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riassunto libro le statue bugiarde
Tipologia: Sintesi del corso
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abbattimento della statua di Re Giorgio III nel 1776, la statua fu tirata giù con corde e decapitata da cittadini newyorkesi ed era il principale monumento equestre arrivato dalla Gran Bretagna, che imponeva ai sudditi il richiamo costante all’autorità del re sulla colonia. I newyorkesi si appropriarono del lessico rivoluzionario dei diritti inalienabili della libertà e felicità e quello di rovesciare qualsiasi governo che non permette questi diritti. La statua venne infatti abbattuta dopo la lettura della Dichiarazione d’Indipendenza. Allora come oggi i conflitti sulle statue sono lotte di potere che vengono abbattute quando c’è un cambio di regime come gesto iconoclasta delle nuove classi sociali che hanno preso il potere ma quando le statue vengono abbattute da chi il potere non lo ha quei gesti vengono definiti come atti di “vandalismo”. I conflitti sulle statue negli stati uniti assumono caratteristiche specifiche derivanti da tre secoli di colonizzazione da parte delle potenze europee. Questa eredità coloniale è commemorata da una presenza fitta di monumenti nello spazio pubblico che sono diventati l’elemento caratterizzante dei conflitti contemporanei. Altro fattore distintivo del panorama monumentale americano è la schiavitù: la fondazione degli Stati Uniti segna la nascita di una società che si definisce libera e democratica ma che incorpora la schiavitù razziale nella costituzione del 1789 senza però mai nominarla idea contraddittoria della libertà americana es. legge di naturalizzazione del 1790 in base alla quale la cittadinanza era conferita ad ogni persona bianca e libera: immigrati europei bianchi, mentre gli schiavi anche se liberi, erano escluse. La bianchezza è fin dagli inizi dentro le fondamenta degli stati Uniti. Negli ultimi anni i monumenti sono andati oltre il personaggio alla quale l’opera è dedicata e hanno rivelato le motivazioni dietro la loro realizzazione. Indagini hanno dimostrato che il paesaggio monumentale americano commemora maschi bianchi, proprietari di schiavi e guerra e conquista territoriale sono i temi che dominano questo spazio pubblico. Dagli anni 70 del 900 afroamericani hanno cominciato a far parte delle istituzioni politiche e accademiche fino a quel momento inaccessibili per loro e grazie a loro si è ridisegnato un immaginario simbolico attorno a quale si è mosso il movimento interrazziale dopo l’assassinio di George Floyd nel 2020 cercando di creare uno spazio pubblico antirazzista e decolonizzato. Ma in molti casi i provvedimenti di rimozione sono stati bloccati e questi conflitti svelano la non-neutralità dei monumenti commemorativi. Rimuovere un monumento non vuol dire rimuovere la storia perché un monumento non è la storia ma solo una decisione presa da soggetti pubblici per commemorare uno specifico personaggio o evento del passato cambiare o rimuovere vuol dire interpretare diversamente la storia. Le drammatiche tensioni interne alla società americana sono emerse tutte dall’indagine sull’insurrezione del 6 gennaio 2021 al congresso che segna la punta dell’iceberg della crisi della democrazia più antica del mondo che si riflette sulla scena mondiale. SCENA 1: LA DANZA DELLE STATUE Le statue che si trovano all’entrata del Visitor Centre di Capitol Hill che ospita il congresso degli Stati Uniti, sono entrate nel dibattito pubblico a seguito delle vicende dell’assassinio di George Floyd nel 2020 e per l’assalto al campidoglio dai seguaci di Donald Trump nel 2021 queste statue dovrebbero riflettere la bontà del federalismo americano ma la loro storia evidenzia continue disuguaglianze e le crisi della democrazia rappresentativa.
