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Sintesi di Manuale di arte e immagine
Tipologia: Sintesi del corso
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Le statue giuste
Introduzione Trump contro la cancel culture : il passato va difeso, c'è la nostra storia (tipo di pensiero mainstream verso la pratica della cancel culture). Spesso sono i movimenti conservatori (di destra) ad essere contro la cancel culture, difendendo la storia passata e i monumenti. Cultura contro l'ignoranza, tradizione contro iconoclastia, amore contro odio, convivenza pacifica contro la violenza di piazza. Stesso pensiero conservatore anche in Italia (sostenuto dalla Meloni e da Sangiuliano ): non si può distruggere, dobbiamo avere esempi di arte a cui ispirarci. Ma quindi la destra vuole difendere la storia mentre la sinistra vuole distruggerla? Il libro di Montanari vuole rispondere alle domande dietro questo conflitto. ➢ Iconolatria = culto delle immagini. ➢ Iconoclastia = distruzione di immagini. Non è la prima volta che si vogliono distruggere le immagini, e allo stesso tempo difenderle. Primo episodio di cancel culture: il vitello d'oro voluto da Aronne e successivamente distrutto da Mosè. Qui c’è iconolatria da parte del popolo ed iconoclastia chiesta da Dio. Altri esempi nella storia:
delle sue fondazioni di carità continuano a operare. Questa statua venne eretta nel 1895 per commemorare la sua filantropia. Una parte importante della ricchezza di Colston derivò dagli investimenti nel commercio di schiavi, zucchero e altri beni prodotti dagli schiavi. Come dirigente della Royal African Company dal 1680 al 1692 fu coinvolto anche nel trasporto di circa 84.000 africani schiavizzati, uomini, donne e bambini, dei quali 19.000 morirono nei viaggi dall'Africa occidentale ai Caraibi e alle Americhe. 18 ottobre 2018: per la Giornata internazionale di commemorazione delle vittime della schiavitù e della tratta degli schiavi, fu allestita un’installazione composta da decine di figure di cemento che rappresentavano corpi di uomini distesi, disposti ai piedi del monumento secondo la pianta di una nave negriera. Una scritta ricordava che la schiavitù esiste anche «qui e ora». 2019: il sindaco di Bristol si oppose alla collocazione della targa “riparatoria”. Primavera 2020: una petizione per la rimozione della statua raccolse oltre 11.000 firme. 25 maggio 2020: il cittadino americano e nero George Floyd viene ucciso durante un fermo di polizia a Minneapolis. Nasce in risposta a questo tragico evento il movimento Black Lives Matter , che si diffonde in tutto il mondo. 7 giugno 2020: circa diecimila persone, ispirate al movimento Black Lives Matter, protestano contro l’uccisione di George Floyd. La manifestazione culmina nell’abbattimento della statua di Edward Colston, che viene tirata giù dal piedistallo, coperta di scritte e poi gettata nelle acque del porto da cui salpavano le sue navi negriere. Ne conseguì un dibattito che vide da una parte il ricollocamento del monumento e la punizione esemplare dei suoi distruttori, mentre dall’altra la presa di coscienza del cambiamento materiale ormai avvenuto, e del cambiamento sociale che esso simboleggiava e sollecitava. Subito dopo l’abbattimento, l’Historic England (l’organismo pubblico che orienta le politiche governative sul patrimonio culturale britannico) affermò di comprendere il dolore dietro quanto successo, pur non approvando la rimozione non autorizzata. Inoltre riportò di credere che la decisione sul futuro della statua dovesse essere presa a livello locale, esprimendosi contro il ripristino del monumento. Un processo di catalogazione che equipara una statua a un edificio, proteggendola in perpetuo a meno che non venga rimossa dalla lista, non è in accordo né con le politiche della rappresentazione né con le qualità di una statua di una data persona. Una statua racchiude in sé le dinamiche di potere di un particolare momento storico, ma in un determinato contesto può apparire ormai remota. [...] Le statue fanno parte del loro ambiente e influenzano le persone che vi passano accanto ogni giorno. È certamente vero che alcune località potrebbero scegliere di
