Docsity
Docsity

Prepara i tuoi esami
Prepara i tuoi esami

Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity


Ottieni i punti per scaricare
Ottieni i punti per scaricare

Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium


Guide e consigli
Guide e consigli


Le statue bugiarde, Lorini, riassunto, Schemi e mappe concettuali di Antropologia

riassunto essenziale le statue bugiarde

Tipologia: Schemi e mappe concettuali

2024/2025

Caricato il 21/11/2025

alemargent
alemargent 🇮🇹

4.6

(7)

7 documenti

1 / 24

Toggle sidebar

Questa pagina non è visibile nell’anteprima

Non perderti parti importanti!

bg1
1
Lorini - Le statue bugiarde
Statua di Re Giorgio III - 1776
9 luglio 1776 - Abbattimento della statua di re
Giorgio III
Primo monumento equestre portato nelle colonie
britanniche nordamericane.
La statua equestre era arrivata a New York 6 anni
prima e posizionata in un parco di Manhattan.
Aveva lo scopo di ricordare l’autorità del re nella
sua colonia.
4 luglio 1776, pochi giorni prima, Dichiarazione
d’Indipendenza.
La dichiarazione esprimeva un lessico di libertà,
diritti alla vita e diritto al perseguimento della
felicità, incluso rovesciare un governo che non
rispetti questi diritti.
Dopo la lettura pubblica della dichiarazione, una
folla abbatté la statua, la fece a pezzi, decapitata,
poi utilizzata per fare palle da moschetto.
In pochi oggi ricordano questo primo abbattimento
nella storia degli Stati Uniti, in un momento in cui
avvengono o si cerca di ottenere abbattimenti o
rimozioni di monumenti confederati o legati
all’immaginario razziale e coloniale statunitense.
I conflitti sulle statue o monumenti erano e sono
lotte di potere.
Quando una statua eretta da un regime viene
abbattuta quando questo viene sovvertito, si tratta
di gesti iconoclasti.
Ma se l’abbattimento viene da parte di chi il potere
non lo ha, allora questi vengono additati come
vandali.
I conflitti sui monumenti negli Stati
Uniti
I conflitti sui monumenti negli Stati Uniti sono
caratterizzati da
3 secoli di colonizzazione europea del
Nordamerica (da parte di Francia, Olanda,
GB e Spagna), in cui territori erano stati
sottratti agli indigeni
questi 3 secoli hanno lasciato un’eredità
coloniale, commemorata da monumenti
nello spazio pubblico statunitense
schiavitù, che nonostante la nascita di una
società che si definisce libera e
democratica, viene incororata nella
Costituzione nel 1789 senza mai
menzionarla
Legge di naturalizzazione 1790: la
cittadinanza era conferita ad ogni persona
bianca e libera, cioè solo immigrati europei
bianchi, tagliando fuori nativi e neri a
prescindere dallo stato di schiavo
La bianchezza è quindi alle basi della cultura
dominante americana, compresa quella delle
istituzioni, dove dalle origini vi potevano essere
solo bianchi, da ciò ne scaturisce che anche statue e
monumenti pubblici raccontino questo
immaginario.
Ricerca recente mostra che su 50.000 statue e
monumenti statunitensi commemorano
prevalentemente uomini bianchi legati a
schiavismo, colonizzazione e militari. Dunque,
guerra e conquista territoriale sono i temi che
dominano lo spazio pubblico statunitense.
Dal 1970 hanno cominciato ad accedere a ruoli
istituzionali anche afroamericani e nativi avviando
un processo che poi dal 2020 con il movimento
Black Lives Matter ha portato alcune istituzioni
locali a rimuovere statue o monumenti controversi.
Rimozioni che incontrano però non poco
ostracismo da parte di associazioni e leggi statali.
Questi conflitti dimostrano la non neutralità dei
monumenti commemorativi e anche il tentativo
politico di affrontare la questione razziale e
dell’eredità coloniale tramite la rimozione.
American HIstorical Association: un monumento
non è la storia, esprime una decisione presa da
soggetti pubblici o privati di commemorare nello
spazio pubblico uno specifico personaggio o evento
del passato e pertanto "rimuovere un monumento o
cambiare il nome di una scuola o strada non
significa cancellare la storia, ma cambiare una
precedente interpretazione della storia”.
pf3
pf4
pf5
pf8
pf9
pfa
pfd
pfe
pff
pf12
pf13
pf14
pf15
pf16
pf17
pf18

Anteprima parziale del testo

Scarica Le statue bugiarde, Lorini, riassunto e più Schemi e mappe concettuali in PDF di Antropologia solo su Docsity!

Lorini - Le statue bugiarde

Statua di Re Giorgio III - 1776

9 luglio 1776 - Abbattimento della statua di re Giorgio III Primo monumento equestre portato nelle colonie britanniche nordamericane. La statua equestre era arrivata a New York 6 anni prima e posizionata in un parco di Manhattan. Aveva lo scopo di ricordare l’autorità del re nella sua colonia. 4 luglio 1776, pochi giorni prima, Dichiarazione d’Indipendenza. La dichiarazione esprimeva un lessico di libertà, diritti alla vita e diritto al perseguimento della felicità, incluso rovesciare un governo che non rispetti questi diritti. Dopo la lettura pubblica della dichiarazione, una folla abbatté la statua, la fece a pezzi, decapitata, poi utilizzata per fare palle da moschetto. In pochi oggi ricordano questo primo abbattimento nella storia degli Stati Uniti, in un momento in cui avvengono o si cerca di ottenere abbattimenti o rimozioni di monumenti confederati o legati all’immaginario razziale e coloniale statunitense. I conflitti sulle statue o monumenti erano e sono lotte di potere. Quando una statua eretta da un regime viene abbattuta quando questo viene sovvertito, si tratta di gesti iconoclasti. Ma se l’abbattimento viene da parte di chi il potere non lo ha, allora questi vengono additati come vandali.

I conflitti sui monumenti negli Stati

Uniti

I conflitti sui monumenti negli Stati Uniti sono caratterizzati da  3 secoli di colonizzazione europea del Nordamerica (da parte di Francia, Olanda, GB e Spagna), in cui territori erano stati sottratti agli indigeni  questi 3 secoli hanno lasciato un’eredità coloniale, commemorata da monumenti nello spazio pubblico statunitense  schiavitù, che nonostante la nascita di una società che si definisce libera e democratica, viene incororata nella Costituzione nel 1789 senza mai menzionarla  Legge di naturalizzazione 1790: la cittadinanza era conferita ad ogni persona bianca e libera, cioè solo immigrati europei bianchi, tagliando fuori nativi e neri a prescindere dallo stato di schiavo La bianchezza è quindi alle basi della cultura dominante americana, compresa quella delle istituzioni, dove dalle origini vi potevano essere solo bianchi, da ciò ne scaturisce che anche statue e monumenti pubblici raccontino questo immaginario. Ricerca recente mostra che su 50.000 statue e monumenti statunitensi commemorano prevalentemente uomini bianchi legati a schiavismo, colonizzazione e militari. Dunque, guerra e conquista territoriale sono i temi che dominano lo spazio pubblico statunitense. Dal 1970 hanno cominciato ad accedere a ruoli istituzionali anche afroamericani e nativi avviando un processo che poi dal 2020 con il movimento Black Lives Matter ha portato alcune istituzioni locali a rimuovere statue o monumenti controversi. Rimozioni che incontrano però non poco ostracismo da parte di associazioni e leggi statali. Questi conflitti dimostrano la non neutralità dei monumenti commemorativi e anche il tentativo politico di affrontare la questione razziale e dell’eredità coloniale tramite la rimozione. American HIstorical Association: un monumento non è la storia, esprime una decisione presa da soggetti pubblici o privati di commemorare nello spazio pubblico uno specifico personaggio o evento del passato e pertanto "rimuovere un monumento o cambiare il nome di una scuola o strada non significa cancellare la storia, ma cambiare una precedente interpretazione della storia”.

