









Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Prepara i tuoi esami
Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Prepara i tuoi esami con i documenti condivisi da studenti come te su Docsity
Trova i documenti specifici per gli esami della tua università
Preparati con lezioni e prove svolte basate sui programmi universitari!
Rispondi a reali domande d’esame e scopri la tua preparazione
Riassumi i tuoi documenti, fagli domande, convertili in quiz e mappe concettuali
Studia con prove svolte, tesine e consigli utili
Togliti ogni dubbio leggendo le risposte alle domande fatte da altri studenti come te
Esplora i documenti più scaricati per gli argomenti di studio più popolari
Ottieni i punti per scaricare
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Racconto riguardante le società multiculturali con confronto tra Stato e Nazione
Tipologia: Appunti
1 / 17
Questa pagina non è visibile nell’anteprima
Non perderti parti importanti!










Il termine “ multiculturalismo ” è di uso recente, compare solo alla fine degli anni ‘80. Il diffondersi dell’uso di una nuova parola segnala l’esistenza di una tensione, di un conflitto, non più facilmente nominabile facendo ricorso al vecchio vocabolario. Questa difficoltà nel narrare evidenzia profondi mutamenti è uno stato di crisi nelle relazioni, nei modelli esplicativi, negli orizzonti normativi e di valore. Come gran parte dei termini più comunemente utilizzati, il multiculturalismo è divenuto un concetto polisemico, che incorpora cioè significati diversi in base agli attori che vi fanno ricorso e ai contesti in cui viene utilizzato. Il termine si riferisce alla presenza, solitamente valutata positivamente, di differenze nelle abitudini culturali e nei valori di gruppi che convivono in un medesimo spazio sociale. Il termine segnala dunque un’accresciuta sensibilità al tema della differenza e l’idea che essa costituisca un elemento di specificità e di distinzione che fonda l’immagine che individui e gruppi hanno di sé. Il modello interpretativo del mondo occidentale è stato guidato da un’ottica illuministica secondo la quale il valore fondamentale è costituito dall’eguaglianza. L’ideale di eguaglianza, rafforzato da quello di progresso, trova la sua traduzione politica nel concetto di melting pot , cioè nell’idea che le antiche differenze, radicate in una tradizione percepita come un freno alla crescita e allo sviluppo, sarebbero state fuse nel grande crogiolo della vita moderna per dare origine a una nuova umanità, migliore delle precedenti. Lo stato – nazione , concepito come culturalmente omogeneo, costituiva la base essenziale di identificazione e il baluardo contro le tendenze centrifughe e frenanti dei processi di differenziazione etnica e culturale. Come evidenzia Bauman, la preoccupazione per la costruzione di un mondo ordinato, privo di caos, costituisce la base del pensiero sociale, della scienza e dello stato moderni. Preoccupazione che porta a considerare ogni differenza come una deviazione dagli standard, come una devianza o un’imperfezione indesiderata che deve essere eliminata.
L’ideale moderno dell’ assimilazione delle differenze subisce un primo momento di crisi durante gli anni sessanta quando emergono numerosi movimenti sociali che si battono per il riconoscimento dei diritti civili e l’emancipazione delle minoranze. I movimenti per i diritti civili evidenziano come l’ideale di eguaglianza, posto dall’Occidente come suo ideale fondante, sia solo una facciata, priva di attuazione concreta e, qualora si compiano sforzi per una sua effettiva realizzazione, sia spesso considerato applicabile ai soli bianchi. Il movimento delle donne costituisce un elemento centrale della critica al modello sociale occidentale. Le rivendicazioni femministe evidenziano come la società moderna, che si dice aperta e paritaria, si fondi in realtà sull’esclusione delle donne dalle attività più gratificanti e dagli ambiti decisionali più rilevanti. Le donne risultano così relegate al lavoro domestico, alla cura e alla riproduzione. Rimettere in discussione degli ideali della modernità occidentale passa attraverso il tentativo di pervenire a una loro piena attuazione, di trasformarli da opzioni di principio a prassi sociale e politica. Provando a realizzare concretamente gli ideali della modernità emerge il carattere limitato e parziale che li sostiene e la loro incompatibilità con un sistema sociale e culturale ostile verso la manifestazione della differenza. Le richieste dei nuovi movimenti sociali sono principalmente orientate a favorire una maggiore inclusione, rivendicata in base al principio di eguaglianza. Non si sottolinea in modo deciso la differenza, se non per evidenziarne l’aspetto negativo di fonte di esclusione.