mantenere alcune statue, mentre altre potrebbero rifiutarle […]. Le statue non sono mai state concepite per essere oggettive e nemmeno la loro protezione dovrebbe esserlo. Non possiamo più pensare […] che l’inserimento nella lista o la classificazione siano pratiche oggettive e neutrali, basate su chiari criteri architettonici o storici. Queste parole di Antonia Layard, professoressa di diritto alla Bristol Law School, dimostrano come il caso Colston fu capace di aprire un dibattito a tutto tondo sulle dinamiche della patrimonializzazione. 9 giugno 2020: il misterioso artista di Bristol, Banksy, propose sul suo Instagram una soluzione adatta sia a chi sentisse la mancanza della statua e a chi no. Propose di tirare la statua fuori dall’acqua, ricollocarla e creare delle statue in bronzo di manifestanti nell’atto di tirare giù il monumento. Un gruppo scultoreo che ricordi la giornata del 7 giugno 2020. Secondo Montanari, questa soluzione avrebbe fornito memoria sia del monumento che del suo abbattimento, oltre a mostrare la riuscita di un popolo che ha provato a riscrivere la storia, oltre che a raccontarla tutta intera. Estate 2021: la We Are Bristol History Commission (formata per la maggior parte da storici e altri accademici) ha consultato circa 14.000 persone sulla sorte della statua di Colston e del suo piedistallo, arrivando a formulare sei raccomandazioni:
1898: Umberto I approvò la sanguinosa repressione dei manifestanti di Milano, facendo senatore del Regno il generale Fiorenzo Bava Beccaris che ordinò di sparare su una folla che chiedeva pane, lasciando a terra 80 morti, tra centinaia di feriti. 29 luglio 1900: Monza. Umberto I morì per mano dell'anarchico Gaetano Bresci. 14 febbraio 1910: Passannante, dopo aver passato i suoi ultimi due anni in cecità, morì presso il manicomio di Montelupo Fiorentino a causa di una broncopolmonite. Novembre 1911: in occasione del cinquantenario della proclamazione del Regno d'Italia, a Napoli venne inaugurato il Monumento ad Umberto I. Secondo alcuni la statua del re probabilmente fu tra le opere meno riuscite dell'artista Achille D’Orsi, che nel tentativo di offrire un'immagine altera e autoritaria del monarca, approda ad un risultato quasi caricaturale. Non ci sono monumenti dedicati a Giovanni Passannante, mentre Umberto I di monumenti ne ha un'infinità: solamente a Napoli troviamo una galleria, un corso, un liceo e una statua di bronzo. Umberto I è però un re macchiato da molte colpe, la cui più detestabile fu l'incondizionata copertura del generale Bava Beccaris. Lev Tolstoj dedicò all’uccisione di Umberto I un suo scritto, nel quale condannò l’omicidio senza però essere tenero con la vittima: Ma si uccida uno dei loro e voi li sentirete subito protestare ed indignarsi. L’uccisione di un re, quella di Umberto per esempio, non è tuttavia un atto di crudeltà particolarmente ripugnante. Molte misure ordinate dai re e dagli imperatori – nel passato la strage di S. Bartolomeo, i massacri per ragioni religiose, la repressione dei contadini ribelli, le uccisioni di Versailles; oggi ancora i supplizi, l’imprigionamento, l’impiccagione, le fucilate, le guerre sanguinose – sono incomparabilmente più crudeli degli omicidi commessi dagli anarchici. [...] Se Alessandro II e Umberto non meritavano la morte, le migliaia e migliaia di Russi uccisi sotto Plewa, e gli Italiani caduti in Abissinia la meritavano molto meno ancora. Gli attentati contro i sovrani sono orribili, è vero; ma non tanto per la loro crudeltà o per mancanza di motivi, quanto per la follia dei loro autori. Settembre 2019: a Napoli la statua di Umberto I viene imbrattata da una secchiata di vernice rossa, come il sangue dei milanesi uccisi 120 anni prima. Subito si parla di vandalismo, ma c’è molto di più. Quel gesto potrebbe spingerci a domandarci se ha senso che nell’Italia repubblicana e democratica quel momento Umberto I rimanga lì come prima, ossia come una celebrazione incondizionata. E se magari venisse musealizzato o contestualizzato, come nel
