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Riassunto del libro "Le statue bugiarde" di Alessandra Lorini - Carocci editore
Tipologia: Appunti
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Premessa Tutto cominciò con l'abbattimento della statua di Re Giorgio III il 9 luglio 1776, tirata giù con le corde e decapitata dai patrioti newyorkesi. Era il primo monumento equestre presente nelle colonie britanniche nordamericane, arrivato a New York nel 1770 dalla Gran Bretagna e accolto, senza grande entusiasmo, dai sudditi newyorkesi. Chi deteneva il potere nella colonia impose la statua equestre del re in una postura da imperatore romano, con un braccio disteso sopra un invisibile nemico sconfitto. La statua dorata imponeva ai sudditi il richiamo costante all'autorità del re sulla sua colonia ma la statua ebbe una vita di soli sei anni. I newyorkesi si appropriarono immediatamente di quel lessico rivoluzionario e pochi giorni dopo a seguito della lettura pubblica della Dichiarazione di Indipendenza davanti alle truppe del generale Washington, una folla abbatté il simbolo più importante del governo britannico: la statua del re fu fatta a pezzi, decapitata. Allora come oggi, i conflitti sulle statue sono le lotte di potere. Le statue che vengono abbattute quando si è instaurato un nuovo regime sono gesti iconoclasti delle nuove classi sociali che hanno preso il potere. Quando invece le statue vengono abbattute da chi il potere non ce l'ha, l'accusa per chi compie tali azioni è vandalismo. I conflitti sui monumenti pubblici negli Stati Uniti assumono caratteristiche specifiche derivanti a tre secoli di colonizzazione europea del territorio nordamericano. La più grande Repubblica moderna nasce dopo un lungo processo di colonizzazione del Nord America da parte delle potenze europee, questa eredità coloniale è un elemento caratterizzato dai conflitti contemporanei. Un altro fattore distintivo del panorama monumentale americano ha le sue radici nella schiavitù: la Fondazione degli Stati Uniti segna la nascita di una società che si autodefinisce libera e democratica ma che incorpora la schiavitù razziale nella sua costituzione del 1789. Non va dimenticata la legge di naturalizzazione del 1790 in base alla quale la cittadinanza era conferita a ogni persona bianca libera: vale a dire sono emigranti europei bianchi, mentre le persone in condizioni di schiavitù, quelle di colore anche se libere e le popolazioni indigeni erano escluse. La bianchezza è quindi fin dagli inizi dentro le fondamenta degli Stati Uniti. Una recente ricerca che ha esaminato circa 50.000 monumenti collocati sul territorio statunitense ha dimostrato che il paesaggio monumentale commemora prevalentemente maschi bianchi per lo più proprietari di schiavi, colonizzatori e gloriosi. In altri termini, guerra e conquista territoriale sono i temi che dominano lo spazio pubblico statunitense. A partire dagli anni ‘60 del Novecento afroamericani, nativi americani e altri soggetti codificati nell'immaginario razziale e coloniale sono progressivamente entrati nelle istituzioni politiche accademiche e culturali. Si è man mano ridisegnato l'immaginario simbolico attorno al quale si è mosso il grande movimento interrazziale della primavera estate del 2020, innescato dal brutale assassinio di George Floyd. Come conseguenza del movimento Black Lives Matter alcune situazioni locali si sono affrettati a rimuovere statue e monumenti controversi ma in molti casi i provvedimenti di rimozione sono stati bloccati da leggi statali. Questi conflitti svelano la non - neutralità dei monumenti commemorativi e anche il tentativo politico di affrontare i problemi razziali e quelli legati all'eredità della colonizzazione continentale. Un monumento non è la storia poiché esprime soltanto la decisione presa da soggetti pubblici o privati di commemorare nello spazio pubblico uno specifico personaggio o evento del passato e pertanto di rimuovere un monumento o cambiare il nome di una scuola o di una strada non significa cancellare la storia ma cambiare una precedente interpretazione della storia. Negli Stati Uniti sta emergendo una necessaria politica di riconciliazione in un paese profondamente diviso da guerre culturali attorno a interrogativi cruciali: come deve essere scritta la storia? Quali soggetti sociali sono stati a lungo cancellati dalla rappresentanza democratica e dai diritti politici? E in che modo l'abbattimento o rimozione delle statue interagisce con la democrazia statunitense e i suoi limiti? Questo libro è intitolato l'estate bugiarde perché monumenti pubblici non rappresentano la storia ma la memoria della narrazione scelta da chi li ha fatti erigere.
Scena 1 - La danza delle statue All'entrata del Visitor Center di Capitol Hill, può capitare che la vostra guida vi racconti la leggenda delle statue danzanti : una notte di Capodanno verso la fine dell'Ottocento, allo scoccare della mezzanotte, i bronzi e i marmi che raffigurano eminenti personaggi del passato scendono dal piedistallo e danzano per celebrare l'avvento di un altro anno di vita della Repubblica. Queste statue sono entrate nel dibattito pubblico a seguito delle grandi proteste per l'assassinio di George Floyd dell'estate del 2020 e per l'assalto al Campidoglio dei seguaci di Trump del 6 gennaio 2021. Queste statue dovrebbero riflettere la bontà del federalismo americano, ma la loro storia evidenzia le continue disuguaglianze e le crisi della democrazia rappresentativa. Washington 6 gennaio 2021 ore 15:00: una folla di sostenitori di Trump fa irruzione nelle sale del Campidoglio per arrivare al Senato e fermare il conteggio dei voti rubati al loro presidente sconfitto. Un paio di fotografi professionisti mescolati alla folla scattano una foto a un uomo di mezza età in una delle sale: porta un'enorme bandiera confederata, la Battle Confederate Flag, l'asta sulla spalla sinistra. Kevin, l'uomo della bandiera, è arrivato in macchina con il figlio per partecipare al rally, convocato da Trump per quel giorno. Si è anche portato dietro la bandiera che solitamente sventola piantata nel giardino della sua casa. Questo seguace della fake news del voto rubato non sa di essere entrato nella storia non solo come uno degli assalitori del Capitol ma anche per essere l'unico individuo ad aver fatto entrare in una bandiera confederata in Campidoglio. Quello scatto fotografico al sostenitore trumpiano ricostruisce una scena emblematica del vincolo inscindibile tra libertà e schiavitù nella storia americana. In questa sala ci sono due dipinti appesi uno di fronte all'altro di due personaggi della guerra civile: alle spalle di Kevin c'è un ritratto del senatore del Massachusetts Charles Sumner, strenuo assertore dell'abolizione della schiavitù. Nel 1856 Summer fa attaccato da un rappresentante del Sud Carolina che lo colpì con violenza ripetutamente con la manopola dorata del suo bastone, causandogli lesioni permanenti. Malridotto fu costretto ad abbandonare la politica per tre anni. A sinistra di Kevin è appeso il ritratto del senatore del