Sorgono diverse domande: chi cancella cosa? quali soggetti sociali sono stati a lungo cancellati dalla rappresentanza democratica e dai diritti politici? in che modo l’abbattimento o rimozione delle statue interagisce con la democrazia statunitense?

Cosa sono le statue bugiarde?

Il libro è intitolato così perché i monumenti non rappresentano la “storia”, ma la “memoria” della narrazione scelta da chi li ha fatti erigere. Il libro esplora l’immaginario razziale e coloniale americano tra ‘800 e ‘900 per giungere al giorno d’oggi, alle divisioni interne alla società americana culminate all’assalto del Campidoglio del 2021, in cui sono tornate in voga richieste di abolizione del diritto di voto per gli afroamericani, nativi e altre minoranze. I conflitti sui monumenti offrono uno spunto di osservazione per capire l’attuale crisi dell’immaginario occidentale e presentarne uno inclusivo e decolonizzato per il futuro. I. La danza delle statue Le statue presenti al Campidoglio, le statue della National Statuary Collection Leggenda: Si narra che le statue raffiguranti i personaggi meritevoli del passato collocate all’entrata del Visitor Center e inviate da tutti gli stati per autorappresentarsi, la notte di Capodanno scendano dai piedistalli e danzino. Si racconta dalla fine dell’800, probabilmente legato allo stato di ebbrezza dei guardiani. Queste statue sono rientrate nel dibattito pubblico in seguito al BLM (2020) e all’assalto al campidoglio (gennaio 2021). Queste statue autorappresentative dovrebbero mostrare valori e meriti congrui alla grande federalismo americano, mostrano però con la loro storia le continue disuguaglianze e le crisi della democrazia rappresentativa. Ad oggi, tra queste statue ci sono ancora 8 statue di eroi confederati, onorati nella National Statuary Collection. Vediamo cosa raccontano queste statue, com’è possibile che ancora oggi siano onorati eroi di stati ex confederati sudisti, che volevano difendere il diritto all’istutuzione della schiavitù. Prima di parlare di queste, piccolo excursus su un calco di una statua che era collocata in passato sulla cupola della Rotonda, ora il suo calco si trova all’ingresso della sala del Visitor Center. La statue di Freedom racconta di come il legame tra libertà e schiavitù nella storia ameriana sia indissolubile. La realizzazione era stata commissionata nel 1854 e supervisionata dal senatore del Mississippi Jefferson Davis, futuro e unico presidente della Confederazione sudista. Il disegno originale era di Thomas Crawford, ma data la sua morte prematura, la statua fu poi realizzata da Clark Mills e il suo collaboratore, schavo comprato da Mills, Philip Reed. I due avevano già realizzato la prima statua in bronzo americana. Jefferson Davis aveva escluso diverse proposte e agiva per eliminare dalle opere ogni riferimento alla schavitù, imponendo cambiamenti alle nuove opere artistiche, che non dovevano contenere alcuna critica all’istutuzione della schiavitù. Anche per Freedom impose cambiamenti. Nel progetto originario Freedom indossava il berretto frigio, usato dagli Antichi Romani nelle cerimonie di emancipazione dei liberti, il berretto veniva regalato dal padrone allo schiavo. Per Davis era inappropriato, trasmetteva il messaggio che gli schiavi americani potessero aspirare alla libertà. Il messaggio di libertà di Davis era una libertà armata e trionfante per persone nate libere, bianchi. Crawford dunque cambiò il progetto, sostituendo il berretto con un elmetto che invocava Atena, dea della guerra, protettrice della civiltà. L’elmetto

Suscitò forte opposizione da parte dei fondamentalisti protestanti anticattolici. Fu danneggiata diverse volte e dovette essere sorvegliata per mesi. 1928: Wisconsin invia marmo di Robert La Follette, repubblicano governatore e senatore del Wisconsin, autore di testo riformista, introduce primarie dirette e agenda progressista. Gli attuali repubblicani trumpiani del Wisconsin vorrebbero rimuovere la statua di La Follette. Nel 1905 ancora nessuno Stato confederato aveva inviato alcuna statua. Per gli stati del Nord l’invio delle statue era una cosa più o meno secondaria, mentre per gli stati del Sud era estremamente importante, in quanto determinati a vincere la memoria pubblica della guerra persa.

Statua Generale Robert E. Lee

La Virginia voleva inviare la statua del Generale Robert E. Lee, principale condottiero virginiano durante la guerra civile, che divenne anche condottiero comandante in capo dell'esercito sudista negli ultimi mesi di guerra. La Virginia usò l’altrettanto virginiano George Washington come ricatto. O entrambi o nessuno, riuscendo a spuntarla. La scelta già allora fu considerata fortemente divisiva. Forti proteste arrivarono soprattutto dai veterani dell’Unione. 1908 la statua arriva a Washington, Lee indossava l’uniforme confederata al Campidoglio. Secondo i detrattori, non rispettava i principi fondamentali della Repubblica ed è contro l’onore e l’integrità degli uomini che hanno dato la loro vita per il Paese che Lee ha tentato di distruggere. Il Ministro della Giustizia dell’epoca ha respinto ogni richiesta adducendo che la Virginia ha il diritto di scegliere i propri personaggi da commemorare e che comunque il generale Lee rappresentava “il meglio che c’era in una causa perduta”. Altri stati del sud inviarono statue di eroi confederati arrivando a 10 leader politici e militari. Il Mississippi inviò la statua di Jeffeson Davis, unico presidente della Confederazione sudista, e censore del berretto frigio sulla statua di Freedom. Statua inaugurata con una grande cerimonia. I virginiani protestarono e richiesero la stessa cerimonia per il generale Lee,che ottennero 24 anni dopo l’arrivo della statua. Il segnale politico che arriva dalla National Statuary Collection è di riconciliazione tra le due sezioni del paese, rendendo onore sia agli eroi della Confederazione che dell’Unione. Tra ‘800 e ‘900 si uniscono anche contro un nemico esterno per la liberazione di Cuba dagli spagnoli: La guerra ispano-americana 1898 segna la grande riconciliazione tra bianchi del Nord e del Sud, e l’inizio dell’impero americano. Solo nel 2020, a seguito delle proteste Black Lives Matter, la statua del generale Lee fu rimossa e sostituita con quella di Barbara Rose Johns, attivista afroamericana per l’integrazione scolastica.

