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La difficoltà della scelta, Tesine di Maturità di Psicologia Generale

Tesina che spiega perché è così difficile compiere scelte soprattutto al giorno d'oggi, analizzando i processi mentali che stanno dietro questa difficoltà ma anche i fattori sociali che ci rendono così poco capaci di prendere decisioni. La manifestazione della difficoltà della scelta dovuta alla libertà d'azione viene poi analizzata dal punto di vista filosofico con Kierkegaard e Sartre. Esempi letterari eclatanti nella difficoltà di compiere scelte si possono riscontrare poi nella coscienza di

Tipologia: Tesine di Maturità

2015/2016

In vendita dal 28/06/2016

Melissa9593
Melissa9593 🇮🇹

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INTRODUZIONE
L’idea di questo lavoro di approfondimento nasce da una motivazione strettamente personale: la
difficoltà, quasi incapacità, di scegliere che mi caratterizza. Basti pensare che la stessa scelta di questo
argomento è avvenuta solo qualche settimana fa, dopo aver preso in considerazione, e puntualmente
aver scartato poco dopo, temi diversissimi tra loro, dalla cromoterapia, alla plasticità cerebrale, dagli
effetti della musica e della comunicazione col feto in gravidanza al potere della persuasione. Questa
difficoltà nella scelta si manifesta pressoché in tutti gli ambiti della mia vita, persino nei consumi, che
molto spesso si traducono nell’acquisto di entrambi i prodotti tra cui avrei dovuto scegliere. La stessa
scelta dell’università è stata per me motivo di grande indecisione e tuttora non ho ancora deciso se
iscrivermi alla facoltà di Lettere o a quella di Psicologia. La scelta di questo argomento per il lavoro di
approfondimento è stato quindi dettata da una mia peculiarità e da un interesse nel ricercare le cause
di questo comportamento.
Scegliere è inoltre un’attività tra le più complesse che siamo continuamente chiamati a compiere; ogni
istante siamo chiamati a operare delle scelte che determineranno poi le nostre azioni e così il nostro
futuro e che in qualche modo segneranno la nostra vita. Anzi, si potrebbe addirittura affermare che la
stessa vita è tutta una scelta. Decidere come vestirsi, che film guardare, dove andare in vacanza, quale
telefonino comprare ma anche decisioni, più impegnative per il futuro, come ad esempio la scelta
della facoltà universitaria, se sposarsi o meno dopo un lungo fidanzamento, licenziarsi,cambiare lavoro
o avviare un’attività in proprio, rappresentano un bivio, una strada che si biforca, che ci chiede di
orientarci verso una delle due alternative.
Molto spesso si preferisce rimandare, si tenta di fuggire di fronte alla scelta che spaventa, oppure si
delega la libertà di scegliere affidandosi ai tanti libri di autoaiuto molti diffusi in questi anni. Ma come
mai scegliere risulta così difficile? Come spiega Renata Salecl in “La tirannia della scelta” nella società
capitalista post-industriale in cui ci troviamo a operare, dove domina l’ideologia secondo la quale
l’uomo è padrone assoluto della sua vita, siamo più che mai chiamati a scegliere. E poichè le
alternative tra cui scegliere sono diventate talmente tante da rendere la scelta opprimente, e la
responsabilità per aver compiuto una scelta sbagliata causa di tanta ansia, proprio l’indecisione
sembra l’unica possibilità di salvezza dai rimpianti e dalle delusioni che possono nascere a seguito di
una scelta.
Il problema della scelta, seppur oggi più accentuato, risulta essere presente da sempre, come
dimostrano le opere di numerosi scrittori e filosofi di tutti i tempi: da Erasmo da Rotterdam, che mette
in luce la libera volontà dell’uomo di scegliere il bene o il male, tenendo sempre presente la
mediazione della grazia di Dio, a Dante che nel III canto dell’Inferno presenta come primo gruppo di
dannati gli ignavi, i vili, coloro che in terra non vollero assumersi alcuna responsabilità rinunciando alla
capacità della libera scelta che contraddistingue l’essere umano, fino ad arrivare a filosofi come S.
Kierkegaard, che attorno al tema della scelta hanno costruito la loro indagine filosofica. A partire
dell’incapacità di scegliere della propria vita, è nata la figura dell’inetto della quale si può rintracciare
un’anticipazione nell’Andrea Sperelli di D’Annunzio e che verrà poi elaborata in maniera più dettagliata
da Italo Svevo, il cui Zeno de “La coscienza di Zeno” ne rappresenta l’emblema.
Dopo una breve introduzione al tema della scelta e in modo particolare alla maggior difficoltà di
scegliere che si presenta al giorno d’oggi, analizzerò quindi alcuni argomenti relativi a questo tema
presenti nella letteratura italiana, inglese e in filosofia.
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INTRODUZIONE