Nella National Statuary Collection sono raccolte 100 statue ma come è possibile che ancora oggi 8 di queste onorino gli eroi degli stati dell’ex confederazione sudista che si erano separati da quelli dell’unione per difendere il diritto a mantenere esseri umani in schiavitù? Queste statue raccontano la centralità della guerra civile nella storia americana: una legge del 1864 ha istituito questa collezione stabilendo 2 statue per ogni stato, collezione che non nasce insieme al Capitol ma nel bel mezzo della guerra civile. Ad accogliere i visitatori nella struttura c’è anche la “Statue of Freedom” che è un esempio dell’intreccio indissolubile fra libertà e schiavitù nella storia americana il suo scultore Clarck Mills aveva il suo collaboratore afroamericano tenuto in condizioni di schiavitù. Alla supervisione dei lavori vi era Jefferson Davis, proprietario di schiavi e assiduo sostenitore della schiavitù e della sua estensione nei territori dell’ovest: agì imponendo cambiamenti nell’iconoclastia artistica e eliminando qualsiasi riferimento di critica alla solida istituzione della schiavitù (alla statua infatti venne tolto il berretto frigio del primo progetto perché donato dal padrone agli schiavi nell’antica Roma e poi divenuto simbolo della Rivoluzione Francese). era convinto che nessuna opera pubblica dovesse dare l’idea che gli schiavi potessero aspirare alla libertà. Il nord e il sud in realtà non erano molto diversi: molti del nord cercarono ricchezze nel sud comprando piantagioni dove facevano lavorare schiavi sfruttando le nuove opportunità interstatali che venivano dalla vittoria dell’indipendenza (es. statua di Green al Capitol non viene presentata con questa vicenda dietro, ma come eroe della guerra d’indipendenza). Per gli stati del nord inviare la statua era una cosa secondaria mentre per gli ex stati confederati si trattava di una questione importante si trattava di vincere il controllo di una narrazione di una guerra che invece avevano perso e la statua del generale Lee fu fondamentale per questo. La statua rappresenta in generale vestito con uniforme confederata e ci furono molte polemiche, me venne tenuta perché lo stato della Virginia aveva diritto a mandare la statua di chiunque. Così altri stati del sud mandarono statue di eroi confederati. Nord e sud si unirono di fronte ad un nemico comune, gli spagnoli, nella guerra per la liberazione di Cuba nel 1898. Grande cambiamento della Statuary Collection avvenne nel 2000 quando viene modificata una legge del 1864 e ora si consente agli stati membri di inviare in sostituzione nuove statue spostando le precedenti questo diede l’opportunità di far arrivare nella collezione politici repubblicani e anche membri di minoranze etniche finora assenti rendendo la collezione più inclusiva (es. statue dei nativi americani sostituzioni che sollevano domande su un’evoluzione degli immaginari razziali e coloniali). Le statue che onorano personaggi del passato inviano messaggi per il presente. SCENA 2: FALSI MITI Nel 2020 in Virginia (Richmond), due ballerine afroamericane ballano sul basamento della statua equestre del generale confederato Lee e ora la statua è coperta di graffiti e scritte lasciate dai partecipanti delle proteste del Black Lives Matter. La statua era stata eretta per celebrare la riconquista della supremazia bianca e la segregazione razziale nel sud e ora è divenuta il teatro degli scontri: le ragioni per cui nel presente ci si scaglia contro le statue del passato sono chiare e risalgono ai problemi lasciati irrisolti alla fine della guerra civile che abolì la schiavitù ma non la struttura di potere su cui si fondava. Sono problemi riemersi durante i movimenti per i diritti civili, una rivoluzione rimasta incompiuta e che ha ripreso vita nel
