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La devozione in rete, Prove d'esame di Antropologia Culturale

Riassunti per esame di Antropologia culturale. Riassunti dettagliati con aggiunta di appunti

Tipologia: Prove d'esame

2016/2017

In vendita dal 09/06/2017

Catena.Mammola
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LA COMUNICAZIONE INTERCULTURALE E L’ERA DIGITALE
(Giaccardi)
CAPITOLO 1: La comunicazione interculturale
La comunicazione è un fenomeno molto più complesso della semplice trasmissione di messaggi.
1. Non si può non comunicare
Nel 1967 Watzlawick formulava un’ assioma meta comunicazionale (meta comunicazione): non si può non
comunicare. Anche quando non comunichiamo verbalmente, non possiamo evitare di tenere un comportamento perché
il nostro corpo si atteggia in qualche modo. E’ impossibile azzerare la gestualità e controllare la mimica facciale
(elementi della comunicazione non verbale), ovvero sforzarci di non comunicare nulla (silenzio posturale). Anche la
nostra immobilità comunica qualcosa.
Ogni persona costruisce un proprio punto di vista sul mondo che non può essere esattamente corrispondente a quello
di qualcun altro. Singer dice che ogni comunicazione è interculturale e che ognuno di noi si dispone interculturalmente
ogni volta che comunica con qualcun altro.
2. Inevitabilità e necessità della comunicazione interculturale
Bauman dice che oggi nessuno può dire “non ne so niente” e quindi anche il solo ignorare o non considerare la
questione rappresenta una presa di posizione: dal punto di vista della meta comunicazione manifestiamo un fastidio o
una presa di distanza o un senso di inadeguatezza.
Il tacere può esprimere imbarazzo, tentativo di occultare responsabilità, sforzo di sviare l’opinione pubblica da temi
controversi. Poiché è impossibile non avere un comportamento non si può non comunicare.
Oggi non si può ignorare il rapporto tra le culture, non si può pensare di poter evitare di comunicare
interculturalmente; inoltre la comunicazione è l’unica alternativa al conflitto o alla chiusura difensiva.
La comunicazione interculturale funziona a due livelli:
1 Il primo livello è quello delle situazioni e riguarda lo scambio dei messaggi e le modalità di interazione nei singoli
contesti della vita quotidiana, nelle istituzioni e nella politica; poiché le occasioni di contatto interculturale sono
sempre più numerose è necessario evitare gaffes, fraintendimenti e malintesi.
2 Il secondo livello è quello dei presupposti culturali che ispirano i frames (cornici) di riferimento dell’agire
comunicativo; la comunicazione interculturale in questo caso diventa un’occasione per approfondire la
consapevolezza dei propri presupposti.
La de spazializzazione e rispazializzazione che caratterizzano la contemporaneità globalizzata creano le condizioni
secondo cui non si può non comunicare interculturalmente perché l’altro non è più altrove.
3. Che cos’è la comunicazione
Il termine comunicazione deriva da:
Communis- communio = cum (con) munus (dono, obbligazione) oppure moenia (chi sta dentro le stesse mura).
La comunicazione è un processo di costruzione collettiva e condivisa di significato, processo dotato di livelli diversi
di formalizzazione, consapevolezza e intenzionalità -> DIVERSO -> Da trasmissione di informazioni (es. messaggio
passa da A a B).
Il modello di trasmissione prevede che il messaggio passi da A (emittente) a B (ricevente) secondo questo schema: A
M B
Il modello è appropriato per descrivere le dinamiche che hanno luogo nei processi di acculturazione. In questo senso
la comunicazione è unidirezionale, il destinatario è passivo, il contesto non è messo a tema cioè non è influente, il
messaggio viene passato attraverso un canale senza essere modificato.
Nell’era della comunicazione digitale e nel web 2.0 caratterizzato da interattività, partecipazione, costruzione
condivisa del sapere, generazione del contenuto da parte degli utenti, il modello trasmissivo è più informativo che
comunicativo.
Rispetto alla comunicazione interculturale, tale modello è inadeguato e insufficiente. Ci sono altri due modelli:
- Dialogo = deriva dal greco dià (separazione ma anche reciprocità) e legein (parlare ma anche raccogliere); attraverso
il dialogo si lega ciò che è separato. Il dialogo presuppone l’incontro di alterità e uno sforso di relazione che passa per
l’ascolto e il riconoscimento dell’altro come interlocutore. E’ possibile non solo lo scambio di informazioni ,ma anche
la costruzione di un mondo comune attraverso lo scambio di simboli; questo scambio consente agli interlocutori una
reciproca comprensione.
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LA COMUNICAZIONE INTERCULTURALE E L’ERA DIGITALE

(Giaccardi)

CAPITOLO 1: La comunicazione interculturale

La comunicazione è un fenomeno molto più complesso della semplice trasmissione di messaggi.

1. Non si può non comunicare Nel 1967 Watzlawick formulava un’ assioma meta comunicazionale (meta comunicazione): non si può non comunicare. Anche quando non comunichiamo verbalmente, non possiamo evitare di tenere un comportamento perché il nostro corpo si atteggia in qualche modo. E’ impossibile azzerare la gestualità e controllare la mimica facciale (elementi della comunicazione non verbale), ovvero sforzarci di non comunicare nulla (silenzio posturale). Anche la nostra immobilità comunica qualcosa.

