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Introduzione “Sono irremovibile nel difendere il passato. Stanno distruggendo tutto e lo chiamano cancel culture”. Tratto da un’intervista di Donald Trump. È un testo esemplare che sintetizza perfettamente la narrazione mainstream circa il movimento della cosiddetta cancel culture. Anche in Italia il neoministro della cultura Sangiuliano dichiarò che “cancellare o censurare l’arte non elimina il problema o difficoltà ma ci rende solo più poveri e fragili perché privi di esempi e bellezze”. È davvero così? Lo scopo di questo libro è quello di concentrarsi sul movimento che oggi polarizza il dibattito intorno ad alcuni segni del passato nello spazio pubblico. Un movimento iconoclasta che agisce in seno a sistemi democratici, e non in occasione di cambi di regime.
- Il caso Colston: una soluzione giusta Bristol, 7 giugno 2020. Il movimento BLM protesta manifestando ma il culmine arriva con l’abbattimento della statua bronzea di Edward Colston che viene tirata giù dal piedistallo, coperta di scritte e quindi gettata nelle acque del porto. Per la prima e unica volta in Europa una statua viene rimossa a furore di popolo nell’ambito di questo recentissimo movimento sociale. L’identità di Colston: non un capo di Stato ma un uomo d’affari di Bristol vissuto a cavallo tra Sei e Settecento che fu a lungo membro direttivo, e per due anni anche vicegovernatore, della Royal African Company, la società che aveva l’esclusiva del commercio inglese di schiavi. Egli fu responsabile del rapimento di circa 80.000 persone africane destinate alle piantagioni di tabacco e di canna da zucchero, di cui 19.000 morirono durante la navigazione. ‘immensa quantità di denaro da lui accumulata fu in parte diretta a opere di beneficenza a favore della città di Bristol che, lungo i secoli, ha costruito un vero e proprio impero della memoria, dedicando a Colston ben otto strade, palazzi, ospedali, scuole e altri. Il suo piedistallo ricorda Colston come “uno dei figli più virtuosi e saggi” della città. Questa scrittura della storia è stata per molto tempo indiscussa ma criticata nel corso del Novecento, diventando insostenibile quando sono riusciti a saldare gli esiti della lunga stagione di polemiche locali contro il culto di Colston. Inoltre, nello stesso periodo, si contestò anche la statua di Cecil Rhodes: in questo caso legli studenti avevano chiesto di rimuovere la statua perché l’uomo era stato il primo ministro della colonia del Capo e teorico del sistema dell’apartheid. La statua venne coperta di letame e poi di sacchi neri della spazzatura infine rimossa per decisione del Senago accademico che accettò un confronto. Negli stati Uniti sono le statue dei generali sudisti della Guerra di Secessione a diventare il bersaglio di elezione di chi contesta il razzismo su cui ancora poggiano i rapporti di forza della società americana. Nell’agosto del 2017 in Virginia un raduno di membri del Ku Klux Klan chiedeva la rimozione della statua del generale Robert Lee provocando la morte di una donna. L’allora presidente Trump si rifiuta di condannare l’episodio. In questo contesto, l’uccisione di George Floyd dà lo slancio per la creazione del movimento BLM che tiene insieme le istanze simboliche e quelle politiche di una protesta che travalica i confini americani incendiando non solo i territori delle ex colonie ma anche Inghilterra, Francia, Belgio e perfino Italia (con l’accatto alla statua di Montanelli). A Bristol l’obiettivo principale è la statua di Colston. Una conferenza del 1998 aveva fatto scoprire ad un pubblico multietnico il ruolo chiave che il grande benefattore cittadino aveva svolto nel traffico di schivi: il giorno dopoi apparve su di essa la scritta “fuck off slave trader”. La consigliera comunale nera chiese per la prima volta la rimozione della statua. Ma le istituzioni cittadine fecero quadrato intono a quest’ultima, e le autorità respinsero ogni proposta di risemantizzazione del monumento. La parola passò agli artisti. Per anni, i Massive Attack (gruppo musicale di Bristol>) si sono rifiutati di suonare in quella che si chiamava Colston Hall. Il punto era questo: la contesa non era sulla