Sud Carolina, John Calhoun, uno dei più accaniti sostenitori nelle legittimo possesso di esseri umani, commemorato con onore anche da una statua di marmo giunta al Capitol nel 1909 per rappresentare lo Stato del South Carolina nella National Statuary Collection. Chissà se Kevin sa che la sua bandiera rende omaggio a otto statue di eroi confederati che ancora oggi sono onerati in questa collezione. Che storia raccontano queste 100 statue della National Statuary Collection che il 6 gennaio 2021 hanno visto non i soliti turisti ma i seguaci di Trump entrati con violenza in quello che è il luogo sacro della più grande democrazia moderna? Come è possibile che ancora oggi siano onorati con statue in bronzo e marmo gli eroi di alcuni stati dell'ex Confederazione sudista separatasi dall'Unione per difendere il suo diritto a mantenere esseri umani in condizioni di schiavitù? La storia di quelle statue racconta il rapporto peculiare del governo statunitense con la guerra civile e la centralità della guerra civile nella storia americana; infatti, fu una legge approvata nel 1864 a istituire questa particolare collezione statuale stabilendo il numero di due per ogni Stato. Il 1857 fu un anno tumultuoso. La crisi in atto nel territorio del Kansas con scontri violentissimi per decidere l'entrata o meno di quel territorio nell'Unione come stato schiavista è una decisione della Corte Suprema che in quell'anno sancì che gli afroamericani non erano cittadini e che mai lo sarebbero diventati. Avevano ulteriormente spaccato i partiti politici. Nel 1864, il Congresso dell'Unione approvò la proposta di legge del rappresentante del Vermont Justin Merrill ricreare una collezione statuaria che sarebbe aveva collocata nella sala nota dell'ex camera. Andiamo indietro agli inizi dell'Ottocento, quando il grande edificio del Capitol divenne la sede del Congresso: un palazzo che era cresciuto insieme all'espansione della nazione aggiungendo nuove ali per ospitare i senatori e rappresentanti. I soffitti del Capitol sono decorati con immagini storiche e le sue sale ospitano statue e i dipinti rappresentano i grandi eventi e i personaggi della narrazione fondativa. La prima pietra del
unifica l'intera élite dei fondatori del paese, a Nord e a Sud, intrecciando l'indipendenza degli Stati Uniti con la schiavitù razziale. Il ruolo simbolico di Green nell'unificazione dell’élite bianca del Nord e del Sud senza dubbio non appariva dalla sua statua che celebrava il suo originario Rhode Island della Guerra d'Indipendenza piuttosto che il ponte tra le due sezioni del paese retto dai pilastri della schiavitù. Due anni dopo il Rhode Island inviò la sua seconda statua, anche queste in marmo: quella di Roger Williams, leader politico e religioso del periodo coloniale al quale si deve l'applicazione dei principi della tolleranza religiosa e della separazione tra Chiesa e Stato. Queste prime statue furono accolte con un cerimoniale piuttosto modesto e di routine. L’armonia si ruppe nel 1890 chili quando il Wisconsin invio la statua in marmo di padre Jacques Marquez, missionario ed esploratore gesuita francese quale operò nella seconda metà del 600 nel Quebec e nell'area degli attuali stati del Michigan del Wisconsin. Fino a quel momento la collezione era composta esclusivamente di statue commemorative di uomini bianchi di fede protestante: l'invio della statua di un prete cattolico nel cuore della nazione suscitò la forte opposizione dei fondamentalisti protestanti. Data l'ostilità anticattolica, la base della statua fu varie volte danneggiata e nel 1928 il marmo del missionario gesuita fu affiancato da quelli in memoria di Robert M. La Follette, governatore e senatore del Wisconsin. Per molti Stati l'invio delle due statue per la collezione del Capital avvenne lentamente anche a causa degli elevatissimi costi dell'operazione. Mentre per gli Stati del Nord inviare o meno un una statua era ritenuta questione secondaria, per gli ex stati confederati si trattava invece di una scelta importante. Tra Otto e Novecento, il culto della memoria del generale Robert Lee fu fondamentale nello sforzo di vincere il controllo del Sud sulla narrazione guerra civile. Mentre alcuni rappresentanti e senatori del nord videro nella scelta della Virginia la celebrazione del grande spirito di unità che attraversava il paese, la maggioranza la condannò come divisiva. Nel 1908 la statua in bronzo del generale Lee in uniforme arrivò al Capitol; protestarono duramente i veterani di Chicago: gruppi di veterani nordisti inviarono petizione al presidente William Taft con la richiesta di impedire l'arrivo della statua di Lee alla National statuari Collection. Ma il ministro della Giustizia, George Wickersham spinse tutte le richieste sostenendo la tesi che lo stato della Virginia aveva il diritto indiscutibile di scegliere chi voleva commemorare a Washington. Come la Virginia altri Stati del Sud inviarono le statue degli eroi confederati arrivando a dieci leader politici e militari. Nel 1928 il Mississippi inviò come rappresentante della statua l'unico presidente della Confederazione sudista, Jefferson David. La statua marmorea di Jefferson Davis fu inaugurata con una grande cerimonia di benvenuto nel cuore dell'unione contro la cui integrità aveva combattuto. Grazie alla National statuari Collection il governo federale invierà un segnale pulito importante dei conciliazione tra le due sezioni del paese. Uno scopo della collezione statuaria diventava quello di rendere onore sia agli eroi della Confederazione che a quelli dell'unione. Tra Otto e Novecento ai raduni di veterani nordisti e sudisti sempre più mani si stringevano, ora unite contro un nemico esterno per la liberazione di Cuba dal giogo coloniale spagnolo: la guerra ispano-americana del 1898 segna la grande riconciliazione tra bianchi del nord e sud e l'inizio dell'impero americano. Strane coppie Dagli anni ‘30 del 900 l'ufficio dell'Architect of the Capital, al quale è affidata la gestione delle statue della collezione ha deciso di ridistribuirle in varie sale e corridoi del Capitol. Nel 1971 tutti gli Stati ne avevano inviato almeno una. Nel 2000 è avvenuto un grande cambiamento che ha tolto alla collezione statuaria il carattere di eternità di una collezione che commemora eroi nazionali intoccabili nel tempo: quell'anno infatti è stata approvata una modifica alla legge istitutiva del 1864, in base alla quale si consente agli Stati di sostituire una o entrambe le statue precedentemente inviate, previa approvazione della legislatura statale del governatore. Se da un lato questo cambiamento ha portato