ci fossero stati gli abolizionisti radicali. le statue confederate vengono tutte inaugurate in questo periodo in cui gli afroamericani vivevano in un regie di completa segregazione razziale. La maggior parte delle commissioni venivano da associazioni femminili (United Daughters of The Confederacy) che divennero le custodi del mito del vecchio sud schiavista e benevolo diffondendo il mito dello schiavo benevolo pronto a seguire il padrone a combattere per la confederazione. Il culto della Lost Cause affonda le sue radici nella ricerca del sud di una giustificazione di una nobiltà della sua causa che fu sconfitta dalla guerra civile creandone una versione di impresa eroica e epica (scontro di due civiltà: sud superiore culturalmente e nord superiore solo per i mezzi economici). Secondo questa logica il nord era materialista e il sud con un clima migliore, era benevolo ed era basato su un’etica cavalleresca, sulla fedeltà delle donne bianche e sui valori dell’onore e venivano diffuse con nostalgia le storie dei quieti mondi delle piantagioni dove regnavano pace e felicità mentre dopo la ricostruzione, gli ex schiavi lasciati a sé stessi erano degenerati. Il monumento dello schiavo fedele commissionato dalle associazioni femminili narrava proprio questa dinamica nascondendo invece i tantissimi schiavi erano fuggiti per unirsi ai soldati dell’unione ( il Confederate Monument nel cimitero di Arlington aveva tutti gli elementi della narrazione della lost cause: scene di vita di famiglie bianche, lo schiavo fedele, soldati confederati in azione) pochi anni prima dell’inaugurazione di questo monumento venne varata una legge per togliere il diritto di voto agli afroamericani e venne imposto un regime di completo apartheid che sostituì completamente la schiavitù. Un fenomeno ricorrente era quello dei linciaggi pubblici che veniva visto come una “punizione esemplare” per insegnare ad una razza primitiva di “stare al suo posto” nella società dei bianchi. La vittima dei linciaggi era quasi sempre un maschio nero accusato senza prove di aver fatto violenza su una donna bianca, veniva condannato dopo processi sommari e imprigionato. Poi veniva prelevato, linciato pubblicamente e bruciato, pezzi del corpo erano presi come souvenir. In più si scoprì che venivano realizzate cartoline con foto ei linciaggi e dei cadaveri che venivano inviate ad amici e parenti. Negli anni 90 dell’800 la giornalista afroamericana Ida Wells Barnett fece numerose ricerche dove mise in evidenza che negli anni immediatamente successici alla guerra folle violente e mascherate agivano di notte per intimidire gli elettori neri di andare a votare in prossimità delle scadenze elettorali, a partire dagli anni 80 si cercò una nuova giustificazione a queste violenze che era quindi l’accusa di molestie verso una donna bianca che toglieva anche il sostegno dell’opinione pubblica agli afroamericani. le statue confederate non celebrano le gesta eroiche e militari, ma l’impegno di chi si è battuto per mantenere salda l’istituzione della schiavitù (non ci sono state a personaggi che si sono battuti contro la schiavitù nel sud). Le statue confederate inaugurate a fine ottocento come risposta alla rivoluzione dei diritti civili, sono quindi, statue bugiare. Parco di Stone Mountain: in Georgia sorge il bassorilievo più grande del mondo e anche il più imponente monumento che onora gli eroi della causa perduta: il generale Stonewall Jackson, il presidente confederato Jefferson Davis e il generale Robert Lee. La storia di questo monte è anche legata alle vicende del KKK che nel 1915 fece di quella montagna il luogo per le adunate attorno alle grandi croci incendiate. Venne progettato nel 1915 ma inaugurato nel 1970 e l’idea di partenza del bassorilievo è stata di un’anziana signora presidente della UDC accesa dalla propaganda razzista di quegli anni. La montagna era poi una produttiva cava di granito proprietà di Samuel Hoyt Venable che nella notte del ringraziamento del 1915 andò in cima con altri 15 uomini per bruciare la croce di legno e per giurare fedeltà al nuovo KKK nato nel 1866 da un gruppo di reduci confederati che si mascheravano come fantasmi degli eroi confederati per impedire con la violenza che i neri andassero alle urne. I lavori iniziarono nel 1916 distruggendo tutti i siti cerimoniali indigeni che vi si trovavano nel luogo. Ad oggi il parco è visitato da tantissime persone e non sono mancate proteste ma la sua alterazione o rimozione, impossibile a meno che non si usi della dinamite, è vietata da una legge statale.
