Docsity
Docsity

Prepara i tuoi esami
Prepara i tuoi esami

Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity


Ottieni i punti per scaricare
Ottieni i punti per scaricare

Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium


Guide e consigli
Guide e consigli


Il Patto Narrativo di Giovanna Rosa, Schemi e mappe concettuali di Letteratura

Riassunto del libro di narratologia di Giovanna Rosa

Tipologia: Schemi e mappe concettuali

2018/2019

Caricato il 27/12/2019

tommaso-asquini
tommaso-asquini 🇮🇹

4.2

(18)

14 documenti

1 / 6

Toggle sidebar

Questa pagina non è visibile nell’anteprima

Non perderti parti importanti!

bg1
IL PATTO NARRATIVO
1. UN MENU PER IL LETTORE
Prima di incominciare a narrare le avventure di Tom Jones, Fielding presenta al lettore i l menu del suo festino: “un
autore non dovremmo considerarsi come un signore che dà un banchetto privato, ma piuttosto come uno che tiene
un pubblico ristorante. Nel primo caso, chi offre il banchetto sceglie i cibi, e anche se sono sgradevoli al palato dei
commensali questi non devono trovare nulla a ridire: anzi, la buona creanza impone loro di lodare quel che gli viene
messo dinnanzi. Il contrario accade con il padrone di un ristorante. La gente che paga quello che mangia esige di
accontentare il proprio palato; e se c’è qualcosa che non piace reclama il diritto di criticare, insultare senza
complimenti.”
Lo scrittore chiarisce con un paragone le condizioni della nuova civiltà romanzesca, governata dai meccanismi dello
scambio che rendono il lettore non più ospite beneficiato, ma interlocutore libero di criticare.
Nei banchetti letterari che il regime gentilizio allestiva con generosità mecenatesca, gli invitati appartenenti ad una
stretta élite colta, si attenevano ai precetti della buona creanza e alle regole codificate da un gusto omogeneo. Nella
civiltà borghese democratica, il lettore gode non solo del diritto di entrare a suo piacimento nell’universo della
letterarietà, ma la legge della domanda e dell’offerta, gli consente di rivendicare un’autonomia e laicità del giudizio.
Al termine del Tom Jones il narratore dà l’addio a coloro che gli hanno tenuto compagnia durante il cammino
percorso. La metafora della lettura come viaggio a matrici antichi, anche se qui assume tonalità più dimesse. Nel Tom
Jones dà l’addio a coloro che gli hanno tenuto compagnia, in questo punto vengono messi a fuoco i ruoli assunti dai
viaggiatori. È questo il fulcro della relazione dialogica su cui si fonda il genere romanzesco: l’appello al lettore, che
attualizza ogni esperienza estetica, avviano lo scambio dialettico di andata e ritorno fra i due soggetti della
comunicazione letteraria, trova espressione nella modalità con cui un autore imposta il suo incipit, il patto narrativo.
Se il processo di lettura è sempre duplice, perché basato su atteggiamento di collaborazione, ebbene la dialettica fra i
due si attiva subito dalle pagine iniziali e si sviluppate nel testo rispetto le regole concordate.
Sulla soglia del racconto il narratore offre le istruzioni per l’uso, ergo comincia a far girare la “strana trottola” che,
secondo Sartre, è l’oggetto letterario, efficace solo quando l’atto di lettura lo mette in movimento.
2. DAGLI APPELLI RETORICI AL PATTO NARRATIVO