alla realizzazione di una rapida memoria statuaria di politici repubblicani, la seconda metà del 900 dall'altro è diventata un'opportunità per alcuni stati di aggiungere alla collezione importanti membri di minoranze etniche finora assenti. Negli ultimi vent'anni sono state aggiunte le statue di nativi americani; la Virginia a seguito delle grandi proteste di black lives matter e di importanti cambiamenti politici, nello stato nel dicembre del 2020, ha rimosso la statua del generale Lee per sostituirla con quella dell'attivista afroamericano per l'integrazione scolastica Barbara Rose Jones. Anche la Florida nel luglio 2022 ha sostituito la statua che onorava un generale confederato con quella dell'attivista dei diritti civili e educatrice Mary MacLeod Bethune. Queste sostituzioni lasciano aperte domande importanti e richiamano un contesto più ampio di evoluzioni dell'immaginario razziale e coloniali. Per il momento, restiamo tra le statue danzanti esaminando come alcuni di questi cambiamenti abbiano creato delle eclettiche o bizzarre copie statali. La California dal 1931 è rappresentata dalla statua in bronzo di padre Junipero Serra, collocata nella Old Hall e da 2009, dal bronzo del presidente Ronald Reagan che si trova nella Rotonda. Serra fu un frate francescano spagnolo che fondò nella seconda metà del 700 diverse missioni nell'alta California per convertire le popolazioni indigene. In tempi recenti è stato spesso oggetto di proteste da parte dei nativi americani californiani per i quali il missionario puntò più a cancellare la cultura che a salvare le anime dei loro antenati. In quegli anni lo Spanish revival Movement diffuse un'immagine mitica dell'altruismo del missionario spagnolo il cui solo scopo sarebbe stato rendere felici gli indigeni. Tale immagine è stata decostruita dagli studi più recenti sul colonialismo e sul tipo di organizzazione del lavoro indigeno nelle missioni: ciò che si rimprovera a questo missionario è l'aver imposto con forza l'assimilazione, nella logica coloniale, distruggendo così le culture indigene. Le statue che onorano personaggi del passato inviano importanti messaggi per il presente. L'aveva ben chiaro il senatore repubblicano dell’Arizona Barry Goldwater uno dei più convinti sostenitori dell'invio di una statua di padre Eusebio Francesco Kino, missionario gesuita di origine trentina che tra Seicento e Settecento però nell'area che oggi è l’Arizona meridionale, lo stato di Sonora del Messico. Nel 1930 l’Arizona aveva già inviato la sua prima statua rappresentativa: un bronzo raffigurante John Greenway combattente nel reggimento dei rogue readers dell'allora colonnello Theodore Roosevelt poi manager di industrie minerarie e compagnie ferroviarie in Arizona. Si stava avvicinando il 1965, anniversario del cinquantenario dell'entrata dell’Arizona come stato dell'unione; la legislatura e il governatore per celebrare quella ricorrenza decisero di inviare una seconda statua per la collezione del Capitol. L'ammirazione di Barry Goldwater per padre Kino era dovuta all'immagine epica creata dallo storico Bolton del missionario esploratore, allevatore e agricoltore: Kino aveva introdotto l'allevamento del bestiame e alcuni importanti cereali e piante da frutto in quell'area desertica. Per il repubblicano Goldwater il padre a cavallo doveva entrare nella memoria pubblica nazionale come civilizzatore nella frontiera e fondatore dello Stato dell’Arizona, trasformando il gesuita nel simbolo dell'individualismo del West. Barry Goldwater votò contro il Civil Rights Act nello stesso anno. Non era per lui una questione di razzismo quanto l'intenzione di salvaguardare il principio del diritto di ogni Stato di legiferare senza alcuna interferenza da parte delle leggi federali. L’Arizona nel 2014 decide di inviare alla National statuari Collection di Washington la statua in bronzo del super popolare senatore in sostituzione di quella di John Greenway. Oggi le statue di padre KIno e quella di Barry Goldwater nella Old Hall rappresentano l’Arizona.
La storia del generale Lee continuò a essere raccontata a Sud come a Nord come quella di un grande militare valoroso che aveva lottato con grande onore per i diritti della Virginia. Il generale Lee non cambiò mai la sua opinione sull’inferiorità dei neri e sulla necessità di stabilire la supremazione bianca nel Sud. Nell’ultimo decennio dell’Ottocento, via via che gli stati ex confederati introducevano leggi sempre più restrittive per la libertà dei cittadini afroamericani confinandoli in un regime di vera apartheid e inserendo a livello locale clausole speciali per impedire l’esercizio del diritto di voto dei maschi neri, il mito della Lost Cause divenne egemone grazie all’opera di alcune associazioni. Facendo leva sulle emozioni evocate da una struggente nostalgia per il vecchio Sud, dove i proprietari di schiavi erano padroni benevoli e amati, queste associazioni hanno contribuito a nascondere ciò che stava avvenendo negli stati dell’ex confederazione. Statue e monumenti eretti grazie a raccolte di fondi privati promosse da queste associazioni e sostenute da politiche statali, hanno colonizzato lo spazio pubblico della ex Confederazione. Oltre alle statue che onorano famosi generali confederati, quelle più capillarmente diffuse negli spazi pubblici raffigurano un soldato semplice senza nome, poste in cima a un obelisco in posizione di risposo in attesa di ricevere ordini ai suoi superiori. Si tratta di monumenti dedicati alla memoria del soldato bianco confederato appartenente alle classi sociali inferiori e si rivolgono dunque ai bianchi poveri che a fine Ottocento erano chiamati a identificarsi con i alori dell’élite industriale del nuovo Sud post-ricostruzione. Avevano lo scopo di infondere fiducia nel nuovo ordine sociale grazie a auna memoria della Guerra civile centrata sulla figura del soldato semplice orgoglioso di eseguire gli ordini dei suoi superiori. La maggioranza della classe operaia bianca del Sud divenne orgoglioso di guardare indietro a un tempo in cui i bianchi poveri, secondo la narrazione della nobile causa perduta, vivendo felici. Si doveva essere fieri delle proprie tradizioni e mai pensare di lottare insieme agli operai di colore per aumentare i salari, anche se erano miseri. Ma anche nel Nord si faceva uso dell’immagine statuaria di un soldato semplice in posizione di risposo in cima a una colonna. In un certo senso questi monumenti rappresentavano la riconciliazione tra Nord e Sud. Le statue di bronzo avevano sulla colonna dei bassorilievi in cui un ufficiale del Nord e uno del Sud si stringevano la mano sotto una figura allegorica che rappresentava gli stati uniti con un nero vestito di stracci in ginocchio davanti a loro. Il messaggio era chiaro: i bianchi avevano donato la libertà agli schiavi che passivamente ringraziavano in ginocchio. Si cancellava così dalla memoria pubblica nazionale della Guerra civile il prezzo pagato dalle truppe di colore, soldati afroamericani confluiti volontariamente nell’esercito dell’Unione. L’unico monumento importante che commemora un battaglione di colore è il bassorilievo di Boston del 897. La libertà della schiavitù era stata conquistata dai combattenti di colore a caro prezzo, non era stata affatto una concessione di bianchi. Nel 1935 esce il volume Black Reconstruction, 1860 – 1880 dove Du Bois metteva l’esperienza degli afroamericani al centro della narrazione della Guerra civile: l’emancipazione dalla schiavitù non era stata donata da Lincoln o dall’esercito dell’Unione, ma era stata una conquista degli schiavi, fuggiti dalle piantagioni per poi arruolarsi a decine di migliaia nell’esercito dell’Unione. È emerso come abolizionisti e radicali repubblicani avessero esercitato un’importante influenza sulle scelte di Lincoln e come durante la Ricostruzione questa componente politica radicale tentò di edificare la prima democrazia interrazziale aprendo scuole e college per gli ex schiavi. In quel periodo professionisti, insegnanti e religiosi afroamericani del Nord si recarono nel Sud diventando leader politici colti e impegnati nella società civile. Dopo l’assassinio di Lincoln, il nuovo presidente Johnson si schierò apertamente dalla parte dei proprietari delle piantagioni e non mantenne la promessa di distribuire agli ex schiavi la terra