A partire dal 2020 le statue di Colombo sono state tutte deturpate, imbrattate, rimosse, decapitate ma per capire il perché bisogna ricercare le diverse storie delle statue che sono tanto diverse quanto le motivazioni dei committenti e degli scultori. Il grande numero delle statue di Colombo risale alla fondazione della repubblica statunitense quando il navigatore genovese a servizio della corona spagnola, divenne un’icona e uscì dalla storia per farsi mito il navigatore genovese che sotto bandiera spagnola raggiunse le Bahamas convinto di essere approdato nelle Indie non mise in realtà mai piede nel continente statunitense e allora perché le sue statue sono le più presenti qui nei luoghi pubblici? E perché al suo nome sono legate tantissime città compresa la capitale Washington il cui distretto si chiama Disctrict of Columbia? Colombo è un mito fondativo indipendentemente da chi lui fosse realmente, ed è tale grazie all’evoluzione della sua immagine che è plastica e malleabile e perciò di facile appropriazione di gruppi europei diversi in base alle loro esigenze di autorappresentazione nello spazio conquistato nella società americana. I primi a ricorrere alla sua figura furono gli ex coloni britannici diventati da poco cittadini repubblicani. Nella fine del 700 c’è bisogno di figure fondative per sganciarsi dalla Gran Bretagna e l’occasione si presenta nel 1792 quando viene celebrato il terzo centenario della “scoperta” dell’America da parte di Colombo. Ad introdurlo negli statu uniti fu lo scozzese William Robertson che nella sua opera lo presentò come il modello del colonizzatore europeo , individuo geniale e di ardente entusiasmo, affiancato alla figura di Washington nella neonata repubblica americana. È una figura storica di un passato non britannico e quindi per le ex colonie diventate repubblica rappresenta una figura plasmabile ci si immagina un Colombo rivoluzionario e antimonarchico perché nel 1500 viene riportato in Spagna in catene (vengono trascurate le ragioni reali: la sua pessima gestione coloniale). Ciò che ha qualificato Colombo a diventare icona dell0dentità americana è il fatto che di lui, più che di altri navigatori, si sapeva molto poco e quindi i rivoluzionari potevano usarlo come volevano per narrare la propria nazione che stava crescendo. È nel terzo centenario che esce dalla storia e si fa mito: viene narrato come un buon colono, un buon religioso, uno scienziato, un umanista, e precursore dell’illuminismo. Viene depurato del trattamento brutale che aveva inflitto agli indigeni e innalzato a grande navigatore e esploratore e viene commemorato come l’uomo che per primo aveva piantato il vessillo della libertà sulle sponde americane. Viene descritto nella biografia a lui dedicata dallo scrittore americano Washington Irving come rappresentante dei valori della nuova repubblica: self-made man di successo che supera gli ostacoli che trova davanti a sé grazie al suo genio, al duro lavoro, alla fede nella scienza e negli effetti benefici del commercio. I suoi interessi non vengono legati ai guadagni, ma alla civilizzazione pacifica degli indigeni, alla coltivazione delle terre e al sistema di leggi. Viene descritto come una vittima del re di Spagna e quindi usato come critica ai governi monarchici che privano delle libertà personali. Ad impossessarsene successivamente sono gli immigrati italiani in occasione del quarto centenario nel 1892 quando ci fu l’esposizione universale di Chicago. Occasione in cui il mito di Colombo diventa l’opportunità per celebrare l’emergere deli Stati Uniti come potenza mondiale e occasione in cui il mito diventa per gli immigrati italiani lo scudo con cui difendersi dalle discriminazioni razziste e dalle violenze subite nel paese adottivo. L’esposizione universale di Chicago nel 1892 celebrava la rinascita della città che era stata completamente ricostruita dopo un incendio che l’aveva distrutta 20 anni prima. Grazie alle numerosissime statue, Colombo era il protagonista assoluto della scena dell’esposizione. L’esposizione poi fu un’occasione per la diffusione degli stereotipi degli indiani nordamericani nell’immaginario coloniale: venivano rappresentati come dei selvaggi in esotici villaggi congelati in uno spazio senza tempo e senza futuro (non mancarono le proteste da parte dei gruppi indiani per mostrare che non vivevano nella preistoria come