caso della statua di Colston a Bristol? Oppure se fosse afÏancato da qualche targa, magari con proprio le parole di Tolstoj? Non sarebbe questo un bel modo per rimettere le cose “a posto?” Di fare, cioè, di una statua sbagliata, una statua giusta? Montanari definisce la statua di Umberto I a Napoli una “santificazione civile” , che onora pubblicamente chi merita onore, offre un modello di comportamento e una bussola valoriale, crea un visibile legame sentimentale tra chi è vivo oggi e chi lo è stato prima (come i martiri e i santi per la Chiesa): martirologio della Repubblica. In realtà il canone di targhe, statue, intitolazioni attraverso il quale si svolge la nostra vita quotidiana è stato deciso dalla Repubblica solo in piccola parte: poca è la toponomastica l’inserimento di statue pubbliche legate alla stagione democratica e costituzionale. Non è evidente nello spazio pubblico questo cambio di regime. Non riusciamo a tradurre in pietra questo cambio di regime e di valori. Potremmo farlo per addizione, sottrazione, sostituzione e, in certi casi, dovremmo davvero farlo, per non smentire l’idea di Repubblica italiana disegnata dalla Costituzione. Un’idea così rivoluzionaria che finiremmo per tradire se non toccassimo nulla di ciò che ci è arrivato intatto da prima della Seconda guerra mondiale. ogni modifica del canone civile può andare in due direzioni opposte: verso il futuro o verso il passato. Eccone due esempi opposti.
Grosseto. Il parco oggi si chiama parco delle Crociere, in ricordo delle trasvolate atlantiche che da lì partivano. Questi due esempi, opposti ma entrambi conclusisi con un nulla di fatto, aiutano forse a comprendere come anche in Italia la questione sulla toponomastica sia tutta legata ai rapporti di forza del presente, e alla contesa intorno a un’idea di futuro. Un motivo per cambiare è la sperequazione di genere: su cento strade italiane dedicate a maschi, ce ne sono mediamente solo otto dedicate a donne. Quanto ai monumenti, i risultati sono illuminanti: in Italia ci sono solo 171 monumenti dedicati a donne, su un totale non quantificato ma che certo ascende all’ordine di decine di migliaia. E non è solo questione di numeri. Cosa dovrebbe pensare una ragazza di oggi, passeggiando nella sua città? Cosa si aspetta da lei la Repubblica, quali modelli le offre, quale idea di società le propone? E i giovani maschi italiani non rischiano di avere, dall’apparato monumentale della memoria che segna lo spazio pubblico, l’ennesima conferma di essere i padroni della storia per diritto di genere? E le ragazze italiane non penseranno che lo spazio pubblico è, da sempre e ancora, dominato dai corpi dei maschi, vestiti e in atto di comando? La violenza sul corpo delle donne – una violenza innanzitutto morale, culturale – inizia così. Possiamo crescere generazioni impermeabili a tutto questo, abituate ad attraversare come in apnea le piazze e le strade, oppure possiamo impegnarci perché le nostre figlie e i nostri figli lascino entrare tutto questo dentro di loro Fascismo: survival e revival 1935: Mario Sironi ideò e dipinse l’opera murale L’Italia tra le Arti e le Scienze. Sita nell’aula magna dell’Università Sapienza di Roma, l’opera fu commissionata dallo stesso Mussolini su suggerimento del progettista della Città Universitaria, l’architetto Marcello Piacentini. Rappresentazione dell’Italia fascista , la composizione prevedeva una figura femminile al centro della scena – la personificazione dell’Italia – , circondata dalle allegorie delle arti e delle scienze. Dall’alto, sulla sinistra, incombeva la figura della Vittoria alata, armata di gladio romano. Il tutto era orchestrato all’interno di uno scenario architettonico e paesaggistico senza chiare connotazioni spazio-temporali. 1950: dopo la caduta del regime, l’opera andò incontro alla censura: gli elementi più da vicino riferiti al fascismo vennero ridipinti e coperti dal pittore Carlo Siviero. Con gli anni Ottanta si andò incontro ad una “rifascistizzazione” di Sironi.