storia, sul passato, ma sul presente e sul futuro. Coloro che la contestavano capivano perfettamente che la statua non serviva a onorare la persona di Colston ma a legittimare il perdurare di un ordine sociale che, più o meno tacitamente, si fondava sul primato dei bianchi. Durante gli anni seguenti, sulla statua apparvero rosse gocce di sangue e al collo di Colston fu dipinto un collare da schiavo. La notte del 18 ottobre 2018, fu allestita una installazione anonima composta da decine di figure di cemento che rappresentavano corpi umani distesi, disposti ai piedi del monumento secondo la pianta di una nave negriera. In quello stesso 2018, una vasta discussione pubblica che coinvolse istituzioni e realtà sociali di bristol portò alla redazione di una targa da
- Statue, vie, lapidi, scuole: il martirologio della Repubblica Nel 1878 un piccolo paese lucano vide improvvisamente cancellato il suo nome: Salvia di Lucania (in provincia di Potenza) diventò Savoia di Lucania. Ancora oggi è intitolato alla trapassata dinastia sabauda. Quel traumatico smarrimento di storia e di identità avvenne per imposizione regia. Perché un poverissimo figlio di quel paese, Giovanni Passanante aveva osato attentare alla vita di Umberto I, gridando “Viva l repubblica universale”. Aveva appena graffiato il sacro corpo del monarca con un temperino incapace di offendere, ma l’eco del gesto fu enorme. Un uomo buono a suo modo un profeta nudo., ma la vendetta dei Savoia fu terribile. Solo l’intercessione di Giosuè Carducci presso la regina Margherita evitò a Giovanni la pena capitale. Mentre la madre e i fratelli venivano rinchiusi in un manicomio rimanendovi fino alla morte. Giovanni non ha monumenti, invece, Umberto I di monumenti ne ha un’infinità. Un re macchiato da molte colpe, la cui più detestabile fu appunto l’incondizionata copertura del generale Bava Beccaris. Lev Tolstoj dedicò all’episodio un suo scritto, nel quale condannò l’omicidio senza però essere tenero con la vittima “i re si fanno dell’assassinio una occupazione ed un mestiere ma si uccida uno dei loro e voi li sentirete subito protestare ed indignarsi”. Nel settembre 2019 la statua napoletana di Umberto fu imbrattata da una secchiata di vernice rossa. Si parlò subito di vandalismo: ma forse quella vernice potrebbe spingerci a domandarci se ha senso che nell’Italia repubblicana e democratica quel monumento a Umberto I rimanga lì come prima. E se, per esempio, non sia invece possibile musealizzarlo, se non sia il caso di lasciarlo lì, ma scrivendogli intorno proprio quelle parole di Tolstoj? Dopo la rivoluzione francese, le strade, le piazze, le statue, le dedicazioni delle scuole sono diventate l’equivalente del martirologio della Chiesa cattolica, che è l’elenco dei santi che vengono venerati. Hanno la stessa funzione: onorare pubblicamente chi merita onore, offrire un modello di comportamento e una bussola valoriale, creare un visibile legame sentimentale tra chi è vivo oggi e chi lo è stato prima, e oggi è nel paradiso, nel pantheon dei padri della patria. In pratica il canone di targhe, statue, intitolazioni attraverso il quale di svolge la nostra vita quotidiana è stato deciso dalla Repubblica solo in piccola parte. dopo l’unità d’Italia le piazze italiana si sono riempite di statue che, sotto il duplice e equilibrato dominio delle figure di Vittorio Emanuele II e Garibaldi, hanno formato un polo di bronzo e di marmo eclettico; oltre al re e al rivoluzionario disciplinato principi, generali, ministri e pensatori con relativi cavalli scalpitanti, operose redingote e borghesi cappotti, affollano le piazze della pericolosa nel corso del secolo che più di ogni altro amò rispecchiarsi in un Palladio della memoria pubblica. Qualche anno fa (2029) una scuola dell’infanzia e prima di Tor Pignattara provò a cambiare il proprio nome. La legge prevede che l’intitolazione della scuola sia deliberata dal consiglio di circolo o di istituto, sentito il collegio dei docenti. La deliberazione viene trasmessa all’ufficio scolastico regionale, il quale acquisisca le valutazioni del prefetto e dell’amministrazione comunale. Se queste sono favorevoli, l’ufficio scolastico emana il decreto di