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Riassunto del libro di narratologia di Giovanna Rosa
Tipologia: Schemi e mappe concettuali
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Prima di incominciare a narrare le avventure di Tom Jones , Fielding presenta al lettore i l menu del suo festino: “un autore non dovremmo considerarsi come un signore che dà un banchetto privato, ma piuttosto come uno che tiene un pubblico ristorante. Nel primo caso, chi offre il banchetto sceglie i cibi, e anche se sono sgradevoli al palato dei commensali questi non devono trovare nulla a ridire: anzi, la buona creanza impone loro di lodare quel che gli viene messo dinnanzi. Il contrario accade con il padrone di un ristorante. La gente che paga quello che mangia esige di accontentare il proprio palato; e se c’è qualcosa che non piace reclama il diritto di criticare , insultare senza complimenti.” Lo scrittore chiarisce con un paragone le condizioni della nuova civiltà romanzesca, governata dai meccanismi dello scambio che rendono il lettore non più ospite beneficiato, ma interlocutore libero di criticare. Nei banchetti letterari che il regime gentilizio allestiva con generosità mecenatesca, gli invitati appartenenti ad una stretta élite colta, si attenevano ai precetti della buona creanza e alle regole codificate da un gusto omogeneo. Nella civiltà borghese democratica, il lettore gode non solo del diritto di entrare a suo piacimento nell’universo della letterarietà, ma la legge della domanda e dell’offerta, gli consente di rivendicare un’autonomia e laicità del giudizio. Al termine del Tom Jones il narratore dà l’addio a coloro che gli hanno tenuto compagnia durante il cammino percorso. La metafora della lettura come viaggio a matrici antichi, anche se qui assume tonalità più dimesse. Nel Tom Jones dà l’addio a coloro che gli hanno tenuto compagnia, in questo punto vengono messi a fuoco i ruoli assunti dai viaggiatori. È questo il fulcro della relazione dialogica su cui si fonda il genere romanzesco: l’appello al lettore , che attualizza ogni esperienza estetica, avviano lo scambio dialettico di andata e ritorno fra i due soggetti della comunicazione letteraria, trova espressione nella modalità con cui un autore imposta il suo incipit, il patto narrativo. Se il processo di lettura è sempre duplice, perché basato su atteggiamento di collaborazione , ebbene la dialettica fra i due si attiva subito dalle pagine iniziali e si sviluppate nel testo rispetto le regole concordate. Sulla soglia del racconto il narratore offre le istruzioni per l’uso, ergo comincia a far girare la “strana trottola” che, secondo Sartre, è l’oggetto letterario, efficace solo quando l’atto di lettura lo mette in movimento.
determinata epoca corrisponde un determinato pubblico con delle determinate attese). Il messaggio d’arte, dunque, punterà a oltrepassare i limiti dei contingenti dell’esperienza umana. “Dall’ universo chiuso della letteratura , concepito come una serie di prodotti funzionali reciprocamente solo a sé stessi, siamo passati all’ universo aperto della letterariet à, dove la dimensione produttiva si articola nell’incontro con la dimensione fruitiva” (Spinazzola). Vi è dunque il passaggio da una letteratura intensiva, concentrata su un corpus limitato di opere fidate e omogenee, memorizzate con rispetto reverenziale, a una letteratura estensiva, capace di accumulare con una curiosità onnivora libri di vario genere e valore, consumati senza ordine ne gerarchia. Fondamentale il passaggio che imprime ulteriore slancio al passaggio storico che imprime slancio agli inediti protocolli recettivi: la sostituzione della dizione pubblica e orale con la lettura individuale, muta e solitari. Si frantumano le pratiche di fruizione; come dice il filologo Ernesti “non dicimus, sed scribimus; non audimur, sed legimur”. Nella valorizzazione della responsabilità, dell’individuo la libertà di scegliere cosa, come e dove leggere. Tale tipo di lettura, come dice Chartier, annulla lo scarto tra mondo del testo e mondo del lettore. Al centro di questo sconvolgimento si