1.2 Strane coppie

Nel 1971 tutti gli stati ne avevano inviata almeno una. il peso delle statue era diventato insostenibile per il pavimento della Old Hall e dunque le coppie degli stati sono state spaiate e distribuite in vari ambienti. Nel 2000 c’è stata una modifica alla legge istitutiva della collezione del 1864 che permette agli stati di sostituire le proprie statue, a patto che le spese siano a loro carico e che garantiscano una ricollocazione pubblica della statua rimossa. Ciò ha permesso di inserire statue di importanti membri di minoranze finora assenti, rendendo la collezione più inclusiva. Es. 2009, Alabama sostituisce un ufficiale confederato con attivista per disabili Helen Keller. 2020, Generale Lee → Barbara Rose Johns

Coppie particolari California  padre Junipero Serra: 1931, frate francescano spagnolo, missioni in alta california per convertire gli indigeni. Accusato di aver cancellato la cultura indigena. La sua canonizzazione è avvenuta in quanto nel tardo ‘800 si diffuse l’idea mitica che il missionario convertiva per salvare anime, dunque altruismo missionario spagnolo con lo scopo di rendere felici gli indigeni. Immagine decostruita recentemente con gli studi sul colonialismo. è vero che Serra avesse protetto gli indigeni dalle violenze dei soldati spagnoli, ma si rimprovera l'assimilazione che ha forzato, portando alla distruzione delle culture indigene.  2009 Ronald Reagan. Prima di Reagan, la California era rappresentata da Thomas Starr King, antischiavista a favore dell'unione, si schierò per i diritti dei cinesi e afromaericani californiani. La sua statua fu sostituita, non quella di Serra. Arizona Il senatore repubblicano Barry Goldwater nutriva una profonda ammirazione per il missionario gesuita di origine trentina Francesco Chino (Eusebio Francisco Kino) , che operò nel sud dell’Arizona. Tale ammirazione derivava dall’immagine epica costruita dagli storici intorno alla figura del missionario, il quale introdusse nell’area desertica l’allevamento del bestiame, la coltivazione dei cereali e la piantumazione di alberi da frutto. Per Goldwater, Kino rappresentava un civilizzatore della frontiera e un fondatore simbolico dell’Arizona : incarnava l’individualismo del West e l’idea di libertà che lo stesso senatore esprimeva nel suo libro, secondo cui lo Stato sociale era un nemico della libertà individuale e, di conseguenza, dell’autentico spirito americano. Goldwater sosteneva inoltre che ogni Stato dovesse legiferare in autonomia, senza l’interferenza del governo federale — lo stesso principio invocato in passato dagli Stati Confederati per difendere la schiavitù e, in seguito, per mantenere le leggi razziste dell’apartheid locale. In occasione del cinquantenario dell’ingresso dell’Arizona nell’Unione , nel 1965 Goldwater fece inviare al Campidoglio la statua di padre Kino per rappresentare lo Stato nella National Statuary Hall Collection. Nel 2014 , l’Arizona decise di sostituire una delle sue statue, inviando quella dello stesso Barry Goldwater , che oggi rappresenta lo Stato accanto a quella di Kino.

2. I falsi miti

Il 5 giugno 2020 , una fotografia ritrae due giovani ballerine afroamericane che danzano con un tutù nero sul basamento della statua del generale Robert E. Lee a Richmond, in Virginia. La statua è coperta di graffiti realizzati dagli aderenti alle proteste del movimento Black Lives Matter. La statua di Lee era stata eretta per commemorare la riconquista della supremazia bianca e il regime di segregazione razziale del Sud degli Stati Uniti. Ma perché i partecipanti alle proteste BLM si scagliano contro i simboli razzisti della vecchia Confederazione , se le manifestazioni sono nate in seguito all’uccisione di George Floyd da parte della polizia? La ragione è chiara: tutto si ricollega ai problemi rimasti irrisolti dopo la Guerra Civile americana , che abolì la schiavitù ma non smantellò la struttura di potere su cui essa si fondava. Tali contraddizioni sono riemerse nel tempo, prima durante le lotte per i diritti civili negli anni ’60 e ’70 del Novecento , e poi nuovamente nel 2020. A partire da quell’anno, si sono moltiplicate le forme di iconoclastia contro i monumenti confederati : in diversi casi, come per la statua del generale Lee, le statue sono state rimosse.

2.1. La forza dell’immaginario

neoconfederato

Nel 1890 venne inaugurata la statua del generale Robert E. Lee a Richmond , in Virginia. All’epoca Monument Avenue non esisteva ancora : l’area

neri, che per esercitarlo dovevano dimostrare di possedere proprietà immobiliari o di superare test di alfabetismo. In questo stesso periodo, il mito della “Lost Cause” (la Causa Perduta ) divenne egemone nella cultura del Sud. A favorirne la diffusione contribuirono diverse associazioni come l’ UCV ( United Confederate Veterans ), l’ UDC ( United Daughters of the Confederacy ) e la SCV ( Sons of Confederate Veterans ). Le ultime due sono ancora attive oggi e continuano a promuovere, sotto il pretesto del culto della memoria degli antenati , una propaganda neoconfederata. Facendo leva sulla nostalgia per il “Vecchio Sud” , rappresentato come un luogo armonioso dove i proprietari di schiavi erano benevoli e amati, queste associazioni contribuirono a occultare la violenza del Ku Klux Klan e di altri gruppi suprematisti bianchi. Statue e monumenti, spesso eretti con fondi privati promossi da tali organizzazioni, colonizzarono lo spazio pubblico , trasformandolo in un grande palcoscenico della memoria confederata. Nel 2018 si contavano negli Stati Uniti 780 monumenti , 103 scuole e 3 college intitolati a figure come Robert E. Lee , Jefferson Davis o altri leader della Confederazione; inoltre, 80 contee e città portano ancora nomi legati al Sud confederato, e 10 basi militari statunitensi sono tuttora intitolate a generali confederati. Tra le raffigurazioni più diffuse vi è quella del soldato semplice senza nome , in posizione di riposo. Rappresentava il soldato bianco delle classi inferiori , e serviva a spingere i bianchi poveri di fine Ottocento a identificarsi con i valori dell’élite del “Nuovo Sud” post-Ricostruzione. Questa iconografia suggeriva che i loro antenati non fossero stati ribelli o traditori, ma uomini coraggiosi che avevano combattuto per difendere le libertà costituzionali. In tal modo, i lavoratori bianchi venivano invitati a sentirsi orgogliosi della causa confederata , descritta come giusta e nobile. Entrare nei sindacati , che difendevano anche i diritti dei lavoratori neri, sarebbe stato interpretato come un tradimento verso i propri padri. Così, molti bianchi poveri finirono per identificarsi con una narrazione mitica della loro storia, in cui la povertà appariva compatibile con una presunta felicità sotto l’ordine sociale del Vecchio Sud. Anche al Nord , l’immagine del soldato semplice venne adottata: cambiava solo l’uniforme. In molti casi, le statue erano prodotte dalle stesse fonderie , e talvolta venivano realizzate coppie di soldati , uno unionista e uno confederato, ai cui piedi compariva un uomo nero inginocchiato che li ringrazia. Questa rappresentazione diffondeva l’idea che la libertà dei neri fosse un dono concesso dai bianchi , e non il frutto della loro lotta. La realtà storica è però diversa: circa 186. soldati afroamericani combatterono per l’Unione — molti di loro liberi del Nord o schiavi fuggiti dal Sud — e morirono in battaglia. Nonostante ciò, solo un monumento ricorda il contributo dei soldati neri: quello di Boston , dedicato al 54° Battaglione del Massachusetts , guidato da Robert Gould Shaw , quasi interamente sterminato nella battaglia di Fort Wagner in Carolina del Sud. Da questa vicenda è tratto il film Glory (1989). Nessun monumento, invece, commemora la strage di Fort Pillow (Tennessee, 1864), dove i confederati guidati da Nathan Bedford Forrest , futuro fondatore del Ku Klux Klan , massacrarono i soldati nordisti, risparmiando i bianchi come prigionieri e uccidendo i neri. Fare prigionieri anche i soldati afroamericani avrebbe significato riconoscerne lo status militare — cosa inaccettabile per l’ideologia confederata. Solo nel 2018 è stata posta una lapide commemorativa nel cimitero di Memphis, e nel 2020 una pietra memoriale a Fort Pillow. La libertà dalla schiavitù , dunque, non fu una concessione dei bianchi , ma una conquista dei neri stessi. Questo tema venne analizzato da W.E.B. Du Bois nel suo volume Black Reconstruction (1935), che criticò duramente la narrazione dominante della libertà come dono e denunciò la comunità accademica bianca per aver costruito una dottrina razziale priva di basi scientifiche. Sebbene l’opera di Du Bois non ebbe all’epoca grande successo — oscurata dalle biografie agiografiche su Robert E. Lee —, è stata rivalutata dagli storici contemporanei , che hanno riscritto