intitolazione; laddove non lo fossero, il consiglio d’istituto è invitato a riesaminare la decisione. Ma in quel caso l’irruzione a gamba tesa della politica bloccò questo ordinario percorso. L’intitolazione tradizionale era a Carlo Pisacane, lo sfortunato patriota risorgimentale, e la scuola desiderava cambiarla a un pedagogista giapponese: scelta dettata dal carattere multiculturale dei bambini che frequentavano l’istituto. Ovviamente questa proposta venne attaccata sostenendo che si trattasse di una strategia dettata dalla furia iconoclasta della sinistra e perciò non si attuò nessun cambiamento. Nel marzo 2022, nel bel mezzo della guerra Russia - Ucraina, a chi decide di re intitolare il suo principale parco pubblico, che oggi si chiama parco delle Crociere, la cittadina maremmana di Orbetello? Al gerarca fascista Italo Balbo. La mozione ufficiale dice che la dedica sarebbe stata decisa
per motivi aviatori: ma non dice che già nel 1942 il regime aveva dedicato il parco proprio a Balbo. Il passaggio più mirabile della mozione è quello in cui si afferma che “tutti i periodi della storia d’Italia meritavano attenzione, anche quando alcuni di questi hanno avuto nella loro complessità, anche qualche implicazione negativa”. Qualche implicazione negativa: l’omicidio di Matteotti, quello dei fratelli Rosselli e altri; il partito unico, il totalitarismo e la perdita della libertà; le leggi razziali, l’alleanza con Hitler, la Seconda guerra mondiale… Questi due esempi, opposti ma conclusisi con un nulla di fatto, aiutano forse a comprendere come anche in Italia la partita sulla toponomastica sia tutta legata ai rapporti di forza del presente, e alla contesa intono a un’idea di futuro che separa nel modo più netto due parti del paese. Eppure, ci sarebbero molti motivi oggettivi per cambiare urgentemente l’immagine. Il più clamoroso riguarda la sperequazione di genere: su cento strade italiane dedicate a maschi ce ne sono solo otto dedicate a donne.
più complessa vicenda del confine orientale. La legge istituiva fu firmata soprattutto da parlamentari di Alleanza Nazionale e di Forza Italia. La scelta del 10 febbraio non è stata innocente: il Giorno del Ricordo si presenta esplicitamente della Shoah esattamente due settimane prima, il 27 gennaio. E così, un’Italia celebra le 5000 vittime delle foibe. Nel 2022 è stato poi annunciato un ulteriore tassello: le vittime della Marocchinate (vittime degli stupri compiuti da componenti delle truppe marocchine). Si vuol far passare il messaggio che tutti i marocchini siano stupratori: come se l’Etiopia istituisse una giornata per le vittime delle italianate. Facile capire cosa succederà ai programmi scolastici di storia. Nel 2012 per esempio l’allora assessore alla mobilità della regione lazio Francesco Lollobrigida intervenne all’inaugurazione del mausoleo che l’amministrazione comunale di Affile aveva eretto al compaesano Graziani. In quell’occasione Lollobrigida dichiarò che per noi della Valle Aniene l’affetto per il generale Graziani è stato sempre un punto di riferimento. Viceré d’Etiopia e dopo la guerra presidente onorario del Movimento Sociale Italiano, si segnalò per una spietatezza eccessiva anche per gli standard del colonialismo fascista: per l’uso dei gas, peer il bombardamento deliberato di un ospedale da campo, per il sistematico seminare panico e orrore fu dichiarato criminale di guerra, e condannato a 19 anni di carcere per collaborazionismo con l’occupante nazista. Nel luglio 2017° Filettino un’amministrazione comunale di sinistra ha restaurato il parco Rodolfo Graziani senza minimamente porsi il problema della sua intitolazione. “Il Colosseo quadrato è un edificio, una reliquia dell’esecranda aggressione fascista. Eppure, è celebrato in Italia come un’icona modernista. In Germania, una legge è contro l’apologia del nazismo. L’Italia non ha subito un programma di rieducazione paragonabile. Se in Italia, dove non sono mai scomparsi, i monumenti fascisti vengono tratti solo come oggetti estetici depoliticizzati”. La verità è che non abbiamo mai davvero fatto i conti con l’eredità monumentale del fascismo, oggetto di una rimozione selettiva a causa dell’assai parziale