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Riassunto di "Le statue giuste", Sintesi del corso di Storia Dell'arte

Sintesi accurata del riassunto contenente i focus principali del libro descritti in maniera corretta ed affidabile. Organizzato per capitoli, al pari del libro di riferimento. Riscritto con linguaggio semplice e comprensibile. Utilizzato per il corso EDUCAZIONE ALL'IMMAGINE del prof. Triggiani nell'AA 2024-25.

Tipologia: Sintesi del corso

2024/2025

In vendita dal 08/09/2025

ChristineCaldarola
ChristineCaldarola 🇮🇹

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LE STATUE GIUSTE, Tommaso Montanari
CAPITOLO 1 – IL CASO COLSTON: UNA SOLUZIONE GIUSTA
Bristol 7 giugno 2020. Circa 10 000 persone ispirate movimento
Black Lives
Matter
protestano contro l’uccisione del cittadino americano nero George Floyd
avvenuta per un fermo a Minneapolis il 25 maggio precedente. La
manifestazione culmina nell’abbattimento della statua bronzea di Edward
Colston che viene gettata nelle acque del porto. Per la prima (e per ora, unica)
volta in Europa una statua viene rimossa a furor di popolo nell’ambito di questo
recentissimo movimento sociale. COLSTON è stato un uomo d’affari di Bristol
vissuto a cavallo tra ‘600-‘700, membro direttivo e vicegovernatore della
Royal
African Company
, società che aveva l’esclusiva del commercio inglese di schiavi.
Colston fu corresponsabile del rapimento, riduzione in schiavitù e trasporto in
America di circa 80.000 persone africane destinate alle piantagioni di tabacco e
di canna da zucchero. Almeno 19mila di costoro morirono durante la
navigazione. Parte del denaro ricavato in questo modo fu però devoluto in
beneficienza a Bristol, motivo per cui gli vennero dedicate diverse strade,
palazzi, ospedali, scuole, una vetrata della cattedrale, e nel 1895 la statua
bronzea sul cui piedistallo Colston viene ricordato come “uno dei figli più virtuosi
e saggi” della città.
Nel corso del Novecento, durante la lunga stagione di polemiche locali contro il
culto di Colston, gli studenti avevano chiesto di rimuovere l’immagine dell’uomo
d’affari inglese che era stato primo ministro della Città del Capo, e teoria del
sistema dell’apartheid. La statua ricordava il ruolo di Rhodes come fondatore e
finanziatore dell’università stessa, si diffuse infatti l’hashtag #
RhodesMustFall
.
La statua venne coperta di letame, poi di sacchi neri della spazzatura e infine
rimossa per decisione del Senato accademico, che accettò un confronto
sostanziale sulla giustizia sociale e razziale all’interno dell’università.
È in questo contesto che l’uccisione di George Floyd nel 2020slancio in tutto il
mondo al movimento Black Lives Matter, che tiene insieme le istanze
simboliche e quelle politiche di una protesta che travalica i confini americani
incendiando non solo i territori delle ex colonie ma anche Inghilterra, Francia,
Belgio e in parte Italia. A Bristol l’obiettivo principale della contestazione non
poteva che essere la statua di Colston. Una conferenza di una storica del 1998
aveva fatto scoprire ad un pubblico multietnico il ruolo chiave che il grande
benefattore cittadino aveva svolto nel traffico di schiavi: il giorno dopo
quell’incontro apparve sulla statua la scritta “
fuck off slave trader
”. Fu allora che
l’unica consigliera comunale nera della città chiese la rimozione della statua; le
autorità respinsero ogni sua proposta.
Di fronte alla sordità della politica la parola passò agli artisti. Per anni, i
Massive
Attack
(gruppo musicale di Bristol) si sono rifiutati di suonare in quella che, fino al
2020 si chiamava Colston Hall. La contesa non era sul passato, ma sul presente e
sul futuro: coloro che la contestavano capivano perfettamente che la statua non
serviva a onorare la persona di Colston, ma a legittimare il perdurare di un ordine
sociale che si fondava sul primato dei bianchi. Durante gli anni seguenti sulla
statua apparvero atti di deturpazione come rosse gocce di sangue e un collare da
schiavo dipinto sul collo di Colston.
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LE STATUE GIUSTE, Tommaso Montanari