A fianco di movimenti che chiedono la piena attuazione del principio di eguaglianza si diffondono movimenti più radicali che mettono in discussione in modo diretto la rilevanza e la presunta universalità del principio di eguaglianza. Alle richieste di inclusione si sostituiscono le richieste di riconoscimento delle differenze e delle specificità. I movimenti contro la discriminazione delle persone di colore e i movimenti anti coloniali africani rivendicano la dignità e il valore di una cultura nera che si contrappone a quella bianca e desidera essere riconosciuta come differente. Denunciano che l’eguaglianza e la parità di cui parlano i bianchi occidentali
non sono altro che il modello e le specificità dei bianchi estesi a misura universale. Denunciano che l’assimilazione su queste basi non significa altro che diventare bianchi, rinunciare alle proprie specificità per adeguarsi ad un modello estraneo. L’unica possibilità per sottrarsi a questo vincolo paradossale e degradante è valorizzare la propria specificità rinunciando alla costrizione a essere ciò che non si è. L’integrazione viene vista come una sconfitta, la rinuncia alla novità e alla creatività. Allo stesso modo le donne non chiedono più unicamente di essere accettate alla pari: la loro richiesta di emancipazione passa ora per un riconoscimento del valore della diversità femminile.
Oltre all’azioni dei nuovi movimenti sociali, altri importanti mutamenti influenzano l’emergere del tema della differenza. Una prima grande trasformazione, che ha luogo a partire dagli ’50, è legata al diffondersi del mercato dei beni di consumo e al prevalere del consumismo e dell’individualismo. La differenza nel consumo diviene uno degli indicatori principali della propria specificità, della capacità e della possibilità di rendersi distinguibili e riconoscibili tra i tanti. La dispersione territoriale su scala mondiale dei processi produttivi tende a rendere problematica una convergenza tra interessi economici e interessi nazionali. Lo stato – nazione risulta meno capace di regolare e orientare il mercato perdendo rilevanza e prestigio. Viene così a indebolirsi uno dei principali riferimenti reali e simbolici che sostenevano il principio di eguaglianza: l’idea di cittadinanza fondata e garantita dall’appartenenza a uno stato – nazione. L’identificazione con la nazione appare sempre più inadeguata, superata da una dimensione sopranazionale apparentemente più adatta a gestire i problemi e da una dimensione locale più idonea a garantire la difesa di interessi e lo sviluppo di solidarietà specifiche. Un ulteriore elemento rilevante dei processi di globalizzazione è costituito dalla crescente diffusione dell’informazione in rete e dei mezzi di comunicazione di massa. Ciò consente di superare le barriere temporali e spaziali e tutto questo modifica il nostro rapporto con il locale. La comunità di cui si è parte è sempre meno definita a priori dalla localizzazione territoriale e dalla tradizione e sempre più dalle nostre scelte. Queste modifiche, se da un lato favoriscono la formazione di una nuova comunità globale, dall’altro contribuiscono a destabilizzare i contesti di identificazione favorendo un processo di individuazione che pone i soggetti al centro dei processi di costruzione dell’identità individuale e collettiva.
La verità è data dal grado di precisione con cui le affermazioni rendono conto della realtà esterna e la ricerca scientifica è un continuo lavoro di approssimazione alla verità del mondo oggettivo, lavoro in cui affermazioni sempre più precise sostituiscono affermazioni meno corrispondenti alla realtà esterna. Realtà e conoscenza della realtà non sono più viste come due universi separati. Gli assunti di questa nuova epistemologia evidenziano che il modo in cui si osserva ha implicazioni su ciò che si vede, il modo in cui si nomina ha implicazioni su ciò che è possibile nominare. La conoscenza risulta sempre parziale e indissolubilmente legata alla posizione di chi osserva. L’antropologia interpretativa ( Clifford Geertz ) mette in evidenza come valori, conoscenze e verità siano relative, dipendano cioè dal contesto culturale entro cui sono prodotte.
Le diverse tendenze segnalate convergono nel tracciare un contesto caratterizzato da due dimensioni principali:
cresciute. Leggi specifiche restringevano notevolmente le possibilità di accesso agli immigrati non europei. L’eguaglianza universale si riferisce a un universo ristretto e parziale, quello dei bianchi europei. A partire dagli anni ’60 del XX secolo si riduce il flusso proveniente dall’europea mentre cresce quello dall’America Latina e dall’Asia. L’immigrazione viene vista ora non più come l’arrivo di popolazioni di stranieri che si vogliono inserire , ma come un’invasione di barbari che minacciano l’unità della nazione e il livello di vita e di democrazia dei suoi legittimi abitanti. Gli immigrati vengono visti come ospiti temporanei.