1982: inaugurazione a Milano della mostra Annitrenta. Arte e cultura in Italia , curata da Renato Barilli. L’esposizione aveva spettacolarizzato la produzione artistica fascista ottenendo un enorme successo, a costo di assumere tratti trionfalistici che non poterono non apparire addirittura nostalgici. 1985: inaugurazione della mostra 1935. Gli artisti nell’Università e la questione della pittura murale , voluta dalla Sapienza in occasione del cinquantenario dell’opera. Maurizio Calvesi , nel catalogo, metteva le mani avanti dichiarando che bisognava accostarsi alla mostra solo con intenti estetici e storici, rinunciando a «indignazione e condanna per la rettorica di regime, e per gli stessi organizzatori, sospetti di subdola complicità ideologica». Tanto impossibile sul piano morale, quanto comodo su quello del successo momentaneo. E infatti nel catalogo si deplorava la «censura» antifascista del murale, addebitata a un «pregiudizio ideologico». 2017: ultimo intervento di restauro, nato da un accordo tra il Ministero dell’Università e della Ricerca (MiUR) e il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo (MiBACT), e condotto dall’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro (ISCR) di Roma. Questo restauro ha riportato alla luce i clamorosi simboli del totalitarismo italiano, tra cui un enorme fascio littorio con l’indicazione dell’anno dell’era fascista, e il duce stesso, a cavallo e con la sciabola sguainata, ritratto come in un rilievo, sull’attico dell’arco che simboleggia appunto il trionfo del fascismo. Se da un punto di vista scientifico era sacrosanto recuperare quest’opera nella sua versione originale, dall’altro lato bisognava poi prendere atto che quel recupero era incompatibile con l’uso corrente dell’Aula Magna della più influente università italiana. Toccava agli storici dell’arte decidere se musealizzare l’aula o modificarla con un intervento artistico capace di esprimere l’antifascismo su cui la Repubblica è fondata. Invece, nulla: nel 2017, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha inaugurato l’opera restaurata, come se niente fosse. Pensare allo stesso episodio, ma ambientato in Germania, ci fa un altro effetto. Ma com’è potuto accadere proprio qui in Italia? Evidentemente perché non guardiamo e non prendiamo sul serio le opere d’arte che diciamo di amare (dimenticandoci che svolgono una funzione che nel tempo può, o deve poter, cambiare), o ci siamo convinti che tra il “cattivo tedesco” nazista e il “bravo italiano” fascista sia esistito un fossato incolmabile. Una bestemmia storica che vuol dire che abbiamo dimenticato i crimini di guerra, le atrocità del fascismo, la complicità nella Shoah. Vuol dire che abbiamo dimenticato che «il nazismo in Germania è stato una metastasi di un tumore che era in Italia» (Primo Levi). Anni prima tutto ciò sarebbe stato nemmeno immaginabile: cosa stava succedendo all’antifascismo?
Con l’eufemistica circonlocuzione «giovani che fecero scelte diverse», il presidente italiano non può che riferirsi ai nazi-fascisti di Salò, cioè a quelle persone che si schierarono militarmente con Mussolini e Hitler dopo la resa dell’Italia. [...] Il punto è che Ciampi non si può permettere di dire ciò che vuole, perché dall’alto della sua carica, fornendo informazioni errate ai giovani e ai cittadini e in particolare a coloro che non hanno accesso allo studio della Storia, egli disorienta gravemente l’opinione pubblica italiana già fortemente disorientata. Che coloro che avevano scelto il nazi-fascismo fossero animati da un sentimento di unità d’Italia è una falsità storica grossolana. 2004: venne approvata, con pochissimi voti contrari, la legge che istituisce il Giorno del Ricordo, il cui scopo dichiarato è quello di «conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale». La legge istitutiva fu firmata soprattutto da parlamentari di Alleanza Nazionale e di Forza Italia, primi firmatari Menia e La Russa, due protagonisti del neofascismo italiano. La scelta del 10 febbraio (il giorno del 1947 in cui furono firmati i Trattati di Parigi, che sanciscono la fine della Seconda guerra mondiale) non è stata innocente: il Giorno del Ricordo si presenta esplicitamente come una risposta di parte fascista alla Giornata della Memoria, che ogni anno commemora le vittime della Shoah esattamente due settimane prima, il 27 gennaio. Lo scopo politico era una sorta di equiparazione: impossibile sul piano storico, ma efÏcacissima su quello mediatico. E così, un’Italia che non ha ancora un giorno che commemori le vittime del fascismo, né gli oltre 500.000 africani uccisi dal colonialismo italiano, celebra solennemente le circa 5000 vittime delle foibe: degnissime – come ogni essere umano – di essere ricordate, e che proprio per questo non meritavano affatto di essere strumentalizzate in modo così osceno. 