L’idea di questo lavoro di approfondimento nasce da una motivazione strettamente personale: la difficoltà, quasi incapacità, di scegliere che mi caratterizza. Basti pensare che la stessa scelta di questo argomento è avvenuta solo qualche settimana fa, dopo aver preso in considerazione, e puntualmente aver scartato poco dopo, temi diversissimi tra loro, dalla cromoterapia, alla plasticità cerebrale, dagli effetti della musica e della comunicazione col feto in gravidanza al potere della persuasione. Questa difficoltà nella scelta si manifesta pressoché in tutti gli ambiti della mia vita, persino nei consumi, che molto spesso si traducono nell’acquisto di entrambi i prodotti tra cui avrei dovuto scegliere. La stessa scelta dell’università è stata per me motivo di grande indecisione e tuttora non ho ancora deciso se iscrivermi alla facoltà di Lettere o a quella di Psicologia. La scelta di questo argomento per il lavoro di approfondimento è stato quindi dettata da una mia peculiarità e da un interesse nel ricercare le cause di questo comportamento. Scegliere è inoltre un’attività tra le più complesse che siamo continuamente chiamati a compiere; ogni istante siamo chiamati a operare delle scelte che determineranno poi le nostre azioni e così il nostro futuro e che in qualche modo segneranno la nostra vita. Anzi, si potrebbe addirittura affermare che la stessa vita è tutta una scelta. Decidere come vestirsi, che film guardare, dove andare in vacanza, quale telefonino comprare ma anche decisioni, più impegnative per il futuro, come ad esempio la scelta della facoltà universitaria, se sposarsi o meno dopo un lungo fidanzamento, licenziarsi,cambiare lavoro o avviare un’attività in proprio, rappresentano un bivio, una strada che si biforca, che ci chiede di orientarci verso una delle due alternative. Molto spesso si preferisce rimandare, si tenta di fuggire di fronte alla scelta che spaventa, oppure si delega la libertà di scegliere affidandosi ai tanti libri di autoaiuto molti diffusi in questi anni. Ma come mai scegliere risulta così difficile? Come spiega Renata Salecl in “La tirannia della scelta” nella società capitalista post-industriale in cui ci troviamo a operare, dove domina l’ideologia secondo la quale l’uomo è padrone assoluto della sua vita, siamo più che mai chiamati a scegliere. E poichè le alternative tra cui scegliere sono diventate talmente tante da rendere la scelta opprimente, e la responsabilità per aver compiuto una scelta sbagliata causa di tanta ansia, proprio l’indecisione sembra l’unica possibilità di salvezza dai rimpianti e dalle delusioni che possono nascere a seguito di una scelta. Il problema della scelta, seppur oggi più accentuato, risulta essere presente da sempre, come dimostrano le opere di numerosi scrittori e filosofi di tutti i tempi: da Erasmo da Rotterdam, che mette in luce la libera volontà dell’uomo di scegliere il bene o il male, tenendo sempre presente la mediazione della grazia di Dio, a Dante che nel III canto dell’Inferno presenta come primo gruppo di dannati gli ignavi, i vili, coloro che in terra non vollero assumersi alcuna responsabilità rinunciando alla capacità della libera scelta che contraddistingue l’essere umano, fino ad arrivare a filosofi come S. Kierkegaard, che attorno al tema della scelta hanno costruito la loro indagine filosofica. A partire dell’incapacità di scegliere della propria vita, è nata la figura dell’inetto della quale si può rintracciare un’anticipazione nell’Andrea Sperelli di D’Annunzio e che verrà poi elaborata in maniera più dettagliata da Italo Svevo, il cui Zeno de “La coscienza di Zeno” ne rappresenta l’emblema. Dopo una breve introduzione al tema della scelta e in modo particolare alla maggior difficoltà di scegliere che si presenta al giorno d’oggi, analizzerò quindi alcuni argomenti relativi a questo tema presenti nella letteratura italiana, inglese e in filosofia.