colloca il romanzo. “Da che il mondo esiste nessun evento ha avuto una rilevanza pari alla moda della lettura di romanzi in Germania e alla Rivoluzione in Francia” (Heinz Mann, un librario svizzero). Il romanzo riplasma le esigenze di soddisfacimento estetico indotte dalle mutate condizioni dell’orizzonte d’attesa: “ un genere più giovane della scrittura e del libro, adatto alle nove forme della percezione muta, cioè alla lettura ”. La forma romanzesca ottiene un riconoscimento istituzionale e conquista la posizione di genere egemone solo dopo aver sconfitto pregiudizi e paure: esso era condannato e malvisto dai detentori di gusto ufficiale, sia perché estraneo alla gerarchia della tripartizione aristotelica, sia perché sovverte le norme relazionali che fino ad allora avevano governato il rapporto fra scrittori e lettori. Nel Don Chisciotte, esattamente nel prologo, troviamo un’allocuzione diretta al lettore, l’io leggente diventa un interlocutore. Moran ha mostrato come l’opera cervantiana denunci “l’esaltazione dei contenuti paradigmatici e la svalutazione di quelli sintagmatici”. Le scene di lettura ad alta voce disseminate lungo il corso del romanzo, alludono alle pratiche fruitive allora diffuse. Importante anche il confronto polemico che contrappone Sancio e Don Chisciotte, durante una discussione sui diversi modi di raccontare. Questa compresenza nel testo di narratori dalle diverse competenze fabulatorie e di lettori con difformi attitudini fruitive rende il capolavoro cervantiano eccentrico e nel contempo il prototipo della moderna epopea borghese. Parodizza e smonta le inclinazioni fruitive care all’epica cavalleresca e anticipa gli istituti fondanti della modernità prosastica, alla cui base si colloca un patto convenuto fra i due protagonisti della comunicazione letteraria. La civiltà del romanzo è governata da un sistema di effetti contrattuali. Di questo contrato la prima garanzia è il patto narrativo.
Quest’intimità confidente si traduce nelle articolazioni morfologiche del patto narrativo: anche il lettore infatti si affaccia tra le maglie del testo, e posto sullo stesso piano del narratore e dei personaggi, con essi familiarizza e interloquisce. Il dialogismo di cui è intrisa la parola romanzesca ha qui la sua prima origine: la moderna epopea borghese innanzi tutto postula una relazione persuasiva e interessante fra lo scrittore e l’io leggente. Il patto narrativa adempie in prima istanza ad una funzione individualizzante: chiarire la fisionomia di chi racconta cui corrisponde la messa a fuoco dei lineamenti di coloro cui il messaggio è rivolto. Spetta a ciascun narratore configurare nell’opera l’immagine del lettore prescelto e conquistarne la fiducia. Tutto ciò con un’avvertenza: il patto narrativo avvia il processo di riconoscimento in due direzioni: l’io narrante dal momento in cui costruisce la sua fisionomia autoriale sottraendola dall’influsso delle Muse, con altrettanta nettezza delinea la personalità finzionale del tu. Il racconto di Moby Dick si avvia grazie ad un forte accordo preventivo: il narratore prende parola e sollecita i lettori a dargli un nome. Ciò che conta è la funzione di corresponsabilità che l’esordio conferisce ai lettori: spetta a loro riconoscergli una piena autorevolezza fabulatoria. “ogni opera letteraria porta infatti in sé l’immagine del suo lettore, che diviene, se ci è consentito un personaggio dell’opera stessa” (Weinrich). L’arco che unisce i poli estremi della tipizzazione del tu, trascorre dal livello massimo di riconoscibilità, alla vaghezza enigmatica di un’ombreggiata silhouette fino al grado zero dietro cui si eclissa l’indivisibile interlocutore. Tuttavia quando sembra che l’immagine del narratorio sparisca, in realtà non viene meno: non foss’altro perché ogni scarto presuppone il riconoscimento della norma violata e l’efficacia dell’infrazione si misura sulla negazione condivisa degli accordi. Vi è un legame di interdipendenza tra leggere e scrivere: polo d’attrazione di ogni messaggio, il lettore ne dinamizza le componenti, ne esalta la valenza artistica, gli conferisce