2012: l’allora assessore alla Mobilità della Regione Lazio Francesco Lollobrigida intervenne all’inaugurazione del mausoleo che l’amministrazione comunale di AfÏle aveva eretto al compaesano Rodolfo Graziani. In quell’occasione Lollobrigida dichiarò che «per noi della Valle Aniene l’affetto per il generale Graziani è stato sempre un punto di riferimento». Bisogna ricordare che Graziani, viceré d’Etiopia e dopo la guerra presidente onorario del Movimento Sociale Italiano ( il cui simbolo, cioè la fiamma che arde dalla bara di Mussolini, vive ancora in quello di Fratelli d’Italia ), si segnalò per una spietatezza eccessiva anche per gli standard del colonialismo fascista: per l’uso dei gas, per il bombardamento deliberato di un ospedale da campo, per il sistematico seminare «panico e orrore» fu dichiarato criminale di guerra, e condannato a 19 anni di carcere per collaborazionismo con l’occupante nazista. 2017: la storica Ruth Ben-Ghiat pubblica sul «New Yorker» l’articolo Why Are So Many Fascist Monuments Still Standing in Italy? , dove la
domanda nel titolo risponde sia alla storia del dopoguerra, che alla politica del presente. Il Colosseo quadrato si erge ancora oggi a Roma, con la facciata che reca inscritta la frase del discorso di Mussolini del 1935 in cui si annunciava l’invasione dell’Etiopia, in cui descriveva gli italiani come «un popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori, di trasmigratori». L’invasione, e la sanguinosa occupazione che ne seguì, avrebbe portato ad accuse di crimini di guerra contro il governo italiano. L’edificio è, in altre parole, una reliquia dell’esecranda aggressione fascista. Eppure, lungi dall’essere messo da parte, è celebrato in Italia come un’icona modernista. Nel 2004, lo Stato ha riconosciuto il palazzo come sito di “interesse culturale”. [...] L’Italia, il primo Stato fascista, ha avuto un lungo rapporto con la politica di destra; con l’elezione di Silvio Berlusconi, nel 1994, il Paese è stato anche il primo a portare al potere un partito neofascista, all’interno della coalizione di centro-destra. Ma questo da solo non basta a spiegare il comfort degli italiani nel vivere in mezzo ai simboli fascisti. [...] In Germania, una legge emanata nel 1949 contro l’apologia del nazismo, che vietava il saluto a Hitler e altri rituali pubblici, ha facilitato la soppressione dei simboli del Terzo Reich. L’Italia non ha subito un programma di rieducazione paragonabile. Liberare l’Italia da migliaia di monumenti fascisti sarebbe stato impraticabile e politicamente imprudente per le Forze alleate, la cui priorità era stabilizzare un Paese instabile e limitare il potere del crescente Partito Comunista. Dopo la guerra, i bollettini e i rapporti della Commissione di controllo alleata raccomandarono invece di distruggere solo i monumenti e le decorazioni più evidenti e “antiestetiche”, come i busti di Mussolini; il resto poteva essere trasferito nei musei o semplicemente coperto con teli e compensato. [...] Se in Italia, dove non sono mai scomparsi, [...] i monumenti fascisti vengono trattati solo come oggetti estetici depoliticizzati, l’estrema destra può sfruttare la loro terribile ideologia, approfittando dell’assuefazione generale. La verità è che non abbiamo mai davvero fatto i conti con l’eredità monumentale del fascismo , oggetto di una «rimozione selettiva» a causa dell’assai parziale defascistizzazione; un limite dovuto prima alla volontà di separare le sorti dell’Italia da quelle della Germania e poi alle dinamiche della guerra fredda. Luglio 2017: a Filettino un’amministrazione comunale di sinistra ha restaurato il parco “Rodolfo Graziani”, senza minimamente porsi il problema della sua intitolazione. Al giornalista del «Corriere della Sera» che obiettava: «I bambini però leggeranno sulla targa il nome di Rodolfo Graziani e si domanderanno chi è», il sindaco rispondeva: «Non si può cancellare la storia d’Italia con un tratto di penna. Questa persona è esistita. I bimbi troveranno quel nome, ma non ci sarà scritto né eroe né maresciallo d’Italia». Lasciando lì quel nome la storia