Ogni persona costruisce un proprio punto di vista sul mondo che non può essere esattamente corrispondente a quello di qualcun altro. Singer dice che ogni comunicazione è interculturale e che ognuno di noi si dispone interculturalmente ogni volta che comunica con qualcun altro.

2. Inevitabilità e necessità della comunicazione interculturale Bauman dice che oggi nessuno può dire “non ne so niente” e quindi anche il solo ignorare o non considerare la questione rappresenta una presa di posizione: dal punto di vista della meta comunicazione manifestiamo un fastidio o una presa di distanza o un senso di inadeguatezza. Il tacere può esprimere imbarazzo, tentativo di occultare responsabilità, sforzo di sviare l’opinione pubblica da temi controversi. Poiché è impossibile non avere un comportamento non si può non comunicare. Oggi non si può ignorare il rapporto tra le culture, non si può pensare di poter evitare di comunicare interculturalmente; inoltre la comunicazione è l’unica alternativa al conflitto o alla chiusura difensiva. La comunicazione interculturale funziona a due livelli: 1 Il primo livello è quello delle situazioni e riguarda lo scambio dei messaggi e le modalità di interazione nei singoli contesti della vita quotidiana, nelle istituzioni e nella politica; poiché le occasioni di contatto interculturale sono sempre più numerose è necessario evitare gaffes, fraintendimenti e malintesi. 2 Il secondo livello è quello dei presupposti culturali che ispirano i frames (cornici) di riferimento dell’agire comunicativo; la comunicazione interculturale in questo caso diventa un’occasione per approfondire la consapevolezza dei propri presupposti. La de spazializzazione e rispazializzazione che caratterizzano la contemporaneità globalizzata creano le condizioni secondo cui non si può non comunicare interculturalmente perché l’altro non è più altrove. 3. Che cos’è la comunicazione Il termine comunicazione deriva da: Communis- communio = cum (con) munus (dono, obbligazione) oppure moenia (chi sta dentro le stesse mura). La comunicazione è un processo di costruzione collettiva e condivisa di significato, processo dotato di livelli diversi di formalizzazione, consapevolezza e intenzionalità -> DIVERSO -> Da trasmissione di informazioni (es. messaggio passa da A a B). Il modello di trasmissione prevede che il messaggio passi da A (emittente) a B (ricevente) secondo questo schema: A M B Il modello è appropriato per descrivere le dinamiche che hanno luogo nei processi di acculturazione. In questo senso la comunicazione è unidirezionale, il destinatario è passivo, il contesto non è messo a tema cioè non è influente, il messaggio viene passato attraverso un canale senza essere modificato. Nell’era della comunicazione digitale e nel web 2.0 caratterizzato da interattività, partecipazione, costruzione condivisa del sapere, generazione del contenuto da parte degli utenti, il modello trasmissivo è più informativo che comunicativo. Rispetto alla comunicazione interculturale, tale modello è inadeguato e insufficiente. Ci sono altri due modelli:

  • Dialogo = deriva dal greco dià (separazione ma anche reciprocità) e legein (parlare ma anche raccogliere); attraverso il dialogo si lega ciò che è separato. Il dialogo presuppone l’incontro di alterità e uno sforso di relazione che passa per l’ascolto e il riconoscimento dell’altro come interlocutore. E’ possibile non solo lo scambio di informazioni ,ma anche la costruzione di un mondo comune attraverso lo scambio di simboli; questo scambio consente agli interlocutori una reciproca comprensione.
  • Consenso = uso comunicativo del logos, che consente di pensare le condizioni per un consenso senza coazioni (imposizioni). Oggi nell’era tattilel’intesa si realizza attraverso la sintonia emotiva, l’empatia, il sentire insieme. 4. Lo studio della comunicazione Le discipline che hanno come oggetto la comunicazione sono: Antropologia Rapporto comunicazione-cultura Studio del linguaggio- Duranti Beni come codici di comunicazione Importanza dell’interpretazione- Geertz Semiotica Strategia di costruzione del discorso Costruzione di significati attraverso testi di vario tipo Apertura alle scienze sociali Sociolinguistica Rapporto lingua e società Rilevanza sociale dei fatti linguistici Variazioni dell’uso della lingua Concetto di comunità linguistica Psicologia Importanza delle comunicazioni per le relazioni e la formazione dell’identità Sociologia Comunicazione- modo per trasmettere e trasformare i significati sociali Sviluppo di Indirizzi che studiano le interazioni comunicative tra gli attori sociali 5. Il concetto di cultura Cultura: deriva da colere che significa coltivare. Nell’800 in Europa questa concezione viene messa in discussione, si inizia a parlare di culture nazionali come patrimonio che fonda la formazione degli stati nazionali. L’antropologia formula un concetto scientifico di cultura sottolineandone il carattere condiviso. Definizioni di cultura Da Tylor – quell’insieme complesso che include la conoscenza, le credenze, l’arte, la morale, il costume e qualsiasi altra abitudine acquisita dall’uomo come membro di una società. a Geertz- insieme di significati trasmessi storicamente attraverso i quali gli individui comunicano tra loro e condividono le loro esperienze, concezioni e credenze. 6. Comunicazione e cultura Hall sostiene che la comunicazione costituisce il cuore della vita e della cultura. L’intreccio tra comunicazione e cultura può essere spiegato in due modi: 1- La cultura è un’insieme di segni dotati di significati, che si esprime in pratiche comunicative; le manifestazioni culturali sono atti di comunicazione; 2- L a cultura sopravvive se è comunicata. I principali canali della trasmissione culturale sono:
  • comunicazione interpersonale (verbale, non verbale, in presenza o mediata)
  • comunicazione pubblica (per es. agenzie di socializzazione come scuola, partiti, chiese)
  • comunicazione attraverso i media tradizionali (stampa, cinema, radio, tv)
  • comunicazione attraverso i nuovi media in particolare attraverso gli smartphone. Nel processo di trasmissione la cultura subisce interpretazioni e contaminazioni, quindi si trasforma