CAPITOLO 1 – IL CASO COLSTON: UNA SOLUZIONE GIUSTA

Bristol 7 giugno 2020. Circa 10 000 persone ispirate movimento Black Lives

Matter protestano contro l’uccisione del cittadino americano nero George Floyd

avvenuta per un fermo a Minneapolis il 25 maggio precedente. La manifestazione culmina nell’abbattimento della statua bronzea di Edward Colston che viene gettata nelle acque del porto. Per la prima (e per ora, unica) volta in Europa una statua viene rimossa a furor di popolo nell’ambito di questo recentissimo movimento sociale. COLSTON è stato un uomo d’affari di Bristol

vissuto a cavallo tra ‘600-‘700, membro direttivo e vicegovernatore della Royal

African Company, società che aveva l’esclusiva del commercio inglese di schiavi.

Colston fu corresponsabile del rapimento, riduzione in schiavitù e trasporto in America di circa 80.000 persone africane destinate alle piantagioni di tabacco e di canna da zucchero. Almeno 19mila di costoro morirono durante la navigazione. Parte del denaro ricavato in questo modo fu però devoluto in beneficienza a Bristol, motivo per cui gli vennero dedicate diverse strade, palazzi, ospedali, scuole, una vetrata della cattedrale, e nel 1895 la statua bronzea sul cui piedistallo Colston viene ricordato come “uno dei figli più virtuosi e saggi” della città. Nel corso del Novecento, durante la lunga stagione di polemiche locali contro il culto di Colston, gli studenti avevano chiesto di rimuovere l’immagine dell’uomo d’affari inglese che era stato primo ministro della Città del Capo, e teoria del sistema dell’apartheid. La statua ricordava il ruolo di Rhodes come fondatore e

finanziatore dell’università stessa, si diffuse infatti l’hashtag # RhodesMustFall.

La statua venne coperta di letame, poi di sacchi neri della spazzatura e infine rimossa per decisione del Senato accademico, che accettò un confronto sostanziale sulla giustizia sociale e razziale all’interno dell’università. È in questo contesto che l’uccisione di George Floyd nel 2020 dà slancio in tutto il mondo al movimento Black Lives Matter, che tiene insieme le istanze simboliche e quelle politiche di una protesta che travalica i confini americani incendiando non solo i territori delle ex colonie ma anche Inghilterra, Francia, Belgio e in parte Italia. A Bristol l’obiettivo principale della contestazione non poteva che essere la statua di Colston. Una conferenza di una storica del 1998 aveva fatto scoprire ad un pubblico multietnico il ruolo chiave che il grande benefattore cittadino aveva svolto nel traffico di schiavi: il giorno dopo

quell’incontro apparve sulla statua la scritta “ fuck off slave trader”. Fu allora che

l’unica consigliera comunale nera della città chiese la rimozione della statua; le autorità respinsero ogni sua proposta.

Di fronte alla sordità della politica la parola passò agli artisti. Per anni, i Massive

Attack (gruppo musicale di Bristol) si sono rifiutati di suonare in quella che, fino al

2020 si chiamava Colston Hall. La contesa non era sul passato, ma sul presente e sul futuro: coloro che la contestavano capivano perfettamente che la statua non serviva a onorare la persona di Colston, ma a legittimare il perdurare di un ordine sociale che si fondava sul primato dei bianchi. Durante gli anni seguenti sulla statua apparvero atti di deturpazione come rosse gocce di sangue e un collare da schiavo dipinto sul collo di Colston.