confiscata restituendola agli antichi proprietari confederarti. Per questo il periodo della Ricostruzione di una rivoluzione incompiuta la cui sconfitta riportò di lì a poco la supremazia bianca nel Sud. Tra Otto e Novecento la visione prevalente tra gli storici e gli scienziati era quella rappresentata da John Burgess tra i teorici di spicco della superiorità anglosassone, per il quale la pelle scura significava appartenenza a una razza incapace di sottomettere le passioni alla ragione e di creare qualsiasi forma di civiltà, altri teorici hanno insistito sulla tesi della schiavitù come istituzione benevola destinata a scomparire pacificamente se non ci fossero stati gli abolizionisti radicali che volevano distruggere il paese. Le statue confederate rappresentano la memoria nostalgica di una nobile causa perduta del Sud e furono quasi tutte inaugurate nel periodo 1890 - 1925, quando gli afroamericani ormai vivevano in un regime di segregazione razziale, con la drammatica perdita di ogni diritto. L’idealizzazione della Confederazione sudista fu è propagata dall’associazione di donne bianche United Daughters of the Confederacy la quale, oltre a riempire gli spazi pubblici con monumenti dedicati agli eroi confederati, sosteneva un’efficace propaganda di diffusione della visione della Guerra civile come guerra tra gli Stati. Le donne bianche dell’UDC, con la loro narrazione mitologica, diffondevano l’immagine dello schiavo fedele pronto a seguire il padrone a combattere per la Confederazione. Si affermava l’idea falsa che la causa confederata avesse indissolubilmente unito bianchi e neri contro l’invasione degli yankee, cancellando dalla narrazione le migliaia di schiavi fuggiti per unirsi all’esercito dell’Unione. Il culto della Lost Cause affonda le sue radici nella ricerca da parte del sud di una giustificazione di nobiltà della sua causa che fu sconfitta dalla guerra civile, creando un’immagine di un’impresa epica ed eroica: uno scontro dui due civiltà, quella del sud superiore culturalmente, quella del nord superiore solo per mezzi economici. Il sud grazie al clima più benevolo aveva realizzato una società più raffinata. La preservazione della dignità di questa cultura, nella quale la schiavitù era rappresentata come un’istituzione benevola per africani altrimenti selvaggio si trova dentro le statue e monumenti che la UDC fece erigere negli spazi pubblici in quel periodo, nella propaganda di centinaia di opuscoli e di libri di testo dove si raccontava che la guerra civile era stata una guerra per i diritti degli statti. Tra le donne della UDC che divennero custodi della memorai della nobile causa del sud un esempio significativo è rappresentato da Mildred Lewis Rutherford della Georgia. Si impegnò instancabilmente sul fronte della propaganda scolastica. Nella sua propaganda gli schiavi erano ben nutriti e accuditi. Dopo gli orrori della Ricostruzione gli ex schiavi lasciati a se stessi erano degenerati. Dai monumenti agli eroi confederati fatti erigere dalle donne della UDC traspare l’idea che la causa confederata avesse unito i bianchi e i loro schiavi neri in una comune lotta contro l’invasione yankee. Importante è il monumento allo schiavo leale che fu inaugurato il 14 giugno 1914, collocato nel cimitero monumentale di Arlington, Virginia. Pochi anni prima dell’inaugurazione di questo monumento lo stato della virginia aveva riscritto la sua costituzione per togliere il diritto di voto alla maggioranza dei suoi cittadini afroamericani. Appena eletto presidente Wilson impose la segregazione razziale in tutti gli uffici federali. Nel 1914 la schiavitù era ormai sostituita da un sistema di apartheid razziale organizzato per mantenere rigidamente i neri al loro posto e per punire pesantemente ogni loro trasgressione. Il fenomeno dei linciaggi pubblici era visto dall’opinione pubblica come una punizione esemplare adeguata a insegnare a una razza primitiva e pericolosa a restare al suo posto nella società dei bianchi. La vittima era quasi sempre un maschio nero accusato, spesso senza prove evidenti, di aver fatto violenza a una donna bianca.
li poetesse usare. Appena due settimane dopo firmò un contratto per scolpire nella roccia delle Black Hills del Sud Dakota i ritratti di Washington e Lincoln, inviato dall’amministrazione di quello stato a produrre un grande memoriale. Così passò dalla celebrazione della memoria pubblica della Confederazione a quella dell’Unione. Dopo aver contrattato con uomini d’affari e politici del sud Dakota, li persuase a finanziare il più grande memoriale del Nord, che sarebbe diventato il celeberrimo Mount Rushmore. Nel frattempo, il grande monumento confederato di Stone Mountain andò avanti con il coinvolgimento di un altro scultore Henry Augustus Lukeman, che aveva dovuto ricominciare da capo a partire dai modelli che Borglum aveva distrutto. Lo stone mountain confederate monument tornò a essere centrale nel discorso pubblico con l’elezione del governatore Marvin Griffin nel 1955, diventando parte integrante di una campagna virulenta contro l’integrazione razziale. Nel suo discorso inaugurale il democratico e convinto protagonista Griffith giurò che finché fosse stato governatore non avrebbe permesso che avvenisse nessun miscuglio razziale nelle scuole e università del suo stato. Griffith riuscì a raccogliere un milione di dollari per l’acquisto di stone mountain da parte dello stato della Georgia. In tal modo quel colossale bassorilievo una volta ultimato sarebbe diventato il punto di aggregazione per tutti quelli che volevano preservare i valori dei loro antenati. Il rilancio di stone mountain diventava un forte sostegno alla supremazia bianca grazie anche al profetto di un arco pubblico ricreativo contenente una replica di una piantagione. Il 18 agosto a Washington, Martin Luther king Jr. aveva detto che il sogno di libertà universale era così grande che il suono della sua campana si sarebbe sentito dove non era mai arrivato fino ad allora: a Stone Mountain. Ormai morti Borglum e Lukeman, un comitato di gestione del parco affidò allo scultore Walter Hancock il compito di portare a termine il bassorilievo dei tre eroi confederati a cavallo. Grazie alle nuove tecnologie i lavori proseguirono spediti e nel 1970 il monumento fu inaugurato.
