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Riassunto del lIbro le statue bugiarde
Tipologia: Sintesi del corso
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Il titolo del libro, Le statue bugiarde, nasce dall’idea che i monumenti pubblici non rappresentano semplicemente “la storia”, ma piuttosto la “memoria” selettiva costruita da chi li ha voluti. Un monumento, infatti, non racconta la storia in modo oggettivo: è frutto di una decisione, presa da enti pubblici o privati, per commemorare nello spazio pubblico una persona o un evento del passato. Pertanto, rimuovere un monumento o cambiare il nome a una scuola o a una strada non significa cancellare la storia, ma piuttosto riscrivere un’interpretazione precedente di essa. Il libro si chiude con l’osservazione che “le statue bugiarde, se interrogate da chi conosce la loro storia, raccontano la verità”. Il testo è strutturato in cinque capitoli, denominati “scene”, a sottolineare il carattere teatrale e simbolico della memoria pubblica. Il primo esempio trattato è l’abbattimento della statua del re Giorgio III a New York, avvenuto il 9 luglio 1776. Questo episodio, legato alla recente lettura della Dichiarazione d’Indipendenza, è considerato il primo caso in cui una statua viene abbattuta per motivi politici. In quel caso, come oggi, il conflitto sulle statue è una forma di lotta per il potere: abbattere una statua significa distruggere simbolicamente il vecchio ordine. Tuttavia, quando a farlo sono soggetti privi di potere, l’atto viene bollato come “vandalismo”. La statua equestre del re, realizzata in piombo dorato, fu eretta dal governo britannico, ma quando i rapporti tra Londra e i coloni americani si deteriorarono, il monumento fu imbrattato con vernice e graffiti, e fu necessario circondarlo con una recinzione. Dopo la proclamazione dell’indipendenza, i “Sons of Liberty” lo abbatterono e gettarono nel fango. George Washington condannò l’episodio, ritenendolo un atto di indisciplina da parte dei soldati. La statua fu successivamente fusa per realizzare 42.000 proiettili, mentre la testa fu rimossa dai lealisti e spedita a Londra. L’abbattimento dei monumenti negli Stati Uniti - Sebbene il fenomeno della rimozione dei monumenti sia globale, negli Stati Uniti assume connotazioni peculiari per vari motivi: la lunga storia coloniale, l’inclusione della schiavitù razziale nella Costituzione del 1789 e il ruolo centrale delle guerre e delle conquiste territoriali. La maggior parte dei monumenti americani ancora oggi celebra figure bianche che furono schiavisti, colonizzatori o generali. Dopo le proteste del movimento Black Lives Matter, molte proposte di rimozione di simboli controversi sono state bloccate da leggi statali o ricorsi legali. Questi conflitti mostrano come i monumenti non siano neutri, ma strumenti di potere e memoria politica, e illustrano i tentativi istituzionali di affrontare le questioni razziali e l’eredità coloniale.