defascistizzazione. Ciascuno può fare un veloce inventario dei propri itinerari, dando immagini e nomi a questo palinsesto di architetture, strade e simboli fascisti. Siamo di fronte a quello che gli storici dell’arte chiamano survival: la sopravvivenza di un codice si significati che arriva direttamente, e senza soluzione di continuità, dagli anni del fascismo trionfante. Ma al survival si intreccia ora un florido revival, una reviviscenza, un ritorno di fiamma. Un caso è quello del parco di Latina che sotto il regime fu intitolato ad Arnaldo Mussolini, il fratello del Duce. Nel 2021 il sottosegretario leghista del governo Draghi propose d ritornare a quel nome, cancellando la dedica a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Matteo Salvini lo difese, sostenendo di voler tutelare una storia ininterrotta fino al provvedimento cancellatorio di un sindaco di sinistra, quello che nel 2017 aveva intitolato il parco ai giudici uccisi dalla mafia. Frutto di revival, e non certo di survival, sono le quarantanove vie, piazze, giardini, ponti, dedicato a Giorgio Almirante definito dalla Meloni “Politico e patriota di altri tempi. D’altra parte il revival neofascista è ormai datato: già nel 1995 i sindaco di Roma Rutelli fu a decidere di dedicare il largo davanti alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna a Giuseppe Bottai. Firmatario del Manifesto della razza, introduttore delle cattedre di razzismo nell’università italiana, implacabile artefice della cacciata degli ebrei da scuole e atenei e irriducibile nell’opporsi, nella decisiva seduta del gran consiglio del fascismo dell’ottobre 1938, a qualsiasi attenuazione dei provvedimenti. L’incauto Rutelli du costretto a ritirare la decisione di fronte all’onda dell’indignazione, rivendicando però di aver avuto un’idea oltre l’anticonformismo facile, oltre il Duemila, il che era vero: perché nel clima attuale quella proposta revisionista passerebbe all’istante. Quasi nessuno ha obiettato sulla
collocazione di una statua di Gabriele d’Annuncio a Trieste, inaugurata nell’anniversario esatto dell’impresa di Fiume, provocando così un incidente diplomatico con la Croazia. Forse l’episodio n cui si vede più l’effetto della saldatura tra la sommaria cancellazione dei segni fascisti la loro resurrezione attuale è avvenuto nella Perugia chiamata dal duce capitale del Fascismo, perché da lì partì la Marcia su Roma: la Perugia oggi governata anche dal partito che di fatto raccoglie l’eredità del fascismo. Nel 2021 è tornato trionfante sul muro del Mercato coperto. La stessa dinamica perversa investe i musei: era ed è celebrato e pubblicizzato il capolavoro Museo sacrario reggimento Giovani Fascisti Africa settentrionale 1940/1943 a Ponti sul Mincio in provincia di Mantova. Come si vede, survival e revival del fascismo si intrecciano. Un altro esempio è la decisone del ministro del governo Draghi di inserire il ritratto di Mussolini nella serio iconografica dei vari ministri dell’Industria realizzata per festeggiare i novant’anni di quel dicastero ha acceso i riflettori sulla presenza di Mussolini in un’altra, serie collocata al terzo piano di Palazzo Chigi. La presenza del duce del fascismo in questa galleria è sconcertante: non si tratta di un libro o un manuale di storia ma di serie celebrative e commemorative che nulla hanno di scientifico ma costituiscono una sora d’albo d’oro della istituzione. Essere ritratti in quelle successioni significava poter ostentare a tutti la legittimità della propria ascesa a quel ruolo. In sede storica il totalitarismo fascista deve essere esperito in tutti i suoi lati ma in sede celebrativa il regime va espunto come illegittimo e illegale. Proprio come gli usurpatori: ricordiamo che il fascismo nacque da un colpo di stato.
È importante sottolineare che a gettare la vernice rosa sulla statua siano stati finora movimenti femministi: la violenza mostruosa su quella bambina non fu un incidente secondario ma un atto capace di svelare la radice patriarcale e maschilista del fascismo. La difesa a oltranza di Montanelli non è oggi condotta da nostalgici in camicia nera, ma da un non scritto patto tra cavalieri che continua a sminuire quell’atto.