Il successo del termine “multiculturalismo”, le differenti posizioni politiche, nonché le controversie che lo accompagnano evidenziano che la posta in gioco riguarda soprattutto due aspetti fondamentali: una dimensione politica e una dimensione culturale. La dimensione politica riguarda gli effetti dei processi di globalizzazione, la crisi dello stato – nazione, il declino delle ideologie. Nel caso di rivendicazioni inclusive ,I gruppi che si sentono marginali mettono in discussione forme e modalità di accesso agli spazi politici, culturali e sociale. Nel caso di rivendicazioni difensive , la differenza legittima richieste di chiusura e di protezione di interessi e privilegi acquisiti; serve a innalzare e rafforzare antiche linee di separazione e di distinzione di un particolare gruppo sociale. I gruppi maggiormente privilegiati spesso si appropriano della differenza per mantenere barriere che consentano loro di distinguersi e isolarsi dagli altri gruppi. La dimensione culturale rimanda agli effetti dell’individualizzazione, cioè i processi che hanno portato a una crescente autonomia dei singoli, all’idea di individuo caratterizzato da libertà di scelta. Ogni individuo è particolare ed è chiamato a costruire e scoprire autonomamente la sua più autentica essenza. Le esperienze sono sempre più di carattere mediato, risultato di informazioni ricevute e costruite dai mezzi di comunicazione di massa. Il carattere centrale assunto dall’informazione richiede una forma autonomia individuale e che i singoli siano in grado di fungere da elaboratori autonomi di informazione. Il problema è semmai il riconoscimento che gli altri attribuiscono alla nostra unicità, che non è sempre scontata. Emerge il carattere paradossale della differenza nella società contemporanea: il soggetto è pienamente realizzato quando ha compiuto un percorso individuale che gli consente di scoprire la sua unicità, ma questo processo è incompleto senza un riconoscimento del contesto sociale esterno. Per tale ragione esistono le rivendicazioni.
Gli ambiti entro cui il dibattito sul multiculturalismo ha avuto più diffusione riguardano linguaggio, istruzione, politiche pubbliche e libertà religiosa.
Differenza, cultura e identità tendono frequentemente a diventare sinonimi: la propria identità è data dalla propria cultura, che a sua volta si fonda su un’ineliminabile differenza che la rende unica e che costituisce la sua irriducibile e incommensurabile specificità.
Gli ambiti principali di identificazione collettiva nella società occidentale contemporanea sono la nazione, l’etnia e la religione, mentre sembra essere in declino l’identificazione con la classe sociale e soprattutto con la razza. La differenza non è tanto dovuta a fattori fisici o ai rapporti nel sistema economico e produttivo, quanto a quell’insieme di regole, valori, tradizioni, memorie e progetti condivisi che costituiscono la base delle specificità dei differenti gruppi sociali, specificità che consente ai singoli di trovare la loro vera identità. La cultura tende a essere vista come una essenza , un pacchetto uniforme e definito che ciascuno riceve dalla nascita, che lo accompagna per tutta la vita e viene trasmessa in modo immutato di generazione in generazione. L’idea che la cultura costituisca l’elemento fondante della specificità di ogni gruppo porta a considerarla come un bene deperibile e corruttibile: ogni modifica della cultura si traduce in una perdita di identità. La preoccupazione per la protezione della propria identità e della propria cultura sembra una delle maggiori ossessioni contemporanee. L’attenzione si sposta spesso al passato, luogo e tempo dove si cercano gli elementi di unità e di identificazione. La solidarietà comune non più un progetto per il futuro, ma piuttosto nelle radici, in una storia comune. L’alterità si presenta come minaccia perché rappresenta ciò che noi non siamo. L’unico modo per preservare la propria differenza consiste nel distruggere le altre differenze o nel rafforzare i confini che proteggono da una loro invasione. Una visione opposta è quella del relativismo culturale , in cui tutte le culture hanno lo stesso valore e in cui non risulta legittimato alcun intervento o giudizio. Ogni cultura è comprensibile è valutabile solo dall’interno, utilizzando i parametri e le prospettive che la caratterizzano. È la cultura che fornisce gli strumenti necessari a dare senso al mondo, e lo fa secondo modelli unici che le sono propri. In questa prospettiva gli universi culturali sono incomprensibili e ingiudicabili per chi è loro esterno.
Dato che la differenza costituisce un valore e un elemento centrale dell’identità, la sua difesa autorizza a escludere chi è diverso, chi è portatore di un’altra cultura. Ma la cultura non è qualcosa di statico, che si conserva immutato e incontestato, è invece un processo continuo, riprodotta e ricreata nelle interazioni sociali. Dato il suo carattere processuale, la cultura non può essere vista come qualcosa che caratterizza ed è contenuto all’interno o di distinti territori; è qualcosa che circola e che non può essere distribuito in modo omogeneo in una località o una collettività.