afroamericana Lori Lightfoot. Il dibattito continua con la festività del Columbus Day e sulle statue che rappresentano strumenti di orgoglio si può aprire un dibattito senza rimuovere le statue? Una conseguenza dei conflitti emersi dopo l’abbattimento delle statue è un ripensamento radicale su chi si sceglie di celebrare pubblicamente perché glorificare Colombo vuol dire commemorare la colonizzazione europea dei popoli indigeni quando invece andrebbe celebrata la loro sopravvivenza. Questa narrazione è assente e la memoria pubblica delle popolazioni indigene è cancellata e la celebrazione di una festività federale in loro onore potrebbe essere un passo importante nella direzione di riconoscere le radici indigene deli Stati Uniti, nati proprio sull’espropriazione dei loro territori. Di importanza storica è la proclamazione dell’Indigenous Peoples’ Day insieme al Columbus Day fatta dal presidente Biden nel 2021 che riconosce formalmente per la prima volta questa festività in maniera formale. Nel suo discorso non ha dimenticato gli italo-americani cercando una via di “riconciliazione” anche se ci sono molte associazioni italo-americane che sostengono che togliere dal piedistallo Colombo o festeggiare le due feste insieme voglia dire rimuovere l’eredità italo-americana. In più è evidente come a costruire l’identità italiana in America siano prettamente valori maschili mentre sono assenti le centinaia di donne immigrate che hanno contribuito alla storia della comunità. SCENA 4: TEDDY ROOSEVELT ESILIATO 2020: la presidente del museo di storia naturale di New York annuncia la decisione di rimuovere il grande bronzo equestre che raffigura Theodore Roosevelt e le due figure ai lati del cavallo, un indiano americano e un africano che dominava dal 1940 l’entrata del museo. La statua viene rimossa nel 2022 e ricollocata alla biblioteca dedicata a Roosevelt a Medora, Nord Dakota. Fino a qualche anno fa la statua passava quasi inosservata mentre ora ha coinvolto l’opinione pubblica newyorkese in un acceso dibattito sul potere performativo delle immagini, sulla memoria pubblica conflittuale e sulla cancel culture. Alcuni si sono opposti sostenendo che l’Equestrian Theodore Roosevelt Monument è intrinsecamente legato al museo, alla scena culturale newyorkese e alla ricca famiglia Roosevelt. Questa statua rappresenta molti conflitti esistenti tra arte pubblica, scienza razziale, colonizzazione dell’ovest e inizio dell’impero americano e del suo attuale declino. TR è uno dei personaggi fra 800 e 900 più studiate, nato in una antica famiglia di New York, fu proprio suo padre a fondare nel 1819 il museo. TR, appassionato naturalista, partecipava a battute di caccia grossa a bisonti e a elefanti, reperti che collocava poi nel suo museo, alla ricerca di una rude identità mascolina coraggiosa e sprezzante del pericolo. Ma la sua immagine mitica lo vuole anche compassionevole: salvò un cucciolo di orso rimasto orfano e da qui nacque il nome “Teddy bear”, peluche amato da tutti i bambini americani. TR inventò la narrazione mitica del vero spirito del pioniere americano celebrando la conquista dell’ovest. In un miscuglio di coraggio, leadership e onore, vedeva queste caratteristiche come argine alla “degenerazione razziale” in cui stava cadendo il popolo americano e temeva che come l’impero romano, gli stati uniti sarebbero crollati per la perdita delle abitudini militari. L’occasione per far valere questi valori arrivò nel 1898 con la guerra per “salvare” Cuba dagli oppressori spagnoli che lo consacrò come eroe nazionale. La sua immagine deve molto ai suoi racconti dove descrive in maniera impietosa i soldati di colore, definendoli codardi e dipendenti dagli ordini dei superiori (narrazione non vera che cancellava invece il ruolo che avevano avuto i soldati di colore nelle battaglie e quello degli interventisti cubani stessi che fecero la maggior parte della guerra). Era preoccupato per il “suicidio razziale” in un periodo di grandi migrazioni dall’Europa centrale e fu per questo un grande sostenitore delle teorie eugenetiche di cui fu grande sostenitore il paleontologo Osborn ( la teoria postulava degli interventi nei confronti di soggetti ritenuti deficitari per la trasmissione di determinate caratteristiche, determinismo biologico non modificabile secondo loro attraverso l’educazione o dalle condizioni di vita e che quindi ponevano gli uomini su una rigida scala gerarchica in base ai principi della scienza evoluzionistica). TR aveva lasciato nel suo testamento la volontà che nessuna statua fosse stata eretta in suo nome dopo la sua morte perché sapeva che la memoria pubblica segue i bisogni del presente e che i fatti storici vengono reinterpretati.