La tradizione letteraria è ricca di “appelli al lettore”. Questo viene indagato da Auerbach nel suo saggio Pubblico
occidentale e la sua lingua. Analizza la concessione dantesca di sermo humilis, la concezione dantesca per cui il
pellegrino dell’oltretomba si rivolge ai suoi lettori. Le etichette che hanno una valenza definitoria che si rivela
illuminante: i termini “apostrofe” e “appello” postulano una valenza oratoria. L’espressione sartriana di patto
suggerisce l’orizzonte negoziabile della modernità, dove vige un diverso ordine dei libri, in cui autore e lettore si
incontrano sulla pagina inchiostrata e si accordano sulle regole del gioco. Il fruitore rivendica il diritto di divenire
soggetto, pronto ad assumersi la responsabilità di un giudizio indipendente. Il patto narrativo garantisce una
progressione feconda della nell’equilibrio dinamico della libertà di scelta e di condizionamenti istituzionali, di
autonomia critica.
Il sistema dei generi della letterarietà postclassica nasce da un progressivo processo di liberazione dei canoni e delle
norme prescrittive, che aveva dominato per secoli il regime aristocratico gentilizio. Lo spartiacque è databile al secolo
XVIII. In quest’epoca la corrispondenza fra le regole tratte dal codice della natura e l’ordine compositivo va in frantumi
e con essa il fulcro del sistema classicista: il principio d’imitazione. Lowenthal, rispetto il settecento inglese, e Chartier,
rispetto l’ancien regime, hanno chiarito i fattori strutturali che sono all’origine della trasformazione: lo sviluppo
tecnico dei macchinari, le condizioni favorevoli del mercato, l’intraprendenza dei libri e degli editori, la nuova rete
distributiva e l’introduzione del copyright. Gli effetti furono: l’alfabetizzazione, la nascita del giornalismo moderno,
l’articolazione della famiglia mononucleare. Si modificano innanzi tutto la fisionomia istituzionale e il ruolo sociale dei
protagonisti. Lo scrittore non è più legato al mecenate, affida la fama e il successo a coloro che apprezzano l’opera; la
fatica creativa passa da otium a negotium, retto dalle regole della domanda e dell’offerta, in cui la figura dell’editore
diventa mediatore. Foucault afferma che l’unità e la coerenza di un’opera presuppongono l’identità di un soggetto
costituito, dotato del potere negoziale che deriva dal diritto di appropriazione penale ed economica. La dottrina del
liberismo economico contagia la sfera dei prodotti librari. “Nella seconda metà del Settecento si costituisce un legame
un po' paradossale tra la professionalizzazione dell’attività letteraria e l’autorappresentazione dell’autore in
un’ideologia del proprio genio, fondato sull’autonomia radicale dell’opera d’arte” (Chartier).
Inizia ad essere esaltato il valore dell’originalità, che disgrega la canonistica dell’emulazione. Il rimescolamento dei
metodi di scrittura frantuma il paradigma rigido della verticalità, in cui vigeva il discrimine fra zone e ambiti espressivi.
Altrettanto epocali sono i mutamenti che cambiano la fisionomia del pubblico letterario. Sotto la spinta cogente
dell’economia di mercato, fa riscontro l’espansione impetuosa di un’utenza diffusa il pubblico dei testi letterari perde i
tratti dell’universalità per conformarsi come orizzonte ‘attesa dai connotati storico-culturali definiti (ad una
pf3
pf4
pf5