la storia della Ricostruzione. È emerso così che abolizionisti e repubblicani radicali influenzarono profondamente Abraham Lincoln e tentarono di costruire una società democratica interrazziale. In quel periodo, oltre 2.000 afroamericani del Nord si trasferirono nel Sud, assumendo ruoli di leadership politica e civile , tra cui 16 rappresentanti al Congresso e 2 senatori. Tuttavia, dopo l’ assassinio di Lincoln , la situazione mutò radicalmente: il presidente Andrew Johnson , passato alla storia per l’ impeachment , si schierò con i proprietari di piantagioni , rifiutando di redistribuire le terre confiscate agli ex schiavi. La rivoluzione incompiuta della Ricostruzione si concluse con una riunificazione del Nord e del Sud fondata sul comune interesse economico , ma al prezzo di tacere sulla supremazia bianca. Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, storici come John Burgess affermarono che la pelle scura fosse segno di inferiorità razziale , sostenendo che i neri fossero incapaci di dominare le passioni o creare civiltà. Ancora negli anni Venti e Trenta del Novecento era diffusa la tesi della schiavitù come istituzione benevola , che sarebbe scomparsa spontaneamente se non fosse stato per gli abolizionisti , accusati di aver distrutto l’unità del paese. Questo paradigma — alla base del mito della “nobile causa perduta” del Sud — rimase in voga per oltre ottant’anni , divenendo senso comune nel grande pubblico anche grazie alla capillare diffusione dei monumenti confederati , che dalla fine dell’Ottocento dominano lo spazio pubblico americano.

2.2 I tragici eroi dell’odio razziale

Le statue confederate rappresentano la memoria nostalgica della “nobile causa perduta” del Sud e furono erette in gran parte tra il 1890 e il 1925. In quel periodo, gli afroamericani vivevano sotto un regime di segregazione razziale che li privava di ogni diritto civile, mentre gruppi come il Ku Klux Klan e altri movimenti suprematisti bianchi perpetravano violenze e attentati per mantenere il controllo sociale. Un ruolo fondamentale nella diffusione di questa narrazione fu svolto dall’ United Daughters of the Confederacy (UDC) , un’associazione di donne bianche che promosse l’ idealizzazione della Confederazione come un paradiso perduto : un Sud agrario e armonioso, dove gli schiavi sarebbero stati “ben nutriti” e “affezionati ai propri padroni”. Secondo questa visione, la Guerra Civile non sarebbe stata combattuta per difendere la schiavitù, bensì per tutelare i diritti degli Stati del Sud e una presunta cultura superiore , fondata sui valori dell’ onore, della purezza, della castità femminile e della cavalleria. Il Nord veniva invece descritto come materialista , mosso solo da ricerca di ricchezza e potere , responsabile di aver distrutto quella società “raffinata”. Una delle figure più attive dell’UDC fu Mildred Lewis Rutherford , della Georgia, “storica” ufficiale dell’associazione. Scrittrice e conferenziera, Rutherford visitava le scuole per diffondere il mito della causa perduta , raccontando un Sud idealizzato e condannando gli “orrori” della Ricostruzione , periodo in cui – secondo la sua versione – gli ex schiavi, lasciati a sé stessi, sarebbero “degenerati”, mentre sotto la schiavitù vivevano “felici e ordinati”. Rutherford invitava i giovani a onorare la bandiera confederata e i suoi eroi , attribuendo la colpa della guerra agli abolizionisti. I monumenti eretti dall’UDC riflettono questa visione. In essi traspare l’idea che la causa confederata avesse unito bianchi e neri in una comune lotta contro il Nord invasore. Un esempio è il Monumento dello schiavo leale (1914, Arlington, Virginia), che rappresenta schiavi fedeli ai loro padroni. Sebbene alcuni schiavi rimasero effettivamente nelle piantagioni, migliaia fuggirono e si arruolarono nell’esercito dell’Unione , ma questi ultimi vennero cancellati dalla memoria pubblica. Sempre ad Arlington si trova il Confederate Monument , un bassorilievo in cui compaiono tutti gli elementi iconografici del mito della causa perduta: soldati in battaglia, famiglie bianche idealizzate, schiavi devoti e donne che incarnano purezza e fedeltà.

1916 – Il progetto del monumento confederato Nel 1916 , C. Helen Plane , membro delle United Daughters of the Confederacy (UDC) , propose di scolpire sul fianco di Stone Mountain un grande monumento ai leader confederati. L’idea le fu ispirata dal film di Griffith, che rievocava con toni romantici il Sud prebellico, ma anche da un articolo in cui il figlio di un veterano confederato sognava un simile memoriale. The Birth of a Nation presentava un Sud “idilliaco”, distrutto dall’abolizione della schiavitù e minacciato da afroamericani rappresentati come pigri, corrotti e violenti , fino alla scena in cui un ex schiavo, arruolato nell’esercito dell’Unione, tenta di violentare la figlia del suo ex padrone. Solo l’intervento dei “cavalieri bianchi” del Klan ristabilisce l’ordine, “salvando” la donna e la supremazia della razza bianca. Il film, che fece scalpore, alimentò aggressioni razziste : durante le proiezioni il pubblico applaudiva gridando “Arrivano i nostri!” all’apparire dei cavalieri del Klan. 1916–1925 – Gutzon Borglum e i primi lavori C. Helen Plane incaricò dello scavo lo scultore Gutzon Borglum , futuro autore del Monte Rushmore. Borglum diede inizio ai lavori ma distrusse i siti indigeni circostanti e, dopo la morte della Plane, abbandonò il progetto nel 1925 in seguito a divergenze e mancanza di fondi. 1925–1941 – Il progetto incompiuto Il nuovo scultore, Augustus Lukeman , riuscì a completare solo parte del volto di Robert E. Lee. Alla sua morte, nel 1935, i lavori furono sospesi e la montagna rimase incompiuta per anni. 1958 – La rinascita del progetto durante la segregazione Negli anni Cinquanta, il governatore Marvin Griffin rilanciò il progetto nel contesto della resistenza sudista al movimento per i diritti civili. Nel 1954 , la storica sentenza Brown v. Board of Education aveva dichiarato incostituzionale la segregazione nelle scuole. Griffin, tuttavia, dichiarò pubblicamente che sotto il suo governo non avrebbe mai permesso la mescolanza razziale negli istituti della Georgia. Nel 1958 , lo Stato acquistò Stone Mountain e raccolse un milione di dollari per completare il monumento, inteso come simbolo della fedeltà ai “valori” della Confederazione. Il progetto si inseriva nella stessa narrazione nostalgica delle statue confederate di fine Ottocento: un Sud eroico, bianco e moralmente superiore, in cui bianchi e neri appartenevano a mondi separati e non integrabili. 1964–1970 – Il completamento dell’opera Sotto la guida dello scultore Walker Hancock , i lavori ripresero nel 1964. Il gigantesco bassorilievo di 1,6 ettari raffigura Jefferson Davis, Robert E. Lee e Stonewall Jackson a cavallo. Paradossalmente, la spinta finale per completarlo nacque anche dal celebre discorso di Martin Luther King Jr. , I Have a Dream (1963), nel quale il leader dei diritti civili dichiarava che un giorno “le campane della libertà avrebbero suonato anche dalla Stone Mountain della Georgia”. 1970 – L’inaugurazione del monumento Nel 1970 il monumento fu ufficialmente inaugurato, diventando il più grande bassorilievo del mondo. L’area fu trasformata in un parco tematico , che includeva la ricostruzione di una piantagione sudista. La guida turistica era interpretata dall’attrice afroamericana che aveva recitato nel ruolo di Prissy in Via col vento (1939). Nei materiali promozionali, tuttavia, non si menzionava mai la schiavitù : gli schiavi venivano chiamati semplicemente “lavoratori” o “manodopera”, in linea con la retorica edulcorata e revisionista del passato confederato. Anni 2000 – oggi: un simbolo contestato Oggi Stone Mountain è considerato da molti un simbolo del razzismo e del passato schiavista del Sud. Numerosi movimenti civili chiedono la rimozione o reinterpretazione del monumento, ma una legge statale della Georgia ne proibisce l’alterazione o la distruzione. Il sito rimane così uno dei luoghi più controversi della memoria americana , testimonianza della persistenza del mito della “causa perduta” e del suo intreccio con la storia del suprematismo bianco negli Stati Uniti.