Ma dopo la sua morte fu subito proposta un memoriale colossale (inaugurato nel 1936) e non si è visto luogo migliore del museo nazionale di storia che avrebbe promosso TR come un cacciatore-esploratore, scienziato e naturalista, paladino della superiorità americana. Il memoriale fu commissionato all’artista John Russel Pope fra gli ani 20 e 30 del 900 dominati dalla “paura rossa” terrore che la rivoluzione russa sarebbe arrivata anche in America attraverso gli immigrati stranieri e anarchici (socialismo e anarchia erano visti come non americani) che non fecero altro che rafforzare le teorie sull’”inquinamento della stirpe americana”. È in questo contesto che si colloca il caso Sacco-Vanzetti due italiani anarchici finiti innocenti sulla sedia elettrica. L’immagine poliedrica di TR era perfetta per questi anni del 900 ma l’inadeguatezza del memoriale era evidente e si sottolineava che non mostrasse alcun legame con il museo. Il progetto vincitore però includeva anche la costruzione di una statua equestre davanti al Memorial Hall (quello che diventerà poi nel 1925 il Theodore Roosevelt Monument ), commissionato allo scultore James Earle Fraser. A lui venne espressamente richiesto che TR a cavallo fosse accompagnato da un indiano americano e un africano: simbolo del leader senza paura, dell’esploratore, dell’educatore, del benefattore. La statua venne inaugurata nel 1940 e l’immagine di TR guerriero venne usata in un momento critico in cui gli stati uniti dovevano decidere di prendere parte al secondo conflitto mondiale e quindi si doveva preparare il paese alla guerra si nota come la memoria pubblica sia costruita in base alle esigenze del presente. Atti di vandalismo alla statua: 1- Primo caso avvenne nel 1971 ad opera di sei attivisti nativi americani che fecero scritte di protesta sulla statua 2- 1991 l’artista afroamericano David Hammons pose delle riproduzioni fotografiche in bianco e nero del monumento al centro di un’istallazione al Moma di New York chiamata Public Enemy 3- In anni recenti il gruppo di attivisti di Decolonise This Place misero in relazione la statua con le categorie coloniali che ancora pervadono le esposizioni del museo e offrirono ai visitatori dei tour di contro-informazione. In più inviarono al sindaco di New York de Blasio un documento dove si sottolineava la funzione educatrice del museo che però aveva fallito nella rappresentazione dei poli non-europei di oggi perpetuando vecchi stereotipi razziali. da ciò il sindaco ha nominato una commissione per studiare i monumenti controversi di New York che ha redatto un documento che da delle linee guida da seguire per mantenere vivo il dibattito pubblico sull’eredità del razzismo, del colonialismo, delle disuguaglianze sociali e sulla conservazione o rimozione dei monumenti. Gli elementi fondamentali emersi sono sull’idea di potere performativo della rappresentazione della storia negli spazi pubblici, la necessità di inclusione di altre narrazioni e prospettive storiche marginali e la complessità delle narrazioni multiculturali. 4- Nel 2020 la presidente del museo annuncia la rimozione della statua e nel 2021 viene annunciata una ricollocazione presso la Theodore Roosevelt Presidential Library, una biblioteca privata di Medora nel Nord Dakota si tratta di spostare la statua e le sue gerarchie razziali in un altro luogo? Nel gennaio 2022 la statua viene rimossa alle prime luci dell’alba ed è evidente il momento di massima esposizione pubblica dell’inaugurazione e quello di quasi segretezza della rimozione. La ricollocazione ha riaperto il conflitto sulla statua una petizione venne lanciata al fine di evitare che i “Newyorkesi scaricassero i loro tossici prodotti culturali su altre comunità”. In più il luogo in cui sorge la biblioteca non ancora inaugurata, fu sottratto alle popolazioni indigene del Nord Dakota. I firmatari della petizione chiedono di varare altre soluzioni come rifondere la statua, riciclarla o eliminarla definitivamente. Al momento la biblioteca costituirà una commissione eterogenea anche con componenti indigene e afroamericane per decidere come utilizzare al meglio la scultura.