- Ultima generazione Il caldo eccezionale ha innescato, soprattutto a Palermo, catastrofi dove è andato perduto gran parte del patrimonio culturale e religioso che arredava la chiesa quattrocentesca di Santa Maria di Gesù: un disastro culturale dovuto al collasso climatico. Nessun membro del governo ha annunciato un salto di qualità nelle politiche di sostenibilità ambientale, né alcun giornalista ha chiesto misure draconiane contro le lobbies che continuano a sostenere l’uso delle energie fossili o ha invitato a ribellarsi al vano bla bla dei governi che indigna Greta Thunberg e i ragazzi dei Fridays for Future. Lo stesso sistema politico-mediatico è insorto contro le azioni dimostrative dei giovani militanti di Ultima Generazione che fanno leva proprio sul patrimonio culturale per denunciare la follia della corsa collettiva verso l’estensione climatica. In occasione della drammatica alluvione in Romagna del 2023, il giornalista Mentana non ha criticato la cementificazione del suolo perseguita dall’intero arco costituzionale, ma ha preferito impartire una paternalistica ramanzina ai militanti per il clima. Mentre Extinction Rebellion ha adottato forme di lotta più tradizionali, Last Generation ha intrapreso un tipo di protesta completamente nuovo, che appunto consiste nell’imbrattare o nel colorare, monumenti e opere d’arte o nell’incollarsi ad essi. Il debutto sembra essere avvenuto al Louvre il 29 maggio 2022 quando un giovane uomo colpì il feticcio dei feticci, la Gioconda di Leonardo con una torta alla panna. I giornali di tutto il mondo parlarono di un gesto folle ma solo in qualche resoconto si trovano anche le parole gridate dal lanciatore: “Ci sono persone che stanno distruggendo la Terra! Artisti, pensate alla Terra! Ecco perché l’ho fatto: pensate al pianeta!”. La gioconda non patì alcun danno ma divenne virale sui social media. La protesta dilagò nei musei britannici: attivisti per il clima si incollarono alle cornici di dipinti celebri a Londra, Glasgow e Manchester. Il 6 luglio The Hay Wain di John Constable, alla National Gallery di Londra, venne coperto con una sua riproduzione modificata. Il movimento Just Stop Oil rivendicò l’azione “abbiamo preso di mira l’arte in quanto è parte della nostra cultura collettiva”. Il 22 luglio militanti italiani di incollarono alla cornice della Primavera di Botticelli, agli Uffizi, srotolando uno striscione con scritto: “Ultima generazione, non gas no carbone” e diffondendo una nota in cui si leggeva “Al giorno d’oggi è possibile vedere una Primavera bella come questa? Abbiamo deciso di usare l’arte per trasmettere un messaggio d’allarme: stiamo andando verso un collasso eco climatico e sociale”. In agosto venne il turno dei Musei vaticani. Qui la scelta del piedistallo cui incollarsi non avrebbe potuto essere più azzeccata: quello del Laocoonte che aveva subodorato qualcosa dell’inganno di Ulisse, e si opponeva all’ingresso del grande Cavallo di legno dentro le mura di Troia. “Temo i greci anche quando portano doni! Disse un motto perfetto per etichettare le campagne di greenwashing inscenate dai grandi inquinatori. Laocoonte non viene creduto, viene anche orribilmente punito. È quel che succede l’anno successivo, quando la giustizia vaticana fa il suo corso infliggendo una condanna pesante ai tre attivisti. Prendere coscienza è il punto: e combattere contro chi ha tutto l’interesse a tenere invece addormentata questa coscienza collettiva. Nello stesso mese di agosto 2022, alcuni attivisti di Ultima Generazione occuparono simbolicamente la Cappella degli Scrovegni a Padova, mostrando un cartello che invitava a rinunciare alle energie fossili, e quindi a interrompere le emissioni che cambiano il clima provocando desertificazioni e inondazioni. Essi offrivano un modo nuovo per leggere i quattro fiumi di fuoco che scendono nell’inferno dal trono del Cristo giudice dipinto sopra di loro, e anche i candidi bianchi di ghiaccio che in mezzo all’inferno condannato al freddo chi privò i poveri del cuore, del benessere e dell’affetto. In