3. Colombo decapitato

Nel giugno del 2020 , nel pieno delle proteste seguite all’uccisione di George Floyd , le statue di Cristoforo Colombo furono oggetto di un’ondata di contestazioni in tutti gli Stati Uniti. Molte vennero deturpate con vernice rossa , simbolo del sangue versato dagli indigeni, altre rovesciate o decapitate , alcune trascinate via con una corda al collo. Sui piedistalli comparvero scritte come “Decolonize” , “Stolen land” , “Murderer”. Ma cosa è successo al mito di Colombo? E come si è arrivati a trasformare l’eroe delle scoperte in un simbolo di violenza coloniale? A differenza del generale Lee e degli altri protagonisti della “causa perduta” sudista , il caso di Colombo non appartiene a un’unica comunità o ideologia, né rappresenta un tentativo di riscrivere una sconfitta politica. Le statue di Colombo sono nate in epoche diverse e per motivi differenti , e la loro storia accompagna l’evoluzione stessa dell’identità americana, dal 1792 al 1992 — tre secoli di trasformazioni, dalla celebrazione patriottica alla contestazione postcoloniale. Si può infatti parlare di tre fasi :  la celebrazione del terzo centenario (1792) , in cui Colombo divenne simbolo della nuova repubblica americana ;  l’ esaltazione del quarto centenario (1892) , con la riscoperta del navigatore da parte degli immigrati italiani ;  e infine le contestazioni del quinto centenario (1992) , quando la figura di Colombo venne riletta come emblema del genocidio indigeno e del colonialismo europeo. Curiosamente, Colombo non mise mai piede sul territorio dell’attuale Stati Uniti : approdò nelle Bahamas , convinto di trovarsi nelle Indie. Eppure, è negli Stati Uniti che si trova il maggior numero di statue dedicate a lui : ben 158 , contro le 67 della Spagna e le 48 dell’Italia. Negli Stati Uniti, Colombo è il terzo personaggio più rappresentato nei monumenti pubblici, dopo Abraham Lincoln e George Washington. Il suo nome compare in oltre 60 città e contee , in innumerevoli scuole, strade e istituzioni , e in quasi tutti gli Stati americani — tranne le Hawaii , unico Stato a non commemorarlo. Ma come un genovese al servizio della corona spagnola è diventato uno dei miti fondativi dell’America? La risposta cambia nel tempo. Nel 1792 , in occasione del terzo centenario della scoperta dell’America , gli ex coloni britannici — ormai divenuti cittadini della nuova repubblica — scelsero Cristoforo Colombo come eroe simbolico della loro indipendenza. Non potendo più richiamarsi alla monarchia britannica né ai suoi eroi, i nuovi americani trovarono in Colombo una figura alternativa a quella di re Giorgio : un navigatore visionario che aveva “scoperto” il Nuovo Mondo, aprendo la via a una nuova civiltà. Colombo divenne così un mito fondativo repubblicano , utile a costruire un passato autonomo e “autoctono”, anche se solo simbolicamente. Un secolo dopo, nel 1892 , il mito venne riattualizzato in chiave completamente diversa. Furono gli immigrati italiani , spesso vittime di discriminazioni e violenze xenofobe , a riscoprire e rivendicare Colombo come loro eroe nazionale. Nell’anno della Grande Esposizione Mondiale di Chicago , organizzata proprio in occasione del quarto centenario del viaggio del 1492 , Colombo divenne il simbolo dell’orgoglio italiano in America : un modo per dire “noi eravamo qui fin dall’inizio”. Dietro le statue, le parate e le commemorazioni, si celava un chiaro intento politico: difendere l’onorabilità degli italiani in un paese che li considerava spesso inferiori e non del tutto bianchi. Il “Columbus Day” , riconosciuto ufficialmente nel 1937 , nacque da questa rivendicazione identitaria: una strategia di legittimazione e assimilazione in

Uniti, incarnazione della loro missione civilizzatrice. Solo due anni prima, nel 1890, si erano concluse le guerre indiane con il massacro di Wounded Knee. All’Esposizione, i popoli nativi erano relegati a spettacoli etnografici o show popolari che ne rappresentavano la sconfitta come un capitolo inevitabile della “graduale civilizzazione del continente”. Il più celebre di questi era quello di Buffalo Bill , il quale inserì Colombo stesso nei suoi spettacoli e nei volantini promozionali, accostandolo ai pionieri e agli esploratori del West. L’esploratore genovese, scopritore dell’America, diventava così precursore dei conquistatori della Frontiera , in una linea diretta che andava dal 1492 al destino manifesto del XIX secolo. L’Esposizione consolidò e diffuse stereotipi sui nativi americani : popolazioni “esotiche” da osservare come reliquie del passato o “civilizzate” grazie all’adozione di abiti e comportamenti euroamericani. Alcuni gruppi di nativi avevano chiesto di partecipare per mostrare al mondo la propria cultura contemporanea, ma le loro proposte furono respinte: l’America voleva celebrare la conquista, non la sopravvivenza. Nel frattempo, anche la Spagna borbonica tentava di riappropriarsi del proprio eroe. Celebrò in grande stile il quarto centenario a Madrid e partecipò all’Esposizione di Chicago, lamentando però la scarsa visibilità concessa dai padroni di casa. Le tensioni non mancarono: gli indipendentisti cubani , anch’essi presenti, esposero un quadro raffigurante Colombo in catene, umiliato dalla monarchia. L’opera fu censurata dai delegati spagnoli — segno che il mito del navigatore era ormai terreno di scontro politico. Ma un altro protagonista si affacciava sulla scena americana: la comunità degli immigrati italiani. L’anno precedente, nel 1891, undici siciliani erano stati linciati a New Orleans dopo essere stati accusati — e poi assolti — dell’omicidio del capo della polizia locale. Fu uno dei linciaggi più gravi della storia statunitense, e colpì profondamente gli italoamericani. Nel clima razzista del Sud, gli italiani venivano spesso assimilati ai neri: “negri mangiaspaghetti”, li definiva la stampa. Le teorie lombrosiane, esportate dagli stessi scienziati italiani, li avevano marchiati come razza non completamente bianca. Negli Stati Uniti, dove la società era rigidamente stratificata per “gradi di bianchezza”, gli italiani occupavano una posizione ambigua, bianchi sospetti , cattolici, poveri e provenienti da un Sud arretrato. Nonostante ciò, la comunità reagì con orgoglio: partecipò alla mostra di Chicago organizzando un “Italian Day” , con parate cittadine e rappresentazioni teatrali della vita di Colombo. Per gli immigrati italiani, il navigatore genovese divenne uno scudo simbolico : un eroe italiano che aveva “scoperto” l’America, prova tangibile del contributo della loro nazione alla grandezza degli Stati Uniti. Negli anni successivi, tuttavia, le discriminazioni non cessarono. Negli anni Venti, il caso Sacco e Vanzetti a Boston riportò in primo piano il pregiudizio anti-italiano, in un periodo in cui il Ku Klux Klan godeva di un nuovo, vasto consenso. Fu in questo contesto, in cui l'entusiasmo per il centenario superò l’anticattolicesimo, che il pedagogista Francis Bellamy — lo stesso che introdusse la bandiera americana nelle scuole — propose l’istituzione del Columbus Day come festa nazionale. Colombo completamente liberato da caratteristiche etniche e religiose, si presta ad idolo per una venerazione patriottica. 3.3 Diversamente bianchi Dopo il linciaggio di New Orleans del 1891, la comunità italiana negli Stati Uniti — e in particolare a New York — intraprese un percorso di riscatto identitario. In un contesto ostile, in cui gli italiani erano considerati stranieri sospetti, “non del tutto bianchi”, Cristoforo Colombo divenne il simbolo ideale su cui costruire un nuovo orgoglio etnico: il primo immigrato italiano in America. Se gli irlandesi avevano portato con sé la figura di San Patrizio, gli italiani trovarono in Colombo un eroe da scoprire nel paese di adozione. La sua figura incarnava il successo, la scoperta e il coraggio: valori pienamente americani ma con radici italiane.