In ambito urbano e a consumo della fascia medio – alta della popolazione dominante si assiste a una vera e propria esplosione di ristoranti, danza, musica e medicina “etnica”. La differenza diviene una moda, una forma di consumo che consente di sperimentare l’illusione di appropriarsi della vitalità e della purezza dell’altro. L’unica posizione che è possibile mantenere nei confronti della diversità altrui è l’apprezzamento estetico. Una posizione che porta inevitabilmente all’isolamento e alla solitudine, che non è in grado di rispettare e riconoscere realmente la differenza altrui ma promuove un atteggiamento di sostanziale indifferenza o la tendenza a utilizzare la differenza altrui unicamente per il soddisfacimento di un piacere personale. Ci si relaziona alla differenza come a qualsiasi altra occasione di intrattenimento: per goderne lo spettacolo. Questa visione della differenza porta a immaginare una società multiculturale dove i diversi gruppi coltivano e proteggono la propria specificità e convivono l’uno accanto all’altro mantenendo unicamente relazioni di mercato. Lo scenario finale è quello dell’incontrastato dominio della potenza economica della cultura bianca occidentale. Si va incontro a una prostituzione culturale , cioè a mercificare tutti quegli aspetti della propria cultura che sono particolarmente apprezzati dai dominanti.
I modelli difensivi non sembrano in grado di affrontare i reali nodi problematici posti dal multiculturalismo. Non accolgono infatti né le sfide di carattere politico né quelle di carattere culturale. Disegnano inoltre scenari sociali preoccupanti: una società frammentata in una molteplicità di gruppi omogenei al loro interno e arroccati nella difesa del proprio isolamento, oppure una società plurale in cui ogni differenza è diluita in una generale indifferenza. La forma democratica appare sufficiente nel caso si debbano affrontare temi e riconoscere diritti legati a conflitti di interesse. I principi che fondano la democrazia liberale sono sintetizzati nel motto della Rivoluzione Francese Libertè, ègalitè, fraternitè. Il principio di libertà riconosce come sacra e inviolabile la libertà dell’individuo, è quest’ultimo che viene considerato titolare di diritti civili, politici e sociali che garantiscono la partecipazione alla vita collettiva e la piena realizzazione personale. Uno dei campi di riflessione più ricchi e più controversi del multiculturalismo riguarda la possibilità di far convivere principi e regole della tradizione della democratica liberale con le richieste di riconoscimento della specificità e dell’appartenenza.
Una prima soluzione possibile consiste nel cercare di definire una chiara linea di demarcazione tra sfera pubblica e sfera privata. La sfera pubblica caratterizza la vita comune: comprende la legge, la politica e l’economia. La sfera privata riguarda la socializzazione primaria: comprende educazione morale e la trasmissione di valori etici e religiosi. È sostanzialmente l’ambito domestico e della famiglia nonché di tutta quella rete di associazioni e di organizzazioni che regolano il benessere personale connesso allo sviluppo del senso di appartenenza e alla piena espressione delle fede religiosa. Nella sfera pubblica, la tradizione liberale occidentale tende a ritenere che possa e debba esistere assoluta parità di trattamento per tutti gli individui. Ogni decisione presente nello spazio pubblico deve essere “circa alle differenze”. La differenza non è negata, ma è relegata nella sfera privata, complementare, ma subordinata, a quella pubblica. Lo Stato, in quanto attore principale nella sfera pubblica, deve orientarsi unicamente a garantire l’eguaglianza individuale delle opportunità. Deve cioè trattare ogni cittadino come singolo e mostrarsi indifferente alle specificità esibite nello spazio privato. Inoltre lo Stato deve essere pienamente neutrale rispetto agli interessi dei singoli gruppi e deve garantire il totale rispetto delle differenze promuovendo la conoscenza reciproca e combattendo ogni forma di razzismo o discriminazione. Questo tipo di multiculturalismo – definito “ multiculturalismo egualitario o democratico ” – cerca di far fronte alle richieste di riconoscimento delle differenze con i principi di eguaglianza e universalismo. Questa posizione presenta alcune criticità: innanzitutto è difficile sostenere l’esistenza di due campi, privato e pubblico, nettamente separati. La neutralità dello stato – dichiarata – non è sempre in grado di correggere passate discriminazioni e asimmetrie, ma perpetua la posizione di privilegio del gruppo dominante.
