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Riassunto completo del libro "Le statue giuste".
Tipologia: Appunti
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Capitolo 1 – Il caso Colston: una soluzione giusta La lezione del caso Colston è straordinariamente densa e importante, e si può riassumere nei seguenti punti: a) la contestazione delle statue, e perfino il loro abbattimento, non sono conseguenze di una rimozione della Storia, o della volontà di cancellarla. Al contrario, derivano da una rinnovata conoscenza di massa della Storia: e dai una conoscenza che segua strade diverse da quelle consacrate nelle strutture controllate dal vigente sistema di potere. La scoperta di un’altra Storia (più completa e più vera) rende di nuovo vivi i fantasmi di bronzo le nostre città, i quali, in assenza di conflitto ideale, sono di norma semplicemente ignorati; b) le contestazioni delle statue riescono a produrre effetti sostanziali nel dibattito pubblico, e quindi nelle scelte dei decisori, quando in esse riescono ad incontrarsi e a collaborare storici, artisti e movimenti popolari, e quando le dinamiche locali si saldano a quelle globali; c) la vera posta in gioco non è mai realmente il passato, ma il presente ed il futuro: sono i rapporti di forza di oggi ad essere in discussione. Chi difende le statue non lo fa perché crede nella Storia, ma perché crede nell’eternità del proprio potere. Chi invece contesta le statue non lo fa per cancellare la Storia, ma per costruirne una che finalmente l* includa; d) il migliore esito finale della contestazione delle statue controverse non è la loro cancellazione ma la loro risignificazione o la loro uscita dallo spazio pubblico e l’ingresso in uno spazio museale all’interno del quale la loro intera storia venga narrata nel modo più oggettivo, largo ed inclusivo: in quest’ultimo caso è vitale che non scompaiano i segni della loro esistenza nello spazio pubblico. Capitolo 2 – Statue, vie, lapidi, scuole: il martirologio della Repubblica L’autore porta l’esempio delle statue dedicate ad Umberto I e si chiede se, tenendo conto delle azioni compiute dall’individuo a cui sono dedicate (es.: la nomina a senatore di Fiorenzo Bava Beccaris, colui che ordinò di sparare sulla folla di protestanti milanesi, provocando 80 morti e centinaia di feriti), esse siano considerabili “statue giuste”. Dopo la Rivoluzione francese, strade, piazze, statue e dedicazioni delle scuole (come di biblioteche e di teatri) sono diventate l’equivalente del martirologio della Chiesa cattolica, cioè l’elenco dei santi che vengono venerati. Esse hanno la stessa funzione onorare pubblicamente chi merita onore, offrire un modello di comportamento e una bussola valoriale, creare un visibile legame sentimentale tra chi è vivo oggi e chi lo è stato prima ed oggi è nel pantheon dei padri della patria. Questa è però la teoria: in pratica il canone di targhe, statue ed intitolazioni attraverso il quale si svolge la nostra vita quotidiana è stato dedico dalla Repubblica solo in piccola parte, in quanto è sulla stratificazione dell’antico regime (nella quale persiste tanto la memoria delle famiglie regnanti/aristocratiche che dell’universo ecclesiastico) che si innestano la massiccia invenzione di memoria collettiva conseguente all’Unità, quella che segue la Prima Guerra Mondiale e quella (poi rimossa solo in parte) del fascismo.
=> Solo al di sopra, e di rado a correzione, di tutto questo palinsesto arrivano una toponomastica e un inserimento di statue pubbliche legati alla stagione democratica e costituzionale del nostro Paese. Questo tema è di fondamentale importanza in quanto la traduzione in pietra dei cambi di regime e di valori ha un’efficacia che evidentemente nemmeno la digitalizzazione ha saputo consegnare al passato. Anche in Italia la forza della toponomastica è legata ai rapporti di forza del presente, e alla contesta intorno a una idea di futuro che separa nel modo più netto due parti del Paese. Eppure, ci sarebbero molto motivi oggettivi per cambiare urgentemente l’immagine che scaturisce dall’apparato urbano della memoria, ed il più clamoroso riguarda la sperequazione di genere: su cento strade italiane dedicate a uomini, ce ne sono mediamente solo otto dedicate a donne. Lo stesso vale per i monumenti: in Italia sono presenti solo 171 monumenti dedicati a donne, su un totale non quantificato ma che certo ascende all’ordine di decide di migliaia. Capitolo 3 – Fascismo: survival e revival L’Italia è ancora oggi disseminata di opere d’arte e monumenti fascisti: l’autore cita ad esempio l’affresco eseguito da Sironi nell’aula magna dell’Università La Sapienza, voluto da Mussolini e da poco restaurato alla leggibilità originale, rimuovendo le ridipinture che occultavano i clamorosi simboli del totalitarismo italiano => da un punto di vista scientifico era sacrosanto recuperare l’opera, ma bisogna anche prendere atto che questo recupero è incompatibile con l’uso corrente dell’aula magna. Montanari propone due soluzioni: la