CAPITOLO 2: LA COMUNICAZIONE NON VERBALE Mentre la comunicazione verbale è simbolico-convenzionale, la comunicazione non verbale è analogica, cioè presenta analogie con ciò che si vuole comunicare. Es. espressioni, comportamenti ecc.

1. La comunicazione interpersonale: verbale e non verbale

Nella comunicazione interpersonale sono in gioco due livelli:

  1. La comunicazione verbale, la quale richiede di un codice nel quale tradurre i messaggi e di scambiarli.

Infatti è importante lo Sguardo e la reciprocità dello sguardo. Uno sguardo prolungato può essere letto in modo differente a seconda dei contesti, la reciprocità dello sguardo è in genere apprezzata dagli occidentali, non così altrove dove può essere considerata irrispettosa o offensiva

  1. Area inferiore - fortemente espressiva, la bocca esprime stati d’animo es. faccine emoticons Il sorriso è uno dei segnali fondamentali della specie umana; non è uniforme e univoco ma copre una vasta gamma di fenomeni. E’ legato con le emozioni ed esprime gioia. Esprime felicità anche con interazioni sociali – in condizioni di empatia, simpatia. Infine esprime disponibilità relazionali. Le donne sorridono di più degli uomini.

Gestualità I gesti sono azioni motorie coordinate, volte a generare un significato e indirizzare ad un interlocutore, al fine di raggiungere uno scopo. I movimenti del corso sono legati a:

  • fattori individuali (personalità, stato emotivo)
  • elementi situazionali (il tipo di relazione, la situazione formale o informale)
  • caratteristiche culturali. Lo studio della gestualità si concentra sui movimenti del capo, del busto, degli arti superiori e inferiori. I gesti sono appresi e interiorizzati; inoltre variano a seconda della cultura di appartenenza. Tra le forme più importanti ci sono i gesti idiolettali , tipici di una persona o significativi entro un contesto ristretto (famglia, scuola…).

Postura Il modo in cui gli individui dispongono e controllano il proprio corpo nello spazio è la postura. Vari fattori influenzano il comportamento posturale: il patrimonio genetico, l’età, lo stato di salute, l’uso del corpo, gli atteggiamenti psichici. Vi è correlazione tra postura ed emozioni: il corpo esprime stati d’animo più generali, come tensione, rilassatezza, noia, eccitazione, interesse e così via. Inoltre, all’interno di una cultura per ogni situazione ci sono posture appropriate.

4. I tratti paralinguistici

Il termine paralinguistica (TRAGER) comprende tutti i tratti paralinguistici, che sono le componenti vocali non verbali del parlato e le emissioni vocali non verbali. Anche i fenomeni paralinguistici possiedono una funzione comunicativa, che è anche modellata culturalmente Il silenzio Non è solo assenza di comunicazione, ma ha un significato. Costituisce un modo strategico di comunicare e presenta una poliedricità di significati

5. Il potere comunicativo dello spazio: la prossemica

Nella comunicazione le persone mettono in atto una serie di comportamenti automatici. Secondo Hall, il lnguaggio organizza il pensiero e lo spazio organizza le attività. L’organizzazione dello spazio è la dimensione nascosta della cultura, che produce una grande quantità di significati dentro i quali sappiamo muoverci. La prossemica è il linguaggio della prossimità e riguarda gli usi sociali e comunicativi dello spazio. Il nostro rapporto con lo spazio può essere sia passivo che attivo: noi percepiamo lo spazio circostante, che ci arriva attraverso i nostri organi di senso e agiamo nello spazio, dandogli una forma e un ordine attraverso la nostra azione.

6. Lo spazio percepito Noi percepiamo lo spazio attraverso gli organi di senso, che operano attraverso filtri culturali, ogni organo di senso identifica un tipo di spazio. Ciò che percepiamo è il risultato di un processo di selezione, legato alla cultura. L’appartenenza culturale condiziona il nostro modo di vedere il mondo. I sensi sono usati in modi diversi: ad es. gli arabi utilizzano di più l’olfatto e il tatto rispetto agli europei Oggi la cultura occidentale è prevalentemente visiva. La percezione attraverso i sensi è cambiata nel tempo e a seconda dei luoghi.

Lo spazio acustico Lo spazio acustico è inclusivo; l’orecchio è un organo coinvolgente e socializzante. La sua capacità consiste nel creare un coinvolgimento inclusivo, perciò svolge un ruolo cruciale rispetto alla sfera religiosa (suono delle campane per

delimitare un territorio = funzione informativa e risacralizzazione dello spazio circostante) I rumori che ci aspettiamo di trovare associati ad un luogo e ad un’attività non attirano la nostra attenzione e magari non li percepiamo nemmeno, per quanto possano essere intensi. Un suono anomalo che per noi è rilevante viene captato anche se la sua intensità è molto inferiore a quella di altri rumori circostanti.