- riscrivere lo spazio pubblico Il 10 agosto 1792 Luigi XVI venne deposto. Quattro giorni dopo, l’assemblea Nazionale approvò un decreto perché i monumenti elevati all’orgoglio, al pregiudizio e alla tirannia fossero sottratti allo sguardo del popolo: era l’apice dell’iconoclastia rivoluzionaria. L’anno successivo, in pieno Termidoro, Henri Grégoire- vescovo costituzionale- presentò alla Convenzione il primo di tre rapporti sul vandalismo della Rivoluzione. Noto per la sua battaglia per l’abolizione dello schiavismo, un democratico che sarà poi oppositore tenace di Napoleone. Ma un rivoluzionario che pensava che alla istruzione dovesse ad un certo punto seguire la risemantizzazione. Un re non tornerà più – pensa: la Rivoluzione ha vinto, e ora può permettersi di conservare il patrimonio della monarchia e dell’aristocrazia, ma cambiandone il segno. Gli stessi monumenti che legittimavano il potere regale vengono ora visti, raccontati, vissuti come altrettanti segni di ludibrio verso i loro committenti. E allora perché le ondate iconoclaste che hanno percorso il mondo occidentale dopo il 2020 sembrano ignorare la possibilità di questo punto di equilibrio, abbracciata dalla Rivoluzione nel 1794? La risposta è nel parallelismo: oggi i manifestanti americani ed europei non pensano affatto di aver vinto. Anzi si sentono sconfitti: molto semplicemente, oggi non c’è alcuna rivoluzione in corso; anzi un costante regresso politico ha platealmente portato, negli ultimi decenni, alla perdita di conquiste civili, di diritti e perfino di sguardi e di parole che avremmo creduto invece ormai nostri per sempre. Di più: non solo non si scorge alcuna rivoluzione possibile, ma manca una vera dimensione politica in cui agire, simbolicamente e legislativamente, per la creazione di uno spazio pubblico più condiviso: anzi, più giusto. Come uscirne, dunque? Gli studi recenti hanno chiarito che i due monumenti della Rivoluzione non vanno letti in radicale opposizione: iconoclastia, risemantizzazione e patrimonializzazione sono anelli della stessa catena di trasformazione dei significati. Come insegna il caso Colston, che abbiamo assunto come paradigmatico, anche oggi il nodo si scioglie con una negoziazione: ma quello stesso caso mostra anche che nessuna negoziazione è possibile senza passare, almeno potenzialmente, dal momento iconoclasta. A Bristol, ogni richiesta in quel senso era stata respinta, e solo dopo l’abbattimento della statua si è aperto il processo democratico di partecipazione che ha infine portato ad una patrimonializzazione reale della statua, e a una riscrittura dello spazio pubblico dell’intera città. Un caso diverso ha mostrato un esito non dissimile. Alludo alla contestazione delle statue americane i Cristoforo Colombo, cui si riferiva Giorgia Meloni nella dichiarazione elettorale citata ne. Il culto americano di Colombo è nato tre secoli dopo il 1492: come se oggi iniziassimo a dedicare statue a un uomo vissuto all’inizio del Settecento. In occasione del quarto centenario della scoperta dell’America, nel 1892, la Wold’s Columbian Exposition di Chicago fu la definitiva consacrazione del mito, e nello stesso anno la comunità italiana di New York offrì alla città il monumento colonnare di Columbus Circle, quasi fosse il totem di un’immigrazione italiana ancora criminalizzata e minorizzata. Ma il vero diluvio di statue di Colombo arrivò con l’avvento del fascismo, che attraverso le associazioni italo- americane. Gli italiani, fino ad allora emarginati in quanto non anglosassoni e non protestanti, sceglievano così di salvarsi da soli, distinguendosi accuratamente dagli afroamericani e dagli asiatici. Diversamente bianchi, ma pur sempre bianchi. L’istituzione del Columbus Day nel 1934, ad opera di Franklyn Roosevelt, è il frutto più importante di questo abile lobbismo fascista: una genesi ben riassunta nello slogan di quel periodo per cui Mussolini sarebbe stato il Colombo moderno. È così più chiaro perché il movimento BLM abbia sistematicamente attaccato le statue di Colombo.
La dimostrazione più palmare della giustezza di questo ragionamento è arrivata nel 2021, quando il presidente Biden ha stabilito che nel secondo lunedì di ottobre di ogni anno non si festeggierà solo il Columbus Day ma anche l’Indigenous People’s Day. Biden ha parlato apertamente delle atrocità che molti esploratori inflissero alle tribù e alle comunità indigene. A essere stata cancellata con l’abbattimento non è dunque la verità storica di Colombo ma la sua ben più recente trasformazione epica in chiave di dominio bianco. A volte cancellare significa cancellare un restauro falso e interessato, per far riemergere la verità storico-filologica. Guardando all’Italia si è arrivati a una patrimonializzazione di quei segni senza passare attraverso una vera negoziazione. Lo scorrere dei decenni ha fatto patrimonializzare il fascismo di pietre. Dobbiamo infatti ricordare che la costituzione della repubblica non è neutrale verso il fascismo, e questa salda pregiudiziale antifascista si sarebbe dovuta fare valere anche in questo campo cruciale. In realtà è avvenuto l’esatto contrario: i presunti automatismi della tutela hanno fornito un comodo alibi a chi non era in realtà interessato alla conservazione