Nel primo capitolo, Alessandra Lorini racconta la storia del Campidoglio degli Stati Uniti e della sua collezione di statue nazionali, introducendo anche un mito popolare secondo cui, ogni Capodanno, le statue danzano a mezzanotte per celebrare l’inizio di un nuovo anno della Repubblica. Questo racconto evidenzia il carattere simbolico e quasi teatrale delle statue come strumenti di memoria pubblica. Il Campidoglio, sede del Congresso e del potere legislativo federale, ospita una collezione composta da due statue per ciascuno dei cinquanta stati, dedicate a figure considerate significative nella loro storia. Alcune statue rappresentano leader degli Stati Confederati d’America. Fino al 1905, nessuno degli ex stati confederati aveva ancora inviato le proprie statue. Per gli stati del Nord la questione era secondaria, ma per quelli del Sud si trattava di una scelta delicata e altamente simbolica. La Virginia fu il primo stato confederato a inviare una statua: quella del generale Robert E. Lee, ritratto in uniforme confederata. Mentre alcuni senatori del Nord accolsero la scelta come segnale di riconciliazione nazionale, la maggioranza la considerò un atto divisivo. Dopo la Virginia, anche altri stati del Sud seguirono l’esempio, inviando statue di dieci tra leader politici e militari confederati, tra cui il presidente Jefferson Davis e il vicepresidente Alexander Stephens, entrambi in uniforme confederata. Nel 2009 l’Alabama fece erigere la statua del politico e ufficiale confederato Jabez Curry. Un cambiamento significativo si ebbe nel 2018, quando il legislatore della Florida decise di sostituire la statua del generale confederato Edmund Kirby Smith con quella di Mary McLeod Bethune, educatrice afroamericana e attivista per i diritti civili. L’Arkansas nel 2019 decise di sostituire entrambe le sue statue, una delle quali era dedicata a Uriah M. Rose, un avvocato sostenitore della Confederazione, con due figure rappresentative della società civile: l’attivista per i diritti civili Daisy Bates e il cantautore Johnny Cash. Nel 2020, anche la Virginia annunciò la rimozione della statua di Robert E. Lee (presente dal 1909) per sostituirla con quella di Barbara Rose Johns Powell, nota per il suo impegno nella lotta contro la segregazione razziale scolastica. La collezione include anche dodici statue di donne, tra cui quella di Frances Elizabeth Caroline Willard – la prima a essere accolta nella Sala delle Sculture nel 1905 – e statue di sei nativi americani, tra cui quella del re hawaiano Kamehameha I. Nel febbraio 2013, fu inaugurata la statua di Rosa Parks, prima figura afroamericana raffigurata a figura intera nel Campidoglio. Questa statua non rappresentava uno stato specifico, ma fu voluta direttamente dal Congresso. Fino al 2018, nessuno stato aveva ancora indicato un afroamericano tra le sue due statue ufficiali. Ma nel marzo di quell’anno, il governatore della Florida Rick Scott firmò la legge per sostituire la statua di Kirby Smith con quella di Bethune, che fu presentata nel 2022. Nell’aprile 2019, l’Arkansas autorizzò anche la statua di Daisy Bates, inaugurata nel maggio
Il monumento equestre a Robert E. Lee si trovava nella rotonda tra Monument Avenue e Allen Street, a Richmond, Virginia. Inaugurato nel 1890, fu il primo e il più grande dei monumenti eretti lungo Monument Avenue. La statua fu rimossa l’8 settembre 2021 per decisione dello Stato della Virginia, in seguito a una sentenza della Corte Suprema statale. Al momento della sua rimozione, era l’ultimo monumento confederato rimasto lungo la storica avenue.VLorini osserva come le ragioni che spingono il movimento Black Lives Matter ad abbattere i simboli razzisti dell’ex Confederazione siano sempre più evidenti: esse risalgono a questioni irrisolte dalla fine della Guerra Civile. Se da un lato la guerra portò all’abolizione della schiavitù, dall’altro non scardinò le strutture di potere su cui essa si fondava. Il movimento Black Lives Matter è definito come il più significativo dopo le grandi proteste per i diritti civili e contro la