Lo spazio olfattivo L’Olfatto è uno dei più primitivi e fondamentali mezzi di comunicazione. La funzionalità dipende da età, salute, ecc. È fondamentale nel comportamento animale. L’olfatto contribuisce a creare emozioni, gli odori sono impregnati di soggettività e attivano la memoria es. Proust e la madeleine (tisana= abbinamento tra odore e memoria)

Esperienza, memoria e spazio olfattivo L’odore dà vita a immagini olfattive legate a emozioni vissute. L’olfatto è considerato il senso della soggettività. È un senso coinvolgente perché catalizza gli altri stimoli di natura non verbale, soprattutto nel ricordo.

Olfatto e sincronie sociali L’olfatto può assolvere funzioni sociali importanti, come nel caso dei rituali, che spesso utilizzano sostanze odorose (es. incenso) per sottolineare passaggi cruciali del rito. Le aziende sembrano includere tra i propri strumenti di comunicazione il marketing olfattivo. Esempio: odore di vaniglia che esce dalle gelaterie per invogliare i clienti ad entrare.

Rimozione e recupero dello spazio olfattivo Il processo di civilizzazione è passato attraverso la rimozione degli odori (es. odori del corpo), ciò impoverisce la varietà di esperienze sensoriali, impedisce i ricordi. Lo spazio olfattivo è meno denso e diversificato di un tempo. Le città occidentali spesso mancano di varietà di odori, mentre presso i musulmani l’odore è una componente importante dell’esperienza relazionale.

Olfatto e gusto Questi due sensi sono in strettissima relazione tra loro. Sia le sensazioni olfattive che quelle gustative sono difficili da rendere con il linguaggio verbale. Olfatto e gusto interferiscono reciprocamente. Il mangiare è un’esperienza totale ad esempio. Il gusto ha a che fare con il soggettivo e con il dato culturale, infatti la cultura stabilisce ciò che è commestibile e ciò che non lo è. Gusto Il gusto dipende da regole culturali, che disciplinano i comportamenti alimentari ( stereotipi e pregiudizi). Attraverso il cibo viene introiettata la cultura degli altri. Il gusto, inoltre, dipende dall’influenza di abitudini familiari. Il gusto presenta anche correlazione con classi sociali (alcuni gruppi sociali prediligono le quantità abbondanti) e correlazione con il capitale culturale (le differenze culturali sono marcate tramite l’identificazione spregiativa dell’altro con alcuni cibi tipici della sua cultura.

Lo spazio termico La pelle emette e avverte calore. Ciascuno di noi tende ad emettere e ricevere segnai sulla propria condizione emotiva (es. guance, mani). L’aumento del flusso sanguigno provoca per esempio un aumento della temperatura nell’area interessata.

Lo spazio tattile Il tatto è una delle nostre principali fonti di conoscenza e reazione: l’interazione attraverso il tatto uno dei fondamenti della socialità umana. L’esperienza di toccare fisicamente qualcuno ci assicura di essere in contatto con il mondo esterno, ma anche con la nostra interiorità. Tatto e vista sono inizialmente molto legati: per esempio i bambini toccano e mettono in bocca ciò che vedono, per esplorare e conoscere il mondo. L’ aptica studia il tatto come forma di conoscenza e comunicazione. Inoltre svolge una funzione rituale rilevante nelle

Il movimento dei soggetti ristruttura lo spazio. Sono i percorsi e le traiettorie degli attori sociali a dare ordine e senso allo spazio. Spazio e tempo si intrecciano nella dimensione dei flussi, i quali sono dovuti soprattutto da network di relazioni e infrastrutture. Territorio svolge un ruolo importante nel sostenere legami di appartenenza, così rappresenta anche uno strumento di esclusione sociale (es. modello del ghetto con gli ebrei). La segregazione oggi porta alla creazione di non luoghi, come i campi per rifugiati.

8. CRONEMICA Non solo l’organizzazione dello spazio, ma anche quella del tempo condiziona la nostra esperienza ed è legato alla nostra cultura. La cronemica studia:

  1. culture sulla base dell’orientamento verso presente, passato, futuro
  2. culture sulla base di orientamento monocronico o policronico

8.1 Passato, presente e futuro Le culture si differenziano per il diverso rapporto con le 3 dimensioni temporali. Ci sono:

  • Culture orientate al passato , culture tradizionali; valutano il presente come degenerazione del passato
  • Culture orientate al presente , culture occidentali; dopo secoli di fiducia nel progresso, hanno cominciato a rendersi conto dei rischi collegati alo sviluppo e a mirare all’ individualismo (ci si concentra sul presente); sono società del rischio perché il futuro sfugge al loro controllo. Culture come quella dei Navajos si orientano esclusivamente al presente, in quanto considerano il futuro come qualcosa di evanescente.
  • Culture orientate al futuro , mirano alla pianificazione per raggiungere obiettivi precisi; cambiamento e innovazione sono valutati positivamente; mostrano fiducia nel progresso.

