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Il Genocidio degli Indiani d'America: Storia, Cultura e Rappresentazione nel Cinema, Sintesi del corso di Storia Contemporanea

Libro di studio per il corso di storia contemporanea.

Tipologia: Sintesi del corso

2019/2020

Caricato il 19/03/2020

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I sentieri delle lacrime
Quando le lacrime diventano parole e le parole pietre
Madre natura, amata e temuta
Il primo approccio verso gli anni 60-70 nei confronti delle vicende degli indiani d’America è stato
attraverso i film. Gli indiani erano rappresentati come dei primitivi da massacrare ma negli ultimi
decenni il cinema americano ha cominciato a proporre film di tenore profondamente diverso dove
gli indiani sono dei mitici eroi e non vittime sacrificali dei bianchi.
Gli indiani, nei tempi in cui Colombo era stato il primo a chiamare Indiani quelli che erano invece
nativi americani, erano uomini alti e ben fatti e non si notava nessun mostro come ci si poteva
aspettare. Erano abili a lavorare rame e ceramica, a macinare, conservare semi e frutta e si
esprimevano anche attraverso la pittografia disegnando su pelli di animali, rotoli di corteccia
d’albero raccontando guerre o storie di caccia, canzoni, preghiere. Erano eccellenti botanici, le
donne si impegnavano nell’agricoltura e gli uomini nella guerra, caccia e pesca. Le tribù erano
soprattutto seminomadi e avevano costumi sessuali molto liberi; era facile sposarsi e divorziare e
l’omosessualità era accettata.
Lo sposo viveva con la famiglia della sposa. Il divorzio era ottenuto col consenso dei congiunti
mentre la sterilità era un motivo sufficiente per repudiare la sposa. Un marito tradito cambiava
semplicemente moglie. I bambini venivano allattati fino ai 4 anni per mancanza di latte animale e ai
mariti era proibito parlare direttamente alla suocera e viceversa, onde evitare liti. Tutto doveva
passare attraverso le moglie, padrone assolute della tende e dell’alloggio.
All’epoca il Nord America era popolato da circa un milione di nativi, divisi in oltre 400 tribù con più
di 300 famiglie linguistiche. Ma i bianchi portarono anche malattie ed epidemie a cui gli indiani
erano impreparati non avendo gli anticorpi. A causa di queste epidemie e dei primi massacri attuati
dai bianchi già nel 1500 Las Casas scisse una Breve relazione della distruzione degli indiani (1542).
Gli indiani rispettavano e veneravano gli elementi naturali e ognuno nutriva un sacro rispetto per
Madre Natura. Gli animali più ricercati erano il caribù, il daino, l’alce e il castoro ma soprattutto il
bisonte, per loro animale sacro. I bisonti, infatti, venivano uccisi per nutrirsi, per ricavare pelli
necessarie per la costruzione di tende, per gli indumenti. Le ossa e corna aveva una funzione
ornamentale e perfino lo sterco veniva usato, dopo essere esiccato, come combustibile per il fuoco.
Nel periodo della costruzione della rete ferroviaria i bianchi attuarono lo sterminio di massa dei
bisonti per rendere sicuro il passaggio del treno, per procurare cibo agli operai ma soprattutto per
togliere ogni possibilità di sopravvivenza agli indiani.
Anche i cavalli giocavano un ruolo importante nella vita degli Indiani. Questi, inoltre, pregavano
sugli animali uccisi durante la caccia spiegando la necessità di quella morte con la propria
sopravvivenza.
Gli indiani, inoltre, attribuivano grande importanza al simbolismo dei sogni e a quello dei colori:
l’azzurro rappresentava l’aria e l’acqua, il bianco la purezza e la pace, il blu il cielo, il giallo la terra e
le rocce, il nero la notte e la morte, il rosso il sangue e l’amore, il verde la natura e l’ambiente.
Il silenzio, il tempo, il viaggio, il culto dei morti
Per gli indiani la via della purificazione spirituale passava attraverso la danza del sole. Amavano il
silenzio considerandolo dopo la parola il secondo potere del mondo e vedendolo come
meditazione, introspezione, riflessione, revisione spirituale, concentrazione e contemplazione. Era
una ragione di stile e di puntuale insegnamento, lo strumento attraverso il quale assorbire il
pensiero dell’altro filtrandolo attraverso la propria intelligenza e sensibilità. Alcuni grandi capi
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I sentieri delle lacrime

Quando le lacrime diventano parole e le parole pietre

Madre natura, amata e temuta  Il primo approccio verso gli anni 60-70 nei confronti delle vicende degli indiani d’America è stato attraverso i film. Gli indiani erano rappresentati come dei primitivi da massacrare ma negli ultimi decenni il cinema americano ha cominciato a proporre film di tenore profondamente diverso dove gli indiani sono dei mitici eroi e non vittime sacrificali dei bianchi.  Gli indiani, nei tempi in cui Colombo era stato il primo a chiamare Indiani quelli che erano invece nativi americani, erano uomini alti e ben fatti e non si notava nessun mostro come ci si poteva aspettare. Erano abili a lavorare rame e ceramica, a macinare, conservare semi e frutta e si esprimevano anche attraverso la pittografia disegnando su pelli di animali, rotoli di corteccia d’albero raccontando guerre o storie di caccia, canzoni, preghiere. Erano eccellenti botanici, le donne si impegnavano nell’agricoltura e gli uomini nella guerra, caccia e pesca. Le tribù erano soprattutto seminomadi e avevano costumi sessuali molto liberi; era facile sposarsi e divorziare e l’omosessualità era accettata.  Lo sposo viveva con la famiglia della sposa. Il divorzio era ottenuto col consenso dei congiunti mentre la sterilità era un motivo sufficiente per repudiare la sposa. Un marito tradito cambiava semplicemente moglie. I bambini venivano allattati fino ai 4 anni per mancanza di latte animale e ai mariti era proibito parlare direttamente alla suocera e viceversa, onde evitare liti. Tutto doveva passare attraverso le moglie, padrone assolute della tende e dell’alloggio.  All’epoca il Nord America era popolato da circa un milione di nativi, divisi in oltre 400 tribù con più di 300 famiglie linguistiche. Ma i bianchi portarono anche malattie ed epidemie a cui gli indiani erano impreparati non avendo gli anticorpi. A causa di queste epidemie e dei primi massacri attuati dai bianchi già nel 1500 Las Casas scisse una Breve relazione della distruzione degli indiani (1542).  Gli indiani rispettavano e veneravano gli elementi naturali e ognuno nutriva un sacro rispetto per Madre Natura. Gli animali più ricercati erano il caribù, il daino, l’alce e il castoro ma soprattutto il bisonte, per loro animale sacro. I bisonti, infatti, venivano uccisi per nutrirsi, per ricavare pelli necessarie per la costruzione di tende, per gli indumenti. Le ossa e corna aveva una funzione ornamentale e perfino lo sterco veniva usato, dopo essere esiccato, come combustibile per il fuoco.  Nel periodo della costruzione della rete ferroviaria i bianchi attuarono lo sterminio di massa dei bisonti per rendere sicuro il passaggio del treno, per procurare cibo agli operai ma soprattutto per togliere ogni possibilità di sopravvivenza agli indiani.  Anche i cavalli giocavano un ruolo importante nella vita degli Indiani. Questi, inoltre, pregavano sugli animali uccisi durante la caccia spiegando la necessità di quella morte con la propria sopravvivenza.  Gli indiani, inoltre, attribuivano grande importanza al simbolismo dei sogni e a quello dei colori: l’azzurro rappresentava l’aria e l’acqua, il bianco la purezza e la pace, il blu il cielo, il giallo la terra e le rocce, il nero la notte e la morte, il rosso il sangue e l’amore, il verde la natura e l’ambiente.