1995: il sindaco di Roma Francesco Rutelli decise di dedicare il largo davanti alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna a Giuseppe Bottai , firmatario del Manifesto della razza , introduttore delle cattedre di razzismo nell’università italiana, implacabile artefice della cacciata degli ebrei da scuole e atenei e irriducibile nell’opporsi, nella decisiva seduta del Gran Consiglio del fascismo dell’ottobre 1938, a «qualsiasi attenuazione dei provvedimenti» razzisti. Rutelli fu infine costretto a ritirare la decisione di fronte all’onda dell’indignazione, rivendicando però di aver avuto un’idea «oltre “l’anticonformismo facile”, oltre il Duemila». Il che era tristemente vero: perché nel clima attuale quella proposta revisionista passerebbe all’istante. 2019: a Trieste viene collocata una statua di Gabriele D’Annunzio a Trieste, inaugurata nell’anniversario esatto dell’impresa di Fiume (1919), provocando così un incidente diplomatico con la Croazia. Una decisione in cui pare aver contato la sua firma in calce al Manifesto degli intellettuali del fascismo ( aprile 1925), che conteneva passaggi come questo: Giovani risoluti, armati, indossanti la camicia nera, ordinati militarmente, si misero contro la legge per instaurare una nuova legge, forza armata contro lo Stato per fondare il nuovo Stato. Lo squadrismo agì contro le forze disgregatrici antinazionali, la cui attività culminò nello sciopero generale del luglio 1922 e finalmente osò l’insurrezione del 28 ottobre 1922, quando colonne armate di fascisti, dopo avere occupato gli edifici pubblici delle province, marciarono su Roma. La Marcia su Roma, nei giorni in cui fu compiuta e prima, ebbe i suoi morti, soprattutto nella Valle Padana. Essa, come in tutti i fatti audaci di alto contenuto morale, si compì dapprima fra la meraviglia e poi l’ammirazione e infine il plauso universale. Non dovrebbe bastare l’adesione ad un testo del genere a vietare di proporre, ancora oggi, D’Annunzio come modello civile nelle piazze? Perché un conto è studiarne i versi, ben altro conto venerarne la figura nello spazio pubblico. 2021: a Perugia (chiamata dal duce “capitale del Fascismo”, perché da lì partì la Marcia su Roma; città oggi governata dal partito che di fatto raccoglie l’eredità del fascismo) è tornato trionfante sul muro del Mercato Coperto, accanto al Grifo simbolo civico, un gran fascio littorio dipinto nel 1932. Frutto di un restauro (o meglio, una restaurazione). Tre erano le possibilità: la prima, più creativa e coraggiosa, sarebbe stata lasciare quel fascio dov'è, ma commissionare a spese pubbliche un grande murale o un'installazione di immagini e parole antifasciste, capaci di contestare quel fascio, additandolo con disprezzo; la seconda sarebbe stata staccare il dipinto dal muro e portarlo in un museo; la terza possibilità infine era lasciare la pittura in loco ma nascondendola. Quest’ultima, una soluzione debole, eppure scelta proprio
dall'amministrazione perugina che ha annunciato di volerlo coprire con uno striscione. Agosto 2021: il sottosegretario leghista del governo Draghi, Claudio Durigon , propose di ridare il nome di Arnaldo Mussolini (il fratello del duce morto nel 1931) al parco di Latina, cancellando la dedica a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Matteo Salvini lo difese, sostenendo di voler tutelare una storia ininterrotta fino al provvedimento “cancellatorio” di “un sindaco di sinistra”, quello che nel 2017 aveva intitolato il parco ai giudici uccisi dalla mafia. Ma è falso: quel parco aveva cambiato nome subito dopo la Liberazione: solo che, nel 1996, un sindaco dichiaratamente fascista recuperò la dedica al Mussolini cadetto (peraltro senza atti formali, ma solo facendo realizzare alcuni cartelli stradali). Quel sindaco, Ajmone Finestra , all’indomani della Liberazione, era stato condannato per i suoi crimini commessi al servizio della Repubblica di Salò, per i quali il pubblico ministero era arrivato a chiedere la pena di morte. 