Scena 3 – Colombo decapitato Giugno 2020: le statue che rappresentano Cristoforo Colombo sono tutte deturpate. Molte sono imbrattate di vernice rossa, altre a terra con la corda al collo tirate giù dal piedistallo, alcune decapitate. Il mito di Colombo è stato scardinato. Le statue di Colombo hanno storie tanto diverse quanto diverse sono le motivazione dei committenti e degli scultori. Il gran numero di statue dedicate a Colombo esige uno sguardo più lungo, che risalga al tempo della fondazione della repubblica statunitense, quando il navigatore genovese al servizio della corona spagnola divenne un’icona. Il navigatore che sotto la bandiera spagnola giunse alle Bahamas convinto di essere approdato nelle Indie non mise mai piede in quello vasto territorio che sarebbero diventati gli Stati Uniti d’America. Eppure, qui le statue dedicate a Colombo e collocate in luoghi pubblici sono più numerose che altrove. Al nome di Colombo rendono omaggio più di 60 città e contee, compresa la capitale, spesso tramite la versione femminile del nome, Columbia. E nello spazio pubblico i riferimenti a Colombo sono più di 60.000, senza contare chiese, scuole, edifici municipali, strade, fiumi e montagne che portano il nome del navigatore genovese. Tutti gli stati dell’unione commemorano Colombo ad eccezione delle Hawaii. I primi a ricorrere alla figura di Colombo furono gli ex coloni britannici da poco diventati cittadini repubblicani. Siamo a fine Settecento, c’è bisogno di figure fondative, di sganciarsi definitivamente dalla Gran Bretagna. L’occasione si presenta nel 1792, quando viene celebrato il terzo centenario della scoperta colombiana. Sono quindi gli immigrati italiana a scoprire il navigatore in occasione del quarto centenario nel 1892, quando fu allestita la grande esposizione mondiale ospitata a Chicago. Agiografia colombiana A introdurre Cristoforo Colombo agli americani fu uno scozzese William Robertson che lo presentò come il modello del colonizzatore europeo: un individuo geniale e di ardente entusiasmo. Non stupisce dunque che nella neonata repubblica statunitense colombo venga affiancato a Washington comandatane in capo delle truppe rivoluzionarie e primo presidente degli Stati Uniti. È una figura storica di un passato che non è britannico e quindi rappresenta per le ex colonie, diventate repubblica, un’immagine plasmabile. Ma cosa significava Colombo a diventare simbolo dell’identità americana? O meglio, cosa squalificava altri navigatori che avevano messo piede sul continente nordamericano? Il fatto è che di Colombo allora si sapeva poco: un vantaggio notevole, perché il genovese si prestava al pari di un foglio bianco sul quale i rivoluzionari americani avrebbero potuto scrivere le virtù che volevano veder crescere nella nuova nazione. La celebrazione del 1792 si deve a un giovane mercante newyorkese, un certo John Pintard, che diede vita alla Tammany Society, un’istituzione che da lì a poco venne rinominata Comlumbian Order. Pintard e i suoi seguaci immaginarono sé stessi come i veri nativi americani. Colombo subentrò così al capo della nazione Lenaope Tamanend come padre fondatore. La figura del navigatore fu riplasmata. I forti xenofobi e anticattolici del gruppo di mercanti e lavoratori raccolti attorno a Pintard si riflettono per molti aspetti nella statua lignea: Colombo fu esaltato come grande navigatore ed esploratore, depurato rispetto al brutale trattamento che aveva inflitto agli indigeni. Ma la glorificazione definitiva di Colombo si deve alla penna del celebre scrittore Washington Irving che dedicò al genovese una biografia destinata a diventare un best seller. Il Colombo di Irving rappresenta i valori della nuova repubblica: un self made man di successo capace di superare gli ostacoli posti sul suo cammino, grazie al suo genio e duro lavoro. Il suo interesse non era andato a guadagni immediati ma alla civilizzazione delle città. Per Irving i grandi ideali di Colombo sono
parteciparono all’Exposition di Chicago, un’occasione per dimostrare che Colombo era una loro creatura. Ma a Chicago le aspettative iberiche furono deluse. Secondo il comitato spagnolo a Chicago si era dato poco spazio al suo padiglione e la stampa statunitense non aveva informato adeguatamente sulle sontuose celebrazioni. Ma le frizioni maggiori furono provocate da Cuba ormai da decenni sotto l’influenza economica statunitense. Il movimento indipendentista cubano non si fece scappare l’occasione del grande palcoscenico di Chicago. Ecco che gli immigrati italoamericani entrano in scena per appropriarsi della figura di Colombo. Erano considerati codardi, discendenti di banditi e assassini. Erano considerati esseri razzialmente sospetti spesso espulsi dalle scuole, dai cinema, dai sindacati, descritti dalla stampa con gli epiteti di dago , guinea , termini che erano applicati agli africani schiavizzati e ai loro discendenti; venivano insultati come negri bianchi, negri mangiaspaghetti, anche se erano entrati nel paese come gente bianca libera. Gli italiani accettavano i lavori degli afroamericani, vivevano negli stessi quartieri, non parlavano l’inglese, mantenevano i loro costumi. La vicinanza alla blackness fece scattare nei bianchi del Sud la percezione che non fossero pienamente bianchi. Gli eventi di New Orleans avevano scosso l’opinione pubblica italiana e il Regno d’Italia rischiò di rompere i rapporti diplomatici con gli Stati Uniti. A seguito dei tragici fatti, l’Italia decise molto tardi di partecipare all’esposizione colombiana di Chicago, nonostante potesse vantare i natali italiani di Cristoforo Colombo. La discriminazione contro gli immigrati meridionali non sarebbe venuta meno. Alla fine dell’Ottocento l’entusiasmo per il quarto centenario superò di gran lunga il bigottismo anticattolico. Ora la figura di Colombo, si prestava a diventare un idolo per una venerazione patriottica. Diversamente bianchi Idolo del nuovo patriottismo americano, Colombo diventò un’icona di riscatto per gli immigrati italiani. Il linciaggio di New Orleans innestò un processo di rivendicazione identitaria nella comunità italiana