9. Tempo monocronico e policronico

HALL ha identificato due diversi atteggiamenti verso il tempo:

  • il primo prevale nelle società orientate al futuro
  • il secondo prevale in quelle orientate al passato
  • nelle società orientate al presente si possono riscontrare entrambi

9.1 Tempo monocronico E’ il tempo della modernità, affermatosi in Occidente, grazie all’invenzione della luce elettrica e dell’industria, che ha promosso i valori dell’efficienza e dello sfruttamento del tempo. L’ orologio ha portato ad una frammentazione dell’esistenza in ore e minuti. Il tempo è segmentato e reificato , cioè si può dominare. Questa impostazione si traduce in un’idea dell’uso del tempo come pianificazione. L’approccio con il tempo è orientato allo scopo: ogni segmento temporale è destinato ad un’attività specifica, sulla quale si concentrano l’attenzione e le energie. Questo comporta un’ossessione per la puntualità, ritenuta un segno di rispetto per le persone con cui si ha a che fare.

9.2 Tempo policronico Consiste nell’esecuzione contemporanea di una serie di azioni. È un modello di organizzazione temporale, dove la relazione ha la priorità rispetto alle attività programmate e dove la puntualità è un valore sacrificato senza problemi. Con il tempo policronico vi è una maggiore flessibilità negli appuntamenti, il tempo è fluido e non controllato. Il tempo è più ciclico che lineare, più femminile che maschile. La donna ha la ciclicità iscritta nel proprio organismo biologico ed è adatta culturalmente alla routine dei compiti domestici, che la rende orientata alla relazione. Inoltre è anche più abituata a svolgere contemporaneamente attività e ruoli diversi.

Entrambi i modelli hanno pregi e limiti. Il tempo monocronico rischia di essere alienante, quello policronico di rendere difficile l’azione. Nelle culture policroniche vi è la tendenza ad appoggiarsi a un leader per raggiungere un obiettivo, questo atteggiamento favorisce i totalitarismi. Per il migrante che passa da una cultura policronica ad una monocronica può essere difficile adattarsi ai ritmi e alle richieste del nuovo contesto. Anche i calendari non sono universali, la concezione del calendario dell’Islam è profondamente diversa da quella del calendario delle culture occidentali.

La concezione del tempo contemporaneo (frammentato e istantaneo) è diversa da:

  • tempo ciclico della natura e della tradizione
  • tempo lineare del progresso nella modernità

Tempo policronico dei nativi digitali Consiste nel tempo orientato a molteplici attività nello stesso istante ( multitasking ). Il Multitasking ripropone quella simultaneità non gerarchizzata che caratterizzava l’esperienza quotidiana della vita tribale. Sherry Turkle , grazie ad una serie di ricerche empiriche ha dimostrato che la performance dei multitasker non è poi così buona in alcune delle diverse attività in cui gli individui sono impegnati. Il Multitasking:

  • fa sentire bene perché conduce un senso di eccitazione che fa sentire produttivi.
  • introduce una nuova nozione del tempo, un tempo magico, che spesso può essere un rischio e un pericolo (es. scrivere messaggi alla guida). Quest’ accezione di Multitasking, come eccitante e magico, non è l’unico dato che emerge dalle pratiche dei nativi digitali. Con la svolta social del web 2.0 risulta evidente come per i nativi digitali il tempo non si riduce all’istante denso.

10. Le dimensioni della variabilità culturale

Se si considerano elementi culturali, si possono identificare sei dimensioni lungo le quali si registrano differenze tra culture:

  1. Immediatezza ed espressività = capacità di comunicare calore, disponibilità alla comunicazione, vicinanza e distanza soprattutto attraverso la comunicazione non verbale.
  2. Individualismo e collettivismo = si esprime nel modo in cui le persone vivono insieme, in cui comunicano e il tipo di valori prevalenti. Nelle culture individualiste i legami sociali sono più laschi, mentre rilevanza viene data all’indipendenza e alle responsabilità individuali. Le culture collettiviste sono più orientate alla collaborazione, all’armonia tra i membri del gruppo e al coinvolgimento reciproco.
  3. Gender = caratteristica individuale o sociale, il genere rappresenta una variabile dalle tante implicazioni culturali, dovuti alla rigidità dei ruoli di genere.
  4. Distribuzione del potere e distanza sociale = le differenze nel modo di comunicare tra le culture possono essere legate al odo in cui il potere, il prestigio e la ricchezza sono distribuiti all’interno di una cultura
  5. Tolleranza dell’incertezza = le culture differiscono per la loro diversa valutazione e disposizione ad accettare il rischio e l’ambiguità
  6. Alto e basso contesto = il contesto è importante nella comunicazione; si dice ad alto contesto quando la maggior parte dell’informazione risiede nel contesto fisico o è implicito nella persone, mentre è a basso contesto quando trasmette la maggior parte dell’informazione attraverso il codice esplicito della lingua. 11. L’agire comunicativo La comunicazione interpersonale (verbale e non verbale) è un’attività difficilmente interpretabile a prescindere dal contesto. Il contesto è un costrutto complesso, che si distingue in:
  • Contesto culturale = può essere riconosciuto dall’interno ( approccio emico ) o dall’esterno ( approccio etico ), utilizzando in quest’ultimo caso elementi preidentificati (gestualità, mimica facciale ecc..)
  • Contesto sociale o relazionale = importante in questo è la centralità della nozione di frame per comprendere le modalità di interazione da parte di un osservatore esterno.
  • Contesti situazionali = in essi vi sono elementi convenzionali relativamente stabili (sceneggiature legate alle diverse situazioni, con la loro gamma di comportamenti appropriati e non) ed elementi contingenti , legati alle condizione dell’ambiente fisico in cui si svolge l’interazione (per esempio in una lezione si prevede che il docente parli e gli studenti ascoltino e prendano appunti).