Alain Touraine sostiene che la democrazia di una società si misuri non tanto rispetto al grado di unità interna quanto rispetto all’ampiezza e alla qualità della differenza di ordine culturale, sociale, etnico, religioso, che riesce a gestire e a includere nel proprio spazio pubblico. Una società in cui sia presenta una molteplicità di valori, giudizi e punti di vista sulla realtà consente una maggiore libertà di scelta, amplia le possibilità e le opportunità per i singoli individui. La sfera pubblica deve essere capace di accettare un certo grado di differenza, ma perché questa sia compatibile con un’effettiva democrazia liberale è necessario che sia intesa e accettata come diritto individuale e non come diritto collettivo. La differenza può essere accettata se viene rivendicata come base necessaria alla libera costruzione della propria identità. È necessario favorire una prospettiva, cosmopolita, appassionata alla diversità ma critica, che non rinuncia a prendere posizione e a esprimere giudizi di valore. Se si vuole evitare che le differenze vengano considerate come delle essenze immodificabili è necessario favorire e sostenere la libertà di scelta in modo che i soggetti possano esprimersi rispetto alla differenza e all’appartenenza che preferiscono.
della specificità e del valore di determinate differenze. Trattare le differenze come equivalenti priva le politiche della differenza del loro aspetto critico nei confronti dello status quo e dell’establishment.
Per evitare di reificare^1 la differenza le tensioni democratiche verso gli ideali di universalismo possono essere un efficace punto di partenza quando le domande riguardano una maggiore giustizia distributiva o una più ampia partecipazione alle decisioni politiche e alla vita sociale. Una parte importante delle domande poste dal multiculturalismo riguarda la necessità di rivedere in modo critico i canoni interpretativi che hanno orientato la costruzione dello spazio sociale e dei confini che definisco l’ inclusione e l’ esclusione sociale. La logica che regola l’esclusione dal dialogo è quella della contrapposizione, del gioco a somma zero, in cui il vantaggio per una delle parti si traduce in perdita per le altre. Al contrario la logica che regola il dialogo è quella della miscelazione, della formazione di accordi. Il dibattito costringe a trovare argomentazioni che possono consolidare le certezze o possono distruggerle, ma che molto più frequentemente possono orientare nuove questioni.
Le posizioni più aperte all’accettazione della differenza spesso sottolineano in modo più netto la connessione fra crisi della modernità ed emergere del dibattito relativo al multiculturalismo. Due concetti appaiono rilevanti: quello di relativismo e quello di ibridazione. La teoria postmoderna sottolinea come i processi sociali contemporanei che hanno portato la differenza ad assumere un ruolo centrale nella definizione dell’identità individuale e collettiva, implichino e sostengano una vera e propria svolta epistemologica, cioè un nuovo modo di guardare alla realtà sociale, di comprenderla e di descriverla. La crisi della modernità ha portato alla “fine delle grandi narrazioni”. L’idea dell’esistenza di una verità lascia spazio all’idea dell’esistenza di una serie di verità locali, legate ai contesti e agli attori sociali. Emerge l’idea del carattere relativo e situato di ogni conoscenza. La realtà sociale è il risultato dell’azione umana più che il risultato di cause deterministiche. Questa prospettiva porta a sostenere che ogni gruppo sociale ha una particolare visione della realtà che non può essere valutata semplicemente sulla dimensione della verità e della falsità, ma che è il risultato di una particolare posizione occupata nello scenario delle relazioni sociali. Il multiculturalismo non è semplice coabitazione tra comunità rinserrate ma un campo di confronto e di scambio che supera le singole culture per crearne delle nuove.
L’idea che cultura, identità, differenza e la realtà sociale siano delle costruzioni può favorire la fuorviante sensazione che non esistano limiti alla libertà creativa dei soggetti, che tutto possa essere costruito in base alla volontà e alla capacità degli attori senza tener conto di vincoli esterni. Per evitare i pericoli di eccesso contenuti nella posizione postmoderna molte proposte – riunibili sotto il nome di multiculturalismo critico – sottolineano la necessità di riconoscere l’importanza delle dimensioni del dominio e del potere. Il multiculturalismo critico tende a considerare ogni differenza e ogni cultura come prodotti e come elementi di produzione di particolari relazioni di potere. La consapevolezza che ogni specificità è connessa con l’esercizio di un potere porta a non considerare ogni differenza come equivalente. La prospettiva critica non sostiene l’eguaglianza di tutte le differenze ma è simpatetica verso i gruppi sottorappresentati, oppressi o marginalizzati. Un reale interesse verso la realizzazione di una società multiculturale dovrebbe portare a evidenziare con forza i processi di costruzione politica e sociale della supremazia bianca. Mettere in luce queste condizioni di dominio e le modalità attraverso cui si mantengono e si riproducono costituisce un passo fondamentale per un reale riconoscimento della differenza.