INDICE

  • Introduzione
  • La scelta
    • Perché è difficile scegliere
    • Determinati e indecisi
    • La conoscenza di sé
  • La tirannia della scelta nella società capitalista post-industriale
  • lama di un rasoio tra l’essere e il nulla” “La filosofia è la consapevolezza di vivere camminando sulla
  • Tragicità della libertà e responsabilità secondo J.P.Sartre
  • La coscienza di Zeno: l’incapacità di scegliere
  • Eveline’s difficult choice
  • Conclusione
  • Bibliografia e sitografia

Determinati e indecisi

Sebbene la scelta comporti in sé una difficoltà, non si può comunque negare che ci siano persone più determinate e portate a scegliere con più facilità, e soggetti molto più indecisi. Sostanzialmente i determinati hanno una maggiore conoscenza di sè , sanno coscientemente cosa vogliono, hanno una buona consapevolezza degli obiettivi che intendono raggiungere nella vita e quindi davanti a una decisione, hanno già in mente l’alternativa che sceglieranno. Gli indecisi invece sono caratterizzati (e paralizzati) dalla paura di sbagliare , di commettere errori e di soffrire a seguito di questi. Gli indecisi ricordano un po’ il paradosso dell’asino di Buridano che passeggiando su un prato a un certo punto si imbatté in due bei mucchi di fieno entrambi ugualmente invitanti e non riuscendo a decidersi lasciò passare minuti, ore e poi giorni fino a quando morì di fame. Spesso dietro all’indecisione c’è inoltre una riluttanza ad assumersi delle responsabilità , spesso dovuta al rammarico per degli errori commessi in passato. All’origine di tutto ciò c’è però una scarsa conoscenza di se stessi, difficoltà associate alla costruzione dell’identità e del concetto di sé e una bassa autostima.

La conoscenza di sè

Il sé di un individuo è la conoscenza che questo ha di sé, quella parte della sua conoscenza che vede lui per oggetto. Si tratta di un prodotto della mente che nasce nel corso dell’ esperienza sociale. Il sé è inoltre mutevole e la sua apparente stabilità è il risultato di un lavoro costante di conservazione e ripristino che controbilancia i rinnovamenti. Esistono alcuni tipi fondamentali di conoscenza di sé:  La coscienza di sé che si forma intorno ai 2 anni e che è la semplice consapevolezza di esserci, sia come centro di azione (sé soggetto) sia come presenza nel mondo (sé oggetto) sia come essere unico (sé unico).  I sé contingenti che sono impressioni frammentarie sul proprio conto  I sé concettuali , elaborati, strutturati e inseriti in una visione organica più ampia. Tra i sé concettuali rientrano: il concetto di sé formato da attributi personali di vario genere (qualità individuali, status sociali, posizioni rispetto a standard di riferimento) inseriti in una rappresentazione organica che adoperiamo sia per descriverci che per spiegare i fatti della nostra vita; l’ autostim a cioè il complesso delle valutazioni che l’individuo ha maturato sul proprio conto; l’identità psico-sociale che è costituita da ciò che l’individuo considera il fulcro della conoscenza di sé perché si mantiene costante, lo distingue dagli altri, serve a rendere coerenti il resto ed è investito di sentimenti positivi; le immagini di sé ossia le idee che l’individuo si fa di come è stato in date circostanze Per formare la nostra conoscenza di sé elaboriamo dati che ci riguardano raccolti nel corso della vita. Ad esempio l’interazione sociale in cui gli altri ci rimandano “a specchio” impressioni sul nostro conto e il confronto sociale sono tra le principali fonti di informazione sul sé. Tuttavia l’individuo non assorbe passivamente le informazioni sul sé che riceve dalle varie fonti ma interviene attivamente nella costruzione della conoscenza di sé vagliandole e filtrandole. Attuiamo infatti strategie cognitive (come l’approvvigionamento selettivo di informazioni e l’ autoconvalida ) e comportamentali ( l’affiliazione orientata che ci spinge a stare con quelli che ci confermano l’immagine che abbiamo di noi e la gestione mirata dell’interazione ) tese a conservare il sé. Il nostro sé è quindi il risultato dell’equilibrio tra spinte esterne al cambiamento e processi individuali di stabilizzazione.

Come ha messo in luce E.H.Erikson un periodo particolarmente sensibile per la conoscenza di sé e per la formazione dell’identità è l’adolescenza. Secondo questo famoso psicologo l'intero ciclo di vita è caratterizzato da otto fasi ciascuna legata ad un tipo di conflitto bipolare , attraverso le quali si realizza l'integrità dell'Io. Il passaggio da uno stadio a quello successivo avviene ogni volta che l'individuo, nell'interazione con la realtà esterna, riesce a superare una "crisi evolutiva". Queste otto fasi o stadi di sviluppo psicosociale, elaborate a partire dalle fasi di sviluppo psico-sessuale di Sigmund Freud, sono:

  1. Infanzia 0-1 anno (che corrisponde alla fase orale freudiana) il cui conflitto è fiducia/sfiducia ;
  2. Prima Infanzia 1-3 anni (fase anale secondo Freud) - > autonomia/vergogna e dubbio ;
  3. Età genitale 3-6 anni (fase fallica) - > iniziativa/senso di colpa ;
  4. Età scolare 6-12 anni (fase di "latenza") - > industriosità/inferiorità ;
  5. Adolescenza 12-20 anni (fase genitale) - > identità e contestazione/diffusione di identità ;
  6. Prima età adulta 20-40 anni - > intimità e solidarietà/isolamento ;
  7. Seconda età adulta 40-65 anni - > generatività/stagnazione e auto-assorbimento ;
  8. Vecchiaia 65 in poi - > integrità dell'Io/disperazione. Al fine di una completa formazione dell’io è importante che ciascuna crisi venga superata in maniera positiva. Come si vede, durante l’adolescenza i giovani sono chiamati a fare scelte fondamentali per quanto riguarda l’identità e restano combattuti tra il desiderio di prender tempo ed esplorare più possibilità (vivere in stato di moratoria) e quello di trovare un’identità adulta. L’operazione di darsi un’identità è piuttosto complessa. Gli adolescenti devono fare le proprie scelte (in particolare professionali e sessuali) e mettere insieme gli elementi della conoscenza di sé, trovando una coerenza trasversale (tra status occupati, ruoli, stili scelti, valori assunti ecc), una coerenza longitudinale (tra le conoscenze di sé nel tempo) e una coerenza esterna (tra come si è per sé e oggettivamente per la società).

LA TIRANNIA DELLA SCELTA NELLA SOCIETA’ CAPITALISTA POST-INDUSTRIALE

Oggi, nel XXI secolo, in particolare, ci troviamo di fronte a un eccesso di scelta (scaffali colmi di prodotti, innumerevoli modelli di automobili, un'offerta televisiva vastissima..) che gestiamo con difficoltà: la nostra mente cognitiva non riesce infatti a valutare le diverse alternative quando diventano troppo numerose. In conseguenza di ciò, come sostiene il professor Gianpiero Lugli docente di marketing distributivo all'università di Parma nell’opera “Troppa scelta. Difficoltà e fatica dell'acquistare”, l'espansione della scelta provoca confusione , incertezza e ansia rendendo ad esempio l’esperienza dell’ acquisto sempre meno gratificante: al timore di sbagliare dovuto alla crescita della nostra responsabilità, si aggiunge il rammarico che proviamo dopo l'acquisto, quando non siamo certi di aver fatto la scelta corretta. Su questa linea di pensiero, anche B.Schwartz, docente di teorie sociali noto negli USA e autore del libro “Il paradosso della scelta” e R.Salecl, psicanalista e criminologa slovena con cattedre a Londra e a New York, hanno messo in discussione l’idea che più possibilità di scelta si hanno, più si è liberi, e più si è liberi più si è felici. R.Salecl nell’opera “La tirannia della scelta” parte dall’osservazione che l’ideologia del mondo industrializzato è che l’individuo è padrone assoluto della sua vita , libero di determinarne ogni