guerra del Vietnam. Dopo la Guerra Civile, Nord e Sud condivisero il dolore per l’enorme perdita di vite umane. Furono eretti in tutto il paese monumenti funebri e tombe, semplici e solenni. In particolare nel Sud, che perse circa un quinto degli uomini bianchi in età da leva, il lutto fu un sentimento dominante per decenni. Ma alla fine del XIX secolo, questo dolore si trasformò: mentre scomparivano i principali leader confederati, cresceva il desiderio di riconciliazione tra i bianchi del Nord e del Sud. Allo stesso tempo, le trasformazioni economiche e sociali accrescevano l’insicurezza, alimentando la nostalgia per un passato idealizzato. Dal lutto nacque un mito: la “Causa perduta” della Confederazione, costruito sull’orgoglio per l’eredità dei morti e sull’esaltazione del generale Lee. L’apice di questo culto fu l’inaugurazione della sua statua equestre a Richmond nel 1890, vent’anni dopo la sua morte. Il monumento, insieme a tre statue di cristiani confederati, fu usato anche come strumento per promuovere un quartiere residenziale esclusivo per bianchi: gli agenti immobiliari pubblicizzavano il nuovo quartiere come inaccessibile “a persone di origine africana”. Il culto di Lee sosteneva un ordine sociale ispirato ai valori del Sud anteguerra, mentre la riconciliazione tra bianchi escludeva i neri, relegati a un sistema di segregazione razziale che solo negli anni Sessanta sarebbe stato smantellato dal movimento per i diritti civili. Questa mitologia evocava un Sud idilliaco, governato da padroni benevoli, in cui le tradizioni familiari erano rispettate e gli schiavi descritti come affezionati servitori. Una narrazione nostalgica che mascherava la violenza del presente: il terrorismo del Ku Klux Klan e di altri gruppi suprematisti bianchi. Oltre ai monumenti ai generali, erano molto diffusi anche i memoriali dedicati al soldato semplice confederato: statue senza nome poste sopra un obelisco, in attesa di ordini. Questi monumenti si rivolgevano ai bianchi poveri, e trasmettevano il messaggio che la Confederazione non era una ribellione, ma una legittima difesa dell’ordine. I lavoratori bianchi venivano incoraggiati a sentirsi fieri della causa confederata e a non unirsi ai sindacati che includevano anche i neri, per non “tradire” la memoria dei loro padri. Dalla narrazione pubblica fu cancellato il sacrificio dei soldati afroamericani che avevano combattuto volontariamente nell’esercito dell’Unione. La libertà non fu un dono dei bianchi,
ma una conquista ottenuta a caro prezzo dai neri. Tuttavia, dopo l’assassinio di Lincoln, il nuovo presidente Andrew Johnson si schierò con i vecchi piantatori del Sud e restituì loro le terre confiscate, non mantenendo la promessa di distribuirle agli ex schiavi. Per questo, la Ricostruzione fu una “rivoluzione incompiuta” che portò al rapido ritorno della supremazia bianca. Il Nord, intanto, si accontentava della riunificazione nazionale, funzionale allo sviluppo economico e all’affermazione globale degli Stati Uniti nel XX secolo, il “secolo americano”. Negli anni Venti e Trenta del Novecento, molti storici sostenevano che la schiavitù fosse stata un’“istituzione benefica”, destinata a scomparire gradualmente se non fosse intervenuto il radicalismo abolizionista a distruggere l’unità del paese. Così si consolidò una memoria pubblica nostalgica della “Causa perduta”: le statue confederate furono quasi tutte innalzate tra il 1890 e il 1925, in un contesto di segregazione razziale. Le donne bianche furono le principali custodi di questa memoria, diffondendo miti come quello della schiava fedele, pronta a combattere per la Confederazione. Questa narrazione presentava la guerra civile come uno scontro tra due civiltà: il Nord, ricco e materialista, contro il Sud, portatore di valori nobili come l’onore, la purezza femminile e la cavalleria. Si diffondeva così l’idea, falsa, di schiavi leali ai padroni, pronti a combattere al loro fianco. In realtà, solo una minoranza rimase fedele, mentre migliaia di schiavi fuggirono per unirsi all’esercito dell’Unione. Nel 1914, la