Il silenzio, il tempo, il viaggio, il culto dei morti  Per gli indiani la via della purificazione spirituale passava attraverso la danza del sole. Amavano il silenzio considerandolo dopo la parola il secondo potere del mondo e vedendolo come meditazione, introspezione, riflessione, revisione spirituale, concentrazione e contemplazione. Era una ragione di stile e di puntuale insegnamento, lo strumento attraverso il quale assorbire il pensiero dell’altro filtrandolo attraverso la propria intelligenza e sensibilità. Alcuni grandi capi

indiani, come Cavallo Pazzo, praticavano il silenzio come meditazione, autocontrollo ed era preso in considerazione anche per questo da tutta la sua tribù.  Il tempo, per loro, aveva un aspetto ambivalente, più cresciamo, più diminuiamo. L’identità era inseparabile dalla memoria.  Erano amanti dei viaggi che si effettuavano di norma due volte l’anno per spostarsi nel campo estivo e in quello invernale o per la caccia. Il viaggio era un mettersi alla prova, andare alla ricerca della propria anima, non tanto per cercare nuove terre ma per avere nuovi occhi.  L’intensa spiritualità degli indiani aveva portato anche la Chiesa di Roma e i protestanti, talvolta, a ritirare i loro missionari perché ne subivano il fascino. Per converso, gli indiani non accettavano le critiche da parte dei missionari sulla facilità dello sposarsi e del divorziare, e la non colpevolizzazione dell’omosessualità.  Non comprendevano il concetto di paradiso e lo spirito del defunto, per loro, si recava in uno splendido territorio di caccia, continuando a detenere gli strumenti utilizzati ella sua vita. Nella piattaforma sotto il morto, inoltre, il suo cavallo preferito veniva strangolato e moriva con lui.

Tecniche di guerra e genocidio  L’indiano accolse l’uomo bianco come una sorta di Dio infelice, altrimenti perché avrebbe dovuto lasciare la propria patria, affrontando i pericoli del mare? Per compassione gli lasciò costruire case, accampamenti e lo nutrì durante i rigidissimi inverni. Gli uomini bianchi poi sapranno ripagarli con ben altra moneta quando comincerà la cosiddetta colonizzazione.  I pionieri attirati dalle opportunità di nuove terre, di una nuova casa, di una vita diversa per loro e i loro familiari si lanceranno al cospetto di una natura da dominare e di Indiani da eliminare. Questi ultimi all’inizio furono tenuti a basa da ingannevoli accordi per poi spesso essere massacrati in modo sistematico e infine rinchiusi dopo viaggi estenuanti e disperati (i cosiddetti “sentieri delle lacrime”) verso le famigerate riserve.  Nel 1804 il presidente Jefferson aveva incaricato due ufficiali, Clark e Lewis, di esplorare il selvaggio West. Fu così che i due intrapresero una memorabile spedizione che li portò fino al Pacifico. Allorquando i coloni si resero conto del mercato delle pellicce se ne sviluppò un’incetta sistematica ad opera di avventurieri senza scrupoli che li barattarono con oggetti di nessun valore. I mercanti di pellicce, i trappers , frequentavano assiduamente gli Indiani mutando persino le proprie abitudine.  Terminata la guerra di secessione (1861-1865) gli Americani ebbero la certezza che nei territori indiani ci furono grandi quantità di oro. Cominciava l’epoca del West e agli indiani non restava altro che difendersi.  Dal 1600 al 1800 si contarono 311 racconti di prigionia che divennero un vero e proprio genere letterario. I prigionieri venivano adottati dalle famiglie indiane ed in particolare i bambini, dimenticando la lingua d’origine e diventando indiani a tutti gli effetti e se venivano ripresi dai bianchi spesso fuggivano per ritornare nella famiglia adottiva.  La maggior parte degli indiani praticava lo scalpo e grazie a questo, il guerriero riteneva di acquisire la forza del nemico. Lo scalpo veniva tolto al morto ma capitava non di rado che il nemico fosse apparentemente morto e in questo caso pochissimi sopravvivevano alla terribile mutilazione.  Nel 1866 i Sioux di Nuvola Rossa attaccarono gli uomini del colonello Carrington che costruivano fortini, attirandoli in imboscate. L’unico modo di attaccare i forti difesi dall’artiglieria era quello di attirare i soldati all’esterno con stratagemmi vari, utilizzando tecniche di guerriglia. Gli indiani di nascondevano dietro le rocce o dietro gli alberi operando a gruppi ristretti, attuando imboscate e attaccando ai lati. Essi erano maestri nell’occultare le proprie tracce arrivando perfino a indossare i mocassini al contrario, a condurre i cavalli a mano per credere di averli sfiancati e indurre il nemico

gli indiani dalle loro terre ed impongono loro umilianti condizioni. Il tentativo del capo Pontiac di creare una lega delle tribù del Nord non ebbe successo e, anzi, pagò la sua fedeltà quando nel 1783 l’Unione Americana riuscì ad annettersi il Mississippi. Il presidente Jackson, grande nemico degli Indiani, estese la giurisdizione unionista rilegandoli nelle Grandi Pianure, il cosiddetto “grande deserto americano”, dove molti indiani morirono.