La notte del 18 ottobre 2018, GIORNATA INTERNAZIONALE DI COMMEMORAZIONE DELLE VITTIME DELLA SCHIAVITÙ E DELLA TRATTA TRANSATLANTICA DEGLI SCHIAVI, fu allestita una studiatissima installazione anonima composta da decine di figure di cemento che rappresentavano corpi umani distesi, disposti ai piedi del monumento secondo la pianta di una nave negriera. Lungo l’ideale perimetro della nave, una scritta ricordava che la schiavitù esiste anche qui e ora. In quello stesso 2018 una vasta discussione pubblica che coinvolse istituzioni e realtà sociali di Bristol portò alla redazione di una targa da affiancare a quella originaria del piedistallo: “[..] fu uno dei più grandi benefattori della città. Sostenne e fece donazioni a scuole, ospizi per la carità, ospedali e chiese di Bristol, Londra e altrove [..] Questa statua venne eretta nel 1895 per commemorare la sua filantropia. […] fu coinvolto anche nel trasporto di circa 84mila africani schiavizzati, uomini, donne e bambini, dei quali 19mila morirono nei viaggi […]”. Nel marzo 2019 il sindaco di Bristol si oppose alla collocazione della targa riparatoria. A questo punto l’unica opzione possibile era l’espulsione della statua dallo spazio pubblico. Nella primavera 2020 una petizione raccolse 11 000 firme sotto un testo esemplare che riassumeva senza sconti la reale essenza di Colston, ponendo gli accenti sulle azioni che più l’hanno connotato. Fu anch’esso un tentativo frustrato, così il 7 giugno 2020 ci fu la manifestazione che culminò con l’abbattimento della statua e con l’annegamento delle effigie del benefattore Colston nelle acque del porto dove un tempo salpavano le sue navi negriere. A questo punto nacque un dibattito tra chi pretendeva il ricollocamento della statua e una punizione esemplare per i suoi distruttori, e chi chiedeva di prendere atto del cambiamento materiale ormai già avvenuto e del cambiamento sociale che esso simboleggiava e sollecitava. Il 9 giugno 2020 Bansky propose ai suoi 12 milioni di follower su IG una soluzione geniale, ovvero tirare fuori dall’acqua la statua, rimetterla sul piedistallo, mettere a Colston un cappio intorno al collo e realizzare alcune statue in bronzo a grandezza naturale (i manifestanti) intente nell’atto di tirarlo giù. Il messaggio che Bansky voleva mandare era chiaro: nello spazio pubblico deve rimanere memoria sia del monumento, sia del suo abbattimento; la storia si può riscrivere e i cittadini di oggi lo hanno fatto; il fine di riscrivere la storia è raccontarla intera, includendo i punti di vista di coloro che fino a ora sono stati ridotti al silenzio. I quattro attivisti individuati come principali responsabili materiali della rimozione della statua si è chiuso nel gennaio 2022 con una clamorosa assoluzione da parte di una giuria popolare. La loro linea di difesa si basava su una piena ammissione dei fatti, una proprietà di invocare una “legittima giustificazione” che costituisca una scriminante ovvero la volontà di prevenire attraverso quella distruzione, un crimine più grave. I quattro imputati e i loro legali hanno affermato di aver agito per prevenire un reato di public indecency (atti osceni in luogo pubblico) affermando che i crimini di Colston furono così orribili che la presenza in pubblico di una statua era in sé offensiva, abusiva e capace di turbare profondamente il senso collettivo della decenza. Accusarono invece la mancata rimozione della statua da parte delle autorità comunali -

futuro “tutti ci conosciamo perche tutti siamo fratelli e le donne sono nostre sorelle; ma sono ingiustamente dimenticate, infatti si dice umanità e fratellanza ma si dovrebbe dire donneità e sorellanza”. Giovanni Passannante non ha statue, nonostante fu lodato da Garibaldi e poi da Pascoli; mentre Umberto I di monumenti ne ha un’infinità, specialmente a Napoli, dove gli sono state dedicate la galleria, un corso, un liceo, una statua di bronzo, nonostante la sua figura non fosse molto positiva (era un re macchiato da molte colpe). Umberto fu ucciso dall’anarchico Gaetano Bresci: una fine che suscitò l’attenzione di tutta Europa. Tolstoj dedicò all’episodio un suo scritto nel quale condanna l’omicidio senza però giustificare la vittima. Nel settembre 2019 la statua napoletana di Umberto I fu imbrattata da una secchiata di vernice rossa: come se il sangue delle vittime del re tornasse a rovinarne il monumento. Si parlò subito di vandalismo, ma la motivazione era spingere la coscienza collettiva a domandarsi se avesse senso che in un’Italia repubblicana e democratica ci fosse quel monumento a Umberto come a celebrarlo e santificarlo. Dopo l’Unità d’Italia le piazze italiane si sono riempite di statue che, sotto il duplice ed equilibrato dominio delle figure di Vittorio Emanuele II e Garibaldi, hanno formato un popolo di bronzo e di marmo eclettico. Re, rivoluzionari, principi, ministri e pensatori da quel momento in poi ebbero i propri monumenti sparsi in tutta Italia. Tutto questo non deve però tradire i valori della Costituzione.