di New York. Occorreva un simbolo forte: occorreva una statua di Colombo, una statua commissionata dagli italiani. Colombo divenne così il primo immigrato italiano. Il progetto era ambizioso: alta quattro metri, la statua del genovese sarebbe stata issata su una colonna di quasi undici metri innestata su un blocco di granito alta otto metri e mezzo. Dove collocare il monumento? La comunità italiana ambiva e pretendeva una posizione centrale. Sull’angolo sud – occidentale di Central Park, il centralissimo Columbus Circle. La storia di come gli italiani passarono da uno status di paria a quello di americani bianchi nel corso del XX secolo è un esempio dell’alchimia attraverso la quale è costruita la razza negli Stati Uniti e di come le gerarchie razziali possono cambiare. Occorre però distinguere tra quella inaugurata a Manhattan che ancora oggi domina Columbus Circle e quelle successive, inaugurate negli anni Venti e Trenta del Novecento. La prima rappresenta lo sforzo di un gruppo immigrato di recente, denigrato e discriminato, di appropriarsi di un simbolo americano già esistente da un secolo; le seconde rivelano un salto di qualità nell’identificazione di una mitica italianità superiore sul piano culturale e razziale. Nella comunità italoamericana la spaccatura ideologica e politica era profonda: da un lato una maggioranza fortemente conservatrice e avversa agli afroamericani e dall’altro una minoranza politica radicale, in cui si collocavano sindacalisti, anarchici e uomini come Carlo Tresca antifascista. L’appropriazione di Colombo e la celebrazione del Colombus Day come orgoglio del contributo italiano dell’America assieme alla propaganda fascista alimentarono non solo un’identità italoamericana bianca ma anche l’ideologia di una superiorità razziale della stirpe italiana. Il linguaggio razziale fascista trovò una facile adesione in quella componente di immigrati entrata nel cuore del business, lasciando un’impronta indelebile nell’intreccio tra potere politico e mancanza du scrupoli nel perseguire il mito americano del self made man. Figura emblematica fu Generoso Pope il
re del calcestruzzo. Pope offrì i suoi servigi a Benito Mussolini garantendo al contempo i voti italoamericani al partito democratico di Roosevelt. Per la storia di Colombo negli stati Uniti un momento particolarmente significativo è stato quello dell’introduzione del Colombus Day nel calendario delle feste nazionali nel 1937. Una parte importante l’ebbe proprio Generoso Pope, il potente uomo d’affari capace di avvicinare il presidente Franklyn Delano Roosevelt e promettergli il voto italoamericano di New York in cambio dell’introduzione di una festa nazionale dedicata a Colombo. Gli italoamericani sostenitori del fascismo acclamavano Mussolini come il Colombo moderno. Nella comunità italoamericana emergeva una più o meno velata appropriazione dell’antisemitismo e del razzismo egemone contro i diritti degli afroamericani. L’ammirazione per Mussolini non si fermava alle comunità italoamericane. Il duce era diventato una celebrità negli Stati Uniti. Sta di fatto che il Combus Day a New York negli anni Trenta del Novecento era diventato un evento sostanzialmente a sostegno di Mussolini. Colombo e Mussolini sembravano associati da un destino comune, l’uno e l’altro eroi della patria. Nel dopoguerra il processo di imbiancamento degli italoamericani in parte è consistito nella presa di distanza del movimento dei diritti civili degli anni Sessanta e in una forte opposizione all’avanzamento e all’integrazione razziale degli afroamericani. Un esempio famoso di repressione delle minoranze razziali fu quello di Frank Rizzo poliziotto figlio di immigrati italiani e sindaco di Philadelphia negli anni Settanta del Novecento, che arrestò Malcom X e umiliò i militanti delle Black Panthers. Infatti, per tutto il Novecento gli italoamericani costruiscono in molte realtà alleanze con la gente di colore, subendo oppressioni e discriminazioni simili. All’opposto i vantaggi dell’identità bianca hanno garantito agli italoamericani quello che non era accessibile agli afroamericani, ai latinos, agli asiatici ed altra gente di colore. Cancellatori e cancellati Il quinto centenario del 1992 ha rappresentato in questo senso una svolta. L’opposizione alla narrazione della scoperta fu partecipata e urlata. La brutalità dei colonizzatori nei confronti degli indigeni andava collocata al centro della ricostruzione. Il lessico andava modificato: non sui scoperta si era trattato ma di conquista. Il 2020 con l’assassinio di George Floyd decine di stati dedicate a Colombo sono state abbattute e con loro l’ideologia che rappresentavano. Giugno 2020 Boston: Colombo viene decapitato. Giugno 2020 Miami: la statua di Colombo è vandalizzata. Giugno 2020 Waterbury: Colombo decapitato. Giugno 2020 Richmond: la statua viene tirata giù con delle corde dal piedistallo e gettata un lago. Giugno 2020 St. Paul: decine di dimostranti si mobilitano per abbattere la statua di Colombo. Luglio 2020 Chicago: le proteste di BLM fanno sì che la statua venga rimossa dall’amministrazione. L’acceso dibattito continua sulla festività del Columbus Day e le statue di Colombo come weapons of pride, ovvero strumenti di orgoglio della storia degli italoamericani negli Stati Uniti. La rimozione delle statue è effettivamente il primo passo verso una decolonizzazione dell’immaginario? Nel 1992 settori progressisti delle comunità italoamericane fondarono la Italian Americans for a Multicultural United States in segno di protesta per le celebrazioni. Si intendeva stimolare una riflessione sulla storia razziale degli Stati Uniti e favorire la diffusione della conoscenza tra gli italoamericani dei torti inflitti alla gente di colore nel contesto della storia americana. Nel 1992 la lotta contro le commemorazioni ufficiali unì i movimenti anticoloniali e antirazzisti emersi nell’era dei diritti civili di metà Novecento e i movimenti pacifisti ed ecologisti degli anni Settanta, mentre la Spagna con la grande esposizione di Siviglia continuò a celebrare la scoperta di Colombo come gloria spagnola.