Fu Carlo Barsotti , editore del Progresso Italo- Americano , a promuovere la costruzione di una grande statua a New York. Raccolse fondi nella comunità e commissionò una scultura in marmo di Carrara , alta complessivamente 23 metri con il basamento. Grazie a un abile lavoro politico con Tammany Hall , la potente macchina elettorale democratica, Barsotti ottenne l’autorizzazione a collocarla nel lato sud-ovest di Central Park. La statua, inaugurata nell’ottobre del 1892 , dominava la piazza che oggi conosciamo come Columbus Circle. In quel momento, Colombo smise di essere soltanto l’eroe dei WASP — i bianchi protestanti anglosassoni — e divenne l’orgoglio della comunità italiana , un simbolo di appartenenza e riscatto. Ma nel corso del Novecento la sua immagine cambiò ancora: gli italiani passarono da “quasi neri” a bianchi a pieno titolo. È un esempio emblematico di come la razza sia una costruzione sociale negli Stati Uniti, e di come le gerarchie razziali possano mutare nel tempo. Le statue di Colombo erette dopo quella di Columbus Circle riflettono questo passaggio. Se la prima nasceva dal bisogno di un gruppo discriminato di affermare la propria dignità, le successive rispecchiano invece una nuova autopercezione , quella di un’“italianità” ormai integrata e, anzi, superiore sul piano culturale. Negli anni Trenta, la propaganda fascista trovò negli Stati Uniti un terreno sorprendentemente fertile: il regime promuoveva l’idea di una stirpe italica erede di Roma , destinata naturalmente alla grandezza. La comunità italoamericana era allora profondamente divisa : da un lato una maggioranza conservatrice, anticomunista e spesso ostile agli afroamericani; dall’altro una minoranza di sindacalisti, anarchici e antifascisti. La retorica fascista fece presa soprattutto sui primi, grazie anche a figure di rilievo come Generoso Pope , imprenditore e editore, simbolo del self- made man italoamericano. Arrivato negli Stati Uniti quindicenne con dieci dollari, Pope divenne uno degli uomini più influenti di New York, proprietario di giornali e radio. Negli anni Trenta offrì i propri servigi a Mussolini, garantendo al contempo ai Democratici di Roosevelt l’appoggio del voto italoamericano. Nel 1937 riuscì a convincere Franklin D. Roosevelt a proclamare il Columbus Day festa nazionale , in cambio del sostegno politico della comunità. Roosevelt accettò, chiudendo un occhio sull’aperta simpatia di Pope per il fascismo. In quel periodo, Mussolini veniva esaltato come un “nuovo Colombo” , un uomo capace di riscattare la dignità italiana e di difendere l’onore degli italoamericani contro i pregiudizi dei WASP e l’odio del Ku Klux Klan. L’identificazione con la “bianchezza” americana si accompagnò però a una progressiva assimilazione dei pregiudizi razziali : molti italoamericani adottarono, più o meno consapevolmente, atteggiamenti razzisti e antisemiti nel tentativo di differenziarsi dai gruppi ancora esclusi, in particolare gli afroamericani. Durante la guerra d’Etiopia, mentre in Africa il regime bombardava con i gas, Mussolini compariva sorridente sulle copertine del Time Magazine come un padre di famiglia. Nel Columbus Day del 1938, tra bandiere americane e tricolori, a New York si gridava “ Viva Mussolini! ”. Colombo e il Duce apparivano così legati da un destino comune di eroi nazionali , simboli di orgoglio italico e virilità civilizzatrice. Nel dopoguerra, il processo di “imbiancamento” degli italoamericani si completò con la distanza dai movimenti per i diritti civili. Negli anni Sessanta, il sindaco di Philadelphia Frank Rizzo , figlio di immigrati italiani, divenne il volto di una politica dura e segregazionista: fece arrestare militanti delle Black Panthers e Malcolm X, obbligandoli a denudarsi, e usò la polizia come strumento di intimidazione razziale. Una statua di Rizzo, collocata nel centro di Philadelphia, è stata imbrattata di vernice rossa durante le proteste del Black Lives Matter e poi rimossa. Eppure, lungo tutto il Novecento, non sono mancate alleanze e solidarietà tra italoamericani e afroamericani, spesso cancellate dalla memoria pubblica. Entrambe le comunità hanno subito discriminazioni, sfruttamento e stereotipi. Ma,

condividerle con l’Indigenous People’s Day. Il presidente della COPOMIAO (Confederation of Presidents of Major Italian American Organizations), Basil Russo , ha ricordato che le prime statue di Colombo nacquero in risposta al linciaggio di New Orleans del 1891, come simbolo di riscatto. Molti altri italoamericani, invece, hanno accolto positivamente le parole di Biden, alcuni addirittura approvando la rimozione di Colombo. Per loro, la rimozione non è un atto di cancellazione, ma un modo per rendere visibile la complessità delle vicende e riconoscere le contraddizioni della propria storia. Colombo, infatti, rappresenta falsamente l’uomo italiano self-made , cancellando la presenza e il ruolo delle donne immigrate, anch’esse vittime di discriminazione. Allo stesso modo, rimuove dalla memoria collettiva quegli italoamericani che hanno scelto di solidarizzare con i nativi, gli afroamericani e gli altri gruppi marginalizzati.

