboino, riguardante la migrazione in Italia. L’occupazione dell’Italia fu caratterizzata da assassini e depredazioni. Le città furono distrutte e i romani sottomessi. Ci furono 10 anni di “anarchia” ovvero senza un re (574-584). Era il periodo dell’interregno. Nel 584 i duchi longobardi elessero re Autari, che ottenne un patrimonio di bene previa concessione di metà degli averi dei duchi. Ma alcuni passi sono ancora discussi. Dopo la morte di re Clefi, molti nobili romani furono uccisi, soprattutto chi voleva impadronirsi dei loro beni. I restanti furono resi tributari. Durante il periodo dell’interregno ci sarebbe stata una fase di spoliazione e di distruzione anche delle Chiese. In questi passi si fa riferimento ai Longobardi come “hospites” (“ospiti”). È il celebre istituto della tarda antichità: l’ hospitalitas. Ai nuclei di barbari all’interno dei confini romani veniva concesso un 1/3 delle terre o meglio un 1/3 dei proventi delle terre. Probabilmente fu un tributo estorto con la violenza, soprattutto sui rimanenti Longobardi. Il termine hospites richiede la conoscenza di un latino tardo o latino medio per comprenderne a pieno il significato. Paolo Diacono si riferisce ai Romani come “nobili”. Questo termine rinvia ai nobili del suo tempo, i guerrieri longobardi o franchi che controllavano l’organizzazione pubblica e possedevano grandi quantità di terre e contadini. Però riferita ai romani significava la classe senatoria italo-romana caratterizzata da un buon livello culturale e al vertice della società, economia ed istituzioni. Il ceto senatorio fu decimato o fuggì o fu privato del proprio ruolo politico. Ogni parola è prisma dell’invisibile. Si tratta di analizzare la lingua, la tradizione letteraria, l’origine dell’informazione e l’attendibilità. Passiamo all’autore, al suo modo di scrivere. Perché scrisse quest’opera? Quale è il suo quadro mentale di riferimento? In molte cronache e storie nel Medioevo si ritrova la maggior parte delle notizie biografiche. Paolo Diacono ci racconta la storia della sua famiglia e ci fornisce informazioni “intenzionali”, quello che un monaco della sua elevata formazione culturale ci ha voluto trasmettere. Ma dalle sue parole sono ricavabili informazioni che non ci ha voluto dare, ossia, informazioni "pre intenzionali".
Alessandro Manzoni scrisse il suo saggio storico sui longobardi nel 1822, il Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia. I Longobardi non si fusero affatto con gli oppressi romani. Coloro che appoggiavano il Risorgimento vedevano nei romani la nazione unita e indipendente. Manzoni voleva esortare il “volgo disperso che nome non ha”, ovvero gli oppressi romani sotto i Longobardi e poi i Franchi. Il richiamo è di ribellarsi agli austro-ungarici. Ma Manzoni compiva un’identificazione che oggi è sbagliata. Gli italiani dell’epoca dell’Adelchi di Manzoni erano diversi dagli “italiani” dell’Adelchi reale. Oggi l’analisi delle fonti narrative è diventata raffinata. I Longobardi trasformarono la loro violenta dominazione tribale e militare, avvicinandosi alla residua trazione romana. Avevano dato vita ad una monarchia cattolica abbastanza stabile e dato vita a un territorio territoriale dotato di un essenziale apparato di uffici pubblici. L’invasione dei Longobardi, però, fu violenta e i ceti dirigenti quasi del tutto sterminato o privati dei propri ruoli. La storiografia si è più affinata rispetto alla storiografia romantica. Ad esempio la restauratio regni del 584 apparve essere una necessità di organizzazione territoriale. Il re veniva appellato con il nome “Flavio”, che designava una delle più importanti gens romane, quella di Vespasiano. Erano già stati soprannominati così sia Alarico che gli Ostrogoti. Quindi il “volgo disperso” aveva una funzione di integrazione. I nostri strumenti per analizzare una fonte sono le discipline culturali: storia del diritto, letteratura latina, analisi del testo, letteratura, filosofia, filologia. La filologia ricostruisce, attraverso la critica del testo, un testo molto fedele all’originale. Quindi si analizza la costituzione materiale dello scritto (grafia, fascicoli, ecc.) e la storia “esterna” (il copista, la storia del luogo in cui ha scritto). Alla filologia si aggiunge la paleografia, la codicologia, la bibliografia. La “Historia” è stata pubblicata da Ludwig Bethmann e Georg Waitz nel 1878.