significanza estetica. Ecco perché nella conformazione testuale della singola opera è sempre possibile leggere in filigrana la fisionomia di colui cui è destinata. Insomma vi è una reciproca assunzione di responsabilità: all’autore che impegna nell’atto di scrittura la sua personalità creative corrisponde un io leggente pronto ad accettare il confronto, mettendo in gioco le sue capacità immaginose. Sono gli effetti contrattuali a inverare nel testo la relazione dialogica fra i due soggetti della comunicazione letteraria: strutturato su un modello amicale, o conflittuale, il patto narrativo conserverà sempre la funzione istituzionale: attivare il processo di lettura, mettere in moto “la strana trottola”. Si presuppone solo una connessione forte con le coordinate storiche all’orizzonte di attesa e al diagramma funzionale dei generi prosastici. Agli esordi della civiltà urbano borghese il romanzo epistolare si impose con successo anche grazie all’immediatezza evidente con cui denunciava strutturalmente il vincolo di reciprocità che sorregge la comunicazione letteraria. Poi l’Editor corrobora il nesso stringente fra la configurazione di genere e il nuovo circuito istituzionale della modernità postclassica. Il narratore-editore è il garante del messaggio del narratore, invece il protagonista, che sta al centro del sistema attanziale, è la fonte dell’enunciazione. Nel corso della storia, quando la prosa romanzesca conosce periodo di piena espansione, il patto narrativo si avvicina ad una sorta di grado zero: la familiarità degli autori settecenteschi o primottocenteschi, cede il posto all’impersonalità naturalistica, alla doppiezza dei narratori inaffidabili, infine alla scontrosità dei narratori contemporanei Se la scomparsa dell’autore è una tecnica retorica come altre essa fa parte del dispositivo di travestimenti di cui l’autore reale si serve per trasformarsi in un autore implicato. Il grado zero del patto è una delle tante sfumature in cui si declina funzionalmente la relazione fra io e tu: i meccanismi della dissimulazione non negano il gioco di scambio, anzi, lo esaltano, nella ricchezza di una maggiore sottigliezza da parte di chi deve interpretarli. Una ricorrenza morfologica va sottolineata: il patto narrativo spicca con lucentezza nelle fasi in cui l’intero sistema letterario conosce un momento di crisi o un momento di transizione marcata. Ricordiamo infine che l’opera acquista valore solo se ha individuato il suo orizzonte d’attesa, dunque se riesce a trasformare i lettori in compagni di viaggio.
instaurato fra il poeta e il suo pubblico”. Il romanzo quindi si qualifica come fiction , il genere letterario della pagina stampata, opposto alle grandi forme epiche. Nella fiction , continua Frye, “tende a predominare la prosa, perché solo la prosa ha quella continuità di ritmo che si richiede per la forma continuata del libro”. Il radicale di presentazione impartisce nell’io leggente, anche visivamente, un approccio differente rispetto quello dell’ascolto della parola declamata. La sintassi è uno dei segnali narrativi che ci permette di capire come essa sia diversa, perché i segnali sintattici non solo puntellano l’universo romanzesco ma lo schema delle interconnessioni discorsive assume una peculiare funzione strutturate: chiarisce i confini della finzionalità narrativa indicando la direzione del cammino. Per Calvino, l’apertura del cammino “contiene l’Alpha di ogni possibile finzione scrittoia”. Da tutte queste particelle elementari si organizza il complesso atto di lettura. Ideato per una fruizione mentale e liberamente discreta, sorretto da un intelaiatura priva di ricorrenze prosodiche o di simmetrie ritmicamente scandite, il resoconto romanzesco si sviluppa sulle ampie arcate di una diegesi che esige un’applicazione prolungata nel tempo, attenta a riconoscere i fulcri e i nessi della progressione d’intreccio: il radicale di presentazione e i segnali di narratività, delimitano l’universo finzionale sollecitando nell’io leggente l’attitudine percettiva più opportuna affinché possa riservare il pieno soddisfacimento estetico.