- La quarta fase (fino al termine della guerra di Secessione nel 1865) segna il periodo di una grande espansione che vide la conclusione della conquista dell’Ovest con la cosiddetta “rush gold”, la corsa per la ricerca dell’oro che spostò enormi masse di individui provenienti da Est sotto la minaccia della crisi economica. Le malattie e la fatica della traversata, unite agli attacchi degli indigeni, furono fatali per molti di loro, ma alla fine questa nuova comunità si costituì in istituzione e chiese l’ammissione nell’Unione come Stato sovrano insieme al New Mexico. La questione indiana passò dal Ministero della Guerra a quello degli Interni e parve recuperare un minimo di libertà, la quale però venne subito persa. - Nell’ ultima e quinta fase (dal 1865 al 1891) il popolamento delle terre contese riceve un colpo mortale con l’ Homestead Act del 1863. La grande prateria americana divenne terreno per l’agricoltura e l’allevamento del bestiame. Nasce in questo periodo la figura del cow boy nel suo ranch. Il presidente Lincoln raccomandò un atteggiamento di protezione e benevolenza verso gli indiani, ma l’avidità di nuove terre portò lo scontro continuo con le tribù.  Tre sono gli episodi più importanti dell’Olocausto degli indiani d’America: - Trail of tears, la Pista delle lacrime: nell’inverno del 1838 gli indiani Cherokee e altre tribù furono cacciati dalla Georgia e costretti ad una lunga marcia forzata per oltre 1600 km attraverso il Tennessee fino all’Arkansas. Il trasferimento avvenne in condizioni eccezionali di gelo e pioggia e oltre 13 mila uomini, donne e bambini furono costretti a marciare in condizioni bestiali, senza cibo e coperte per difendersi dal freddo o medicamenti contro le malattie. Quelli che non ce la facevano venivano lasciati ai margini e morivano assiderati. Durante la traversata morirono più di 4 mila indiani. Fu lo stesso parlamento della Georgia a giudicare nulli i titoli di proprietà fondiaria attribuiti agli indiani ed inefficaci i trattati a loro favore. I Cherokee ricorsero alla corte federale ma questa, per voce del presidente Marshall, dichisrò che della questione doveva occuparsene il governo federale. Con l’aiuto del presidente Jackson la Georgia scacciò gli indiani dalle loro case sotto la minaccia delle armi. Si arrivò nel 1835 al “trattato di sgombero”, poi perfezionato nel ’36, secondo il quale i Cherokee vendevano tutto quanto possedevano ad oriente del Mississippi per 5 milioni di dollari in cambio di un terreno ad occidente. Temendo una reazione violenta da parte degli indiani il Governo federale mandò delle truppe a disarmarli ma il generale incaricato si rese conto che erano loro ad aver bisogno di protezione e non il contrario. La deportazione iniziò nel 38. Gli indiani venivano prelevati nelle loro abitazioni poi trasferiti in campi militari e da lì partivano per il viaggio, una via crucis orribile. - Il massacro di Sand Creek: spezzò definitivamente ogni legame tra bianchi ed indiani delle pianure. Questa miserabili carneficina costò la vita a circa 300 pellerossa, tra Cheyenne ed Arapaho. L’antefatto sta in una serie di litigi con i bianchi, per via del furto del bestiame che venne punito dall’esercito americano con spietate azioni di rappresaglia, ma anche nella scoperta dell’oro. Il flusso migratorio dei cercatori era di enorme di enorme fastidio alle tribù e con la consueta tecnica della guerriglia cercarono di vendicarsi attaccando le diligenze e le stazioni di posto o incendiando i ranches. Il rappresentante degli Cheyenne era stato a Washington per delle trattative con Lincoln ma non ebbe molti risultati. Il più feroce sostenitore della lotta contro gli indiani era il colonello Chivington che il 29 novembre 1864 mandò uno

squadrone sull’insediamento dei Black Kettle per compiere un massacro. Il famoso Kit Karson, che aveva combattuto contro gli indiani ma li rispettava denunciò il massacro come opera degna di vigliacchi e di cani.

- L’eccidio di Wounded Knee: attorno al 1890 tutti gli indiani erano stati confinati nelle riserve. Prese corpo, in questo periodo, la predicazione di Wovoka convinto che con una danza particolare il Messia fosse ritornato sulla terra in veste di pellerossa per ristabilire i diritti. Così cantando e ballando, ebbri di stupefacenti e di misticismo, gli adepti crollavano a terra sostenendo di aver incontrato gli spiriti trapassati. La scintilla ci fu quando dal fucile di un giovane indiano, insofferente per essere stato brutalmente disarmato, partì un colpo di carabina. L’esercito rispose a cannonate uccidendo nell’accampamento donne e bambini. La carneficina durò qualche ora e nel complesso furono 300 i pellerossa ad essere uccisi.

La questione indiana fra assimilazione e consenso

 La serie di massacri e la politica di sterminio avevano comportato costi pesantissimi da entrambe le parti e non solo in termini di vite umane. Ogni indiano morto era costato circa un milione di dollari.  Già a partire dagli ultimi anno dell’Ottocento gli Stati Uniti si vedono al centro di una fase di grande sviluppo e anche al livello sociale si registra un notevole fermento dovuto al flusso di immigrati che sopraggiungono dalle zone più povere dell’Europa del tempo.  La realtà tribale indiana costituisce, però, un fattore di potenziale instabilità nella società americana. Ad aggravare la situazione contribuisce la diffusa convinzione dell’inferiorità culturale, sociale oltre che economica del popolo indiano. Il paradigma ideologico dominate in quegli anni era il darwinismo sociale. Secondo questa visione l’evoluzione delle culture seguirebbe un percorso unilineare che va dal gruppo culturale più basso a quello più alto. Essi vengono misurati in base allo scarto che li distanziano dal modello più alto, ossia quello dei bianchi. Il popolo indiano, quindi, non era capace di reggere il confronto e il ritardo economico.  Già nel 1896 studiosi come l’antropologo Boas o il sociologo Ward evidenziano come la tesi darwinista si fondi su di un’errata comprensione dell’evoluzione sociale. Ogni cultura fiorisce e si sviluppa seguendo un percorso non predeterminato, ma soggetto all’influenza dell’ambiente che l’accoglie e delle esperienze che in esso si maturano.  Già nell’Ottocento fino al primo decennio del Novecento, i Christian Reformers , un gruppo di ispirazione religiosa a maggioranza protestante, testimonia la possibilità di progresso delle popolazioni indigene mediante un programma di civilizzazione teso alla redenzione dei nativi dal loro stato di inferiorità. La chiave di volta offerta dai riformatori era nella trasmissione dei valori cristiani propri della maggioranza bianca e protestante.  Si passerà inoltre dal genocidio all’etnocidio. Con la legge Dawes si arriva alla conclusione che le tribù costituiscono il fulcro culturale degli indiani e che si devono attuare dei cambiamenti nell’ambito di territorio, scuola e sanità. Il proposito che animava la legge era quello di infrangere il tribalismo indiano. Ciò veniva perseguito attraverso lo smembramento delle terre comprese nelle riserve in maniera tale da privare gli indiani di quella unità territoriale che sosteneva la coesione tribale.  Ai nativi si faceva obbligo di coltivare la terra e di amministrarla in modo produttivo ma in realtà il governo manteneva un forte controllo sui lotti assegnati. L’estensione a tutte le riserve della parcellizzazione territoriale mise nelle mani dello Stato Federale uno strumento di arricchimento senza precedenti.