di un oggetto storico, ma proprio al messaggio originale di quell’oggetto. Il risultato finale è che il precoce ritorno al potere di una destra di matrice fascista ha risvegliato e rianimato quei simboli mai cancellati. Quel che è mancato e continua a mancare, è un vero dibattito pubblico: mentre i casi Colston e Colombo insegnano che il primo passo per avviare una riscrittura dello spazio pubblico è proprio la partecipazione. A cominciare dall’esercizio è proprio la partecipazione. A cominciare dall’esercizio di una sorta di vigilanza democratica dei singoli cittadini, anche nelle loro eventuali vesti di pubblici ufficiali: quella che ha spinto il professore pistoiese a chiedere il cambio di intitolazione della propria scuola, o quella che ha indotto chi scrive a intervenire più volte nel discorso pubblico contro improprie santificazioni civili e a rifiutare di esporre la bandiera a lutto per la scomparsa di Berlusconi, i cui legami con la mafia sono accertati da sentenza passate in giudicato. Possono sembrare irrilevanti atti simbolici: ma non è così. Prendere sul serio i significati dei simboli nello spazio pubblico è un segno di fiducia. Lo stesso vale per le statue e in generale per i monumenti del passato: il primo passo per cambiarli è prenderli sul serio, cominciando col vederli, col rendersi conto che esistono. Si tratta di un movimento dal basso che può arrivare ad influenzare le decisioni al livello più alto. Già nel 2018 il collettivo di scrittori Wu Ming proponeva una fascinosa guerriglie odonomastica: “azioni e performance il cui scopo è re intitolare dal basso vie e piazze delle nostre città o aggiungere informazioni ai loro nomi per cambiare senso all’intitolazione. I nomi di vie e piazze sono simboli ma spesso sono anche sintomi. Sintomi di malattie che affliggono la memoria pubblica. Allora: lasciare la tomba di Mussolini dov’è ma rimuoverne i simboli fascisti, proibire severamente ogni forma di memoria pubblica e aprire a Predappio un museo didattico sugli orrori del fascismo. Mantenere il monumento, ma rovesciarne il segno in una gogna perpetua – per usare le parole dell’abate Grégoire – per ciò che il monumento voleva celebrare, è la soluzione di gran lunga migliore: nonché l’unica ragionevole per le architetture, che sarebbe insensato distruggere ma che è altrettanto insensato continuare ad usare senza iscrizioni o installazioni che rendano ben chiaro che si è scelto di far sopravvivere l’edificio, non il suo significato originario. Tipicamente, l’abbattimento delle statue e dei segni controversi è il frutto dell’indisponibilità a negoziare un’efficace riscrittura condivisa dello spazio pubblico. Quando, invece, le condizioni politiche per questa riscrittura ci sono, il problema è riuscire ad attuarla in un modo efficace. Si è notato come la reazione alla esagerata propensione alla monumentalità tipica dei totalitarismi del Novecento abbia generato, nell’arte dei nostri giorni una marcata anti-monumentalità: una scelta in sé ammirevole, ma che certo rischia di non riuscire a invertire quei segni perentori che dovrebbe invece visibilmente modificare. Il rischio concreto è che i memoriali fascisti o colonialisti rimangano ben
- Risemantizzare il patrimonio culturale Il 26 marzo del 1475, giorno della Pasqua, fu trovato in un canale che lambiva la cantina di un ebreo chiamato Samuele, sparito da casa la sera del Giovedì Santo. Simonino sarebbe stato dissanguato per mescolare il suo sangue all’impasto del pane azzimo da consumare per la Pasqua, in un rovesciamento sacrilego e cannibalesco dell’eucarestia cristiana. A questo punto ci fu l’intervento deciso del principe vescovo di Trento, che intravide gli ingredienti della storia di successo mediatico, facendo di Simonino il primo santo tipografico. Da una parte il principe manipolava l’opinione pubblica con una martellante campagna stampa, dall’altra muoveva la leva del governo temporale usando, in modo straordinariamente crudele anche per gli efferati standard del tempo, lo strumento della tortura e delle ordalie. Nulla e nessuno poté opporsi al potere del principe vescovo e alla sua macchina da assassinio giudiziario: nemmeno il messo papale. Il culto decollò così in tutta Europa e nel 1588 arrivò la beatificazione ufficiale: che produsse una lunghissima tradizione iconografica, un maniacale culto delle reliquie e una tradizione di processioni e riti pubblici che a Trento sono ininterrottamente durati fino al 28 ottobre 1965, quando appunto la Chiesa abolì definitivamente il culto di san Simonino. Nel 2019 un esemplare mostra al Museo diocesano di Trento ha restituito l’intera vicenda alla coscienza