professionale per ambire a nuovi tipi di lavori, siamo tenuti a rimanere giovani e sani nell’aspetto. Lo stesso tempo che passiamo in modo proficuo con i nostri bambini dovrebbe, si dice, aiutare a farne dei figli di cui si possa essere soddisfatti. È solo da quel punto di vista che il tempo e le forze necessariamente sottratte al lavoro appaiono spese in modo utile. L’idea sempre dominante che quello che si fa della propria vita sia solo una questione di scelta e che dipenda solo da noi come vogliamo viverla, si ripercuote anche nelle relazioni di coppia. Le alternative, in ogni aspetto della nostra vita, sono cosi tante, che la scelta di legarsi sentimentalmente non solo è un peso in più, ma è anzi un ostacolo alla libertà totale a cui dovremmo aspirare. Cosi l’incontro occasionale ha assunto un ruolo di primo piano soprattutto nella vita di americani e britannici. La mancanza di qualsiasi impegno è la nuova tendenza nelle relazioni, la gratificazione deriva dal processo di “ aggancio ”: adescare qualcuno, sedurlo, intrappolarlo e quindi scartarlo, sganciarci e cercare un nuovo soggetto. Il paradosso tuttavia è che malgrado l’insistenza sulla scelta e il controllo, la cultura dell’agganciare si basa sull’incertezza. Inventata per liberare i giovani dai legami impegnativi, finisce per accrescere l’insicurezza, l’ansia e i sensi di colpa. Proprio per alleviare questi effetti, il rito molto spesso prevede il consumo di alcool per rendere il dopo più semplice. Nelle scelte d’amore poi siamo continuamente a caccia del compagno ideale. A volte questa ricerca segue le stesse dinamiche della ricerca del migliore operatore di telefonia: si passa da uno all’altro, con la sensazione costante che una volta fatta una scelta potremmo esserci persi un affare migliore. L’incapacità di formare relazioni amorose a lungo termine è sempre più diffusa. R.Salecl osserva quindi come in qualche modo nella popolazione nel suo complesso della società di oggi, sembrino presenti i meccanismi di protezione messi in atto da nevrosi ossessive (che portano il soggetto a rinchiudersi in un’esistenza solitaria per prevenire il pericolo che venga turbata la loro esistenza accuratamente costruita) e da persone isteriche (che cercando una conferma della propria identità attraverso le reazioni degli altri, si prodigano a suscitare il desiderio degli ammiratori ma dopo poco il loro interesse viene meno). Il concetto di scelta ideale trova un’espressione potente nei siti internet di incontri. Qui gli iscritti non solo fanno un elenco delle caratteristiche che cercano in un partner, ma desiderano anche presentarsi agli altri in quanto dotati di un certo valore di mercato. Secondo R.Salecl “tutti vogliono fare il miglior affare possibile: trovare qualcuno che a loro giudizio abbia un cartellino con un prezzo più alto del proprio. Ma quando il “cercatore d’amore” invia un messaggio e riceve una risposta positiva, il suo interesse cala di colpo. In quell’istante riaffiora l’insicurezza e si insinua il dubbio: “Perché mai una persona cosi attraente dovrebbe essere interessata a me? In lei ci dev’essere qualcosa che non va”. Alla base c’è la percezione istintiva che anche gli altri sono sempre in cerca di qualcosa di meglio di quello che hanno, e che quindi passano senza sosta da una relazione all’altra.” “L’etica del fai da te” si è estesa anche al corpo. Ciò a sua volta ha cambiato il modo di praticare la medicina nel mondo industrializzato. La medicina oggi esalta l’idea di scelta e autodeterminazione. Il dottore non svolge più il ruolo della figura autorevole chiamata a raccomandare al paziente ciò che è meglio per lui; ora illustra semplicemente al paziente le alternative che ha, lasciando a lui la decisione e la possibilità di dare o negare il suo consenso informativo. Ma più assumiamo il controllo del nostro corpo, più diventa spaventoso qualsiasi problema. Le persone malate si sentono in colpa per non aver prevenuto la malattia. Ed è proprio da questa ideologia dell’autoguarigione che nasce la folla di guru new age della salute che propongono modi alternativi per entrare in contatto con i nostri poteri interiori di guarigione.

Anche per quanto riguarda l’avere figli, l’ideologia della scelta ha determinato il passaggio dal desiderio alla pretesa : invece di chiedersi se sono pronte a far fronte a un figlio, molte donne esprimono la pretesa di avere un figlio. L’ideologia della scelta ha influito anche sul modo in cui le società post industriali si rapportano alla morte. Con l’ampliamento della nostra libertà di scelta è diventato più difficile invecchiare, morire e definire il nostro posto nella successione delle generazioni. L’ideologia del tardo capitalismo promuove l’illusione di un presente eterno, i mezzi di comunicazione occidentali presentano la vecchiaia come fosse una questione di scelta: sta a ognuno di noi fare qualcosa per combatterla, sforzarsi per nasconderne i segni. L’idea di scelta è penetrata in profondità anche nella nostra visione dei sentimenti, come se potessimo scegliere se provarli o meno. In particolare cerchiamo di liberarci dei sentimenti dolorosi. Esistono ad esempio moltissimi libri su come gestire la rabbia e farla andar via, guarire dalla rabbia. Che sia proprio per lo più la rabbia oggetto di controllo da parte di questi libri secondo l’autrice non è un caso. La rabbia è infatti un sentimento necessario a precipitare il cambiamento sociale e quindi Il tentativo di liberare le persone dalla rabbia può essere considerato un altro modo di tenerle tranquille e spostare la loro attenzione dai problemi sociali a quelli personali. Una delle tesi di fondo dell’autrice è infatti che “l’idea di poter scegliere chi vogliamo essere e l’imperativo “diventa te stesso “ hanno cominciato a lavorare contro il nostro interesse, rendendoci più ansiosi e più avidi invece di promuovere la nostra libertà”. Riprendendo le parole del filosofo francese Loius Althusser secondo il quale “la difesa da parte del capitalismo post-industriale dell’ideologia della scelta non è una coincidenza ma è ciò che gli permette di perpetuare il suo dominio”, sostiene che nel processo del sentirsi in colpa per quello che siamo e quindi sforzarsi senza sosta di migliorare noi stessi, perdiamo la prospettiva necessaria per stimolare qualsiasi cambiamento sociale. Lavorando duramente al nostro stesso perfezionamento perdiamo l’energia e la capacità di partecipare a qualsiasi forma di cambiamento sociale. Non stupisce quindi che l’ideologia della scelta vada di pari passo con l’ideologia New age che esorta a vivere nel presente e ad accettare le cose come stanno. Questa insistenza sulla scelta in ogni ambito della vita ha dato origine a un bisogno ossessivo di controllo e capacità di previsione. Tuttavia, come sostiene in conclusione l’autrice, facendo costantemente ricorso ai consigli degli altri su come modellare il nostro corpo, come porre un freno ai desideri, quale direzione far prendere alla nostra vita e soprattutto su come prevenire la morte, di certo non otterremo una certezza o un controllo maggiori. Per quanto l’esercizio della scelta possa essere traumatico, si tratta di una capacità umana essenziale che dobbiamo esercitare, altrimenti “l’ideologia della scelta “sceglierà”per noi una personalità ossessiva, selezionando il tipo di nevrosi che faccia maggiormente gli interessi del capitalismo in questa sua fase attuale”. Dobbiamo solo raggiungere una visione psicologica della scelta molto più ampia. Il problema è infatti che oggi vediamo la scelta in sé come una questione interamente razionale e perciò l’immagine che ne abbiamo tende a conformarsi a quella delle teorie economiche e delle abitudini consumistiche facendo in modo che questi ci governino.