Le questioni poste dalle richieste di riconoscimento della differenza rimandano ad almeno due piani nettamente distinti. Da un lato veicolano domande di inclusione - verso aspirazioni di eguaglianza e di partecipazione politica e sociale – dall’altro veicolano domande più radicali che sottolineano una (^1) Rendere concreto ciò che è astratto.
profonda crisi dei modelli della modernità. La molteplicità delle questioni poste suggerisce che è problematico utilizzare un’unica chiave per leggere il fenomeno. Le differenze non sono tutte uguali: sono il risultato di decisioni, scelte, tradizioni, interessi. Il suo carattere ambivalente e l’asimmetria di potere che la genera fanno sì che la differenza possa essere vincolo e risorsa. Fare i conti con la differenza rimane problematico, perché essa è inevitabilmente caratterizzata dall’ambivalenza. Accettare il confronto con la differenza implica affrontare un certo grado di incertezza. Comunicare con chi è diverso espone al rischio di vedersi costretti a rimettere in discussione le proprie credenze più profonde. Il modello democratico come modello di dialogo non è sicuramente il migliore, ma impegna a fornire buone ragioni circa la convenienza di una sua adozione e impegna a pensare concretamente a una sua piena realizzazione. La tradizione democratica può essere un buon punto di partenza perché invita a percorrere la vita dell’inclusione, dell’ascolto e del dialogo. Esaurite le potenzialità dell’inclusione rimane uno spazio di irriducibile contrasto che prevede lo scontro. Qui si impone il riconoscimento di un secondo impegno etico che vincoli a rispettare regole minime che consentano lo scontro evitando crudeltà, dolore inutile e umiliazione. La responsabilità deve essere un impegno collettivo.
Nel 1997 Natan Glazer scrisse un libro intitolato We Are All Multiculturalists Now per segnalare quanto le idee di riconoscimento, rispetto e tolleranza delle differenze culturali fossero divenute parte centrale del pensiero occidentale. Nel 2007 il Daily Mail intitolava “ Multiculturalism is dead ”, dando così voce alle posizioni critiche verso il multiculturalismo, accusato di fallimento e di aver favorito la frantumazione sociale e creato condizioni idonee all’emergere e al radicarsi del terrorismo. Alcuni eventi hanno contribuito a rendere queste posizioni molto forti.
1 – Argomentazioni identitarie La più radicale accusa al multiculturalismo articola in modo esplicito le argomentazioni identitarie alla base dell’ostilità verso la diversità religiosa. Secondo questa posizione le politiche culturali, favorendo l’idea dell’eguaglianza, stanno indebolendo le culture maggioritarie, minando alla base la loro identità specifica. Si tende a sostenere che le contese identitarie siano inevitabilmente lotte a somma zero: ogni vantaggio acquisito da un contendente è compensato con una perdita della parte avversa. Lasciare libera espressione alle culture “minoritarie” significa distruggere la nostra cultura. Il multiculturalismo
Critiche : la critica principale a questa posizione è di trasformare la cittadinanza in uno strumento di controllo che favorisce l’inclusione di coloro che si adeguano, escludendo i soggetti che sono etichettati come “pericolosi”. Il multiculturalismo danneggia le donne? Una critica alle politiche multiculturali è stata mossa da Susan Okin in un saggio intitolato “ Is multiculturalism bad for women? ”. Okin si chiede se le politiche di salvaguardia delle differenze culturali non si traducano di fatto in una difesa delle tradizioni che limitano la libertà delle donne. Il patriarcato pone l’uomo in una posizione di superiorità e dominio, e costituisce la forma di costrizione che maggiormente limita la libertà delle donne. Le politiche multiculturali favorendo la conservazione delle società tradizionali riproducono questa egemonia, riducendo l’autonomia e la libertà delle donne. Le questioni poste sono rilevanti: possiamo riconoscere pari dignità e rispetto a gruppi che hanno modelli di vita non equi e che trattano le donne come soggetti dotati di minori diritti? La posizione multiculturali non rischia di trasformare la difesa delle minoranze in una ulteriore forma di oppressione per le “minoranze delle minoranze”? La difesa dell’eguaglianza di genere e la difesa dei diritti delle minoranze vengono così a scontrarsi. Le posizioni di Okin hanno dato vita ad un dibattito molto articolato. Un primo tipo di critica sostiene che Okin consideri in modo semplicistico le culture non occidentali, presentate come univocamente patriarcali ed ostili alle donne. Un secondo tipo di critica sottolinea come la visione della Okin cerchi di imporre una propria specifica visione della situazione femminile: le donne dei gruppi minoritari vengono viste come soggetti passivi, i cui desideri sono rappresentati però della concezione di femminilità delle donne bianche del gruppo dominante, ignorando che le donne di colore o le donne religiose possano avere concezioni diverse del ruolo della donna. La posizione delle femministe liberali rischia così di diventare a sua volta patriarcale, fornendo un unico modello possibile di realizzazione femminile.