dimostrato che le capacità degli immigrati cambiava di generazione in generazione, migliorando al migliorare delle condizioni di vita dimostrando che è l’ambiente che condiziona le caratteristiche fisiche degli individui. 2015: vicenda nel South Carolina a Charleston dove il 21enne suprematista Dylann Roof uccide a sangue freddo 9 persone afroamericane riunite in un gruppo di preghiera. Sembra che il giovane abbia scelto questa città per iniziare la sua guerra contro i “neri stupratori di donne bianche”. questa vicenda si inserisce nell’ultimo anno di presidenza di Obama che pur non facendo azioni dirette, ha modificato profondamente il livello simbolico di un’America che cambia togliendo il potere che è sempre stato in mano ai bianchi. Tale opportunità si è trasformata in una paura ossessiva da parte dei suprematisti. Roof infatti durante il processo non dimostrò nessun segno di pentimento convinto che avrebbe ricevuto il perdono per aver tentato di instaurare la supremazia bianca in America ma divenne invece il primo condannato a morte per aver commesso un crimine di odio federale al pari di una strage terroristica. La drammaticità della vicenda sottolinea la sua fame di storia e di uno spazio pubblico colmo di simboli della gloriosa “causa perduta” della confederazione che radicalizza l’ossessione dell’egemonia perduta dissolta nella società multiculturale. 2017: Charlottesville, Virginia. Nel campus dell’università si radunarono centinaio di estremisti della destra radicale suprematista, comunità cresciuta su internet dove si diffondono teorie cospiratorie che inneggiano all’odio razziale contro Obama e le minoranze. L’obiettivo è la difesa della statua equestre del generale confederato Robert Lee. La statua corre il rischio di essere rimossa perché nel 2016 una studentessa afroamericana di prima liceo aveva fatto una petizione per farla rimuovere in quanto si sentiva offesa tutte le volte che ci passava davanti perché le ricordava le pene sofferte dai suoi antenati. Venne approvata quindi la decisione di spostarla in un luogo pubblico meno rilevante ma c’è chi si oppose e la difesa della statua diventò un conflitto violento da parte di chi sosteneva che la rimozione della statua avrebbe voluto dire eliminazione dell’eredità bianca deli stati uniti. Nel 2021 la statua venne rimossa, tagliata a pezzi e donata a un museo afroamericano con un progetto di fusione e di uso del bronzo per una nuova scultura pubblica. Ma una causa tentata contro il comune e il museo bloccò il progetto. Antidoti alle statue bugiarde: sulla collina della città di Montgomery viene inaugurato nel 2018 il primo memoriale negli stati uniti dedicato alle vittime della violenza della supremazia bianca, il National Memorial for Peace and Justice. Il museo è diretto dall’afroamericano Bryan Stevenson e si trova proprio nelle vicinanze della stazione ferroviaria dove venivano scaricati gli schiavi per essere venduti all’asta. Questo memoriale ricorda 4400 vittime che sono rimaste in silenzio nella storia americana. Il memoriale svela che il mito dell’inferiorità razziale si è evoluto nel tempo le stele che scendono dal soffitto portano incisi i nomi delle vittime dei linciaggi che il visitatore scopre guardando sempre più in alto con lo sguardo ricordando la modalità del corpo impiccato appeso ad un albero. Sono un antidoto alla violenza macabra spettacolarizzata: i nomi e i motivi spesso banali per cui sono stati linciati contribuiscono a ridare loro quella dignità a lungo cancellata dalla memoria egemone. Il museo presenta una contro-narrazione facendo rivivere momenti fondamentali della storia afroamericana e chi visita questo museo riceve una narrazione senza alcun intento consolatorio ma caratterizzata da un’asciutta rappresentazione degli effetti politici, economici e sociali del razzismo; che la schiavitù non finì con la guerra civile e che l’ideologia bianca ha continuato a manifestarsi in molte forme. Viene presentata un’America che ha distorto la storia rimuovendo il fardello della schiavitù e che ha distorto anche il pensiero di Martin Luther King rimuovendo la parte più radicale del suo pensiero che metteva al primo posto la giustizia economica come essenziale per l’uguaglianza razziale. Con la sua morte la rivoluzione dei diritti civili rimase incompiuta e la questione delle disuguaglianze è destinata a riemergere.
Le proposte nei confronti delle statue conflittuali ruotano attorno al loro mantenimento ma con delle aggiunte per attenuare l’impatto imponente e per depotenziare la carica della statua favorendo un processo di dialogo e riconciliazione. Il grande movimento del 2020 ha iniziato un grande movimento che ha portato al Monument Poject: Our Commemorative Landscape fatta dalla Mellon Foundation si tratta del finanziamento più importante della fondazione destinato a coprire i costi per un’indagine a tappeto di tutti i monumenti pubblici esistenti e le spese per i nuovi progetti per reinventare lo spazio pubblico per ricalibrare il centro delle narrazioni nazionali e includere quelle a cui spesso è stato negato il riconoscimento storico. Dai primi risultati emerge che la maggior parte delle statue celebrano maschi bianchi di origine europea ma i monumenti non sono immutabili, cambiano nel tempo e certe figure storiche si evolvono perché vengono messi in luce aspetti che richiedono la loro uscita dallo spazio pubblico commemorativo. Da questo deriva un invito alla partecipazione comunitaria per ridefinire l’uso dello spazio pubblico per immaginare i monumenti come incontro fra passato, presente e futuro.