schiavitù fu sostituita da un sistema di apartheid razziale che manteneva i neri subordinati, punendo ogni infrazione. Tra il 1877 e il 1950 si stima che circa 4. afroamericani furono torturati e linciati da folle di “persone comuni” negli stati a sud della linea Mason-Dixon. Le vittime, quasi sempre uomini neri, erano spesso accusate senza prove di stupro ai danni di donne bianche. Subito dopo la guerra, le violenze razziste si concentravano nei periodi elettorali per impedire ai neri di votare. Successivamente, l’accusa di stupro divenne la giustificazione dominante, facendo perdere agli afroamericani il sostegno dell’opinione pubblica. I linciaggi si svolgevano ormai in pieno giorno, a volto scoperto, coinvolgendo un numero crescente di persone. È significativo che le statue della Confederazione non commemorino tutti i soldati del Sud: furono escluse, ad esempio, le figure che si schierarono contro la schiavitù. Non si celebravano imprese eroiche, ma l’impegno a difesa dell’ordine schiavista. Quelle statue furono realizzate tra fine Ottocento e inizio Novecento, proprio quando la segregazione razziale diventava legge e memoria pubblica condivisa. Un esempio eclatante è il Memorial Carving della Confederazione, il più grande bassorilievo del mondo, che raffigura Jefferson Davis, Robert E. Lee e Thomas “Stonewall” Jackson. Nel 1963, sotto la scultura fu inaugurata la riproduzione di una piantagione, ispirata al film Via col vento. I materiali pubblicitari descrivevano gli alloggi degli schiavi come “puliti” e “ben arredati”, e gli schiavi erano indicati come “mani” o “lavoratori”. L’attrice afroamericana Butterfly McQueen, celebre proprio per Via col vento, fu ingaggiata per fare da guida. Lo scopo era trasmettere un’immagine edulcorata della schiavitù.
invece è la natura delle statue costruite negli anni ’20 e nel corso del Novecento, legate all’ideologia della superiorità razziale e alla propaganda fascista. La promozione del Columbus Day come simbolo dell’orgoglio italo-americano si intrecciò con la retorica del fascismo, alimentando l’idea di una superiorità razziale di origine italiana, erede dell’Impero Romano e portatrice di civiltà nel Nuovo Mondo. Nel 1937 il Columbus Day fu inserito tra le festività nazionali, e a New York divenne negli anni ’30 una celebrazione esplicitamente filo-mussoliniana. Nel dopoguerra, il processo di “sbiancamento” degli italo-americani comportò anche una presa di distanza dal movimento per i diritti civili degli afroamericani negli anni ’60. Dopo il 2020, i dibattiti sul Columbus Day e sulla figura di Colombo come simbolo dell’orgoglio italo-americano sono proseguiti. Nel 2021, il presidente Biden ha proclamato il secondo lunedì di ottobre anche Giornata dei Popoli Indigeni, accanto al Columbus Day. La decisione è stata accolta favorevolmente da molte organizzazioni dei nativi americani, che hanno finalmente ottenuto visibilità. Nel suo discorso, Biden ha riconosciuto anche il contributo degli italo-americani, sottolineando che “seguendo il percorso di Colombo, nei secoli futuri continueranno ad arricchire le tradizioni e la cultura del paese”. Il presidente ha dunque cercato una via di riconciliazione, che però viene interpretata in modo molto diverso dalle comunità indigene e dalle varie associazioni italo-americane. Alcuni italo-americani hanno apprezzato il gesto di Biden come un passo positivo verso la riconciliazione, sostenendo la Giornata dei Popoli Indigeni. Per loro, rimuovere Colombo dai piedistalli – anche solo simbolicamente – non significa cancellare l’eredità italo-americana, ma riconoscere la complessità storica e onorare la memoria della lotta degli immigrati contro la discriminazione. Altri fanno notare che la celebrazione di Colombo veicola una rappresentazione fuorviante dell’italo-americanità: quella dell’immigrato maschio, arrivato da solo e riuscito solo grazie al proprio impegno. Questa narrazione esclude la storia di centinaia di migliaia di donne italiane emigrate, che hanno anch’esse lavorato duramente e lottato per sopravvivere.