Sostenere i gruppi minoritari a “comportarsi in modo autonomo secondo i loro principi” viene generalmente visto come una minaccia alla vita comune, come un invito alla separazione: porta alla frantumazione sociale, riduce le possibilità di confronto e di mediazione. La differenza viene ritenuta una caratteristica ineliminabile della società contemporanea, e come tale viene considerata positivamente e incoraggiata. Recentemente il concetto di diversità è stato utilizzato per segnalare uno slittamento semantico dal riconoscimento delle identità collettive al riconoscimento delle distinzioni e delle competenze individuali. Si assiste a un esteso riconoscimento delle specificità individuali a patto che non vengano presentate come forme di separazione e di contrapposizione al modello comune condiviso. Oggi i migranti sono in grado di mantenere, grazie alle tecnologie della comunicazione, legami più intensi con il luogo d’origine. Ciò comporta una maggiore eterogeneità sociale e culturale. Di fronte a questa crescente eterogeneità sociale alcuni temi quali cittadinanza, appartenenza, funzionamento delle garanzie del welfare state assumono particolare importanza. Si tratta di stabilire regole minime per vivere insieme in modo equo.
Il concetto di integrazione è spesso utilizzato per segnalare sia l’obbligo delle società democratiche di contrastare discriminazione e razzismo nei confronti dei migranti sia la necessità che questi ultimi si sforzino di comprendere e di adattarsi alle regole culturali e sociali della maggioranza. Esistono differenti modelli di integrazione. Un primo modello, neo – assimilazionista , insiste sulla necessità che i migranti accettino le regole di base della società in cui si trovano a vivere per vedersi riconosciuta, in cambio, una piena inclusione nella vita sociale. Questo modello sottolinea come i processi migratori sono caratterizzati da una costante e sostanziale inclusione degli immigrati nella classe media autoctona. È compito di una politica statale accorta favorire lo sviluppo e l’acquisizione di ciò che accomuna immigrati e autoctoni, piuttosto che difendere e rafforzare ciò che divide. Chiedere ai migranti e ai loro figli di imparare la lingua, le regole, le tradizioni e i valori del paese in cui vivono non è segno di imperialismo o mancato riconoscimento della differenza, si tratta piuttosto di un
aiuto concreto per favorire quei processi di assimilazione che hanno sempre caratterizzato l’interazione sociale tra migranti e nativi. Molte nazioni occidentali stanno introducendo procedure per la concessione della cittadinanza agli immigrati che prevedono test sulla conoscenza di lingua, leggi e istituzioni. L’idea di fondo è che la cittadinanza debba essere meritata. Le posizioni critiche sottolineano che ai gruppi di minoranza si chiede di rispettare dei principi “universali”, mentre ai membri autoctoni non è richiesta alcuna prova. Essi possono godere di questi privilegi per natura, senza dover dimostrare alcun impegno, competenza o conoscenza. Un secondo modello è quello dell’ assimilazione segmentata (cittadinanza flessibile) : uno dei punti centrali di questo modello è riconoscere che non è più possibile individuare un nucleo culturale condiviso e omogeneo che caratterizzi le società occidentali. I processi di inclusione sono necessariamente molteplici. Le politiche pubbliche dovrebbero favorire il rafforzamento dei tratti solidaristici, interni alle minoranze, che funzionano come fattori di protezione e di avanzamento sociale, e ostacolare ciò che si configura come pura opposizione, manifestazione di una differenza che mina le basi della convivenza comune. Lo Stato deve essere in grado di favorire un’acquisizione “intelligente” e selettiva sia delle risorse culturali del gruppo di origine dei genitori sia di quelle del gruppo maggioritario. La tolleranza verso la conservazione da parte dei migranti di differenze culturali che assicurano il mantenimento di una rete sociale di carattere etnico può favorire l’assimilazione. Per “governare” il processo di assimilazione è importante che lo stato sappia attuare una politica selettiva degli ingressi in modo da favorire gli individui e i gruppi sociali che hanno maggiore capitale umano. La cittadinanza finisce così però col costituire un nuovo strumento di selezione, premiando coloro che sono ritenuti in grado di apportare aiuto e vantaggi al gruppo maggioritario e legittimando l’esclusione di chi è considerato portatore di differenze indesiderate.
I processi di globalizzazione contemporanei favoriscono la nascita di una nuova figura di migrante – il transmigrante. La comunità a cui si sente di appartenere non coincide necessariamente con il “locale”, ma include persone che sono sparse in luoghi diversi, mantenute in stretta connessione dai flussi materiali e comunicativi globali. Tali comunità sono inoltre fluide , non costituiscono blocchi coerenti e stabili. I soggetti transnazionali contemporanei entrano ed escono con facilità dalle diverse comunità e negoziano continuamente le loro scelte. I processi di globalizzazione favoriscono due principali trasformazioni:
sviluppo di uno spazio pubblico in cui posano trovare spazio di confronto anche le posizioni più dissidenti.