Anteprima parziale del testo

Scarica Il Patto Narrativo di Giovanna Rosa e più Schemi e mappe concettuali in PDF di Letteratura solo su Docsity!

IL PATTO NARRATIVO

1. UN MENU PER IL LETTORE

Prima di incominciare a narrare le avventure di Tom Jones , Fielding presenta al lettore i l menu del suo festino: “un autore non dovremmo considerarsi come un signore che dà un banchetto privato, ma piuttosto come uno che tiene un pubblico ristorante. Nel primo caso, chi offre il banchetto sceglie i cibi, e anche se sono sgradevoli al palato dei commensali questi non devono trovare nulla a ridire: anzi, la buona creanza impone loro di lodare quel che gli viene messo dinnanzi. Il contrario accade con il padrone di un ristorante. La gente che paga quello che mangia esige di accontentare il proprio palato; e se c’è qualcosa che non piace reclama il diritto di criticare , insultare senza complimenti.” Lo scrittore chiarisce con un paragone le condizioni della nuova civiltà romanzesca, governata dai meccanismi dello scambio che rendono il lettore non più ospite beneficiato, ma interlocutore libero di criticare. Nei banchetti letterari che il regime gentilizio allestiva con generosità mecenatesca, gli invitati appartenenti ad una stretta élite colta, si attenevano ai precetti della buona creanza e alle regole codificate da un gusto omogeneo. Nella civiltà borghese democratica, il lettore gode non solo del diritto di entrare a suo piacimento nell’universo della letterarietà, ma la legge della domanda e dell’offerta, gli consente di rivendicare un’autonomia e laicità del giudizio. Al termine del Tom Jones il narratore dà l’addio a coloro che gli hanno tenuto compagnia durante il cammino percorso. La metafora della lettura come viaggio a matrici antichi, anche se qui assume tonalità più dimesse. Nel Tom Jones dà l’addio a coloro che gli hanno tenuto compagnia, in questo punto vengono messi a fuoco i ruoli assunti dai viaggiatori. È questo il fulcro della relazione dialogica su cui si fonda il genere romanzesco: l’appello al lettore , che attualizza ogni esperienza estetica, avviano lo scambio dialettico di andata e ritorno fra i due soggetti della comunicazione letteraria, trova espressione nella modalità con cui un autore imposta il suo incipit, il patto narrativo. Se il processo di lettura è sempre duplice, perché basato su atteggiamento di collaborazione , ebbene la dialettica fra i due si attiva subito dalle pagine iniziali e si sviluppate nel testo rispetto le regole concordate. Sulla soglia del racconto il narratore offre le istruzioni per l’uso, ergo comincia a far girare la “strana trottola” che, secondo Sartre, è l’oggetto letterario, efficace solo quando l’atto di lettura lo mette in movimento.

  1. DAGLI APPELLI RETORICI AL PATTO NARRATIVO La tradizione letteraria è ricca di “appelli al lettore”. Questo viene indagato da Auerbach nel suo saggio Pubblico occidentale e la sua lingua. Analizza la concessione dantesca di sermo humilis, la concezione dantesca per cui il pellegrino dell’oltretomba si rivolge ai suoi lettori. Le etichette che hanno una valenza definitoria che si rivela illuminante: i termini “apostrofe” e “appello” postulano una valenza oratoria. L’espressione sartriana di patto suggerisce l’orizzonte negoziabile della modernità, dove vige un diverso ordine dei libri, in cui autore e lettore si incontrano sulla pagina inchiostrata e si accordano sulle regole del gioco. Il fruitore rivendica il diritto di divenire soggetto , pronto ad assumersi la responsabilità di un giudizio indipendente. Il patto narrativo garantisce una progressione feconda della nell’equilibrio dinamico della libertà di scelta e di condizionamenti istituzionali, di autonomia critica. Il sistema dei generi della letterarietà postclassica nasce da un progressivo processo di liberazione dei canoni e delle norme prescrittive, che aveva dominato per secoli il regime aristocratico gentilizio. Lo spartiacque è databile al secolo XVIII. In quest’epoca la corrispondenza fra le regole tratte dal codice della natura e l’ordine compositivo va in frantumi e con essa il fulcro del sistema classicista: il principio d’imitazione. Lowenthal, rispetto il settecento inglese, e Chartier, rispetto l’ancien regime, hanno chiarito i fattori strutturali che sono all’origine della trasformazione: lo sviluppo tecnico dei macchinari, le condizioni favorevoli del mercato, l’intraprendenza dei libri e degli editori, la nuova rete distributiva e l’introduzione del copyright. Gli effetti furono: l’alfabetizzazione, la nascita del giornalismo moderno, l’articolazione della famiglia mononucleare. Si modificano innanzi tutto la fisionomia istituzionale e il ruolo sociale dei protagonisti. Lo scrittore non è più legato al mecenate, affida la fama e il successo a coloro che apprezzano l’opera; la fatica creativa passa da otium a negotium , retto dalle regole della domanda e dell’offerta, in cui la figura dell’editore diventa mediatore. Foucault afferma che l’unità e la coerenza di un’opera presuppongono l’identità di un soggetto costituito, dotato del potere negoziale che deriva dal diritto di appropriazione penale ed economica. La dottrina del liberismo economico contagia la sfera dei prodotti librari. “Nella seconda metà del Settecento si costituisce un legame un po' paradossale tra la professionalizzazione dell’attività letteraria e l’autorappresentazione dell’autore in un’ideologia del proprio genio, fondato sull’autonomia radicale dell’opera d’arte” (Chartier). Inizia ad essere esaltato il valore dell’originalità, che disgrega la canonistica dell’emulazione. Il rimescolamento dei metodi di scrittura frantuma il paradigma rigido della verticalità, in cui vigeva il discrimine fra zone e ambiti espressivi. Altrettanto epocali sono i mutamenti che cambiano la fisionomia del pubblico letterario. Sotto la spinta cogente dell’economia di mercato, fa riscontro l’espansione impetuosa di un’utenza diffusa il pubblico dei testi letterari perde i tratti dell’universalità per conformarsi come orizzonte ‘attesa dai connotati storico-culturali definiti (ad una