Prendiamo in esame un grande piatto rotondo di ceramica del diametro di 25, cm, oggetto comune, usato per mangiare e prodotto nel VII secolo da officine africane vicino alla Tunisia. Il piatto non aveva rivestimento come le maioliche. Era fatto di impasto di argilla e acqua, poi cotto. È la classica ceramica “sigillata”, ottenuta con matrici e punzoni. La ceramica da mensa africana fu un grande successo commerciale, diffondendosi dal I al VII secolo d.C. A seconda dell’impasto e delle decorazioni possiamo dividere la produzione per periodi. Questi piatti furono ritrovati nella Crypta Balbi, vicina al teatro di Lucio Cornelio Balbo, fedelissimo di Augusto. Nella Crypta Balbi gli spettatori potevano passeggiare al coperto in caso di pioggia prima di entrare a teatro. C’era un giardino quadrato sovrastante. Poi c’era un’esedra che completava il teatro. Questi piatti sono stati trovati nell’area dell’esedra. Il sito si trova vicino alla via delle Botteghe Oscure. Se Mussolini avesse individuato l’area, le superfetazioni medievali e moderne sarebbero state portate alla luce. Sicuramente avremmo assistito a uno spettacolo simile ai fori Imperiali. Il cumulo di origine medievale sarebbe stato sgomberato. Gli archeologi dell’epoca volevano recuperare solo le strutture romane. Furono rimossi i monumenti di età medievale (merli, guglie, pennacchi e gargouilles). Oggi gli storici non concedono alcun privilegio a determinate epoche storiche ma raccolgono informazioni ogni volta che scavano. Anche i monumenti romani ci sono pervenuti con le trasformazioni, mutilazioni e distruzioni. Studiare le trasformazioni incrementa la nostra conoscenza su tutte le epoche storiche. 1 Impianto originale di Lucio Balbo, 13 a.C. 2 Ristrutturazione del II secolo d.C., furono costruite delle latrine 3 Abbandono e distruzione in età tardo antica (V-VI secolo) 4 Luogo di sepoltura (VI secolo) 5 Nuovo abbandono fra VII e VIII secolo 6 Costruzione di una calcara, impianto di produzione di calce, VIII secolo agli inizi IX
Gli archeologi procedono con cautela e segnalano tutti i passaggi. Lo scavo viene condotto come una “scena del crimine”. Ogni traccia è ben curata. L’archeologo individua l’unità stratigrafica grazie al colore e alla consistenza del terreno. L’unità stratigrafica è l’effetto di un evento che ha modificato l’aspetto del sito. L’unità stratigrafica è contraddistinta da un numero e dal rilievo archeologico. Può essere che il terreno abbia ceduto oppure che interventi umani abbiano cambiato l’ordine. Ogni reperto è setacciato e raccolto in casse apposite. Questa è la sequenza stratigrafica dell’esedra della Crypta Balbi elaborata da Lucia Saguì. Sono messi in evidenza gli strati di terreno dal V al X secolo. Vengono indicati anche i blocchi di tufo e travertino dell’età augustea. Vengono indicati anche i pilastri in laterizio del II secolo, quando nell’esedra fu costruita la latrina. Queste strutture si ritrovano coperte da cinque strati (2° metà del VI secolo, 2° metà del VII secolo. 1° metà dell’VIII, fine del VIII secolo, IX-X secolo). Gli archeologi hanno proceduto dall’alto verso il basso, quindi al ritroso nella successione storica. Solo nel 1993 sono arrivati alla seconda metà del VII secolo. C’erano 100.000 frammenti (anfore, piatti, lucerne ecc.), 460 monete, osso, avorio, pietre preziose, 5000 reperti organici. Ogni frammento è stato misurato, fotografato e riprodotto in disegno. Si è stimato che il 47 % era destinato al trasporto di liquidi e conservazione di alimenti, il 3% da stoviglie. I 442 orli trovati corrispondevano a un minimo di 229 piatti (calcolando capacità dei contenitori). La presenza della sigillata rende difficile la datazione dell’VII secolo (abbandono del sito). Per il Medioevo dobbiamo guardare alla successiva produzione di ceramica per cercare nuovi “reperti guida”. La stratigrafia è contestuale allo scavo. Se un determinato tipo di ceramica è stato scoperto in uno scavo e datato nella prova stratigrafica potrà essere utile per un altro studioso. II Secolo V Secolo X secolo Il sito era diventato un “butto”, una discarica o immondezzaio, vicino al sito di lancio. Il lancio proveniva dal monastero attiguo, San Lorenzo in Pallacinis, oggi scomparso. Il butto era avvenuto a seguito di un’inondazione del Tevere ed era sorta la necessità di sgombrare materiale accumulato. Quindi si passa dalla classificazione dei materiali alla ricostruzione storica. Questa massa di reperti classificati ci permette di conoscere l’economia del VII secolo.
