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L’apprendimento nell’interpretazione di Guthrie.
Tipologia: Dispense
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La teoria della contiguità Fra coloro che hanno continuato ad operare nel solco della tradizione comportamentista, il più fedele alla posizione originaria di Watson è stato Edwin Guthrie. Il fulcro del sistema di Guthrie consiste in un unico principio fondamentale che sta alla base dell’apprendimento.
Il principio fondamentale dell’apprendimento
Il principio basilare dell’apprendimento formulato da Guthrie dice: “Una combinazione di stimoli che abbia accompagnato un determinato movimento tenderà, ogni volta che si ripresenta, a essere seguita da quel movimento”. Ci troviamo dunque di fronte a un principio più generale che afferma che, se una risposta accompagna un dato stimolo una volta, è probabile che tale risposta si ripresenterà di nuovo a seguito dello stesso stimolo. Per Guthrie è sufficiente che lo stimolo e la risposta compaiano insieme perché abbia luogo l’apprendimento.
Precisazioni in merito al principio fondamentale
La prima difficoltà che presenta il principio fondamentale di Guthrie è che spesso una persona fa molte cose diverse nella stessa situazione. Quale di queste verrà fatta la volta successiva? Guthrie risponde: “L’ultima cosa che è stata fatta”. Supponiamo, invece, che una persona alla fine si arrenda e lascia il problema irrisolto. In questo caso non diremo che la persona ha imparato a risolvere il problema, ma diremo che ha comunque imparato qualcosa. Per Guthrie che il problema sia risolto oppure no, rappresentano entrambi delle risposte che eliminano gli stimoli costituiti da un problema irrisolto e che hanno le maggiori probabilità di comparire di nuovo. In tutti e due i casi è stata appresa una risposta, e l’ultima risposta che l’individuo mette in atto in presenza di stimoli è quella che viene appresa. Nel pensiero di Guthrie è assente il principio di Watson della frequenza. Mentre per Watson la connessione stimolo-risposta è qualcosa la cui forza è variabile e aumenta con l’esercizio, per Guthrie è un legame di tipo tutto-o-niente: la connessione è presente o assente. L’esercizio potrà non portare alla perfezione, ma produce un miglioramento graduale. Come può Guthrie sostenere che tutti i progressi hanno luogo in un’unica esperienza? Guthrie risponde che bisogna guardarsi dal trattare un movimento alla stessa stregua di un atto; egli si riferisce, con il suo principio di apprendimento, a piccoli movimenti specifici di muscoli particolari: sono necessari il concorso e la coordinazione di molti movimenti per dar luogo a un’azione dotata di efficacia. Lo svolgimento di un’attività in modo efficace richiede l’intervento di molti atti efficaci. Imparare a fare qualcosa significa apprendere un numero enorme di connessioni stimolo-movimento. I miglioramenti conseguiti in una abilità sono graduali anche se l’apprendimento di ogni parte ha luogo all’istante. Questa spiegazione porta alla luce una certa ambiguità presente nella teoria di Guthrie: l’ultima cosa che si fa in una situazione è una atto. Tutti gli atti di questo tipo costituiscono forme di attività che sono espressione di una competenza e si compongono di numerosi movimenti specifici. Perché Guthrie li tratta come se fossero movimenti singoli suscettibili di condizionamento in un’unica esperienza? Guthrie non si occupa di questo ma applica il suo principio dell’apprendimento ai movimenti in alcuni casi e alle azioni in altri, a seconda della tesi che vuole dimostrare
È necessario il rinforzo?