determinata epoca corrisponde un determinato pubblico con delle determinate attese). Il messaggio d’arte, dunque, punterà a oltrepassare i limiti dei contingenti dell’esperienza umana. “Dall’ universo chiuso della letteratura , concepito come una serie di prodotti funzionali reciprocamente solo a sé stessi, siamo passati all’ universo aperto della letterariet à, dove la dimensione produttiva si articola nell’incontro con la dimensione fruitiva” (Spinazzola). Vi è dunque il passaggio da una letteratura intensiva, concentrata su un corpus limitato di opere fidate e omogenee, memorizzate con rispetto reverenziale, a una letteratura estensiva, capace di accumulare con una curiosità onnivora libri di vario genere e valore, consumati senza ordine ne gerarchia. Fondamentale il passaggio che imprime ulteriore slancio al passaggio storico che imprime slancio agli inediti protocolli recettivi: la sostituzione della dizione pubblica e orale con la lettura individuale, muta e solitari. Si frantumano le pratiche di fruizione; come dice il filologo Ernesti “non dicimus, sed scribimus; non audimur, sed legimur”. Nella valorizzazione della responsabilità, dell’individuo la libertà di scegliere cosa, come e dove leggere. Tale tipo di lettura, come dice Chartier, annulla lo scarto tra mondo del testo e mondo del lettore. Al centro di questo sconvolgimento si colloca il romanzo. “Da che il mondo esiste nessun evento ha avuto una rilevanza pari alla moda della lettura di romanzi in Germania e alla Rivoluzione in Francia” (Heinz Mann, un librario svizzero). Il romanzo riplasma le esigenze di soddisfacimento estetico indotte dalle mutate condizioni dell’orizzonte d’attesa: “ un genere più giovane della scrittura e del libro, adatto alle nove forme della percezione muta, cioè alla lettura ”. La forma romanzesca ottiene un riconoscimento istituzionale e conquista la posizione di genere egemone solo dopo aver sconfitto pregiudizi e paure: esso era condannato e malvisto dai detentori di gusto ufficiale, sia perché estraneo alla gerarchia della tripartizione aristotelica, sia perché sovverte le norme relazionali che fino ad allora avevano governato il rapporto fra scrittori e lettori. Nel Don Chisciotte, esattamente nel prologo, troviamo un’allocuzione diretta al lettore, l’io leggente diventa un interlocutore. Moran ha mostrato come l’opera cervantiana denunci “l’esaltazione dei contenuti paradigmatici e la svalutazione di quelli sintagmatici”. Le scene di lettura ad alta voce disseminate lungo il corso del romanzo, alludono alle pratiche fruitive allora diffuse. Importante anche il confronto polemico che contrappone Sancio e Don Chisciotte, durante una discussione sui diversi modi di raccontare. Questa compresenza nel testo di narratori dalle diverse competenze fabulatorie e di lettori con difformi attitudini fruitive rende il capolavoro cervantiano eccentrico e nel contempo il prototipo della moderna epopea borghese. Parodizza e smonta le inclinazioni fruitive care all’epica cavalleresca e anticipa gli istituti fondanti della modernità prosastica, alla cui base si colloca un patto convenuto fra i due protagonisti della comunicazione letteraria. La civiltà del romanzo è governata da un sistema di effetti contrattuali. Di questo contrato la prima garanzia è il patto narrativo.