Roma ancora nel VII secolo era inserita in una rete commerciale. In questo sito sono stati ritrovati: unguentari dalla Palestina, lucerne dalla Sicilia e anfore dall’Egitto o Tunisia. C’è anche un tipo di anfora dell’isola di Samo che probabilmente conteneva vino celebre e costoso. L’impressione di decadenza si attenua, se si commerciava vino di Samo, piatti africani e olio. Il coccio è un informatore preziosissimo poiché è una fonte materiale preterintenzionale. Sono necessarie molte energie finanziari e scientifiche per analizzare tutto. Uno strumento utilizzato per i reperti organici è l’esame del Carbonio 14, sostanza radioattiva presente nei vegetali o animali (è possibile datare in base a un’approssimazione di uno o due secoli). Questo tipo di lavoro è costituito da un’équipe di studiosi. Il drastico calo demografico e urbanistico probabilmente non corrispondeva alla distruzione della struttura economica. Questa era la tesi di Pirenne, che citando monete d’oro e papiri, credeva di dimostrare che il commercio internazionale nel Mediterraneo rimase vivo fino a tutto il VII secolo. La vera cesura storica sarebbe stata l’espansione islamica nel Mediterraneo, avvenuta nell’VII secolo. Tutto ciò avrebbe portato alla rottura dei commerci internazionali, la crisi dell’urbanizzazione, la ruralizzazione. Insomma l’inizio del Medioevo. Il suo libro, Maometto e Carlomagno , sosteneva che la predicazione di Maometto (1° metà del VII secolo) fu all’origine del mondo carolingio, dunque della nascita dell’Europa (VIII-IX secolo). La tesi di Pirenne non è più accettata sia per il ruolo che attribuì all’Islam e sia per il quadro negativo del commercio e dell’urbanesimo in età carolingia. Resta aperta la questione della periodizzazione. Egli era alla ricerca di individuare un momento di collasso della struttura economica e sociale. Questi ritrovamenti sembrano dare ragione a Pirenne. I commerci floridi si erano interrotti a partire dal VII, epoca dell’espansione islamica. Però la ricerca antropologica ricava conclusioni generali da reperti di piccoli scavi e di piccole porzioni. Probabilmente il commercio internazionale escludeva alcune aree e non Roma. Il problema è passare dal singolo reperto alla generalità storica. La distanza fra l’archeologia è evidente nei confronti della ricerca storica. È necessario integrare l’archeologia e la storia per avere uno studio accurato dell’Alto Medioevo
⇒ muore Ludovico, il 20 giugno 840, e si riaccende il conflitto fra i fratelli
dedizione un’opera senza precedenti per una donna. Il figlio adolescente si trovava in una situazione delicata: esso era un vassallo, al tempo stesso ostaggio di Carlo il Calvo, mentre il padre pretendeva di essere reintegrato ai suoi compiti nonostante fosse ancora vicino al nemico Pipino II; Dhuoda vuole che il manuale indirizzi Guglielmo a compiere scelte giuste e sagge in un mondo così crudele e violento Tuttavia, non andò affatto bene, e non sappiamo se Dhuoda ne venne a conoscenza: Bernardo fu accusato di tradimento e fu ucciso (così come suo figlio dopo 4 anni) nell’844. Dhuoda non mostra risentimento nonostante il marito le avesse sottratto i figli, essa vuole assolvere al suo dovere, ovvero trasmettere al figlio l’orgoglio dell’appartenenza alla stirpe paterna (i Guglielmidi); Non mostra neppure affetto nei confronti del consorte