CAPITOLO 3: La comunicazione mediata L’ambito della comunicazione mediata a lungo non è stata considerata pertinente alla comunicazione interculturale. Nel villaggio globale, la geografia dei diversi quartieri continua a ridefinirsi. Castells definisce società di flussi e network society i media e in particolare i nuovi media e i social media, che

propria condizione migratoria) o rispetto a contesti di compresenza (dove una telefonata fatta in una lingua incomprensibile ai presenti può assumere diversi significati). Il cellulare rappresenta una tecnologia del Sé fondamentale per il migrante e un modo per restare in connessione con i mondi di persone e di idee in cui ci si riconosce. Si parla di vicinanza despazializzata. Ma ci sono anche casi in cui i dispositivi come il telefono cell diventa un elemento di disconnessione e riaggregazione ai nuovi contesti.

I media come ambienti I media dunque svolgono un ruolo centrale in quei fenomeni di contrazione e riconfigurazione spazio-temporal che caratterizzano la contemporaneità. La televisione aveva ridotto il mondo ad un villaggio globale (McLuahn). I media rendono accessibili mondi lontani, con un effetto sensibile di riduzione della distanza e rendono possibile assistere in tempo reale a ciò ch avviene altrove. Dalla fine degli anni ’80 il tema della trasformazione spazio e tempo diventa centrale nella riflessione sociologica. Harvey è lo studioso che più a fondo ha esplorato il fenomeno della compressione di spazio e tempo nella contemporaneità. Spazio e tempo si sganciano l’uno dall’altro. Il concetto di globalizzazione può essere meglio compreso in termini di distanziazione spazio-temporale.

Scomparsa o trasformazione del luogo? La questione del cambiamento dl luogo diventa centrale nel dibattito sociologico sulla contemporaneità, su di essa sono state prese due posizioni:

  • una sulla morte dello spazio e sulla fine della località, assorbita dalle interconnessioni globali;
  • l’altra, sulla trasformazione del luogo nella direzione di una sua complessificazione, apertura verso l’esterno e interconnessione con altri luoghi. Castells parla di network society , il cui paradigma è la rete. Il luogo con il web 2.0 si fantasmagorizza e si digitalizza, è dunque uno spazio aperto: il globale come parte di ciò che costituisce il locale, il fuori come parte del dentro; il virtuale come parte del reale. Dalla monogamia geografica (Heller) si giunge ad una promiscuità geografica, la quale è:
  • quantitativa (abbiamo accesso ad una molteplicità di luoghi)
  • qualitativa (l’altrove è presente in varie forme)

Lo spazio urbano è prodotto; a guidare questo processo è l’interazione tra 3 poli:

  • le rappresentazioni dello spazio (il modo in cui esso è concepito e rappresentato)
  • le pratiche spaziali (il modo in cui è occupato unno spazio)
  • la morfologia dello spazio (gli elementi fisicamente presenti) L’attore sociale definisce la propria identità anche in funzione dello spazio che abita. Tra attore sociale e spazio esiste il rapporto di parziale co-costruzione.

Modelli della rispazializzazione Altri 2 fenomeni ridefiniscono lo spazio: aspazialità - despazializzazione e reticolarità. Il primo testimonia la perdita di stabilità della dimensione spaziale. Lo spazio si moltiplica e si ridefinisce a seconda del punto di vista dell’osservatore. Lo spazio non scompare, ma si ridefinisce, si pluralizza e perde cosi la sua capacità di orientamento. Persone e immagini si sganciano dai contesti di origine e transitano ovunque nel globo. Si inizia a parlare di:

  • ethnoscapes = paesaggi disegnati dal flusso dei soggetti in movimenti
  • mediascapes = flusso transnazionale delle immagini mediali, che transitano tra periferie e il centro del mondo. Mediascape Culture in movimento – travelling cultures Intreccio tra spostamenti fisici e comunicazioni simboliche attraverso vari small media (da lettere a video, telefonate ecc.)

Ideoscapes: democrazia tra Occidente e Islam Gli ideoscapes sono concatenazioni di immagini. I processi, come mobilità fisica dei soggetti e i flussi mediatici di immagini e idee, comportano nuovi significati, a seconda sei soggetti e dei contesti, che rendono fluidi e innstabili i paesaggi stessi. Un esempio di ideoscapes è l’idea di democrazia dell’Occidente.

Quello che invece rappresenta più efficacemente il mediascape è un Islam fondamentalista e sanguinario, che non è la sua autenticità, ma solo una componente regressiva e reattiva.