 Uccidere all’arma bianca, salvare un compagno moribondo, sottrarre i cavalli e i fucili del nemico conferiva gloria e fama. La loro massima risorsa risiedeva nella tattica, il loro stile di combattimento si adattava perfettamente alle condizioni del luogo ed erano sufficienti brevi calcoli e poche osservazioni per capire le mosse del nemico e i suoi spostamenti. Amavano l’effetto sorpresa, mimetizzarsi con l’ambiente, i combattimenti corpo a corpo e utilizzavano molto bene il cavallo.  I prigionieri venivano condotti presso i loro villaggi che si sarebbero trasformati per i malcapitati in luoghi di morte. Generalmente, durante il tragitto ai detenuti venivano inferti anticipi di servizi e di percosse e una volta giunti a destinazione una mescolanza di odio e di cerimonie tribali accompagnavano le pratiche della punizione.  La consegna di armi da fuoco segnò un momento di svolta tra le popolazioni indiane e a queste era rimasta solo la speranza che l’uomo bianco avesse una pessima mira.

Tecniche e produzione di fabbricazione delle armi indiane  La principale arma impiegata dai pellerossa era l’arco, che in 5 mila anni subì molteplici trasformazioni. La grande innovazione nella fabbricazione di archi fu rappresentato dall’impiego del tendine animale che venne applicato alla struttura lignea dell’arco e che conferiva ampia proprietà elastica durante lo sforzo di tensione.  La quantità di collante che fissava la punta all’asta della freccia era strettamente dipendente dalla tipologia del dardo. Una freccia da caccia presentava una punta allungata, quella da guerra era assicurata al legno debolmente, questo favoriva il distacco della punta nella ferita appena il fendente colpiva il nemico. Tali lavorazioni consentivano di raggiungere migliori risultai sia in termini di forza di gittata della freccia, che di praticità nelle fasi di progettazione.  Di norma i corni provenivano da bisonti, elk o caribù, venivano applicati al ventre dell’arco e creavano un contrasto con l’elasticità manifestata dalla combinazione legno-tendine, migliorando sensibilmente l’effetto gittata.  Il frassino era il legno più spesso impiegato nelle pianure settentrionali, mentre il tasso e il ginepro fornivano la materia prima alle tribù di altre aree regionali. Sulla West Coast i migliori legni erano il frassino, il ginepro e l’hickory.  Nelle differenti regioni gli archi si distinguevano non solo per il tipo di legno ma anche per le decorazioni. L’arco, infatti, doveva essere maneggevole, preciso, funzionale, ma anche bello. Alcuni potevano avere elementi decorativi di pelle di anatra selvatica con piume verdi iridescenti o con piumaggi azzurri dei picchi.  La varietà di archi implicava analoghe differenze anche tra le frecce e il tomahawk completava il semplice arsenale di un guerriero indiano. Si trattava di una mazza, o ascia da guerra, costruita in pietra, corno o legno, che portava all’estremità una lama di metallo. Pare sia stato l’uomo bianco a introdurre quest’arma ma di sicuro gli indiani lo perfezionarono e fecero di questo strumento una temibile arma da lancio.

Gli effetti di una guerra sleale  La terra non era la sola causa dei conflitti, ma spesso le virtù virili che li animavano avevano per oggetto l’espressione della supremazia e della gloria, senza poi contare il significato religioso della lotta stessa.

 Impossibile cercare nella guerra esempi di etica, lealtà e di correttezza e seppur esistente la presenza della morale nello scontro perde la propria natura. Nelle lotte tra visi pallidi e pellerossa risulta insensato ricercare esempi di etica giacché le forze espresse da parte dell’uomo bianco ebbero ben altra forma rispetto alle virtù virili possedute dall’abile stratega.  La guerra batteriologica fu esportata nel nuovo mondo e fatta conoscere a dure spese ai nativi. A Fort Pitt, ad esempio, degli indiani vennero invitati a parlamentare per trovare un accordo e nell’occasione furono loro donate coperte e biancherie infette, appartenenti a malati di vaiolo.  Il vaiolo a causa delle diversità climatiche presenti nelle regioni europee contribuì ad aumentare di gran lunga il tasso di mortalità. L’uomo bianco, inoltre, si adoperò ad introdurre tra i nativi anche l’alcool, solo dopo aver avuto visione e conferma degli effetti deleteri che provocava sui loro integri organismi.  Oltre all’inganno e all’avvelenamento, l’uomo bianco pensò che anche la sottrazione delle risorse alimentari alle nazioni pellerossa più irreprensibili fosse un’abile strategia per assicurarsi definitivamente il dominio delle grandi pianure. In pochi anni intere squadre di cacciatori sterminarono milioni di animali. Per gli indiani era l’inizio della fine e per porre fine alla vessazione non c’era altro modo che la vendetta, per altro sterile.  Ancora oggi gli indiani spesso soffrono ai margini della segregazione e della miseria:

- Secondo lo psicologo Cramer pare che nel chiuso delle carceri vengano commessi i peggiori crimini, torture psicologiche operate con farmaci, tecniche mirate al tracollo della personalità dell’individuo. - Negli anni ’70 del XX secolo si scoprì che la facoltà di medicina dell’Università del Minnesota aveva utilizzato come cavie umane bambini indiani della riserva di Red Lake, allo scopo di osservare le modalità di proliferazione dei batteri streptococchi nelle varie parti del corpo. - L’indiano Ron Two Bulls, nel 1979, denunciò pubblicamente la pratica delle torture pultie, in cui l’obbiettivo era quello di modificare la mente di alcuni detenuti. Al prigioniero fu imposta una pesante guerra psicologica, somministrazioni intensive di psicofarmaci alternate da prigionie forzate da scontarsi in anguste celle.