Su chi e dove è esercitato il potere? Sono citati i chierici (che facevano parte della giurisdizione separata del vescovo), gli abitanti della città e del circondario. Rientrano anche i beni posseduti da ogni famiglia e le loro famiglie stesse. Le res et familiae sono i beni immobili, i servi personali, la famiglia. Insomma il Vescovo aveva il controllo del diritto civile o penale dovunque essi si trovino, nel comitato o nel comitato vicino. Quindi la giurisdizione è legata alla stessa persona del Vescovo. Questo prelievo avveniva con l’ospitalità forzosa, la consegna di derrate a uomini e cavalli del vescovo, la prestazione d’opera. Facciamo attenzione ai verbi “dispositivi”. Sono espressi in prima persona plurale (plurale maiestatis), riferendosi ovviamente all’imperatore. Quindi tutti i poteri trasmessi in realtà sarebbero quelli del re. Verbi tipici sono concedere, largiri (permettere), trasfundere (trasferire), delegare. I termini sono a volte opposti, ad esempio trasferire e delegare, oggi sono diversi: la delega prevede anche la revoca, il trasferimento no. Quindi il potere concesso è dato dal semplice “accumulo” dei termini. Il Vescovo di Parma (e i suoi successori) hanno lo ius (diritto) e il dominium (dominio e sovranità) autonomi. il Vescovo diventa un “signore” indipendente. Il documento è un’alienazione o una donazione. Il potere è donato come se fosse una proprietà privata. Il Vescovo non diventa funzionario dell’impero, non è nominato conte anche come se fosse conte, e neppure diventa feudatario. Non c’è richiamato al rapporto vassallatico-beneficiario. Il Vescovo non amministra per conto di Ottone. Quindi non è un conte. Il Vescovo non è feudatario poiché non presta omaggio vassallatico. Il dominium non è un comitatus e non è un feudo. È errata la definizione di Vescovi-Conti, che sarebbero funzionari addirittura infeudati delle contee. Il Vescovo di Parma è un dominus , ovvero un signore-padrone esercitante il suo potere su Parma e sui cittadini e i loro beni. Questo potere è definito “signoria locale” o dominatus loci. Con dominatus loci intendiamo i poteri signorili o poteri locali che comprendono le varie forme di “signoria territoriale” del X e XI secolo (periodo dell’ordinamento signorile). Nella “signoria territoriale” del X e XI rientrano varie categorie: ● dignitari ecclesiastici e abati; ● conti o funzionari pubblici di antica derivazione carolingia che aveva patrimonializzato la carica; ● le spinte dal basso provenienti alla signoria fondiaria e dal processo di incastellamento che aveva formato le signorie di banno e di castello; Schema “allodialità del potere”, secondo Giovanni Tabacco Il potere è localizzato, nelle mura, nei corsi d’acqua e nella persona stessa che esercita tale potere.