Scena 4: Teddy Roosevelt esiliato Ellen V. Futter, presidente dell’American Museum of Natural History di New York annunciava la decisione del museo di rimuovere il grande bronzo equestre raffigurante Theodore Roosevelt e due figure ai lati del cavallo, un indiano americano e un africano. Il bronzo dominava dall’ottobre del 1940 il piazzale all’entrata principale di uno dei più grandi musei di storia naturale del mondo. Negli ultimi anni, come molte altre statue che rappresentano idee razziali e coloniali del passato, l’Equestrium Theodore Roosevelt Monument che ha coinvolto l’opinione pubblica newyorkese in un accesso dibattito sul potere performativo delle immagini. La decisione del museo di rimuovere la statua è stata condivisa da Bill de Blasio, l’allora sindaco di New York. Il monumento equestre di TR è intrinsecamente legato all’AMNH, un’importante istituzione privata creata, come altri musei americani grazie alle grandi ricchezze di una classe sociale emersa nell’Età dorata. L’AMNH è un pezzo fondamentale della storia della scena culturale newyorkese. Dagli anni Ottanta dell’Ottocento agli anni Trenta del Novecento il museo promosse grandi spedizioni scientifiche planetarie. I risultati di queste spedizioni venivano esibiti al museo. La nostra statua equestre rappresenta molti dei conflitti esistenti tra arte pubblica, scienza razziale, colonizzazione dell’Ovest e inizio dell’impero americano e del suo attuale declino. Theodore Roosevelt e la memoria pubblica TR è uno dei personaggi pubblici degli Stati Uniti tra Otto e Novecento più studiati: politico spregiudicato, riformatore progressista, storico e naturalista. TR nacque a New York nel 1815 in un’antica famiglia newyorkese discendente dagli olandesi che colonizzarono a metà Seicento New Amsterdam. Gli antenati di TR fecero sempre parte dell’élite cittadina mescolandosi tramite matrimonio con la borghesia anglosassone del Sud. Il padre di TR era un facoltoso uomo d’affari e la madre proveniva da una famiglia di ricchi proprietario di schiavi di una piantagione nella Georgia. Fu proprio Theodore senior a fondare nel 1869 l’AMNH. Il giovanissimo Theodore era un appassionato naturalista e diventato grande contribuiva alle spedizioni di caccia grossa nelle colonie europee africane per portare i corpi di grandi animali da esporre imbalsamati nelle sale del museo. All’epoca della chiusura della frontiera reinventò la narrazione mitica del vero spirito del pioniere americano, celebrando la conquista dell’Ovest. TR temeva sempre di più che gli Stati Uniti sarebbero stati distrutti per la perdita delle sane abitudini militari finché con il passare della generazione che aveva combattuto la Guerra civile. L’opportunità arrivò nel 1898: salvare Cuba dall’oppressione coloniale spagnola. TR all’epoca era già una stella in ascesa del Partito repubblicano, aveva prestato servizio come capo della polizia di New York. Ma fu il suo intervento a Cuba alla guida del reggimento dei Rough Riders a consacrarlo eroe nazionale: la stampa sensazionalistica newyorkese costruì epici racconti delle gesta di quel reggimento volontario che univa i cowboys del West e i rampolli della borghesia dell’Est. La battaglia vittoriosa di San Juan Hill a Cuba segnava la fine dell’impero spagnolo e l’ascesa dell’impero benevolo americano. Così l’energico eroe militare divenne governatore dello Stato di New York e ventiseiesimo presidente, il più giovane in assoluto. La sua immagine doveva molto ai suoi racconti: The Rough Riders, il glorioso reggimento di volontari che aveva lui stesso reclutato. Un reggimento multietnico che però escludeva afroamericani e asiatici. TR era un presidente degli Stati Uniti, le sue parole pesavano e si diffondevano sulla stampa, apparivano nei libri popolari, nelle opere teatrali e nel Buffalo Bill Show. Non solo veniva cancellato il valore dei reggimenti di colore che avevano combattuto a Cuba, ma anche quello degli stessi indipendentisti cubani da tre anni in guerra contro l’esercito spagnolo. Il presidente era talmente a suo agio nell’idea di superiorità razziale anglosassone che nel 1902 invitò a pranzo alla Casa Bianca il leader afroamericano repubblicano moderato Booker T. Washington. Fu una mossa politica
spregiudicata ma calcolata: l’ospite aveva già accettato la segregazione razziale sociale e rinunciato, a perseguire l’esercito del diritto di voto degli afroamericani in cambio di benefici economici per i neri nel nuovo Sud. TR era infatti tra quegli intellettuali e leader politici preoccupati dal suicidio razziale delle razze migliori, in un periodo di arrivo di grandi ondate migratorie di ebrei e cattolici poveri provenienti dall’Europa centrale e meridionale. Nel 1912 fondò il Partito progressista e sosteneva il suffragio femminile senza però intaccare il dominio maschile nella sfera pubblica. In politica estera il suo sostegno era per un vigoroso imperialismo americano: ne furono esempi la repressione brutale del movimento di indipendenza delle Filippine. Già nel 1924 una potente New York State Roosevelt Memorial Association era pronta per costruire un memoriale colossale dedicato a lui come conquistatore dei Caraibi e del Pacifico, costruttore dell’impero americano, innovatore politico, salvatore e amico benevolo delle razze inferiori. Il museo era già un’istituzione di rilevanza nazionale. Quale luogo migliore per accogliere un grande memoriale in onore di TR? L’AMNH avrebbe usato la sua collaudata capacità divulgativa per promuovere una memoria di TR come cacciatore esploratore, scienziato naturalista paladino della superiorità dell’eredità anglosassone in America. Il vincitore fu John Russel Pope, un architetto newyorkese che progettò un memoriale colossale. Furono scolpite a caratteri cubitali sul muro le parole Verità, Conoscenza e Visione e la dedica a TR come “grande leader della gioventù americana”. Il maestoso memoriale di TR fu commissionato durante gli anni Venti del Novecento, gli anni ruggenti (rottura con le tradizioni, era del jazz, cinema radio, automobili). Tuttavia, occorre ricordare che tali anni si aprirono con la cosiddetta paura rossa ovvero il terrore diffuso nell’opinione pubblica americana che la Rivoluzione russa del 1917 potesse infiltrarsi negli Stati Uniti attraverso gli immigrati stranieri anarchici e socialisti nelle città americane. Nell’opinione pubblica anarchia e socialismo erano rappresentanti come virus un american, non americani, diffusi da immigrati italiani ed ebrei, sindacalisti. A seguito della grande migrazione di massa degli afroamericani dal Sud alle città del Nord si erano verificati scioperi e violente rivolte razziali, e ghetti come Harlem a New York erano sorti anche in altre città. Nella prima metà degli anni Venti del Novecento il KKK ebbe un’enorme crescita, estendendosi anche nel Midwest e includendo tra i suoi nuovi nemici gli immigrati cattolici, ebrei, sindacalisti. Nel 1920 fu finalmente approvato l’emendamento costituzionale per il suffragio femminile, ma pochi anni dopo furono anche approvate le leggi restrittive dell’immigrazione straniera. Un’immagine così poliedrica come quella di TR era perfetta per gli anni Venti del Novecento. Purtroppo, l’inadeguatezza del memoriale, una volta inaugurato nel 1936 fu da subito evidente: si criticava il fatto che non avesse nessuna relazione con la vecchia struttura dell’AMNH, che avesse uno stile neoclassico pretenzioso. Nel 1925 quello che diventerà il Theodore Roosevelt Equestrian Monument venne commissionato allo sculture James Earle Fraser. Nel 1902 Fraser si era trasferiti a New York per incontrarlo. Lo seguì poi alla Casa Bianca per studiarne la straordinaria energia. Nel 1925 a Fraser venne esplicitamente richiesto che TR fosse accompagnato da un indiano americano e da un africano. Fraser completò il monumento nel 1939, scolpendo TR in abiti da cacciatore – esploratore e seguendo i canoni classici europei che evidenziano la natura imperiale delle statue equestri. Il 19 gennaio 1926 si inaugurò il Theodore Roosevelt Memorial. La memoria di TR veniva così indissolubilmente legata al museo e ai suoi programmi scientifici didattici. Molti interventi esaltarono le virtù di TR come naturalista, conservazionista e grande riformatore che perseguiva la giustizia sociale. L’eredità di TR fu collegata agli sforzi della sua amministrazione per la gestione delle risorse naturali.