  1. UN PUBBLICO DI LETTORI Il romanzo è ideato per un’utenza vasta e indiscriminata: anzi, è l’unico genere che postuli per statuto l’esistenza di un pubblico inteso nell’accezione moderna del termine. Nella collettività sociale nasce la pubblica opinione come sfera autonoma nella quale si spiega l’attività razionale di un pubblico capace di giudizio critico. Parallelamente si costituisce la dimensione del privato , al cui interno la zona separata dell’intimità, luogo privilegiato per il consumo. È all’interno delle pareti domestiche che si espande la pratica della lettura muta. Debenedetti definisce il romanzo un genere d’appartamento. La lettura solitaria di prodotti che sono destinati a un consumo massificato. L’utente del libro di fiction (finzione) è sempre “l’uomo che legge da solo in una stanza chiusa” (Steiner). Da qui emerge la povertà definitoria del lessico critico: “pubblico è un nome collettivo. Non esiste un nome collettivo che indichi i lettori. Lettori è plurale. Possiamo parlare, di un numero di lettore, la readership. Ma numero di lettori non è un nome collettivo. È un’astrazione in un senso in cui pubblico non lo è” (Ong). Il termine “pubblico” è più adatto a definire una platea, mentre “readership”, seppur astratto e poco usato, dà conto del carattere intimo e privato, e non d’ascolto, che il sistema letterario postclassico attribuisce ai dispositivi di leggibilità moderna. Frye infatti afferma che la parola “pubblico” non è adatta a tutti i generi tanto che pare illogico definire pubblico un gruppo di lettori. Il passaggio fra le forme di narrativa tipiche delle culture orali e la morfologia romanzesca è segnato da una soluzione di continuità irriducibile: secondo Levi-Strauss la narrazione non è una caratteristica universale della cultura umana, piuttosto un portato del diffondersi della scrittura, in seguito alla stampa. Il lettore dei romanzi è istituzionalmente parte di un pubblico, in quanto simili ad altri anonimi che compongono i sottoinsiemi dell’opinione pubblica., ma è anche soggetto di un pubblico, in qualità di io leggente è in grado di esplicitare al meglio la consapevolezza critico emotiva che sorregge la letteratura muta e solitaria del racconto. L’esperienza della lettura nella modernità, attiva il polo del mondo del testo e il polo del mondo del lettore, e ne esalta l’interconnessione nella percezione di sé che l’io leggente matura a confronto con la pagina scritta. “il lettore di romanzi si impadronisce del loro contenuto più avidamente di ogni altro lettore. Egli è pronto ad assimilarlo e divorarlo” (Benjamin). Il sistema letterario postclassico non prevede solo il confronto oppositivo e solidale fra pubblico