musealizzazione dell’aula o la sua modifica tramite un intervento artistico capace di avere altrettanto impatto nell’esprimere l’antifascismo. => Il culmine simbolico di questo sistematico smontaggio dell’antifascismo è quello che ha investito il calendario civile: che è lo specchio, nel tempo, di ciò che il patrimonio monumentale è nello spazio, cioè appunto il martirologio che guida le liturgie civili nella Repubblica. Montanari porta come esempio l’istituzione del Giorno del Ricordo come risposta di parte fascista alla Giornata della Memoria e la proposta di istituzione dl “Giorno del Ricordo per le vittime delle Marocchinate”, che a suo parere “ si inserisce in un programma con un esplicito passo totalitario”. Tutto questo porta la storica Ruth Ben-Ghiat a chiedersi sul New Yorker, nel 2017, perché esistano ancora così tanti monumenti fascisti in Italia: Montanari risponde che la verità è che non abbiamo mai davvero fatto i conti con l’eredità monumentale del fascismo, oggetto di una “rimozione selettiva” a causa dell’assai parziale defascistizzazione del paese. => Siamo di fronte a quello che gli storici dell’arte chiamano survival : la sopravvivenza di un codice di significati che in questo caso arriva direttamente, e senza soluzione di continuità, dagli anni del fascismo trionfante. Ma al survival si intreccia ora un florido revival , una reviviscenza di intitolazioni, segni e nuovi monumenti più o meno dichiaratamente fascisti. Altri esempi di revival e survival del fascismo nel patrimonio culturale:
La scrittura simbolica dello spazio pubblico non è mai neutrale, non è un saggio di storia o una lezione accademica: è invece un atto politico che sceglie un versante della Storia e la propone alla venerazione di tutta una comunità. La quale, a quel punto, non può che dividersi tra chi accetta il culto e chi invece lo considera una sonora bestemmia civile e dunque lo avversa in ogni modo. => Dobbiamo chiederci se il vero atto di rimozione è gettare vernice sulla statua di Montanelli o l’aver deciso, quasi vent’anni fa, di erigere proprio quella statua. Capitolo 5 – Ultima generazione In tutto l’Occidente, i giovani militanti di Ultima Generazione fanno leva sul patrimonio culturale per denunciare la follia della corsa collettiva verso l’estinzione climatica. Questo gruppo ha intrapreso un tipo di protesta completamente nuovo, che consiste nell’imbrattare o nel colorare monumenti ed opere d’arte, o nell’incollarsi ad essi, ma sempre in un modo del tutto innocuo e con il preciso fine di non danneggiare questi straordinari supporti, ma di mettere la loro impareggiabile aura al servizio della causa della sopravvivenza stessa dell’umanità. La domanda che questi ragazzi, scegliendo accuratamente opere protette da vetri, rivolgono al mondo degli scandalizzati benpensanti è cruciale: preferite l’arte o la vita; vi indigna di più la minaccia simbolica a un quadro o quella fatale alla vita sul pianeta? Ponendola ci hanno dimostrato che non temiamo davvero né l’una né l’altra. Come suggerisce Simone Weil: come può, chi ha imbrattato forse irrimediabilmente il mondo per cupidigia, censurare chi prova a far leva sulla forza morale di quei capolavori del passato, imbrattandoli simbolicamente? Forti analogie legano la contestazione delle statue e della toponomastica “costituite” all’uso “militante” delle opere arte del passato: in entrambi i casi può sembrare che si voglia distruggere o cancellare la storia, quando in realtà è vero l’opposto, cioè che la si prende terribilmente sul serio e proprio nel suo rapporto con il presente e il futuro. Chi “imbratta” le opere d’arte riconosce ai musei lo statuto di “spazio pubblico” da molto tempo loro negato da politiche di privatizzazione ed esclusione, e avverte in modo dirompente la viva presenza dell’arte del passato altrimenti degradata ad arredo, a passatempo e gradevole ricreazione. => Ciò che i ragazzi di Ultima Generazione contestano è la trasformazione delle opere d’arte in una sorta di sedativo, di tranquillante di lusso delle classi dominanti: opere che da troppo tempo sono ridotte a inerte feticcio di un turismo forzato tornano invece a nutrire un pensiero critico e una consapevolezza politica. I musei diventano così teatro di una lotta che usa il patrimonio del passato per assicurare un futuro al genere umano, il che ci aiuta a capire che anche la lotta per decolonizzare i simboli nello spazio pubblico non è solo una lotta per l’interpretazione del passato, ma anche per la costruzione di una società diversa. Da millenni gli esseri umani affidano alle opere aperte il loro desiderio di sopravvivenza, confidando di continuare in qualche modo ad esistere negli occhi dei loro simili che continueranno a fissarsi dove anche loro hanno guardato. L’arte è un potente esorcismo della fine: una radicale contestazione del