Nell’analisi del singolo il filosofo individua tre stadi, tre modelli generali di vita che, tipicamente, l’individuo può scegliere nella sua esistenza:lo stadio estetico, quello etico e quello religioso. Queste scelte sono, tendenzialmente, in sequenza: lo stato etico nasce come superamento di quello estetico, e quello religioso come superamento di quello etico. Tuttavia, non si tratta di un superamento di tipo hegeliano, in cui gli stadi fanno parte di un unico sviluppo che passa dall’uno all’altro conciliandoli, non si tratta di un “et-et” e non è mosso dalla necessità, ma il passaggio da uno stadio all'altro è dettato da una libera scelta del singolo, è un “ aut-aut ”, la scelta di un tipo di vita esclude l’altro. Certo, il pieno sviluppo di uno stadio può creare condizioni favorevoli per il passaggio allo stadio successivo, ma, in ultima analisi, spetta sempre al singolo scegliere se compiere il " salto mortale ", ossia uscire da quello stadio e passare al seguente o rimanervi. Kierkegaard trasferisce i tre stadi della vita in personaggi concreti: per rappresentare il momento estetico sceglie il Don Giovanni , protagonista desunto dall'omonima opera di Mozart. Don Giovanni è il seduttore,lo spirito libero che mira a conquistare tutte le donne che gli capitano sotto mano, a vivere dell’istante godendo di tutte le sensazioni che il mondo fornisce. Ma in realtà egli è tutto fuorchè libero. E' infatti il mondo che sceglie per lui: l'unica scelta che egli fa è di non scegliere, ossia di scegliere che sia il mondo a scegliere per lui. E infatti Don Giovanni, scegliendo tutte le donne, non ne sceglie nessuna: è il mondo che gliele offre; la libertà di cui l'esteta si vanta è allora una mancanza di libertà, e la sua soggettività è del tutto inesistente visto che non compie scelte. Nel tempo l'esito di questa rinuncia alla libertà di costruire la propria vita è la disperazione. Infatti, da una situazione in cui il soggetto si trova privo di libertà, non può non nascere la disperazione. Sta poi però all’uomo scegliere se vivere esteticamente anche la disperazione (dicendo di aver capito che la vita non ha un senso e, proprio in virtù di questa scoperta, rivendicando una presunta superiorità) o passare allo stadio successivo, quello della vita etica. La figura che meglio incarna lo stadio della vita etica è quella del consigliere di stato Guglielmo. Egli viene presentato mentre si rivolge tramite lettera a un amico più giovane che si trova in difficoltà sulla strada da scegliere, indeciso tra vita estetica e vita etica. Guglielmo illustra i valori positivi della vita matrimoniale invitandolo a calarsi professionalmente e matrimonialmente nei valori della vita etica. Il matrimonio e il lavoro, infatti per Kierkegaard sono l’espressione tipica dell’eticità, in quanto compiti che possono essere propri di tutti. Se la scelta della vita estetica porta a non scegliere, nella vita etica si è consapevoli di scegliere e di portare fino in fondo tali scelte. Se poi la la vita estetica viveva nell'istante, quella etica è caratterizzata dalla stabilità e dalla continuità, progetta nel tempo. Tuttavia, anche l'atteggiamento etico entra in crisi: ha infatti il limite di mancare di valore assoluto, dal momento che la vita umana è finita e l'uomo etico è privo di un aggancio con l'Assoluto; da ciò scaturisce una crisi simboleggiata dal pentimento che consiste nel rendersi conto della propria finitudine che rende insignificanti le scelte etiche. Scatta a questo punto la possibilità di una nuova dimensione, quella della vita religiosa, che trova in Abramo il suo rappresentante. Dio gli chiede di sacrificare suo figlio Isacco ma proprio quando sta per farlo, viene bloccato da un angelo mandato da Dio. L'accettazione totale della volontà divina caratterizza l'uomo religioso. Un altro tratto di questa figura è l’essere completamente solo nel suo agire e, anzi, in conflitto con la comunità che condannerebbe l'uccisione del figlio. Infatti l’affermazione del principio religioso contrasta interamente il principio morale, tra i due non c’è possibilità di conciliazione o di sintesi. Secondo il filosofo,chi si è giocato tutto puntando su Dio ha fatto la scelta più libera che si potesse fare. Anche questa vita ha però un carattere incerto e rischioso. Infatti come può l’uomo sapere con sicurezza di essere l’eletto, colui al quale Dio ha affidato un compito tanto eccezionale da giustificare la