Il ruolo delle donne tra i nativi del Nord America

L’organizzazione sociale  Le numerose opere cinematografiche sono state viziate da numerosi pregiudizi ideologici, come ad esempio il Grande Capo Indiano, caratterizzato dal vistoso copricapo piumato che impartisce ordini alla tribù.  In realtà, concetti come “capo”, “autorità” o “potere” tra i nativi americani avevano un significato molto diverso rispetto a quello delle società occidentali e in alcuni casi non erano nemmeno presenti nel loro lessico. Nelle diverse centinaia di lingue parlate dai nativi del nuovo continente la figura del capo veniva identificata con l’anziano, il saggio, colui che è degno di essere ascoltato in quanto il capo non dava ordine ma dispensava consigli e suggerimenti. Si spiega così perché tutti i grandi capi indiani erano degli ottimi oratori, ma anche gentili, buoni, generosi e altruisti.  Le tribù e i clan eleggevano di solito un solo “capo”, scelto per la sua saggezza o per il valore e il coraggio dimostrati in guerra; altre volte i capi erano due, uno civile e uno per la guerra. Il potere decisionale, però, era in mano al Consiglio degli Anziani che si riuniva per discutere sulle questioni più importanti e che doveva in ogni caso deliberare all’unanimità.  Nella maggioranza dei casi le popolazioni avevano istituito un tipo particolare di democrazia, alla base della quale c’era la famiglia che seguiva l’asse ereditario della madre. Patrilineare o matrilineare che fosse, la famiglia era comunque il nucleo essenziale ed autosufficiente della

maggiore considerazione rispetto alle bianche, soprattutto se madri, poiché avvolte da un alone di mistero e di importanza, attribuiti alla fertilità sentita come il potere di generare la vita.

L’iniziazione alla vita adulta  Presso tutte le tribù le donne si preoccupavano di insegnare alle figlie le mansioni spettanti alla donna e spiegavano i loro riti sacri attraverso i quali sarebbero diventate donne vere.  Quando una ragazza passava dalla fanciullezza alla pubertà veniva consacrata con cerimonie e riti in cui le donne adulte spiegavano alle giovani il cambiamento che era avvenuto in loro; solo dopo ciò potevano essere richieste in moglie in cambio di un certo numero di cavalli.  Presso i Sioux veniva pronunciato nel carso del rito un voto di castità fino alla matrimonio ma nella maggioranza delle tribù per quanto riguarda l’aspetto sessuale la ragazza era libera e la famiglia stessa accettava il corteggiamento.  Una gravidanza inattesa poteva rivelarsi d’intralcio per un futuro matrimonio, così, fra le tante erbe utilizzate in medicina le donne si tramandavano quelle da usare come anticoncezionale.  Era abituale in alcune tribù il matrimonio di prova che durava alcuni mesi e non era inusuale che la ragazza si sposasse verso gli 11 anni per avere poi il primo figlio verso i 12.  Il matrimonio era simbolizzato dallo scambio di doni tra i genitori della coppia. Ad esempio la sposa portava abiti e gioielli della suocera e lo sposo ricambiava con cavalli, carri, calessi, abiti e gioielli. La famiglia dello sposo faceva più doni e il loro valore rappresentava i grado di stima in cui era tenuta la nuora.  Non era complicato sciogliere un matrimonio e per quanto riguarda i diritti, soprattutto le donne Lakota potevano vantare una condizione più avanzata di quella delle donne bianche. L’illibatezza non era considerata un obbligo o una virtù. Erano loro e solo loro a poter chiedere il divorzio mentre nelle altre tribù a ciascun coniuge era riservato questo diritto.  L’adulterio veniva più o meno tollerato da tutte le tribù ma restava un buon motivo per divorziare. Il marito poteva decidere se punire la moglie o perdonarla e se lo faceva non poteva farlo una seconda volta. Se invece decideva di punirla poteva ricorrere a punizioni terribile, come il raglio del naso o di un orecchio o uccidendola direttamente. Nella maggioranza dei casi però si accontentava di scacciarla dopo averle tagliato una treccia o una consistente ciocca di capelli.

L’incontro con la civiltà dell’uomo bianco  Molti storici affermano che il ruolo delle donne indiane sia stato fondamentale per l’incontro tra le due culture, in quanto i pionieri preferivano avere contatti con le donne perché le consideravano meno ostili e pericolose.  In luoghi dove il numero di donne bianche era molto basso non mancavano matrimoni misti o casi di sfruttamento, di schiavitù o violenza sessuale.  Molte ragazze indiane ebbero modo di imparare la lingua dei bianchi dal momento che le famiglie di appartenenza acconsentirono affinché frequentassero anche saltuariamente le scuole gestite da missionari occidentali. Molte, di conseguenza, diventarono traduttrici e figure di riferimento. Alcune di loro non persero l’occasione per sposare dei bianchi e accrescere il proprio tenore di vita accettando gli usi e i costumi della civiltà dominante.  Un esempio di donna indiana che ricoprì il ruolo di “ponte” fra i due mondi è quella di Donna Uccello della tribù degli Shoshoni, chiamata anche Sacajawea. Dopo essere stata rapita fu venduta ad un boscaiolo franco-canadese che la volle in moglie. Nel 1805 lei e il marito si distinsero come guida della famosa spedizione capitanata da Lewis e Clark, destinata ad aprire una nuova via verso l’Oceano Pacifico. Nel diario dei due la donna è descritta come gentile, intelligente e si racconta che

li condusse insieme al suo bambino piccolo sicura della meta attraverso passi di montagne e terre desolare, era cara e preziosa come l’oro e fu lei a trascinare gli uomini.  Non mancano donne indiane che si distinsero nelle battaglie dei diritti civile per la salvaguardia della cultura dei loro popoli di appartenenza e che furono le voci più sentite di molte associazioni politiche (seconda metà del XIX secolo, e poi ancora nel XX secolo).