Il dominatus loci è una visione del potere lontana da Carlo Magno (VIII-IX secolo) e dall’epoca feudale (XI-XIII). La concezione “signorile” del potere è stata definita da Giovanni Tabacco l’ allodialità del potere. Il potere pubblico è trattato come un allodio. L’allodio, in lingua germanica indicava la proprietas , la proprietà piena, che è alienabile per donazione o trasmissione ereditaria. Tutto questo processo è dovuto dalla dissoluzione dell’ordinamento pubblico in seguito alla crisi dell’impero carolingio. Ottone cercava di ristabilire la sacralità dell’Impero per connettere una serie di poteri autonomi. questi poteri erano conti, duchi e marchesi che non erano più funzionari pubblici ma erano divenuti nel corso del tempo signori locali ( domini loci = padroni di terre, uomini e diritti). Probabilmente il Vescovo Uberto già esercitava questa carica e Ottone I la legittimava. Probabilmente Uberto era contestato da altri signori e Ottone concesse la proprietas , ossia il ius (diritto) e il dominium (potere localizzato). L’imperatore conservava il diritto di protezione delle chiese e quindi su Parma indirettamente. Ottone si procurava un alleato importante, come il Vescovo Uberto. Tabacco indica il processo come una concessione iure proprietario (a titolo di proprietà). La cancelleria seguiva procedure rigide (ripartizione del testo e le formule) e distinzione dei compiti (chi componeva e chi dettava e chi ricopiava e chi apponeva il sigillo). Il testo presenta: ● Invocatio : invocazione ● Intitulatio : intitolazione del re ● Arenga : la premesse al testo e le motivazioni etico-politiche Ottone aveva il fine di “esaltare” le chiese, insomma di proteggerle. Così facendo si procurava un alleato prezioso. Altre parti sono: ● Narratio : narrazione della concessione e i motivi per cui è concessa ● Dispositio : chiarificazione delle disposizioni concesse La diplomatica si occupa dello studio dei diplomi: indagine sulle formule e gli scarti dell’uso fatti da una determinata cancelleria. La diplomatica è sorta proprio per certificare l’autenticità e le numerose falsificazioni. Il monaco benedettino francese, Jean Mabillon (1681), scrisse il primo trattato De re diplomatica. Altra scienza chiamata in causa è la sigillografia. Molto importante anche l’archivistica. La filologia testuale svolge il ruolo di smascheramento del falso. Nel 1440 con l’opera DE falso credita et ementita Constantini donatione declamatio, l’umanista Lorenzo Valla dimostrò con prove linguistiche e stilistiche la falsità della Donazione di Costantino. Questo atto avrebbe dovuto testimoniare la Donazione di Costantino al Papa per quanto riguardava il dominio temporale sull’Occidente. Ma questa era una falsificazione, confezionata ad arte nell’VIII secolo. Valla dimostrò la falsità del documento grazie alla sua eccelsa
Nell’archivio di Stato di Napoli era conservata una pergamena di forma quadrata e scritta in “ curiale amalfitano ”. Questa fonte è andata distrutta durante la 2° Guerra Mondiale. Era compresa in una raccolta di documenti prodotti nel ducato di Amalfi prima della conquista normanna (1073). Il ducato di Amalfi era un minuscolo stato costiero che si era reso autonomo dall’impero bizantino. Il documento è un contratto privato del 1034. Tratta di uno scambio di beni (permuta) fra Maria e suo padre Giovanni. Maria cede la parte di un mulino ad acqua ad Atrani, in cambio di una cassa e una coperta di lana. Molte parole erano illeggibili. La filologia e la diplomatica hanno sviluppato un linguaggio convenzionale fatto di segni e usi particolari, ad esempio la croce rinvia all’invocazione a cristo. Il contratto era redatto dal notaio. Era scritto in un linguaggio ricco di formule fisse. Il notaio è un professionista della scrittura. Gode della pubblica fiducia e dà validità pubblica a ciò che scrive o meglio ciò che roga. Si tratta di una originale creazione del Medioevo. Ad Amalfi il notaio era detto scriba. Poi a partire dal XI è detto curiale ⇒Nel Medioevo i notai si tramandavano una serie di forme che garantivano l’autenticità degli atti. Ad esempio dalla grafia: la curiale amalfitana indicava la grafia dei notai amalfitani, difficilmente leggibile per chi non apparteneva a questa professione. Quindi l’attività notarile si trasmetteva tramite rapporto privato di apprendistato. In altre aree ogni notaio aveva il proprio sigillo di riconoscimento. Chi utilizza un atto del genere deve conoscere le modalità di produzione e le formule. È necessario fare ricorso anche alla diplomazia. L’atto presenta la datazione del ducato e non quella normale. Quindi bisogna conoscere la successione dei duchi di Amalfi per calcolare l’anno. ⇒Nel Medioevo si suddividevano gli anni in cicli di 15 anni. Questa era l’indizione. L’anno indizionale cominciava il 1 Settembre e finiva il 31 agosto. Nel testo si fa riferimento al secondo anno di indizione (è il 1034 o il 1049).