sospensione etica? Secondo il filosofo il solo segno indiretto di tutto ciò e la fede che se da un lato è il singolo uomo a scegliere di avere, dall’altro è Dio che la concede, poiché da lui deriva tutto. La prospettiva di fede di Kierkegaard non è però l’unica alternativa possibile. Si apre così una nuova strada, quella dell’esistenzialismo di Sartre.

TRAGICITA’ DELLA LIBERTA’ E RESPONSABILITA’ SECONDO J.P.SARTRE

J.P.Sartre è uno dei massimi esponenti dell’esistenzialismo, corrente filosofica sviluppatasi nel Novecento che, in polemica con il livellamento delle condizioni di vita dell’uomo moderno, si propone di esplorare l’esistenza nella sua concretezza,si pone alla ricerca di una dimensione autentica del vivere. Innanzitutto è una riscoperta di temi kierkegaardiani primo fra tutti la contrapposizione dell’ “interiorità”, della “scelta” e della libertà al mondo quotidiano, meccanico, privo di senso. Nel mezzo del percorso che da Kierkegaard conduce a Sartre c’è però il primo Heidegger e l’opera “Essere e tempo”. Ad esempio le nozioni tipicamente heideggeriane di “ semplice presenza ” (il fatto di prendere gli enti come dati) e di “ esserci ” (che mette in rilievo come l’uomo è chiamato in causa ogniqualvolta venga posta la domanda generale sull’essere) verranno infatti riformulate da Sartre con le espressioni di “essere in sé” ed “essere per sé”. Sartre vede nella libertà il tratto distintivo dell’essere umano, ma interpreta questa libertà in modo tragico: l’uomo è condannato a essere libero perché non è niente di definito ma è solo ciò che decide di fare di se stesso. L’uomo non ha un’essenza predeterminata ma costruisce da solo il proprio essere. Da questa condizione scaturisce un conflitto insanabile: la coscienza umana (“ essere per sé ), abitata da un “nulla” che non può mai essere colmato, è gettata in un mondo (“ l’essere in sé ”) che è saldo e definito che è il suo esatto opposto. Per sopravvivere la coscienza deve “ annullare ”, trascendere la solidità del mondo che le sta di fronte, perché altrimenti la sua libertà ne sarebbe sopraffatta. Se infatti permettesse a qualcosa di “essere”, cioè di avere un’esistenza obiettiva e indipendente da lei, se facesse entrare in se stessa l’oggetto lasciandogli la sua indipendenza invece di negarla, perderebbe ciò che la definisce come coscienza e ciè il fatto di non essere qualcosa. L’espressione psicologica della situazione dell’uomo condannato a vivere in un mondo con cui non ha nulla a che fare, che lo riempie e lo ingorga, e che è costretto a “ingoiare”, risulta quindi essere la nausea. Questa concezione viene anticipata in forma letteraria con l’omonimo romanzo giovanile “La nausea” (1938) in cui risalta la situazione umana e psicologica del protagonista, Roquentin, afflitto da una vera e propria psicopatologia (una nausea appunto) che lo rende passivo di fronte alle cose che si impongono a lui come entità estranee e autonome. Nell’” Essere e il nulla ”, che è la sua prima grande opera filosofica, Sartre modifica la sua concezione iniziale. Dalle stesse premesse che prima lo avevano indotto alla rassegnazione, trae la conclusione opposta:se è vero che l’uomo è condannato a girovagare in questo mondo e ad annullarlo volta per volta per conservare la propria libertà e soggettività, solo scontrandosi col non senso delle cose l’uomo può essere uomo. Quindi proprio il fatto che l’uomo è un essere libero, che non ha valori e fini predeterminati, gli impone di costruirseli e di prendere posizione volta per volta assumendosi la responsabilità delle sue azioni. Se è condannato a essere nel mondo, non può fare a meno di schierarsi, di impegnarsi.