Quest’intimità confidente si traduce nelle articolazioni morfologiche del patto narrativo: anche il lettore infatti si affaccia tra le maglie del testo, e posto sullo stesso piano del narratore e dei personaggi, con essi familiarizza e interloquisce. Il dialogismo di cui è intrisa la parola romanzesca ha qui la sua prima origine: la moderna epopea borghese innanzi tutto postula una relazione persuasiva e interessante fra lo scrittore e l’io leggente. Il patto narrativa adempie in prima istanza ad una funzione individualizzante: chiarire la fisionomia di chi racconta cui corrisponde la messa a fuoco dei lineamenti di coloro cui il messaggio è rivolto. Spetta a ciascun narratore configurare nell’opera l’immagine del lettore prescelto e conquistarne la fiducia. Tutto ciò con un’avvertenza: il patto narrativo avvia il processo di riconoscimento in due direzioni: l’io narrante dal momento in cui costruisce la sua fisionomia autoriale sottraendola dall’influsso delle Muse, con altrettanta nettezza delinea la personalità finzionale del tu. Il racconto di Moby Dick si avvia grazie ad un forte accordo preventivo: il narratore prende parola e sollecita i lettori a dargli un nome. Ciò che conta è la funzione di corresponsabilità che l’esordio conferisce ai lettori: spetta a loro riconoscergli una piena autorevolezza fabulatoria. “ogni opera letteraria porta infatti in sé l’immagine del suo lettore, che diviene, se ci è consentito un personaggio dell’opera stessa” (Weinrich). L’arco che unisce i poli estremi della tipizzazione del tu, trascorre dal livello massimo di riconoscibilità, alla vaghezza enigmatica di un’ombreggiata silhouette fino al grado zero dietro cui si eclissa l’indivisibile interlocutore. Tuttavia quando sembra che l’immagine del narratorio sparisca, in realtà non viene meno: non foss’altro perché ogni scarto presuppone il riconoscimento della norma violata e l’efficacia dell’infrazione si misura sulla negazione condivisa degli accordi. Vi è un legame di interdipendenza tra leggere e scrivere: polo d’attrazione di ogni messaggio, il lettore ne dinamizza le componenti, ne esalta la valenza artistica, gli conferisce significanza estetica. Ecco perché nella conformazione testuale della singola opera è sempre possibile leggere in filigrana la fisionomia di colui cui è destinata. Insomma vi è una reciproca assunzione di responsabilità: all’autore che impegna nell’atto di scrittura la sua personalità creative corrisponde un io leggente pronto ad accettare il confronto, mettendo in gioco le sue capacità immaginose. Sono gli effetti contrattuali a inverare nel testo la relazione dialogica fra i due soggetti della comunicazione letteraria: strutturato su un modello amicale, o conflittuale, il patto narrativo conserverà sempre la funzione istituzionale: attivare il processo di lettura, mettere in moto “la strana trottola”. Si presuppone solo una connessione forte con le coordinate storiche all’orizzonte di attesa e al diagramma funzionale dei generi prosastici. Agli esordi della civiltà urbano borghese il romanzo epistolare si impose con successo anche grazie all’immediatezza evidente con cui denunciava strutturalmente il vincolo di reciprocità che sorregge la comunicazione letteraria. Poi l’Editor corrobora il nesso stringente fra la configurazione di genere e il nuovo circuito istituzionale della modernità postclassica. Il narratore-editore è il garante del messaggio del narratore, invece il protagonista, che sta al centro del sistema attanziale, è la fonte dell’enunciazione. Nel corso della storia, quando la prosa romanzesca conosce periodo di piena espansione, il patto narrativo si avvicina ad una sorta di grado zero: la familiarità degli autori settecenteschi o primottocenteschi, cede il posto all’impersonalità naturalistica, alla doppiezza dei narratori inaffidabili, infine alla scontrosità dei narratori contemporanei Se la scomparsa dell’autore è una tecnica retorica come altre essa fa parte del dispositivo di travestimenti di cui l’autore reale si serve per trasformarsi in un autore implicato. Il grado zero del patto è una delle tante sfumature in cui si declina funzionalmente la relazione fra io e tu: i meccanismi della dissimulazione non negano il gioco di scambio, anzi, lo esaltano, nella ricchezza di una maggiore sottigliezza da parte di chi deve interpretarli. Una ricorrenza morfologica va sottolineata: il patto narrativo spicca con lucentezza nelle fasi in cui l’intero sistema letterario conosce un momento di crisi o un momento di transizione marcata. Ricordiamo infine che l’opera acquista valore solo se ha individuato il suo orizzonte d’attesa, dunque se riesce a trasformare i lettori in compagni di viaggio.