2022: il ministro del governo Draghi, Giancarlo Giorgetti, decide di inserire il ritratto di Benito Mussolini nella serie iconografica dei vari ministri dell’Industria realizzata per festeggiare i novant’anni di quel dicastero. Questo evento ha acceso i riflettori sulla presenza di Mussolini in un’altra, preesistente, e ben più importante serie, collocata nell’Anticamera della Sala Verde al terzo piano di Palazzo Chigi: «questa sala – dice il sito del governo italiano – è caratterizzata dalla presenza sulle pareti delle foto di tutti gli ex Presidenti del Consiglio a partire dal 1861, anno dell’Unità d’Italia». La presenza del duce del fascismo in questa galleria è veramente sconcertante: non si tratta infatti di un libro di storia o una ricostruzione scientifica, o anche divulgativa, della storia di un’istituzione, tutti casi nei quali, ovviamente, si dovrebbe dar conto delle vicende che la travolsero. No: si tratta di serie celebrative e commemorative, che nulla hanno di scientifico, ma costituiscono invece una sorta d’albo d’oro della istituzione. Anche se oggi queste dozzinali epigone hanno solo la funzione di intrattenere pigramente gli ospiti in attesa, non si deve sottovalutare ciò che residua dello scopo ultimo di quegli illustri e lontani precedenti: la funzione di legittimazione. Essere ritratti in quelle successioni significava poter ostentare a tutti la legittimità della propria ascesa a quel ruolo. Ed è ancora questo lo scopo di una estrema destra di oggi: includere Mussolini nella serie dei primi ministri del Regno e della Repubblica significa rivendicare la legalità e la legittimità del Ventennio. In sede storica il totalitarismo fascista deve essere esperito in tutti i suoi lati: ma in sede celebrativa il regime va invece espunto come illegittimo, illegale. Al posto del ritratto celebrativo di Benito Mussolini uno si aspetterebbe una sobria didascalia che desse conto dell’eclissi di legittimità del governo italiano durante quegli anni. Perché è bene ricordare l’ovvio: il fascismo nasce da un colpo di Stato che ruppe la legittimità costituzionale dello Statuto Albertino.
1937: il regime fascista predò e portò a Roma la Stele di Axum, uno straordinario monumento etiopico posto poi nella piazza romana di porta Capena, dietro al Circo Massimo e davanti al Ministero fascista delle Colonie, poi dell’Africa Italiana, oggi Palazzo della Fao. 10 febbraio 1947: con i Trattati di Parigi l’Italia cedeva tutte le sue colonie. Così l'Impero d'Etiopia ritornava ufÏcialmente indipendente. Il trattato di pace, inoltre, imponeva la restituzione di tutto il bottino di guerra, ma la Repubblica italiana è stata vergognosamente inadempiente, accampando per decenni i più imbarazzanti pretesti. Febbraio 1996: il ministero della Difesa riconosce ufÏcialmente l’impiego dei gas da parte delle forze armate italiane durante la guerra d’Etiopia. 2000: sul «Corriere della Sera» Montanelli ricordava il suo “matrimonio” razzista. La ragazza si chiamava Destà e aveva 14 anni: particolare che in tempi recenti mi tirò addosso i furori di alcuni imbecilli ignari che nei Paesi tropicali a quattordici anni una donna è già donna, e passati i venti è una vecchia. Faticai molto a superare il suo odore, dovuto al sego di capra di cui erano intrisi i suoi capelli, e ancor di più a stabilire con lei un rapporto sessuale perché era fin dalla nascita infibulata: il che, oltre a opporre ai miei desideri una barriera pressoché insormontabile (ci volle, per demolirla, il brutale intervento della madre), la rendeva del tutto insensibile. Aprile 2005: si avvia lo smontaggio della Stele di Axum che, pezzo per pezzo, viene restituita all’Etiopia. Alla fine, la stele è tornata a casa, ma quel che sconcerta è che a porta Capena nulla oggi ricordi la sua presenza, lunga quasi settant’anni: nessuna memoria ne condanna la rapina, ne commemora la restituzione. 22 aprile 2006: Milano inaugura una statua dedicata a Indro Montanelli. 2009: a porta Capena, il vuoto lasciato dalla Stele di Axum viene riempito da un “monumentino” alle vittime dell’attentato del 2001 alle Torri Gemelle di New York, il quale consiste in due colonne antiche, e una targa. Un “monumento” voluto da un sindaco di Roma proveniente dal partito neofascista, e suggerito da un suo consigliere che «partecipò alla testa del gruppo Sottofasciasemplice, sul palco di una kermesse organizzata da CasaPound ricambiando il saluto romano del pubblico». Come ha scritto Igiaba Scego, in quel luogo si «percepisc[e] un’assenza... una grande assenza... [...] era la mia Africa che mancava all’appello. Ecco. La mia Africa che in quel luogo era stata trucidata. […] Sentivo che lì mancava una targa (anche piccola) dedicata alle vittime del colonialismo italiano».