Il cinema e gli indiani

 Non esiste un cinema “indiano”, cioè un cinema fatto dagli indiani sugli indiani, ma esiste un cinema che esprime un punto di vista sugli indiani fatto da coloro che sostanzialmente sono i figli degli sterminatori degli indiani stessi. Il cinema, quindi, si avvale solo di una voce e non anche di quella che forse meglio di altre sarebbe preposta a parlare della cultura e della civiltà dei nativi e cioè la voce degli indiani stessi.  Il western infatti è solo il genere che ha dato i natali cinematografici agli indiani d’America, ma che allo stesso tempo ha fatto in modo che essi non fossero i protagonisti assoluti di tale genere. In buona sostanza se si vuole vedere un film in cui ci siano gli indiani si deve vedere un western, ma per vedere un film sulla vita degli stessi non è questo il genere a cui bisogna rivolgersi e quindi non esiste un film “storico” sugli indiani.  Il mito della frontiera e di una nuova terra da conquistare sono la confezione di fondo di un genere che ha tenuto banco fino almeno agli anni 70 e che ha conosciuto la sua crisi più acuta negli anni

  1. Paradossalmente quel genere che tanto aveva inizialmente contribuito a sottolineare gli aspetti negativi, è stato anche quello che ha permesso al grande pubblico di conoscerli meglio e di andarne a ricercare i lati positivi, soprattutto nel caso di John Ford e di Howard Hawks.  Parlare di John Ford significa in buona sostanza parlare di western. Cominciò a lavorare come addetto ai servizi pubblicitari in una fabbrica di calzature. Ma il suo amore per il teatro e per il cinema lo spinsero a raggiungere il fratello, attore e regista di Hollywood. Dopo una lunga gavetta nel 1917 diresse il suo primo film. Nel 1920 sposò Mary da cui avrà due figli. Nella sua lunghissima e straordinaria carriera durata 52 anni, Ford ha girato 132 pellicole fra lungometraggi, cortometraggi e documentari. Tutti i suoi film sono da leggere in chiave western, cioè nella chiave di lettura di questo mito costantemente rivisitato e rivissuto perché un popolo senza storia, memoria o miti è un popolo morto.  Nel centro del mito della frontiera e della nascita degli Stati Uniti si colloca il capolavoro più celebrato dei Ford, Ombre rosse. È tipica la mescolanza di uomini e donne delle più disparate condizioni sociale, uniti dal caso ma anche dal desiderio di cambiare vita e fuggire. Buona parte della vicenda si svolge nello spazio chiuso della diligenza, uno spazio tanto piccolo che simbolizza la prigionia e allo stesso tempo il desiderio di fuga e di conquista di una nuova frontiera dei protagonisti.  Un altro film molto riuscito di Ford è The searchers appartenente al Ford maturo con protagonista John Wayne che affronta il ruolo più complesso e ambiguo della sua lunghissima carriera con un finale che mostra l’assurdità e l’orrore del razzismo.  Sergio Leone, altro regista di fama mondiale, ha dedicato al mito del West buona parte della sua produzione cinematografica. Nei suoi film gli indiani non compaiono mai, se non sotto forma di sagome, quelle di legno contro cui si esercita il cinico Tuco de Il buono, il brutto e il cattivo. Altri film importanti sono C’era una volta il west o ancora C’era una volta in America che non è un western ma ne ha le stesse cadenze violente e barocche e porta nei suoi protagonisti immigrati e cresciuti per la strada l’oscura consapevolezza di un destino spietato e pieno di compromissioni tra malavita e potere.

- Soldato blu: il film suscitò all’epoca molto scalpore, perché per la prima volta gli indiani venivano considerati vittime più che carnefici. Il duplice massacro che caratterizza il film (quello indiano nei confronti dei soldati prima e poi quello dei soldati americani nel villaggio degli indiani) ha l’intento di mostrare come la violenza esista da entrambe le parti dello scontro, ma tende a sottolineare, per la prima volta, una maggiore insensatezza e spietatezza nelle azioni dei soldati americani. - Un uomo chiamato cavallo: il protagonista aiutando gli indiani a sconfiggere i nemici con tattiche di guerra proprie dell’esercito inglese, riesce a conquistarsi una posizione da guerriero e a diventare a tutti gli effetti un membro della tribù. Il rito di passaggio avviene attraverso la dolorosa e cruenta cerimonia del vow to the sun , il giuramento del sole, che nel film viene mostrato con tutta la sua crudezza. Il successo del film portò anche a due seguiti. Di negativo in queste pellicole c’è l’accesso di un occidentale in una tribù di selvaggi che diviene inevitabilmente il loro leader suggerendo, in definitiva, il ruolo preminente rivestito dalla cultura bianca rispetto alle altre. - Piccolo grande uomo: nella conclusione il protagonista partecipa alla battaglia di Little Big Horn in cui vede morire il folle generale Custer, alle dipendenze del quale era tornato con l’intenzione di ucciderlo per vendicare la sua tribù. Il protagonista, che nella finzione filmica sta raccontando tutta la sua vita ad un cronista interessato agli scontri tra bianchi e nativi, oscilla continuamente tra due mondi di cui non riesce a far parte pienamente.

Vita da indiani: il nuovo corso del cinema western  Non sorprende che dopo l’uscita di questi tre film vi sia stato il declino del western come genere per il grande pubblico. Lo stravolgimento del paradigma dell’indiano cattivo fa si che non sia più possibile inscenare in maniera metaforica nello scontro tra bianchi e indiani quello fra americani e sovietici che caratterizzava la guerra fredda. I pellerossa diventano ora le vittime di uno sterminio.  Il western perciò negli anni 70 lascia il posto che occupava nella mentalità collettiva statunitente ad altri generi quali la fantascienza e il noir.  Bisognerà attendere circa un ventennio per avere una pellicola con la stessa potenza espressiva dei 3 film del 1970, con Balla coi lupi.  Tornando all’annus mirabilis occorre notare che 3 aspetti consimili caratterizzano le pellicole del 1970:

- Manifestare un’attenzione particolare nei confronti della ricostruzione fedele sia di eventi realmente accaduti sia di una realtà e di uno stile di vita profondamente diverso da quello dei colonizzatori europei e indiani. - Nuova rappresentazione del paesaggio incentrato su tratti caratteristici del mondo dei nativi. - Integrazione del protagonista nella cultura dei nativi. Questo aspetto può esser fatto risalire al romanzo di James Fenimore Cooper L’ultimo dei Mohicani (1826) in cui compare per la prima volta la figura di un bianco adottato da una tribù di nativi americani della quale sposerò in toto lo stile di vita.  L’attenzione rinnovata per il tema degli indiani da parte del cinema nei primi anni ’90 è dovuta alla realizzazione di un film strettamente correlato alla trilogia del 1970: Balla coi lupi di Kevin Costner. Tratto anch’esso da un romanzo di Cooper, La prateria (1827) e ambientato durante la guerra de secessione americana, il film ripropone i 3 elementi sopra elencati che caratterizzano i film del 70.