di enormi ondate migratorie dall’Europa centrale e meridionale, il terreno ideale di sperimentazione. TR ne era stato un convinto sostenitore. La razza caucasica superiore, incarnata nella figura di un presidente condotto a cavallo e i rappresentanti di razze inferiori la mongolica e la negroide a piedi ai suoi lati. 18 gennaio 2022, AMNH: alle luci dell’alba l’operazione di rimozione della statua equestre di TR si compi. La statua sarà ricollocata a Medora. Perché? Questa ricollocazione ha riaperto il conflitto sulla statua. In questo caso, il luogo è una biblioteca dedicata a TR costruita su terreni che fuggirono sottratti alle popolazioni indigene del Nord Dakota. Le autorità comunali dovrebbero prendere in considerazione altre soluzioni: fondere la statua, riciclarla o eliminarla. Il problema sembra che in questa scelta non siano stati consultati i rappresentanti delle tribù native locali. La biblioteca di Medora è stato stabilito che costituirà il comitato di consulenza insieme ai rappresentanti delle comunità indigene e afroamericane del luogo per utilizzare al meglio la scultura. L’AMNH cerca di valorizzare un’altra statua di TR: un bronzo in misure reali seduto su una panchina sulla quale anche i visitatori possono accomodarsi. Questa statua rappresenta un’immagine opposta a quella della statua equestre. Qui TR indossa abiti da naturalista e il binocolo da esploratore. Con questa statua si è trasformata l’immagine pubblica di TR da cacciatori di animali e costruttore dell’impero americana a zio Teddy, pacifico e accogliente naturalista.
Scena 5 – Rievocazioni, rimozioni, restituzioni 22 gennaio 1932 Manhattan l’alta società newyorkese ha organizzato una performance per la rievocazione dell’abbattimento della statua equestre di Re Giorgio III (9 luglio 1776). Quel bronzo è diventato famoso più per l’evento dell’abbattimento che per il breve periodo della sua esistenza nel piccolo parco di Bowling Green: l’abbattimento è la celebrazione di un momento fondativo della nascita della nuova repubblica. Quel trauma resiste ancora oggi nelle nuove generazioni di indiani americani che cercano giustizia riparativa. Quel passato lontano resta nel presente in termini di disuguaglianza delle opportunità, indigenza, degrado, criminalità. L’essere senza tetto, l’abuso di sostanze, i problemi di salute mentale sono gli effetti dell’ombra lunga della perdita delle terre e della conseguente scomparsa della saggezza delle tradizioni ancestrali. In gioco è la definizione di identità di gruppo che trasmette, di generazione in generazione, ferite aperte mescolate alla memoria traumatica degli antenati. A Syracuse, Stato di New York, nel centro della città. La statua di Colombo non passa inosservata e non può che risultare aggressiva agli occhi dei nativi americani: ai piedi del navigatore, sono scolpite tre teste anonime di indiani americani con copricapi piumati. Il 27 giugno 2020, gruppi di attivisti indigeni organizzarono una partecipata manifestazione attorno alla statua. Allo stesso tempo circolava anche una petizione perché il monumento non venisse rimosso. I conflitti attraversarono anche il comitato che non raggiunse decisioni unanimi. La maggioranza voleva rimuovere la statua e limitarsi a mantenere l’obelisco come tributo agli immigrati italiani; alcuni proposero la sostituzione di Colombo con un personaggio significativo della storia italoamericana; altri proposero di togliere la statua di Colombo, lasciare l’obelisco e aggiungere altre statue di gruppi etnici. La maggioranza decise, infine, di rimuovere le teste degli indigeni sotto i piedi di Colombo. Quindi cosa farne della statua? Alla fine, il sindaco, anche in risposta al numero crescente di firmatari della petizione contro la statua emise un’ordinanza che prevedeva la rimozione del monumento. Con questa ordinanza si espresse vigorosamente il Columbus Monument Corporation Board, organizzazione che aveva commissionato il monumento. Il presidente interpretò la rimozione come un’operazione di cancel culture , un vero e proprio schiaffo agli italoamericani. La statua parlava degli immigrati italiani, dei loro sacrifici, delle loro aspettative, del loro legame con l’Italia e insieme con l’America. Nicotra non racconta che negli esaltanti discorsi celebrativi di quel lontano 12 ottobre 1934 nessuno ricordò che la città di Syracuse era stata costruita sulle terre sottratte alla Onondaga Nation, appartenente alla Confederazione degli Irochesi. I rappresentanti della Onondaga Nation vedono il monumento e la sua storia molto diversamente e si sentono cancellati dalla narrazione dominante. Tuttavia, per tutto l’Ottocento una violenta colonizzazione cancellò il contributo della confederazione degli irochesi e solo nel 1988 il Congresso riconobbe come l’esortazione degli irochesi avesse contribuito a ispirare la costituzione. Il progetto del sindaco di Syracuse era quello di creare un parco in cui siano rappresentati tutti i gruppi che compongono il mosaico culturale di Syracuse andrebbe in questa direzione. Ma la causa legale intentata dalla Columbus Monument Corporation ha bloccato il progetto. I cambiamenti proposti disonorerebbero la memoria di quegli immigrati che cento anni fa raccolsero con grande sacrificio i fondi per la statua. Il celebre paleontologo Henry F. Osborne fu anche lo scienziato più impegnato nel campo delle teorie dell’eugenetica e fece del museo che dirigeva la sede in cui vennero ospitati il secondo e terzo congresso internazionale di quelle teorie di derivazione evoluzionista. Negli allestimenti espositivi del