Nel 2020 è stata rimossa da New York la statua equestre in bronzo di Theodore Roosevelt, che lo raffigurava a cavallo, affiancato da un uomo indigeno e un africano a piedi. La statua, collocata dal 1940 all’ingresso del Museo Americano di Storia Naturale, era un punto di riferimento per i turisti e spesso sfondo per fotografie. Tuttavia, i dibattiti degli ultimi anni hanno riacceso l’attenzione pubblica su questi monumenti, rendendoli nuovamente “visibili”. Diversamente dalle statue confederate, erette in centinaia di città tra il 1890 e il 1930 dalle Figlie Unite della Confederazione, il monumento a Roosevelt era strettamente connesso alla storia del museo, un’importante istituzione privata nata – come molti altri musei americani – grazie alle fortune accumulate dalla classe dominante durante la Gilded Age (1880-1890). Theodore Roosevelt è una delle figure pubbliche americane più studiate tra Ottocento e Novecento. Gran parte della sua immagine pubblica deriva dai suoi scritti, come The Rough Riders, nei quali descriveva i soldati neri come codardi e incapaci di agire senza ordini. Il
museo di New York ha contribuito a consolidare l’immagine di Roosevelt come esploratore- cacciatore, scienziato-naturalista e difensore della superiorità dell’eredità anglosassone americana come guida del mondo. Dal 1971 la statua di Roosevelt è stata più volte al centro dell’attenzione, così come l’impostazione del museo stesso, che colloca i popoli colonizzati nella sfera della Natura e i colonizzatori in quella della Cultura e della Scienza. Queste rappresentazioni si collegano alla storia dell’idea moderna di “bianchezza”, nata dagli studiosi tedeschi del Settecento che consideravano i greci antichi modelli di bellezza e immaginavano erroneamente che la loro pelle fosse bianca. Negli ultimi anni, per affrontare le polemiche legate alla statua, il museo ha rimosso il monumento dall’ingresso principale e ha valorizzato una diversa rappresentazione di Roosevelt: una statua in bronzo a grandezza naturale, inaugurata nel 2012, che lo ritrae seduto su una panchina e consente ai visitatori di sedersi accanto a lui. Attraverso questa nuova installazione, il museo ha cercato di rinnovare la sua immagine pubblica, trasformando Roosevelt in una figura più familiare e accogliente: “zio Teddy”, il naturalista pacifico.
Il passato non può essere considerato come definitivamente concluso, come se questioni quali colonialismo, schiavitù o disuguaglianze sociali non avessero ripercussioni nel presente. Si tratta invece di un “trauma collettivo” che non si limita a una semplice ricostruzione storica, ma implica la definizione stessa dell’identità di gruppo. Le ferite non ancora rimarginate si trasmettono attraverso le generazioni, intrecciandosi a ricordi traumatici degli antenati. In questo contesto si può interpretare anche il rifiuto di alcuni italo-americani di rinunciare al culto di Cristoforo Colombo, come una forma di “gloria scelta”: una rappresentazione ideale di un evento storico che genera senso di trionfo e unione tra i membri della comunità. Un esempio concreto è il caso della statua di Colombo a Syracuse, New York. A seguito di una petizione per la sua rimozione, il sindaco emanò un decreto per smantellare il monumento, rinominare la piazza e creare un parco dedicato alla società multietnica di Syracuse. La decisione suscitò reazioni ostili: venne accusato di “cancellazione della cultura” e di tradimento nei confronti della memoria italo-americana. Si ricordò che, nel 1934, quando la statua venne inaugurata, era ancora viva la memoria del linciaggio degli undici italiani a New Orleans. I critici sottolinearono che la rimozione avrebbe insultato il ricordo degli immigrati che, con grandi sacrifici, avevano finanziato il monumento. All’interno dello stesso capitolo, Alessandra Lorini ripercorre la storia delle politiche razziali negli Stati Uniti nel XX secolo. Negli anni ’20, con l’applicazione delle teorie eugenetiche, circa 3.000 persone vennero sterilizzate forzatamente. Nel 1924, anno in cui a Charlottesville fu inaugurata la statua equestre del generale confederato Robert Lee, la