L’integrazione dei nativi americani

 Per una sorta di compensazione alla distruzione della loro cultura il governo federale statunitense ha concesso agli abitanti delle riserve la possibilità di autofinanziarsi con l’apertura di casinò i quali sono oggi la principale fonte d’introito per numerose comunità di nativi.  A varie pellicole che mostrano gli aspetti positivi dell’integrazione, se ne può accostare una di segno opposto. In Qualcuno volò sul nido del cuculo (1975), una parte non marginale spetta alla figura dell’indiano rinchiuso nella struttura, un gigante calmo e taciturno, vittima dell’emarginazione e dell’incomprensione del mondo circostante. Il gigante indiano uscirà dal suo mutismo e sfonderà il muro della camera di detenzione dandosi alla fuga verso una nuova vita.  L’interesse verso il tema dell’integrazione fra le culture si è spostato negli ultimi anni all’epoca precedente il conflitto tra bianchi e nativi, ossia al periodo in cui i primi colonizzatori avevano bisogno dell’aiuto delle tribù autoctone per superare le difficoltà connesse con l’insediamento nella nuova terra. ( Il nuovo mondo – 2005 – Malick).  Da non dimenticare poi i due film della Disney per bambini, Pocahontas e Pocahontas II – Viaggio nel nuovo mondo.

2. Il racconto

Francois-René de Chateaubriand, Atala

 Si tratta di un vero e proprio mito culturale lungamente elaborato per dieci anni che rese famoso il giovane autore, uno dei padri fondatori indiscussi di quel Romanticismo europeo che ancora tanto incide sull’immaginario, sulla società e sulla vita dei contemporanei.  Anche la protagonista, Atala, diventerà un modello assai apprezzato per tanti scrittori dell’Europa ottocentesca: lo scrittore infatti inciderà su un’autentica legione di figure idealiste e sconsolate mentre il personaggio influenzerà sensibilmente la creazione di un gran novero d’eroine belle e virtuose, malinconiche e ardite, tormentare e appassionate.  Il racconto è tratto dalle esperienze rielaborate da Chateaubriand fatte in America, dove si era recato nel 1791.  Nato come episodio dei Natchez e poi compreso nell’articolata struttura del Genie du Christianisme , Atala tuttavia sarà pubblicato un anno prima del Genie.  Protagonista della vicenda è il vecchio Chactas, un indiano della tribù dei Natchez nato nel 1653 cge, nel 1725, racconta al giovane francese René i momenti più significativi della sua gioventù. A seguito della sconfitta della sua tribù, Chactas viene accolto dallo spagnolo Lopez e dalla sorella. Sopraffatto dalla nostalgia, però, Chactas lascia quesra famiglia di benefattori per tornare nei boschi ma viene ben presto catturato da i temibili Muscogulgi. A salvarlo dalla morte estrema è la splendida Atala, un’indiana cresciuta nella religione cattolica. Fra i due giovani nasce un profondo e autentico amore reciproco. Fuggiti insieme dall’accampamento vengono tuttavia ben presto ripresi, ma, grazie ancora una volta all’astuzia di Atala, riusciranno a liberarsi di nuovo. Nella loro fuga nelle foreste la giovane gli narra parte della propria storia: ella rivela di essere figlia di un’indiana e di uno spagnolo che altro non è che il buon Lopez. I due in seguito vengono soccorsi da Padre Aubry. Egli li ospita nella grotta dove abita e li esorta generoso a risiedere definitivamente assieme agli altri indiani. Il mattino dopo, mentre Atala riposa ancora, padre Aubry invita Chactas ad accompagnarlo alla comunità indiana e il giovane ha modo di constatare la serenità e la pace che contraddistinguono quegli indiani rischiarati dalla religione. Tornati alla grotta si trovano dinanzi alla figura di Atala morente nel proprio letto. La giovane confessa di essersi avvelenata in quanto temeva di violare un voto fatto alla madre in base al quale ella avrebbe dovuto restare vergine. Padre Aubry le spiega che poteva essere sciolta dal voto ma che ormai è troppo tardi. Nell’epilogo,

soprattutto perché l’India con l’America non c’entra niente. Si tratta di un nostro pregiudizio. La stessa cosa avvenne per i vichinghi che chiamarono i nativi skraelingar , “miserabili”, “selvaggi”.  Nella ESR l’incontro tra europei e indiani è meno traumatico rispetto alla GS. Il capo della spedizione vichinga ha trovato una baia dove le risorse sembravano abbondare. La vita sembra spensierata in quel luogo ma i vichinghi continuano saggiamente a montare turni di guardia davanti all’accampamento. Dopo due settimane le sentinelle videro un gran numero di canoe di cuoio e immediatamente esposero uno scudo dipinto di bianco in segno di pace.  Il principale motivo delle spedizioni vichinghe era l’arricchimento attraverso il commercio. Gli indiani capirono le opportunità di ciò e infatti anche in primavera tornarono per un mercato allestito in tutta fretta.  Gli indiani erano degli abili cacciatori e la loro moneta di scambio era rappresentata da pelli di animali. Erano attratti da drappi rossi vichinghi e quando la stoffa cominciò a scarseggiare questi iniziarono a tagliarle sempre in pezzi più piccoli.  Nella GS il mercato si arricchisce di un’altra merce per la quale gli indiani sono pronti a follie, ossia il latte di mucca, animali che non avevano mai visto. Era inoltre vietato vendere le armi dato che il capo vichingo aveva capito la loro superiorità tecnologica. Gli indiani però, nonostante le armi rudimentali, potevano ucciderli lo stesso.  Esistevano, inoltre, insormontabili barriere linguistiche tra i due gruppi e nessuno capiva la lingua degli altri.  Nelle ESR i vichinghi scapparono di tutta fretta dagli indiani per tornare solo dopo 3 settimane con intenzioni non pacifiche. Questi furono attaccati immediatamente e non mancarono morti da ambo le parti.  Sono stati i vichinghi a scoprire l’America? In realtà nessuno di loro era a conoscenza di invadere un paese non europeo. Ciò che essi fecero in America non cambiò la loro visione del mondo, né quella di qualcun altro. Non ci fu alcuna reazione e di conseguenza ciò che è maggiormente da notare è che essi abbiano raggiunto l’America, stanziandovisi pure per un po’, senza scoprire l’America.