Giugno 2020: a Milano il monumento a Indro Montanelli è stato imbrattato con vernice rosa e il piedistallo ornato di un’eloquente didascalia: «Razzista stupratore». Questo intervento è stato spinto dal controverso rapporto di madamato che Montanelli ebbe in Etiopia nel 1935, all'età di 26 anni, con una ragazzina eritrea di 12 anni. La scrittura simbolica dello spazio pubblico non è mai neutrale: è invece un atto politico che sceglie un versante della storia, e lo propone alla venerazione di tutta una comunità. In concomitanza con le manifestazioni antirazziste seguite alla morte di George Floyd, un gruppo di attivisti ha richiesto al sindaco Giuseppe Sala la rimozione della statua. Il giornalista italiano Giangiacomo Schiavi difende la figura di Montanelli, scrivendo così sul «Corriere della Sera»: Ai nostri occhi la storia della giovane abissina e del soldato che ne fa la sua sposa bambina per un’usanza vergognosa dell’esercito regio è una storia sbagliata. Ma ci fa vergognare di più chi se la prende con un episodio di novant’anni fa da inserire nel contesto di un’epoca e di una guerra coloniale, quando ancora oggi in tante parti del mondo tante donne minori, indifese e sole, sono vittime di soprusi inaccettabili, di usurpazioni e violenze tollerate da famiglie e da governi ciechi, che ignorano ogni umanità. Quella che Montanelli aveva, e i suoi imbrattatori non hanno. Comprare una dodicenne e “sposarla” è meno grave che criticare con veemenza quell’azione. La ragione? Il contesto. Qual è il vero atto di rimozione: gettare della vernice sulla statua di Montanelli, o non piuttosto aver deciso, nel 2006, di erigere proprio quella statua? 2022: a Pistoia il professor Ilic Aiardi propose che la scuola in cui insegna, il liceo scientifico “Amedeo di Savoia Duca d’Aosta” (partecipò alle campagne di riconquista della Libia, aiutò il fascismo accettando la carica di viceré di Etiopia, tacque sulla legislazione razzista coloniale, e non volle passare dalla parte delle potenze antifasciste, decidendo di combattere sino in fondo la guerra promossa dal fascismo), cambiasse nome, e venisse intitolato a Rita Levi Montalcini, o a Margherita Hack. Il collegio dei docenti aveva approvato l’idea, che fu poi invece respinta dal consiglio d’istituto. In una Repubblica conscia di sé e della propria Costituzione, una simile intitolazione sarebbe dovuta sparire già da decenni. Invece un gruppo di ex allievi si stracciò le vesti, e il consigliere comunale pistoiese di Fratelli d’Italia Lorenzo Galligani dichiarò che il tentativo di cancellare la storia del liceo scientifico di Pistoia rattrista moltissimo, anche perché rappresenta soltanto un’operazione politico- propagandistica, come dimostra il fatto che è emersa poco prima delle elezioni amministrative. Rappresenta inoltre un insulto a tutti gli italiani e le italiane che hanno difeso la bandiera in tutte le guerre. Strumentalizzare figure femminili importantissime come Margherita Hack o Rita Levi Montalcini, che certo meriterebbero l’intitolazione di plessi ed