  1. LE FUNZIONI “GENERICHE” DEL PATTO La maggior evidenza del patto deriva da una precisa esigenza istituzionale: i primi scrittori che s’accingono a inaugurare la nuova provincia delle lettere sono coscienti di essere di fronte ad un territorio inesplorato, ignoto. Non basta, dunque, descrivere con chiarezza le regole del gioco, lo statuto di autore, editor, e attualizzare la situazione narrativa, non basta nemmeno disseminare il percorso di cartelli indicatori. Occorre redigere e rendere visibile all’interno del testo lo statuto di genere. Ovviamente, come abbiamo detto poc’anzi, il patto narrativo dee adempire ad una serie di funzioni nevralgiche: delimitare l’universo della fiction ; promettere la qualità estetica; accordarsi sulla deliberata sospensione della credulità. Ma la questione necessaria è rivendicare l’appartenenza al nuovo sistema istituzionale della letterarietà : il narratore s’ingegna a dotare le cadenze prosastiche di una riconoscibilità artistica. La scrittura romanzesca non solo cancella i contrassegni ritmici della classicità, ma rifiuta di ostentare una differenza costitutiva rispetto il linguaggio sociale. Scrive in nome del dialogismo conversevole. Il patto narrativo enuclea il radicale di presentazione , il dispositivo che Frye, regola l’ordine paradigmatico di genere: “la distinzione tra i generi è basata sul radicale di presentazione. Il genere è determinato dal tipo di rapporto

instaurato fra il poeta e il suo pubblico”. Il romanzo quindi si qualifica come fiction , il genere letterario della pagina stampata, opposto alle grandi forme epiche. Nella fiction , continua Frye, “tende a predominare la prosa, perché solo la prosa ha quella continuità di ritmo che si richiede per la forma continuata del libro”. Il radicale di presentazione impartisce nell’io leggente, anche visivamente, un approccio differente rispetto quello dell’ascolto della parola declamata. La sintassi è uno dei segnali narrativi che ci permette di capire come essa sia diversa, perché i segnali sintattici non solo puntellano l’universo romanzesco ma lo schema delle interconnessioni discorsive assume una peculiare funzione strutturate: chiarisce i confini della finzionalità narrativa indicando la direzione del cammino. Per Calvino, l’apertura del cammino “contiene l’Alpha di ogni possibile finzione scrittoia”. Da tutte queste particelle elementari si organizza il complesso atto di lettura. Ideato per una fruizione mentale e liberamente discreta, sorretto da un intelaiatura priva di ricorrenze prosodiche o di simmetrie ritmicamente scandite, il resoconto romanzesco si sviluppa sulle ampie arcate di una diegesi che esige un’applicazione prolungata nel tempo, attenta a riconoscere i fulcri e i nessi della progressione d’intreccio: il radicale di presentazione e i segnali di narratività, delimitano l’universo finzionale sollecitando nell’io leggente l’attitudine percettiva più opportuna affinché possa riservare il pieno soddisfacimento estetico.

