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Analisi delle tematiche del Liber dei Carmina di Catullo
Tipologia: Dispense
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Catullo , Carmina , LXXII Il carme LXII del Liber catulliano ci fornisce una lettura del tutto nuova ed emozionante della evoluzione del sentimento amoroso nella sua nella fase finale, quella del discidium. Nello spazio di quattro distici elegiaci, l’autore esprime tutto il proprio dissidio interiore dovuto alla consapevolezza dei tradimenti dell'amata Lesbia, che da una parte aumenta il suo desiderio, dall'altra diminuisce in lui la stima per la donna. Il carme è diviso in due parti, perfettamente scandite dagli avverbi di tempo quondam al v 1, cui seguono verbi al passato ( Dicebas , Dilexi ) e Nunc al v 5, seguito da verbi al presente ( uror , es ). Il primo contrasto, la prima nota di discordia nell’amore tra i due è proprio questa: alle promesse illusorie e ai giuramenti convenzionali della donna (“ Dicebas…nec prae me velle tenere Iovem ”) si oppone la rottura attuale del patto di fides , che vede il poeta vittima di una tale iniuria. Ne consegue una vera dissociazione, in Catullo, tra la componente erotica e sensuale dell’amore ( nosse , tenere , uror , amare ) e quella affettiva ( dilexi , diligit , bene velle ). Questo contrasto è interno al poeta, effettivamente dissociato tra due antitetici stati emotivi, resi perfettamente nell’antitesi finale: amare magis sed bene velle minus. E’ una sensazione lancinante, un dolore che non trova sollievo, va oltre la ragione, una vera disperazione fisica e psicologica, come ci ricorda il verbo excrucior del famoso Odi et amo. L’opposizione si dipana a livello semantico in tutto il carme, fin dal primo verso: così vulgus si oppone a pater e amantem a gnatos e generos , a rappresentare un amore, quello di Catullo, fondato su fides , pietas familiare, cui si oppone quello di Lesbia, che è infrazione di ogni vincolo e di ogni ius civile ( Iniuria ). La domanda che l’autore pone a sè stesso ( Qui potis est?) è retorica e il lettore è in grado di immaginare una risposta epigrammatica e fatale: est (“accade”). Così termina anche Odi et amo : Nescio, sed sentio et excrucior. Il nodo è insolubile per definizione. Catullo smaschera, una volta per sempre, le contraddizioni dell’amore nelle sue varie componenti e ci dice, fuor di metafora, che esso è eros , gioia, entusiasmo ma anche dolore, lacerazione che valica le possibilità terapeutiche del ragionamento lineare e razionale. E’ un mistero potente nella sua essenza, che esiste con chiarezza, ma non trova spiegazione. Catullo è, a una lettura superficiale, vittima della traditrice, in quanto ingannato e abbandonato. Eppure al Catullum in terza persona del primo verso, succede il Catullo in prima persona della seconda parte, l’uomo che ha il coraggio di affermarsi, di caricarsi sulle spalle il dolore. Nunc te cognovi è un’affermazione dura e lapidaria, l’io lirico ha conosciuto la vera natura della donna, senza mistificazioni di sorta ( es vilior et levior ); emerge, dal confronto, come pienamente consapevole non solo della differenza tra lui e Lesbia, ma anche della superiorità del suo modo di amare, che è onnicomprensivo, affettivo e sanguigno come quello di un padre per i figli; di conseguenza non si lascia svilire. Non conta più quanto vile sia la donna, le antitesi si susseguono ossessive a rimarcare la differenza: Il poeta è migliore, non è come Lesbia; di conseguenza non recrimina, non ricerca, non rimpiange ma soltanto ricorda. Egli ha avuto la forza di conoscere la verità nel profondo, ecco perchè cognovi si oppone al nossem di Lesbia, donna frivola, incapace di vero sentimento, così come il bene velle di Catullo non ha, nonostante l’eros perduri, nulla a che vedere con il velle tenere di Lesbia. Ecco che, la sofferenza, porta alla lacerazione ma anche a una ritrovata integrità.