potere terribile della morte. Per questo, nella prospettiva di una estinzione umana, l’arte non ha più alcun senso: anzi, è una promessa mendace e una speranza tradita. Capitolo 6 – Riscrivere lo spazio pubblico Il 31 agosto 1794 Henri Grégoire, vescovo costituzionale che si era opposto all’esecuzione di Luigi XVI in quanto radicalmente contrario alla pena di morte, presenta alla Convenzione il primo di tre rapporti sul vandalismo (fu lui a coniare questo fortunatissimo neologismo) della Rivoluzione. La sua opposizione alla distruzione dei monumenti non partiva da atteggiamenti contro-rivoluzionari ma dal fatto che egli pensava che alla distruzione ad un certo punto seguire la risemantizzazione => “sarebbe un’offesa alla Libertà supporre che il suo trionfo dipenda dalla conservazione o dalla distruzione di una figura in cui il dispotismo ha lasciato il segno; e quando i monumenti offrono una grande bellezza di fattura la loro conservazione può contemporaneamente alimentare il geniio e rafforzare l’odio dei tiranni, condannandoli, con questa stessa conservazione, a una sorta di gogna perpetua”. E allora perché le ondate iconoclaste del 2020 sembrano ignorare la possibilità di questo punto di equilibrio, abbracciata già dalla Rivoluzione nel 1794? Oggi i manifestanti americani ed europei non pensano affatto di aver vinto, al contrario del Rivoluzionari, e anzi si sentono sconfitti: un costante regresso politico ha platealmente portato alla perdita di conquiste civili e diritti e manca una vera dimensione politica dove agire per la creazione di uno spazio pubblico più condiviso e più giusto. I due momenti della Rivoluzione (iconoclastia e conservazione) non vanno letti in radicale opposizione: iconoclastia, risemantizzazione e patrimonializzazione sono anelli della stessa catena di trasformazione dei significati. Come insegna il caso Colston, nessuna negoziazione è possibile senza passare, almeno potenzialmente, dal momento iconoclasta. Un altro caso ha mostrato un esito simile a quello di Bristol: parliamo della contestazione delle statue americane di Cristoforo Colombo, il cui culto nacque circa tre secoli dopo il suo approdo in terra americana. La maggior parte delle statue di Colombo fu però eretta durante il fascismo, che attraverso le associazioni italo-americane riempì le città statunitensi di icone di una “miticità italiana, superiore sul piano culturale e razziale: gli italiani, fino ad allora emarginati in quanto non anglosassoni e non protestanti, sceglievano così di salvarsi da soli, distinguendosi accuratamente da afroamericani e asiatici. L’istituzione del Columbus Day da parte di Franklin Roosevelt nel 1934 è il frutto più importante di questo abile lobbismo fascista. => È dunque chiaro perché il movimento Black Lives Matter abbia sistematicamente attaccato le statue di Colombo: significare Colombo significa commemorare la colonizzazione europea dei popoli indigeni, quando invece andrebbe celebrata la loro sopravvivenza. A essere cancellata con l’abbattimento non è dunque una verità storica su Colombo ma la sua ben più recente e falsificante trasformazione epica in chiave di dominio bianco. A volte cancellare significa cancellare un restauro falso e interessato per far riemergere la realtà storico-filologica.
Capitolo 7 – Risemantizzare il patrimonio culturale Risemantizzare il patrimonio culturale è urgente e difficile, e questa necessità non riguarda solo l’eredità del Novecento, ma tutto il patrimonio in quanto luogo della “compresenza dei tempi”. La patrimonializzazione (cioè la decisione su cosa sia patrimonio e cosa no) è sempre avvenuta attraverso conflitti e negoziazioni, e per sua stessa natura non approda mai a un risultato definitivo: perché essa non attiene alle cose in sé immutabili, ma al rapporto tra quelle cose ed i viventi ora, e le generazioni passate e quelle future. I monumenti storico-artistici (al contrario di quelli otto e novecenteschi) sono vere opere d’arte, non di rado opere capitali, che non possono essere modificate nella forma e nella sostanza senza di fatto essere perse. Installazioni artistiche moderne, cartelli, luci o segnali sonori non funzionano per risemantizzare statue, pitture, architetture o in generale cose antiche, medievali, rinascimentali, barocche o neo-classiche: e dunque tutto (o quasi) è affidato al commento dell’opera. La costruzione di uno sguardo nuovo sui classici visivi riguarda innanzitutto i musei, che potrebbero assumere un ruolo attivo nel dibattito sull’ambiente riducendo al minimo le opere per ridurre le emissioni, proporre percorsi iconografici interni sulle catastrofi climatiche e sui soggetti apocalittici o dedicare uno spazio agli artisti in conflitto con la società o il potere del loro tempo. Per provare ad essere un credibile medico dei mali del mondo, il museo deve però prima curare se stesso, ripensando alle fondamenta del proprio ruolo culturale e sociale, il proprio rapporto con il mercato e la democrazia ed esaminando le origini delle proprie collezioni in relazione alla giustizia e all’uguaglianza tra i popoli: la restituzione del bottino coloniale è la condizione essenziale per la credibilità morale e politica dei musei occidentali.