4. Teddy Roosevelt esiliato Nel giugno 2020 viene annunciata la rimozione del bronzo equestre raffigurante Theodore Roosevelt (TR) , affiancato da due figure a piedi — un nativo americano e un uomo africano — che per oltre ottant’anni aveva dominato l’ingresso principale dell’ American Museum of Natural History (AMNH) di New York, uno dei più grandi musei di storia naturale al mondo. La statua, resa celebre anche al grande pubblico dal film Una notte al museo , verrà ricollocata a Medora , presso la nuova Theodore Roosevelt Library nel North Dakota, un piccolo centro di appena duecento abitanti. Per lungo tempo, la statua di Roosevelt fu percepita come uno dei tanti monumenti celebrativi, un elemento quasi invisibile nel paesaggio urbano. A partire dagli anni Settanta, tuttavia, divenne oggetto di accesi dibattiti sul potere performativo delle immagini , sulla memoria pubblica conflittuale e, più di recente, sulla cancel culture. Il monumento è infatti strettamente legato alla storia stessa dell’AMNH: Roosevelt fu tra i fondatori del museo, che ospitò e finanziò numerose spedizioni scientifiche, come la Jesup North Pacific Expedition. Ma proprio questo legame tra scienza, colonialismo e rappresentazione razziale spiega perché il museo abbia infine scelto di spostare la statua: essa incarna molte delle tensioni tra arte pubblica, scienza razziale, conquista dell’Ovest e inizio dell’impero americano. Per comprenderne a fondo il significato, occorre risalire alla sua commissione e alla cerimonia di inaugurazione. La decisione di raffigurare Roosevelt a cavallo, fiancheggiato da un nativo americano e da un africano anonimi, non fu casuale né puramente commemorativa. Discendente da una famiglia olandese emigrata nel Seicento a New Amsterdam (l’attuale Manhattan) e da una linea materna di proprietari terrieri e schiavisti del Sud , Roosevelt apparteneva all’élite bianca americana. Naturalista appassionato, praticava la caccia grossa nelle colonie africane europee e inviava i trofei imbalsamati proprio all’AMNH. La sua immagine pubblica oscillava tra quella dell’ esploratore virile , audace e dominatore della natura, e quella più “addomesticata” del salvatore del piccolo grizzly orfano , che ispirò il celebre Teddy bear. In The Winning of the West , Roosevelt esaltava il mito del pioniere americano, celebrando la conquista dell’Ovest come compimento della nazione alla “chiusura della frontiera”, ovvero la fine delle guerre contro le popolazioni indigene. Temendo la “decadenza razziale” della società industriale, sosteneva che una nazione, per restare forte, dovesse mantenere vivo il contatto con la lotta virile e con la natura selvaggia. Nel 1898 guidò i Rough Riders — un battaglione da lui stesso reclutato — nella guerra ispano- americana a Cuba, presentata come missione di liberazione contro l’oppressione spagnola. In realtà, gli spagnoli erano già indeboliti da anni di conflitto con gli indipendentisti cubani, ma la stampa newyorkese costruì il mito epico del colonnello Roosevelt e del suo esercito di volontari, simbolo dell’unione tra la borghesia dell’Est e i cowboys del West. Quell’impresa segnò l’inizio dell’espansione statunitense nei Caraibi e nel Pacifico, presentata come esportazione della libertà americana. Nel libro Rough Riders (1902), Roosevelt celebrò le gesta dei suoi uomini, ma ritrasse i soldati afroamericani come codardi e dipendenti dagli

ordini , rafforzando il mito razzista della “causa perduta” e cancellando il ruolo dei combattenti neri e degli indipendentisti cubani. In politica estera, intervenne per reprimere gli insorti filippini e gestì la crisi del Canale di Panama; ricevette il Premio Nobel per la Pace come mediatore tra Russia e Giappone. Morì pacificamente nel 1919, chiedendo espressamente che non venissero erette statue in suo onore. Eppure, già nel 1924 emerse la proposta di costruire un grande memoriale per celebrarlo come conquistatore, innovatore e benefattore delle “razze inferiori”. La scelta del luogo cadde sull’AMNH, e l’incarico fu affidato all’architetto neoclassico John Russell Pope. Il progetto prese forma negli anni ruggenti dei Roaring Twenties , un’epoca di jazz, modernità e ottimismo, ma anche di paura rossa, violenza del Ku Klux Klan e repressione dei movimenti socialisti e anarchici — basti pensare al caso Sacco e Vanzetti. In questo contesto ambiguo, il memoriale apparve subito anacronistico, ma il progetto proseguì. Lo scultore James Earle Fraser , già autore della celebre The End of the Trail — che ritrae un indiano esausto a cavallo, simbolo della fine delle guerre indiane — fu incaricato di realizzare la statua. Nel 1925 venne deciso che Roosevelt sarebbe stato affiancato da due figure, un nativo e un afroamericano, come simboli delle razze “guidate” dal suo spirito civilizzatore. Completata nel 1939 e inaugurata nel 1940, la statua presentava Roosevelt in abiti da esploratore, a cavallo, in una composizione imperiale. La sua inaugurazione avvenne in un momento cruciale: gli Stati Uniti stavano decidendo se entrare nella Seconda guerra mondiale , e la stampa reinterpretò la figura del Rough Rider in chiave interventista, come difensore della democrazia contro i regimi autoritari. Solo pochi anni prima, nel 1936, Roosevelt era stato celebrato come riformatore sociale; nel 1940, come eroe guerriero. È un esempio emblematico di come la memoria pubblica si ricostruisca di volta in volta in base alle esigenze del presente , piegando le figure storiche a nuovi paradigmi di potere, identità e patriottismo. 4.2. Sfide iconoclaste Nel 1971 avviene il primo atto di vandalismo contro la statua equestre di Theodore Roosevelt (TR) all’ingresso dell’American Museum of Natural History (AMNH). Attivisti nativi americani scrivono con vernice rossa le frasi “fascist killer” e “return Alcatraz” , in sostegno all’ occupazione di Alcatraz promossa dall’ American Indian Movement , segnalando così la statua come simbolo di violenza coloniale. Negli anni successivi il dibattito si riaccende grazie al movimento Decolonize This Place (DTP) , che denuncia il legame tra la statua di TR e le categorie coloniali ancora presenti nell’organizzazione del museo, in particolare nelle esposizioni sui popoli non europei , rappresentati come statici, “congelati nel tempo”, e perfino imbalsamati come gli animali esposti nelle gallerie naturalistiche. Nel 2016 , il movimento organizza una contro- guida museale per proporre una lettura non eurocentrica delle collezioni e scrive una lettera al sindaco Bill de Blasio , denunciando il fallimento del museo nel rappresentare correttamente le culture non europee e la persistenza di stereotipi razziali fondati sull’idea di “bianchezza”, concetto elaborato nel Settecento da studiosi tedeschi e poi sviluppato negli Stati Uniti in relazione alla schiavitù degli africani. De Blasio accoglie le critiche e istituisce una commissione cittadina per esaminare i monumenti controversi di New York. Nel 2018 , la commissione pubblica un rapporto ufficiale che fornisce linee guida per mantenere aperto il dibattito pubblico su razzismo, disuguaglianze sociali e colonialismo , promuovendo la creazione di task force dedicate a ricostruire la storia dei monumenti: chi li ha commissionati, perché, dove sono stati collocati e quale impatto simbolico hanno avuto all’inaugurazione. Pur senza raggiungere un consenso sulla statua di TR, nel 2019 l’AMNH inaugura la mostra “Addressing the Statue” , che mira a presentare una visione equilibrata e critica del monumento. Gli studiosi coinvolti mettono in luce la visione razziale e colonialista della scultura: il nativo americano ha il fucile puntato verso il basso , a simboleggiare la sconfitta indigena , mentre l’ africano punta il fucile in alto, suggerendo l’idea