Un’altra corrente di revisione del dibattito porta a ridiscutere la relazione differenza – diseguaglianza. Un eccesso di attenzione alla differenza ha portato a trascurare le diseguaglianze, ignorando le richieste di giustizia sociale e le critiche alle relazioni di potere esistenti tra gruppo dominante e minoranze. Fraseer suggerisce di sviluppare uno sguardo che consenta di analizzare i legami tra dimensione materiale, culturale e politica. Con intersectionality intendiamo gli effetti prodotti dall’intersezione tra classe, genere, età, etnicità. Il dibattito sulla intersectionality invita a cogliere l’interconnessione costante tra gli aspetti culturali, le esperienze e le emozioni personali e le dimensioni strutturali nell’analisi dei conflitti sociali contemporanei. Non si tratta di categorie indipendenti i cui effetti possono essere sommati. La difesa delle differenze culturali ha creato categorie generiche (donne, musulmani) che non tengono conto della diversità delle posizioni sociali che derivano dall’intersecarsi dal genere, classe o età. Lo spazio d’azione multiculturale non è tanto definito da identità statiche o appartenenze vincolanti, ma dalla preoccupazione di garantire uguaglianza di trattamento a individui che occupano posizioni sociali differenti o in continuo mutamento. Le società contemporanee sono contrassegnate da una superdiversità che rende problematico continuare a utilizzare categorie eccessivamente generalizzanti come etnia, appartenenza nazionale o religiosa. I processi di globalizzazione hanno favorito la frammentazione e la variabilità delle differenze culturali. Le migrazioni attuali piuttosto che creare comunità omogenee danno luogo a una estrema variabilità di micro categorie. Il dibattito multiculturale appare limitato se non è in grado di cogliere la complessità delle appartenenze contemporanee. Il risultato dei processi di globalizzazione non è la creazione di comunità stabili ma una massa ribollente di lingue, etnie e religioni che si intersecano e danno origine a superdiversità.
Molto spesso ci si è preoccupati a pensare come dovrebbe essere la società multiculturale, senza soffermarsi ad analizzare come nelle pratiche concrete comuni si vada strutturando la relazione con la differenza. Da un lato la differenza viene usata per salvaguardare la dignità personale e garantire rispetto sociale, dall’altro viene usata per garantirsi privilegi. Gli attori sociali sono in grado di usare entrambi questi registri di significato e di passare dall’uno all’altro quando lo ritengono necessario. Più che preoccuparsi di definire la qualità e i contenuti della differenza bisogna spostare l’attenzione agli usi pratici di essa nelle interazioni quotidiane. Il concetto di multiculturalismo quotidiano è stato proposto per richiamare l’attenzione sulle strategie comuni di “trasversalità quotidiana”: momenti in cui le persone si incontrano, entrano in conflitto per la definizione delle situazioni e delle gerarchie sociali. Segnala inoltre il carattere “politico” assunto dalla differenza, che è uno strumento per richiedere equità e inclusione ma anche per difendere posizioni privilegiate. Il multiculturalismo non riguarda solo la possibilità di definire regole condivise di convivenza rispettosa, ma si riferisce a un’esperienza concreta di micro pratiche diffuse, di contatto e di incontro in cui la differenza può essere usata per dare senso alla realtà. Il multiculturalismo quotidiano pone attenzione alle situazioni di conflitto e premessa per l’analisi delle interazioni multiculturali è riconoscere le modalità sociali di costruzione e di utilizzo delle differenze che producono gerarchie di potere. La differenza è vista come una risorsa politica utilizzabile sia per richiedere inclusione sia per legittimare esclusione: è una risorsa ambivalente ma potente, utilizzabile per avanzare richieste di partecipazione e per consolidare o contestare le regole e i rapporti di potere esistenti.
Nonostante una diffusa diffidenza nelle società occidentali la differenza continua a essere valutata positivamente. Ciò che viene contestato è una rappresentazione reificata della differenza e della cultura. Le richieste di riconoscimento veicolano richiesta di inclusione nella vita pubblica senza discriminazioni. Il dibattito multiculturale contemporaneo evidenzia la necessità di una riflessione sulle modalità di
ampliamento e di gestione dello spazio pubblico e sulle modalità attraverso cui il gruppo dominante costruisce le forme del suo dominio. È possibile abbandonare il termine multiculturalismo a favore di termini quali diversità, cosmopolitismo, inter cultura ma continuare a riflettere sulle possibili risposte a queste questioni rimane un compito importante per comprendere la società contemporanea e il suo possibile futuro.