Questo atto può aiutarci a tracciare un ritratto della società, dell’economia e della mentalità amalfitana dell’XI secolo. Innanzitutto possiamo conoscere il “diritto privato” dell’epoca. Fra le competenze dello Stato non rientravano gli atti di compra-vendita, o di eredità o di donazione o di formazione di un’azienda. Il diritto non era prerogativa dello Stato ma della società civile. Maria, Giovanni e Anna avevano le stesse prerogative giuridiche, si riconducevano alla tradizione delle “legge romana”. Invece a Salerno le donne non compivano le proprie transazioni economiche liberamente ma erano soggette al mundualdo (un tutore, padre o marito o arimanno). Il Mundio (o Mundeburdio), in latino medievale mundium (dall’ antico inglese mundeburdio), indicava, nelle società germaniche dell’Alto Medioevo, una netta demarcazione fra gli uomini liberi, che fanno parte a pieno titolo del popolo e tutti gli altri. Godevano dei pieni diritti solo i capifamiglia in grado di portare le armi. Non erano liberi di comparire davanti alla giustizia, gli schiavi, i “commendati” (uomini davvero poveri), le donne, i figli. Tutti questi erano soggetti alla “mano” dell’uomo libero, che è tenuto a proteggerli e rappresentarli in giudizio. Quindi la donna è soggetta al mundio del padre e del futuro marito. Il Mundio perderà significato, ad eccezione della sfera familiare, con l’avanzare della Signoria di Banno. Nel diritto domestico le consuetudini germaniche verranno abbandonate dal Mille in poi. Le formule sono prolisse e l’atto è pienamente formale. È pieno di formule di cautela. Questo atto indicava una permuta perpetua. Oggi ci sarebbe il rinvio all’articolo. Le formule di questa fonte indicavano i limiti dell’azione giudiziaria. Nel documento è presente anche la sanctio (ovvero la sanzione) di 30 bisanti qualora non si fossero rispettati gli accordi. Il notaio aveva una cultura pratica, che non rispetta i casi e l’ortografia e coniuga male i verbi e introduce vocaboli sconosciuti. Si tratta di una lingua artificiale, redatta in due originali, poiché ciascuna delle parti conservava il suo. La scrittura si estende alle situazioni familiari, sociali e politiche. La fonte indica le oscillazioni fonetiche dei volgari meridionali, addirittura di vocaboli derivati dal greco medievale. L’atto va analizzato secondo la lingua italiana, la dialettologia e la lessicografia. L’atto descrive una realtà concreta. Essa rappresenta contratti di nomi di centri abitati, località, oggetti e arnesi. L’atto è importante per la gestione del mulino ad acqua. Nel ducato di Amalfi la proprietà dei mulini era divisa in quote, non in quantità ma in durata. Maria cedeva la propria porzione di durata. I ricavi e le spese si dividevano in base alla suddivisione fra i vari proprietari in base alle quote-durate. Le quote durate erano esercitabili in giorni e non in interi mesi. Lo studioso Mario Del Treppo pensa a una commercializzazione assai sviluppata dei mulini. Ripartire le quote-durate significava ripartire il rischio degli
Iscrizione sulla facciata del Duomo di Pisa, in cui si ricorda la fondazione della chiesa, finanziata con il bottino di una spedizione militare contro la città di Palermo;
al 1052 dalla dinastia araba dei Kalbiti→ 1064, musulmani dell’isola erano oggetto di attacchi da parte dei fratelli Altavilla, i normanni Guiscardo e Ruggero→ pisani ne approfittano ⇒ ciò che interessa al committente non è il motivo o l’esattezza storica, ma la celebrazione dei valori