Considerazioni storiche sulla medicina tradizionale dei Pellerossa

Magia e sciamani  Gli indiani facevano rientrare nel concetto di medicina la chiaroveggenza, la profezia, l’estasi, lo spiritismo, la negromanzia e altro ancora.  La malattia aveva origini soprannaturali e le cause più frequenti erano la magia nera, la violazione di un tabù, l’intrusione di un corpo estraneo, di uno spirito o la perdita dell’anima. La magia era una credenza delle tribù del sud-ovest. L’eventuale colpevole della stregoneria doveva confessare ed essere esiliato e se non ammetteva le sue colpe torturato e giustiziato. La violazione di un tabù poteva accadere per non aver rispettato gli animali acquatici o aver ucciso un animale senza il permesso degli spiriti.  A ristabilire le condizioni di benessere veniva chiamato uno sciamano o stregone. In certe tribù esistevano 3 tipi di sciamani organizzati in una società segreta: veggenti e profeti, chi praticava magia curativa e propiziavano la caccia, erboristi.  Lo stregone si serviva di una serie di accessori e strumenti appropriati, era munito di tamburi, sonagli, strumenti per fare piccoli incisioni sulla pelle e vari utensili per preparare le erbe.  Dapprima i parenti della persona malata appendevano sulla tenda dei doni per lo stregone, in seguito chiamavano lo sciamano che interrogava il paziente sulla natura della malattia. Preparava erbe, canti e grida di ogni tipo con la partecipazione dell’intera tribù. Sia il paziente che lo

sciamano, e in alcuni casi l’intera famiglia, non dovevano essere a contatto con donne gravide, non bere, non fare sesso, a volte digiunare.

Pratiche igienico-sanitarie  Secondo alcuni studiosi la dieta delle popolazioni indiane era meglio bilanciata rispetto a quella in uso fra le popolazioni europee, anche se spesso, gli indigeni erano costretti ad alternare periodi di digiuno ad altri di sovrabbondanza alimentare inducendo frequentemente la comparsa di disturbi gastroenterici di origine tossinfettiva.  La gotta fu del tutto sconosciuta sino all’introduzione del consumo di bevande alcoliche, quali il rum. Stesso discorso vale per l’idropisia.  I pellerossa avevano probabilmente compreso quali sostanze animali e vegetali fosse utile assumere per evitare malattie da carenze nutrizionali, come lo scorbuto.  Estremamente curata era la pulizia del corpo: uomini, donne e bambini avevano l’abitudine di bagnarsi nelle acque dei fiumi o dei laghi sia d’estate che di inverno. Questa usanza portò a tonificare il corpo sin dalla più tenera infanzia e a rendere queste popolazioni più resistenti a patologie connesse a forti cambiamenti climatici.  È certo che i nativi non compievano autopsie su cadaveri ma avevano compreso lo stesso le funzioni vitali fondamentali dei vari organi, probabilmente per analogia con gli animali, senza però capirne i meccanismi.

Patologie di interesse medico  L’utilizzo di erbe a scopo terapeutico era pressoché identico presso tutte le tribù. Per i disturbi gastroenterici venivano utilizzate erbe a proprietà emetica. Il colera era curato con bagni gi vapore e assunzione di catartici, a cui faceva seguito l’ingestione in grande quantità di pappa di farina di riso d’acqua e di una tisana di liquirizia selvatica. Numerose erano anche le erbe utilizzate per i disturbi urinari (sassofrasso, dico d’India, ortica)  Le testimonianze concordano nell’affermare l’alta incidenza delle malattie reumatiche tra le popolazioni indiane.  Numeroso malattie infettive, quali peste bubbonica, vaiolo, tifo, morbillo o scarlattina, erano completamente sconosciute prima del contatto con le popolazioni europee. Il cancro, l’arteriosclerosi, le malattie cardiovascolari e le patologie neuropsichiatriche pare avessero un’incidenza molto minore rispetto a quella del Vecchio Mondo.

Patologie d’interesse chirurgico  Fra le pratiche più comuni vi era la scarificazione effettuata con i denti del serpente a sonagli.  L’amputazione non veniva praticata frequentemente. Alla fine del XVIII secolo gli Ojibwa erano in grado di effettuare interventi di chirurgia plastica su orecchie lacerate, eliminando i brandelli di tessuto irregolare e ricucendo i lembi con ago e tendini di cervo. È probabile che conoscessero le tecniche per la sterilizzazione del campo operatorio.  Se si rendeva necessario estrarre la pallottola, lo sciamano introduceva nella ferita un pezzo di corteccia di olmo rosso alla maggior profondità possibile e la lasciava sino alla conclusione naturale del processo con l’espulsione del corpo estraneo. In caso di cicatrizzazione troppo rapida non si esitava a praticare delle incisioni.  Le lesioni da ustioni erano ricoperte da decotti molto concentrati di tabacco bollito in acqua o di tiglio americano.

- I missionari gesuiti nell’America spagnola e portoghese proseguirono il lavoro compiuto dai pionieri accompagnando i conquistatori come segretari, preti, confessori e occasionalmente voce della coscienza. - Nel Nord America, invece, i gesuiti incontrarono notevoli e molteplici difficoltà. Non riuscirono a rendere stanziali le tribù nomadi, poi dovettero fare i conti con un generale analfabetismo che non permetteva ai gruppi del posto di apprezzare quelle qualità intellettuali e quelle maniere che distinguevano i gesuiti dagli altri ordini missionari. Ma il problema fondamentale era la molteplicità delle loro lingue e il carattere assolutamente locale di esse.  Le terre statunitensi attirarono le curiosità più varie degli europei. Anche i viaggiatori italiani si volsero alle regioni dell’America Settentrionale. Ad esempio, Luigi Castiglioni, celebre conte milanese vissuto tra 700 e 800, decise nel ’85 di imbarcarsi per Boston. Per quasi due anni percorse in lungo e largo la neonata confederazione degli Stati Uniti facendo la conoscenza di personaggi illustri come Franklin e Washington.  Altro caso significativo è rappresentato da Giovanni Capellini, un giovane professore di geologia nell’Università di Bologna, il quale, nel 1862 s’imbarcò per l’America Settentrionale visitandola in larghissima parte, soprattutto il Nebraska e le rive del San Lorenzo. Successivamente Capellini riprese il resoconto e lo pubblicò ( Ricordi di viaggio ) con la descrizione di aspetti esotici, legati al folklore, agli usi e costumi locali.  Tuttavia oltre a tali interessi bisogna altresì ricordare che ben presto il territorio degli Stati Uniti divenne preda della brama di guadagni di spregiudicati avventurieri, commercianti di pellame o di alcolici e di venditori d’armi.