L’ultima cosa che una persona ha fatto in una data situazione, quale che sia questa cosa, giusta o sbagliata che sia, è quella che tale persona farà di nuovo la volta successiva. Guthrie non si serve assolutamente del concetto di rinforzo. Egli non dice che impariamo a mettere in atto le risposte che si dimostrano efficaci o che ci procurano una ricompensa. Che una certa cosa che facciamo sia quella che apprendiamo a dare come risposta alla situazione data oppure no dipende solo dall’eventualità che questo atto trasformi la situazione in un'altra di tipo diverso; in quest’ultimo caso l’atto in questione viene ad essere l’ultimo atto che è stato compiuto nella situazione iniziale. La circostanza di essere riusciti a trovare la soluzione produce la conseguenza di trasformare una situazione che poneva di fronte a un problema in un’altra che non poneva più problemi; così, l’azione che è stata coronata dal successo è l’ultima che ha avuto luogo nel contesto della situazione che poneva di fronte al problema. Ma il successo nell’affrontare la situazione non è l’unica circostanza che può produrre l’effetto di trasformare tale situazione in un’altra di tipo diverso: può anche accadere di sottrarsi alla situazione in un modo o nell’altro senza aver risolto il problema, in questo caso la risposta che verrà appresa sarà quella costituita dall’atto di sottrarsi. Sono suscettibili di apprendimento tanto i metodi e i comportamenti inefficaci quanto quelli efficaci: sia gli uni sia gli altri ci consentono di sottrarci alla situazione che abbiamo di fronte. In qualche passo dei suoi scritti Guthrie avanza l’ipotesi che siano le modificazione degli stimoli che mantengono attivo l’organismo a svolgere il ruolo decisivo nell’apprendimento. Una risposta che abbia l’effetto di eliminare gli stimoli che mantengono attivo l’organismo è per definizione una risposta che risolve il problema. Una risposta che invece non riesce ad eliminare gli stimoli che mantengono attivo l’organismo non può essere l’ultima risposta che compare nella situazione che pone di fronte al problema. Questa interpretazione fa nascere altri problemi in certi casi si apprendono delle risposte che non eliminano gli stimoli che mantengono attivo l’organismo. Però, la risposta modifica comunque l’organizzazione complessiva degli stimoli, sicché in un certo senso viene a essere l’ultima risposta nel contesto della situazione data. Ci troviamo di fronte a un problema: in alcuni casi sono decisive solo le modificazioni che interessano gli stimoli che mantengono attivo l’organismo, mentre in altri casi sono più importanti le modificazioni che interessano altri tipi di stimoli. Come si fa a capire in quali momenti siamo in presenza di una situazione del primo tipo e quali in una situazione del secondo tipo? Guthrie non ce lo dice. Guthrie è in grado di spiegare qualsiasi tipo di apprendimento dopo che si è verificato, ma non si può fare altrettanto ogni qual volta si tratta di prevedere quale tipo di apprendimento avrà luogo. Giunti a questo punto, dovrebbe essere chiaro perché è difficile trattare il sistema di Guthrie alla stregua di una teoria dalla struttura logico-formale. Il tentativo di Guthrie di compendiare l’intero arco dei fenomeni dell’apprendimento in un unico principio fondamentale si dimostra decisamente inadeguato. Il suo scarso interesse per la ricerca è il motivo per cui Guthrie da un lato ha riscosso molte simpatie ma dall’altro ha avuto ben pochi seguaci attivi. Numerosi psicologi, tuttavia, hanno riscontrato che, una volta smesso di considerare il sistema di Guthrie una teoria formale per puntare invece l’attenzione sulle sue implicazioni informali, il suo principio fondamentale dell’apprendimento si rivela decisamente utile. In qualsiasi tipo di situazione, sostiene Guthrie, se si vuole sapere che cosa imparerà un individuo, basta osservare che cosa egli fa. Questa indicazione richiama la nostra attenzione su spetti dell’apprendimento che altrimenti saremmo indotti a trascurare.
Liberarsi delle abitudini indesiderate
La grande importanza che per Guthrie rivestono le risposte agli stimoli e i metodi per modificarle è un aspetto del suo pensiero che si trova anche in riferimento ad altri contesti. Dal momento che nella sua opera è assente il tema del rinforzo, Guthrie non può parlare dell’estinzione come risultato dell’eliminazione del rinforzo. Del tutto diversa, è la sua posizione a questo riguardo: secondo Guthrie l’estinzione equivale all’esperienza di imparare a fare qualcosa di diverso. Se questa risposta nuova è stata appresa, ciò è avvenuto perché tale risposta ha modificato la situazione-stimolo originaria facendola diventare una situazione-stimolo differente: in questo modo la risposta nuova è divenuta l’ultima cosa che è stata fatta nella situazione iniziale. Se a un certo punto la risposta appresa non dovesse più condurre alla suddetta modificazione, il soggetto continuerà a fare varie cose, finché non metterà in atto un qualche altra risposta. Questa nuova risposta sarà allora quella che tenderà a comparire di nuovo la volta successiva e prenderà il posto della risposta precedente. Se invece a un certo punto la risposta che ha portato a risolvere la situazione non dovesse avere più questo effetto e venisse a mancare l’elemento della continuità, il comportamento del soggetto diverrà variabile. Non verrà appresa nessuna nuova risposta specifica, ma quella vecchia continuerà ad essere sostituita.