Crisi dei confini e rispazializzazione dell’Islam La capacità dei media di rispazializzare la vita sociale e ridefinire i paesaggi di idee è dunque riconosciuta anche fuori dall’Occidente. Questo aspetto diventa fondamentale nel momento in cui la deterritorializzazione dell’Islam provoca la caduta dei riferimenti spaziali e sociali ch ne costituivano un potente ancoraggio. La perdita dell’evidenza sociale e la deterritorializzazione rendono prezioso il territorio virtuale globale offerto dai media, che diventa il luogo della Umma , comunità dei credenti. La Umma mediatica diventa cosi una comunità costruita in base a certi valori. La Umma è formata da uguali a prescindere dalla razza e dall’astrazione sociale, e si caratterizza per il forte senso di coesione e solidarietà. La nascita della televisione araba al Jazeera (1996) comporta un forte impatto del paesaggio mediatico in lingua araba, che costituisce un punto di riferimento e di ricompattazione della diaspora araba nel mondo.

Rispazializzazione intraculturale e gender Secondo la Mernissi una televisione satellitare come al Jazeera è stata in grado di produrre una valorizzazione della figura femminile, tradizionalmente confinata nella cultura araba musulmana. Il concetto di hudud è cruciale nell’Islam; questi proteggono la città dall’individualismo, la fonte di tutti i disordini.

3. La funzione simbolica

All’interno dell’ambiente mediale e ipermediale prendono orma i significati attorno ai quali si definiscono le identità.

Media, emozione e azione Lo sviluppo dei mezzi di comunicazione crea nuove forme di interazione, ma dà origine anche a nuovi tipi di azione. La loro caratteristica principale è che si rivolgono a persone situate in luoghi lontani nello spazio. L’esperienza mediata da un lato si intreccia con l’esperienza diretta. Inoltre essa estende le nostre possibilità di accesso, consentendo il dissequestro dell’esperienza (Thompson): recupero di tipi di esperienza un tempo incorporati nella quotidianità. I media, inoltre, moltiplicano la nostra mobilità simbolica e consentono forme di azione. Essi offrono un’ apertura utopica sul mondo, dove l’utopia è intesa come “nessun luogo”. L’assistere in forma mediata a spettacoli di sofferenza produce una forma di solidarietà a distanza. Le immagini del dolore altrui sono fonte delle emozioni senza azioni, il cui esito è far sentire chi le prova membro del gruppo delle persone sensibili. Un altro meccanismo che favorisce la separazione tra emozione e azione è il diniego , si tratta di un modo di ripristinare la distanza che in coinvolgimento emotivo tende ad abolire ( consiste nel riconoscimento dei fatti minacciosi, imbarazzanti e pericolosi che mira a neutralizzare il senso di angoscia prodotto dalla consapevolezza della sofferenza altrui e a costruire un alibi per la non-azione ).

Cronemica mediata: sincronie di azioni I media forniscono una simultaneità entro la quale le persone partecipano contemporaneamente allo stesso evento. Si ha così una sincronizzazione temporale, che consente la condivisione di ritmi e tempi, ciò contribuisce alla costruzione del noi. L’organizzazione del tempo si complessifica, infatti si parla di simultaneità dei presenti (si abita in più presenti). Il rito ha la funzione di collante sociale, in quanto rafforza il senso di appartenenza al gruppo; i media sono il palcoscenico delle performance rituali, per esempio le grandi cerimonie dei media come le incoronazioni, i discorsi presidenziali, i mondiali di calcio ecc.. svolgono un ruolo di esibizione dei valori condivisi, con lo scopo di riunificare, anche quando ci sono elementi conflittuali. I media realizzano anche rituali che degradano il nemico. La degradazione del nemico diventa una forma di autolegittimazione, che giustifica anche azioni ritenuta moralmente inaccettabili.

La definizione della realtà sociale I media forniscono il luogo virtuale e insieme materiale simbolico dell’interazione. Le immagini mediali sono rappresentazioni sociali, dotate di oggettività e di una forte capacità di produrre aggregazione sciale e azione collettiva. Esse svolgono un ruolo istituzionale fondamentale, in quanto costituiscono il sostrato e il supporto di quei fatti sociali a partire dai quali costruiamo la nostra vita personale e relazionale.