discreto dall’ingresso dell’ American Museum of Natural History (AMNH) di New York. La modalità silenziosa della rimozione crea un netto contrasto con la pomposità dell’inaugurazione del 1940 , segnalando simbolicamente il cambiamento di sensibilità storica e politica nei confronti del monumento. La statua è destinata a essere ricollocata a Medora , un piccolo centro del North Dakota dove esistono già un parco nazionale dedicato a Roosevelt e dove è in costruzione una biblioteca presidenziale intitolata a lui. Tuttavia, questa scelta non è neutrale : numerosi critici e movimenti di protesta newyorkesi sottolineano come il trasferimento equivalga a “spostare i prodotti tossici altrove” , ossia a rimuovere il problema invece di affrontarlo. Inoltre, la nuova destinazione solleva questioni etiche e storiche , poiché i territori del North Dakota furono sottratti con la violenza alle popolazioni indigene. L’allora sindaco Bill de Blasio aveva persino proposto la distruzione e il riciclo del materiale della statua, ma la decisione finale fu diversa: la commissione cittadina di New York concesse la statua in prestito a lungo termine a Medora, ponendo condizioni precise. Il museo e le autorità locali dovranno consultare le comunità indigene e afroamericane del territorio, oltre a storici e studiosi , per garantire una nuova contestualizzazione critica del monumento. Anche la fondazione dei discendenti di Roosevelt si è impegnata a mettere in evidenza la problematicità della composizione scultorea , trasformando l’opera in uno strumento educativo per riflettere criticamente sul passato coloniale e razziale della nazione. Dopo la rimozione, all’interno dell’AMNH resta una sola statua di Roosevelt , molto diversa per tono e significato: lo raffigura seduto su una panchina , in abiti da esploratore , ormai anziano e sereno. Questa nuova immagine contrasta fortemente con quella imperiale e trionfante del monumento equestre, segnando il passaggio simbolico da Theodore Roosevelt, il conquistatore , a “Teddy” Roosevelt , figura affabile e popolare legata all’orsacchiotto che ne porta il nome.

5. Rievocazioni, rimozioni, restituzioni Nel 1932 , presso l’ Astoria Hotel di Manhattan , si tenne una rievocazione spettacolare dell’abbattimento della statua equestre di Giorgio III , originariamente avvenuto nel 1776 a New York, davanti alle truppe di George Washington. L’evento si inseriva nelle celebrazioni per il bicentenario della nascita di Washington e coinvolse 500 attori , 200 soldati e una riproduzione in bronzo del sovrano britannico, simbolicamente abbattuta durante la cerimonia. Questa performance storica mette in luce come la statua di Giorgio III sia divenuta celebre più per la sua distruzione che per la sua esistenza : il suo abbattimento è stato elevato a mito fondativo della nuova repubblica americana , al pari di altri atti simbolici di “purificazione” dello spazio nazionale, come l’ espulsione delle popolazioni indigene e la conseguente espropriazione e distruzione dei loro luoghi sacri. Quasi un secolo dopo, un gesto analogo si è ripetuto con la statua di Cristoforo Colombo a St. Paul (Minnesota) , abbattuta nel giugno 2020 da manifestanti in seguito all’uccisione di George Floyd. A differenza della rimozione silenziosa di molte statue durante quel periodo, questa avvenne in pieno giorno , davanti alla polizia , assumendo una forte valenza politica e simbolica. L’attivista dell’ American Indian Movement , Mike Forcia , ha sottolineato che a compiere materialmente l’abbattimento furono donne indigene , richiamando così il ruolo centrale delle donne native nelle lotte contemporanee. Secondo Forcia, esse subiscono in misura maggiore le conseguenze della spoliazione delle terre ancestrali , iniziata con l’arrivo di Colombo, e proprio per questo non si sono mai riconosciute nelle celebrazioni ufficiali del Columbus Day. Forcia lega questa azione alla storia personale della propria famiglia : sua madre, da bambina, fu strappata alla comunità di origine e costretta a frequentare una boarding school per indigeni , istituzioni nate per cancellare le identità native attraverso un processo di assimilazione forzata. In questa prospettiva, l’abbattimento del monumento rappresenta non un atto vandalico, ma una forma di

giustizia riparativa , un tentativo di elaborazione di un trauma collettivo. Tale trauma, radicato nelle espropriazioni territoriali e nella violenza culturale subita dagli antenati, continua a manifestarsi oggi nelle forme di indigenza, disuguaglianza e degrado sociale che colpiscono molte comunità native. Di fronte alla statua di Colombo e alla celebrazione del Columbus Day , si riaprono quindi ferite storiche che spingono i movimenti indigeni a chiedere la sostituzione della ricorrenza con l’ Indigenous Peoples’ Day , una giornata di riconoscimento e memoria. Sul fronte opposto, la comunità italoamericana si oppone alla cancellazione del Columbus Day, vedendo nella figura di Colombo un simbolo di “gloria scelta” ( chosen glory ), ovvero una rappresentazione mentale di un evento storico capace di generare orgoglio, coesione e senso di riscatto. Tale identificazione risale alla fine dell’Ottocento, quando gli immigrati italiani, emarginati e stigmatizzati dopo episodi come i linciaggi di New Orleans (1891) , si appropriarono della figura di Colombo — già consacrato come eroe nazionale — per rivendicare dignità e appartenenza alla nazione americana. 5.1. Conflitti colombiani a Syracuse e Manhattan A Syracuse , nello stato di New York, la statua di Cristoforo Colombo domina lo spazio urbano con i suoi dodici metri d’altezza. Imponente e visibile da ogni lato, rappresenta un simbolo storico per la città, che ha da sempre una forte comunità italoamericana. L’opera, eretta nel 1934 , poggia su un obelisco decorato da tre teste di indiani con copricapi piumati; alla base, bassorilievi narrano episodi della “vita eroica” dell’esploratore, raffigurando indigeni inginocchiati in segno di sottomissione. Il 27 giugno 2020 , in piena ondata di proteste legate al movimento Black Lives Matter , attivisti indigeni e sostenitori antirazzisti organizzarono una manifestazione proprio ai piedi del monumento, denunciandone il valore simbolico come emblema del colonialismo e della cancellazione delle popolazioni native. In risposta, il sindaco di Syracuse istituì una commissione di 25 membri , rappresentanti delle diverse comunità etniche della città, con il compito di decidere il destino della statua. Tuttavia, la commissione non raggiunse un parere unanime. La maggioranza si espresse per la rimozione di Colombo , proponendo di conservare l’obelisco come tributo agli immigrati italiani; altri suggerirono di sostituire la figura di Colombo con quella di Amadeo Giannini , fondatore della Bank of America e simbolo di successo imprenditoriale italiano; un terzo gruppo propose invece di aggiungere statue di altri gruppi etnici , per creare una rappresentazione orizzontale e inclusiva , non più gerarchica. Il sindaco decise infine di procedere con la rimozione della statua , ma la decisione trovò la ferma opposizione della Columbus Monument Corporation Board , l’ente che aveva originariamente commissionato l’opera nel 1934. Il Board si appellò alla cancel culture , denunciando un tradimento verso la memoria degli italoamericani che, all’epoca, avevano finanziato la statua come gesto di riscatto dopo i linciaggi di New Orleans del 1891. Tuttavia, la narrazione celebrativa omette un altro aspetto: il fatto che la città di Syracuse sorge su terre espropriate agli Onondaga , membri della Confederazione irochese. Inoltre, la statua del 1934 ricevette anche un contributo dal governo fascista italiano , che finanziò il trasporto dell’opera e impose l’incisione “ Cristoforo Colombo, Scopritore dell’America ”, un’iscrizione intrisa di retorica coloniale e nazionalista. I rappresentanti della Onondaga Nation vedono oggi il monumento in tutt’altra luce: non come simbolo di orgoglio italiano , ma come atto di cancellazione della loro storia. Ricordano infatti che fu proprio un loro leader, Cassatego , a tenere nel 1744 un discorso alle Tredici Colonie , in cui esortava all’unità politica sul modello della Confederazione irochese — un discorso che, secondo molti storici, influenzò la stesura della Costituzione americana. Solo nel 1988 il Congresso degli Stati Uniti riconobbe ufficialmente questo contributo.