Il fenomeno dell’oblio
Guthrie interpreta in modo simile anche il fenomeno dell’oblio. Se certe abitudini diventano meno forti, ciò non avviene perché vengono abbandonate, ma perché vengono sostituite da altre abitudini. In modo analogo ai processi di acquisizione, il fenomeno dell’oblio si verifica in modo graduale, perché sono numerose le specifiche connessioni stimolo- risposta di cui si compone un’abitudine complessa. Se a numerosi stimoli di tipo diverso si sono legate le risposte giuste, occorrerà un periodo di tempo più lungo perché a tutti questi stimoli giungano a legarsi delle risposte nuove. È dunque possibile formulare una previsione specifica: si può cioè prevedere che un’abitudine verrà mantenuta meglio qualora la si eserciti in un certo numero di situazioni diverse. Quando è in corso un processo di oblio in una qualsiasi situazione di questo tipo, è possibile che risposte nuove prendano il posto dell’originaria risposta corretta, ma questa risposta precedente continuerà ad essere subordinata alla presenza di molte altre combinazioni di stimoli. L’oblio è legato alla specificità della situazione, per cui può succedere che ciò che si dimentica in una circostanza ritorni in mente in una situazione diversa. In presenza di uno stimolo diverso la risposta dimenticata si ripresenterà solo se è stata appresa in risposta a un certo numero di combinazioni differenti di stimoli. Abbiamo la possibilità di rafforzare la resistenza di un’abitudine all’oblio non solo dedicando a tale abitudine una maggiore quantità di esercizio, ma anche esercitandola nelle circostanze più varie.
La trasformazione del soggettivo in oggettivo
Gli scritti di Guthrie lasciano l’impressione che il loro autore vede il comportamento umano in modo molto meccanicistico: il comportamento è dominato dagli stimoli, e i mutamenti delle connessioni stimolo-risposta seguono leggi meccaniche. Guthrie si dimostra sensibile a concetti come desiderio e scopo e cerca di interpretarli in termini fisici. Riconosce la presenza di quattro elementi: 1) un complesso di stimoli che mantengono vivo l’organismo,
risposte che orientano i recettori in direzione di determinati stimoli. Può intervenire anche un processo di esplorazione, in cui entrano in gioco movimenti di ricerca che cessano allorquando è avvenuta la percezione di un dato stimolo. Questa definizione dell’attenzione permette a Guthrie di riformulare il suo principio fondamentale dell’apprendimento in questo modo: “Ciò a cui si sta prestando attenzione diventa un’indicazione per ciò che si sta facendo”. Guthrie asserisce che i processi in causa, benché li si possa definire in termini soggettivi, riguardano movimenti fisici oggettivi; può anche darsi che sia difficile riuscire a osservarli, ma la loro esistenza è certa. Guthrie attribuisce particolare importanza al ruolo degli stimoli prodotti dai movimenti. Ad esempio, la combinazione di stimoli che è presente allorquando avvertiamo che stiamo per compiere un determinato movimento ha l’effetto di indurci a compiere il movimento successivo. Benché nel sistema di Guthrie questi stimoli prodotti dai movimenti svolgano spesso una funzione analoga a quella svolta dalle variabili intermedie, Guthrie esita a chiamarli variabili intermedie perché considera la loro presenza non meno oggettiva di quelle delle variabili dipendenti e indipendenti. La versione finale della sua concezione teorica presenta un carattere più tecnico. È probabile che Guthrie verrà ricordato non tanto per i suoi tentativi di costruire una teoria formalizzata, quanto per i suoi contributi informali alla riflessione sui processi di apprendimento. Guthrie ci invita a tenere presente che, ogni qual volta desideriamo capire una situazione di apprendimento, dobbiamo prestare attenzione alla risposta specifica che viene messa in atto e agli stimoli specifici che la suscitano. Guthrie ha sottolineato con decisione l’importanza dell’analisi precisa di stimoli e risposte e il suo punto di vista può risultare utile in molte situazioni di apprendimento.
Guthrie e Watson come teorici della contiguità
La teoria di Watson e quella di Guthrie hanno in comune tutte le caratteristiche del comportamentismo, ma hanno anche in comune un aspetto che le rende diverse dalle altre teorie comportamentiste: né Watson né Guthrie vedono l’apprendimento come un processo che dipende dal rinforzo. Watson metteva in ridicolo l’idea che le ricompense determinerebbero ciò che si apprende. Anche Guthrie evitava di fare riferimento agli effetti rinforzanti delle ricompense. Nel sistema teorico di entrambi occupa un ruolo centrale il presupposto secondo cui l’apprendimento dipende soltanto dalla contiguità di stimolo e risposta, dal fatto che stimolo e risposta compaiono insieme. È per questi motivi che Watson e Guthrie vengono chiamati teorici della contiguità. Per via di questa loro posizione, Watson e Guthrie si contrappongono a un altro gruppo di connessionisti, i comportamentisti conosciuti come teorici del rinforzo. I teorici del rinforzo rivelano lo stesso attaccamento di Watson e Guthrie all’oggettività e alla connessione stimolo- risposta. A differenza dei teorici della contiguità , però, non vedono nessun motivo che impedisca di riconoscere gli effetti rinforzanti della ricompensa. Thorndike è stato uno dei primi grandi esponenti di questo punto di vista