  • il darsi una prospettiva temporale consente di creare le condizioni per affrontare e risolvere il malinteso, per avvicinarsi nella comprensione prolungando l’incontro. Non ci può essere comunicazione, né possibilità di risolvere i conflitti se non c’è ascolto dell’altro, non c’è relazione con le differenze semplicemente restando noi stessi. La strada da percorrere è il riconoscimento (reciproco) dell’altro , per la consapevolezza di un comune destino in un mondo globalizzato Per costruire un mondo comune di significati 3. Dall’etnocentrismo alla prospettiva Etnocentrismo: naturale predisposizione all’autopreferenza. Può costituire una risorsa da cui partire per ripensare alla propria posizione nel mondo. Hannerz utilizza il concetto di prospettiva per indicare insieme:
  • la porzione di cultura che appartiene all’individuo;
  • e il fatto che le cose appaiono in modo differente a seconda del punto da cui vengono osservate. La prospettiva, quindi, è il punto di vista dal quale l’individuo riceve e produce significato e implica: un mutamento nel tempo, perché si ridefinisce in base alle esperienze precedenti; ed è relazionale ovvero ciascuno si forma un’idea delle prospettive degli altri. Per Hannerz, la relazione tra le prospettive costituisce la cultura ; e ci parla di un modello interazionista : le persone danno forma alle strutture sociali e ai significati attraverso i contatti reciproci, e le società emergono e acquistano coerenza grazie all’accumulo e all’aggregazione di queste attività. 4. I modelli della relazione tra culture Diversi sono i modelli che si sono succeduti per pensare e gestire il rapporto tra le culture su uno stesso territorio.
  • MELTING POT ( crogiolo delle culture ): indica l’ideale della fusione di tutte le razze in un’unica, superiore cultura. È un modello utopico americano, smentito dalle pratiche di discriminazione a cui le minoranze sono tuttora sottoposte.
  • ASSIMILAZIONE : indica la fusione, indistinzione e cancellazione delle differenze da parte della cultura dominante. Nasce nel contesto della colonizzazione e si estende poi a quello della migrazione: ovvero gli stranieri, per la concessione della cittadinanza, rinunciano alla propria cultura per accettare quella nazionale. Il principio che la ispira è l’universalismo, ma di fatto si manifesta come un etnocentrismo. Questo modello, francese, pone una separazione netta tra: la dimensione pubblica (improntata all’universalismo), e quella privata (dove le specificità culturali possono essere espresse), fino ad arrivare a proibire, in nome della difesa del valore della laicità, ogni simbolo di appartenenza religiosa. Secondo Habermas ci sono due gradi diversi di assimilazione: assimilazione come approvazione dei principi costituzionali; assimilazione come disponibilità ulteriore ad adattarsi, non solo esteriormente, ma anche interiormente alla cultura del paese ospitante, incidendo in maniera profonda sull’identità originaria degli immigrati. Si parla di neoassimilazionismo (Ambrosini), ovvero per la concessione dei permessi di soggiorno, le leggi Europee, innalzano i requisiti di competenza linguistica, di conoscenza della storia, della cultura e delle leggi del paese ospitante.
  • IL MOSAICO DELLE CULTURE : si indica il riconoscimento della pluralità e del diritto alla differenza (differenzialismo/ multiculturalismo). Il termine multiculturalismo ha sia una valenza descrittiva che una prescrittiva. La prima è messa bene in evidenza da Kapuscinski: il mondo è diventato multietnico e multiculturale non perché le società e le culture sono più numerose di una volta, a perché parlano con voce sempre più autonoma e determinata. Siamo passati da una società di massa (basata sui confini nazionali) ad una società planetaria (il villaggio globale); e ciò grazie allo sviluppo dei media e al sistema delle comunicazioni (Hannerz). Il modello a mosaico, inglese e tedesco, considera le culture come tessere, e una generica tolleranza, che nel caso migliore è indifferenza alla differenza, in quello peggiore è segregazione culturale che porta all’intolleranza. In tanti casi il multiculturalismo è una sorta di monoculturalismo plurale: ovvero una semplice tolleranza molto fragile , perché le culture coesistono fianco a fianco senza incontrarsi. Il valore prescrittivo, appare oggi indebolito, come mostrano le prese di posizione del governo tedesco e britannico su questo tema. Nel 2005 a Londra, attacco terroristico da giovani musulmani. Merkel e Cameron arrivano alla conclusione che il modello multiculturale è fallito. Si ritorna al modello dell’assimilazione.
  • METICCIATO e ibridità culturale: indicano gli elementi di problematicità e conflittualità all’interno dello stesso individuo.
  • ESPULSIONE : indica la distruzione delle culture in nome dell’unità e della purezza culturale.
  • CHIUSURA DIFENSIVA : indica il conflitto tra culture rigettando cioè ciò che non può o non vuole essere assimilato. Hannerz ci parla di ecumene globale ovvero una regione di interazione e scambio culturale costante cioè significa riconoscere l’esistenza di flussi culturali che si toccano e si incrociano, e dentro questa cornice bisogna cercare di interpretare e orientare il cambiamento. Se il rischio del mosaico era la tolleranza come indifferenza, il rischio dell’ecumene è il buonismo acritico: che sottovaluta gli indiscutibili problemi che la disuguaglianza pone.

5.Oltre la tolleranza “passiva”: prassi interculturali L’autonomia scaturisce dal riconoscimento e dalla stima, piuttosto che da un sé che rivendica l’indipendenza degli altri (Fraser e Honneth). E l’innovazione sociale diventa possibile solo se non è la dimensione difensiva- conservativa a prevalere. Taylor dice che la distanza è il punto di partenza, ed è possibile costruire un contesto caratterizzato dalla reciprocità e dall’unità di intenti. “L’unità di intenti rende possibile l’uguaglianza della stima; sotto la volontà generale tutti i cittadini virtuosi saranno onorati in modo uguale. Nasce l’era della dignità”. Va rivista dunque l’idea di tolleranza. Non funziona, la storia recente lo dimostra, una tolleranza passiva diventa mal sopportazione della differenza. Va recuperato il senso etimologico di tolleranza: sollevare, prendere su di sé, farsi carico. Da un lato quindi, la necessità della pazienza; dall’altro la responsabilità, capacità di azione guidata da un pensiero che sa incorporare la differenza e riconoscerla come costitutiva, anziché esteriorizzarla. Bisogna imparare a condividere il mondo (Irigaray). La comunicazione interculturale intesa come dialogo culturale complesso diventa un obiettivo e insieme una cornice per leggere la contemporaneità.