Perseverando nel proposito di non lasciare definitivamente quella casa, il protagonista rivolge infine la sua proposta di matrimonio ad Augusta ,da lui considerata l’ultima spiaggia per realizzare il suo proponimento, confessandole di aver scelto lei solo dopo il rifiuto delle altre due e di amare comunque Ada. A differenza di Zeno, Augusta è molto sicura dei propri sentimenti e accetta quell’inaccettabile proposta, l’amore che ha per Zeno le dà la forza nonostante gli sproloqui dell’interlocutore, di desiderare una vita con lui. (“Augusta, decisa, con un movimento dignitoso che mai dimenticai, si rizzò e mi disse: «Voi, Zeno, avete bisogno di una donna che voglia vivere per voi e vi assista. Io voglio essere quella donna» “). E Augusta infatti si rivelerà una ragazza decisa, capace di offrirgli tutte le certezze di cui ha bisogno. Grazie a questa risposta decisa Zeno pone fine ai suoi dubbi. (“devo confessare che in quel momento fui pervaso da una soddisfazione che m’allargò il petto. Non avevo più da risolvere niente, perché tutto era stato risolto. “). Gli altri hanno deciso per lui. In particolare a guidare fin da subito la decisione è stata la signora Malfenti che, consapevole della poca avvenenza di Augusta e quindi della minor probabilità rispetto alle altre figlie che questa trovi un marito, fa in modo che sia proprio questa ad accogliere da sola Zeno al primo appuntamento in quella casa. In un secondo momento poi, consapevole della lentezza nel decidere di Zeno, durante un colloquio inatteso si dà da fare affinché l’uomo compia spontaneamente la scelta che lei desidera: parlando vivacemente per impedirgli di chiedere notizie delle figlie, lo accusa di compromettere la reputazione di Augusta. Zeno non si accorge del piano architettato a rimane semplicemente sbalordito, riconoscendo poi di aver in effetti trascorso la maggior parte del tempo proprio in compagnia di Augusta, seppur allo scopo di trovare in lei appoggio e comprensione per conquistare la sorella. Tuttavia non manifesta le sue intenzioni verso Ada alla signora Malfenti, in quanto vuole prima aspettare di aver indagato i sentimenti di Ada. Anche in questo caso si vede dunque la sua perenne esitazione e sospensione di fronte ai fatti della vita.

EVELINE’S DIFFICULT CHOICE

Also in Eveline, a short story from Joyce’s work “Dubliners”, the difficulty in choosing is shown. At the beginning Eveline, the main character, is described while she is watching out of the window, thinking about her past when her mother was still alive, her father was not so bad and she played with her friends. It is evening and it is the day before her departure. In fact she is going to live in Buenos Ayres where her boyfriend Frank has a home. As well as in the other short stories from “Dubliners”, Joyce uses a technique which allows us to get in touch with the protagonist’s thoughts and doubts. She is not completely certain about leaving. Indeed she continues to think about the past and everything she is going to leave behind: for instance she looks round the room, thinking that perhaps she will never see “those familiar objects from which she had never dreamed of being divided” again. Moreover, the fact she wonders whether it is wise to go away, shows that she has not made up her mind yet. Then she tries to weigh the pros and cons of each alternative: in Dublin, she has to work very hard, she feels threatened by her father and is not very appreciated at work, but she is surrounded by all the people and things she has known throughout her life. In Buenos Aires she would probably be happily married, she would not lead the same sad life her mother had and everybody would treat her with respect. She would also be safe from her father who had begun to threaten to beat her and she would not have to fight for the money to do the shopping. But the fact that she refers to her new life as “in a distant unknown country” and the words “it was … a hard life but now that she was about to leave it she did not find it a wholly undesirable life” show her indecision. Then she hears a melody in the street, which reminds her of the moment her mother had died and the promise she had made to her of looking after the family. The following day, when she is about to leave at the port, she has not taken a decision yet and prays God to direct her. Her confusion provokes nausea in her body (she feels “her check pale and cold” and she is “out of a maze of distress”) and her indecision contributes to her anguish: so she is paralyzed and does not move.

BIBLIOGRAFIA

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SITOGRAFIA

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