collettiva, fornendo una chiave di qualità formale, legato a questa vicenda terribile. Di qui l’idea di fare marcia indietro rispetto all’iconoclastia del 1965 e di musealizzare la cappella che nella chiesa trentina dei Santi Pietro e Paolo, aveva ospitato per secoli le reliquie e i riti di questo culto sacrilego – sacrilego perché falso. Questa storia esemplare dimostra quanto sia urgente e però anche quanto sia difficile, risemantizzare quella parte speciale dello spazio pubblico che chiamiamo patrimonio culturale e come questa necessità non riguardi solo l’eredità del Novecento, ma appunto tutto il patrimonio che è il luogo della compresenza dei tempi. La patrimonializzazione è sempre avvenuta attraverso confini e negoziazioni e per sua stessa natura non approda alla cose, in sé immutabili, ma al rapporto tra quelle cose e i viventi ora, e le generazioni passate. I momenti storico-artistici sono vere e proprie opere d’arte, non di rado opere capitali, che non possono essere modificate nelle forma e nella sostanza senza di fatto perderle. Installazioni artistiche moderne, cartelli, luci e segnali sonori non funzionano per risemantizzare statue, pitture, architetture, barocche o neoclassiche: e dunque tutto è affidato al commento dell’opera, cioè alle didascalie, alle spiegazioni, alle narrazioni, alla didattica e alla divulgazione in tutte le loro forme. A tutto quanto, cioè, possa consentire a questi classici figurativi di continuare a dialogare con noi. Se la ricerca di un nuovo modo di leggere i classici letterari chiama in causa l’università, la costruzione di uno sguardo nuovo sui classici visivi riguarda innanzitutto i musei. Pensiamo, alle manifestazioni di Ultima Generazione: i musei potrebbero mostrare in modi efficaci cosa succederà alle loro opere quando il collasso climatico progredirà. Potrebbero ridurre al minimo lo spostamento delle opere, rifiutandosi di farle viaggiare in aereo, per ridurre le emissioni. Potrebbero suggerire percorsi iconografici interni sulle catastrofi climatiche, e sui soggetti apocalittici. Il museo dove prima curare se stesso. Questo significa ripensare dalle fondamenta il proprio ruolo culturale e sociale, il proprio rapporto con il mercato e con la democrazia. E in primo luogo esaminare le origini delle proprie collezioni in relazione alla giustizia e all’uguaglianza tra i popoli. Per costruire giustizia il museo deve prima provare ad essere giusto. In concreto, si tratta di provare a sciogliere quell’intreccio di potere e conoscenza che fa del patrimonio culturale un luogo di dominio di alcuni su altri, provando invece a renderlo un luogo di
costruzione dell’umanità di tutte e tutti. Faccio solo pochi esempi: la scultura dell’età barocca. Apollo che insegue Dafne a Villa Borghese. I migliori artisti di una Firenze tutta orientata verso Roma crearono un insieme unico, in cui spiccano i bronzi dorati: in un meraviglioso medaglione, di Massimiliano Soldani Benzi. L’epigrafe non spiega cosa trasportassero le navi di questo toscano fattosi ricco sfondato ad Amsterdam, e poi cooptato dall’aristocrazia del granducato dal timorato Cosimo III: schiavi. Quella nave, quella memoria terribile, deve rimanere lì, per permetterci di continuare, appunto, a meditare che questo è stato: ma che questa meditazione avvenga è la condizione ineludibile perché rimanga. Non rimozione, dunque, ma riflessione. A proposito di Livorno, il monumento che non è noto come a Ferdinando I ma ai Quattro Mori. Un granduca cristiano e bianco domina quattro schiavi musulmani e nerissimi. Durante l’occupazione francese, e rivoluzionaria di Livorno, la statua del granduca fu eliminata. Il programma era entusiasmante, ma la restaurazione impedì di realizzarlo e riportò sul piedistallo Ferdinando. La Galleria di Villa Borghese a Roma ha con sé Apollo e Dafne di Bernini, opera celeberrima. Ma è un racconto terribile. Bernini aveva scelto di non porlo al centro della sala, ma contro una parete: come se le due figure stessero irrompendo da una porta per venire verso il centro della sala irrompendo da una porta per venire verso il centro della sala. Accanto al Bernini per così dire regista, c’è il Bernini scultore: in cui la tecnica è straordinaria. Ma come facciamo a dimenticare che questa stessa opera rappresenta uno stupro violentissimo, che annichila totalmente la donna che lo subisce? Come facciamo a non vedere che queste è vero al punto che la trasformazione in alloro può essere intesa come una trasposizione simbolica. Ancora una volta non si tratta di cancellare la storia ma di prendere la storia tutta intera, cioè di resuscitare le tante storie che la compongono.