  1. L’ACCORDO FIDUCIARIO Nella società dei commerci e della libera contrattazione. Il lettore pretende l’assicurazione del marchio di qualità. il romanziere certifica il valore estetico della sua offerta, e promette di mantenerne le suggestioni per tutto il corso del racconto. Ogni autore mentre detta le istruzioni per l’uso, suggerisce al suo interlocutore elettivo, le inclinazioni più adeguate per appropriarsi della godibilità estetica implicita nel testo. Il rispetto degli effetti contrattuali pattuiti garantisce il piacere del testo: solo la convinzione che il suo desiderio ricreativo sarà assecondato spinge il lettore a intraprender un cammino che gli interessa. Chiunque si accinge ad intraprendere l’avventura libresca, coltiva la speranza che, il dispendio di energia psichica sarà compensato dal potenziamento delle sue risorse fantastiche. Il capitale investito e i preventivi di guadagno sono d’indole diversissima. Comunque il centro focale del patto narrativo resta l’attestazione del marchio di qualità: ogni romanziere promette ai suoi lettori di soddisfare a pieni i loro bisogno ricreativi. L’entrata nel regno della finzione dischiude un universo tanto più fascinoso quanto più maggiore è l’acconsentimento di chi si soggiorna alle specifiche regole di formalizzazione. Eccoci all’ultima funzioni codificante del patto narrativo: indicare la soglia del mondo possibile, il limite oltre il quale deve scattare la “deliberata e temporanea sospensione dell’incredulità”. Nel momento in cui la repubblica elle lettere apre i suoi confini all’ampio pubblico borghese e concedendo ad ognuno di essi la possibilità di divenire soggetto, i tradizionali paradigmi interpretativi crollano. Il tormentato rapporto fra opera e mondo acquista una torsione inedita : ad accaparrarsi al centro della riflessione è il problema della compatibilità fra e norme non più universali che sovrintendono la coerenza intrinseca del testo e i criteri su cui modellare i processi fruitivi di un’utenza vasta. A rendere assillante la questione è proprio l’ascesa del romanzo, che cala la vicenda dei suoi attori nel flusso del divenire, nel rispetto della gran norma dell’interesse, ricerca l’appagamento del lettore, e che sposta il punto focale sul confronto ravvicinato tra l’universo della finzione e la dimensione reale. Per concederci di aderire a quest’ultima condizione sospesa dobbiamo davvero aderire ad un patto fiduciario , che ci aiuti a orientarci nel mondo illusorio della fiction. “è vero che il lettore deve sospendere la sua incredulità, ma l’opera stessa deve colmare con la sua retorica il vuoto formato dalla sospensione delle condizioni”. Il patto narrativo sancisce la collaborazione reciproca che mette in moto la strana trottola. Il gioco della finzione è tanto più gratificante quanto maggiore è la garanzia offerta dal romanziere che la sospensione dell’incredulità non solo si fonda su presupposti concordati ma che è reversibile : la deliberazione è un gesto che assicura all’io leggente un biglietto di andata e ritorno. In questa copresenza di realtà e finzione risiede il fascino della moderna epopea borghese, in essa si radica il nucleo irriducibile di quel patto fiduciario in forza del quale entriamo nel mondo simulato della gente che si comporta in modo eccentrico eppure convincente. Ogni atto di lettura per essere proficuo deve essere consapevole e deve bilanciare l’accettazione del gioco e la consapevolezza della finzione. Tutti i romanzieri si sentono in dovere di dotare la fiction di uno specifico spessore di verità. Per un verso, a muoverli era il desiderio di sbaragliare le schiere di personaggi straordinari che affollano l’epopea del romance, per l’altro, di ribattere le accuse di disimpegno evasivo dei critici coevi. Sia le critiche che gli elogi nascevano dalla consapevolezza che quelli tipo di genere era in grado di arrivare a tutti i lettori e che fosse incredibilmente coinvolgente. Il dialogismo romanzesco non solo rigetta la miscredenza critica, ma riaggiorna in chiave moderna la dottrina aristotelica della verosimiglianza: “che cos’è dunque il vero simile: tutto ciò in cui la verità è presunta” (Reboul). Fielding e i suoi volevano persuadere i lettori che la verità romanzesca è tale per le premesse comuni da cui sgorga la fiducia presunta accordata al narratore, a dare al mondo possibile dell’invenzione una coerenza organica comparabile