  • Nel 2009 una scuola dell’infanzia e primaria a Roma provò a cambiare il proprio nome: la politica bloccò l’ordinario percorso, in quanto l’intitolazione tradizionale era a Carlo Pisacane, uno sfortunato patriota risorgimentale, e la scuola desiderava cambiarla invece a favore del pedagogista giapponese Tsunesaburo Makiguchi. Pisacane aveva praticato una lotta armata, nonostante i nobili motivi rivoluzionari; si preferiva però dedicare la scuola al carattere multiculturale dei bambini che frequentavano la scuola. Eppure, l’iniziativa della scuola fu condannata, accusata di essere una strategia di sinistra.
  • Nel marzo 2022 , nel bel mezzo della guerra in Ucraina, Orbetello decide di reintitolare il parco delle Crociere (in ricordo delle trasvolate atlantiche che da lì partivano) a Italo Balbo, gerarca fascista quadrunviro della Marcia su Roma. La mozione ufficiale della giunta dice che la dedica sarebbe stata decisa per motivi esclusivamente aviatori (Balbo fu abbattuto nei cieli libici), ma non dice che già nel 1942 il regime aveva dedicato il parco proprio a lui. Si limita invece a ricordare che Balbo è sepolto nel cimitero di Orbetello. A Balbo sono dedicate circa 30 tra strade e piazze in tutta Italia, denominazioni che non sono state eliminate per pura pigrizia; in alcuni casi però, come la Balbo Drive di Chicago, mantengono la dedica non per conservare la storia, ma per conservare la fiamma accesa. Tutta l’operazione è intrisa di grossolano revisionismo, lo fa capire la mozione presentata dalla Lega nel Consiglio regionale della Toscana cinque anni prima, in cui si sosteneva la dedica a Balbo affermando solennemente che tutti i periodi della storia d’Italia meritano attenzione, anche quando alcuni di questi hanno avuto, nella loro complessità,

“qualche implicazione negativa”, tra cui l’omicidio di Matteotti, il totalitarismo, le leggi raziali, la Seconda Guerra mondiale, l’alleanza con Hitler. Questi due esempi, opposi ma entrambi conclusisi con un nulla di fatto, aiutano forse a comprende come anche in Italia la partita della toponomastica sia tutta legata ai rapporti di forza del presente e alla contesa intorno a una idea di futuro che separata nel modo più netto due parti del Paese. Eppure, ci sarebbero molti motivi oggettivi per cambiare urgentemente l’immagine che scaturisce dall’apparato urbano della memoria. Il più clamoroso riguarda la sperequazione di genere:

  • Su centro strade dedicate ai maschi, ce ne sono - mediamente - solo otto dedicate alle donne; in Italia ci sono solo 171 monumenti dedicati a donne. Nelle maggiori città italiane i monumenti dedicati a donne sono pressoché assenti, o presenti ai lati delle strade e in parchi, non nelle piazze, come per gli uomini. Dai dati si deduce che molto poche sono le donne ricordate per meriti che non includano il sacrificio o la cura. Ci sono per esempio Grazia Deledda, Maria Montessori.
  • Su 150 opere censite, ben 60 sono figure anonime collettive, tra cui partigiane, mondine o lavandaie: nessun monumento celebra invece, per esempio, le scienziate o le impiegate.
  • Squilibrato è anche il rapporto tra autori ed autrici dei monumenti: solo un 5% è stato realizzato da donne, un altro 5% vede una collaborazione tra i due sessi, il 90% è firmato da un uomo.
  • Si sottolinea anche la tendenza a raffigurare le donne in maniera stereotipata: molte statue hanno atteggiamenti sensuali o hanno dettagli leziosi, aspetti che vanno a diminuire il soggetto ritratto. Ricorrente è anche la presenza di bambini, a giustificare la presenza di una statua di soggetto femminile nello spazio pubblico. In questo modo parte la violenza sul corpo delle donne, una violenza morale e culturale. CAPITOLO 3 – FASCISMO: SURVIVAL E REVIVAL La smisurata pittura murale di Mario Sironi nell’Aula Magna della Sapienza di Roma rende lo sfondo non neutro, ma attivo e minaccioso. Fu Mussolini a volere questo affresco, che è diventato uno dei simboli del fascismo. Un recente restauro ha restituito la leggibilità originale alla pittura, rimuovendo le ridipingere che occultavano i clamorosi simboli del totalitarismo italiano:
  • Un enorme fascio littorio con l’indicazione dell’anno dell’era fascista;
  • Il duce a cavallo e con la sciabola sguainata;
  • L’attico dell’arco che simboleggia il trionfo del fascismo. Bisognava anche prendere atto che quel recupero era incompatibile con l’uso corrente dell’Aula Magna della più influente università italiana: o l’aula si musealizzava, o la si modificava con un intervento artistico capace di avere altrettanto impatto nell’esprimere l’antifascismo della maggiore università di una Repubblica che sull’antifascismo è fondata. Invece, nel 2017 il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella la inaugura, come se niente fosse.

 Ruth Ben-Ghiat scrisse sul New Yorker nel 2017 un articolo interessante

intitolato “ Why are so many Fascist monuments Still Standing in Italy?”. E

questa domanda riguarda sia la storia del dopoguerra che la politica del presente. La sua sintesi è efficace, interroga la coscienza civile italiana di oggi con implacabile limpidezza. Il Colosseo quadrato si erge ancora oggi a Roma con la facciata che reca inscritta la frase del discorso di Mussolini del 1935 in cui si annunciava l’invasione dell’Etiopia. L’edificio è una reliquia dell’esecranda aggressione fascista. In Germania una legge emanata nel 1949 contro l’apologia del nazismo ha facilitato la soppressione dei simboli del Terzo Reich; l’Italia invece non ha subito un programma di rieducazione paragonabile. Dopo la guerra, i bollettini e i rapporti della Commissione di controllo alleata raccomandarono di distruggere solo i monumenti e le decorazioni più evidenti e antiestetiche come i busti di Mussolini. Non abbiamo mai davvero fatto i conti con l’eredità monumentale del fascismo, oggetto di una rimozione selettiva a causa dell’assai parziale defascistizzazione; un limite dovuto prima alla volontà di separare le sorti dell’Italia da quelle della Germania, e poi alle dinamiche della guerra fredda.  A Firenze c’è una lunga e importante via intitolata al padre domenicano

Reginaldo Giuliani. Nella fascistissima Enciclopedia Italiana Treccani del

1938, alla voce Giuliani viene descritto un fascista fanatico, la cui camicia nera intrisa di sangue girò l’Italia del regime come una reliquia. A lui sono ad oggi dedicate moltissime strade: Firenze, Roma, Sorrento, Milano, Capri.  Sull’ Isola del Giglio il lungomare e la piazza di Giglio Porto sono pacificamente dedicate all’ammiraglio e presidente del Senato fascista Paolo Thaon di Revel, uno dei firmatari delle leggi razziali nel 1938.  Al primo firmatario delle leggi razziali, re Vittorio Emanuele III, è ancora dedicata la Biblioteca Nazionale di Napoli.

Fino a qui siamo a quello che gli storici dell’arte chiamano SURVIVAL quindi

sopravvivenza di un codice di significati che arriva dritto dal fascismo trionfante.

Al survival si intreccia ora un florido REVIVAL, un ritorno di fiamma di

intitolazione, segni e nuovi monumenti più o meno dichiaratamente fascisti.  Sotto il regime il parco di Latina fu intitolato ad Arnaldo Mussolini (fratello di Benito, morto nel 1931). Nell’agosto 2021 il sottosegretario leghista del governo Draghi propose di ritornare a quel nome anziché quello attuale dedicato a Falcone e Borsellino. Matteo Salvini lo difese dicendo di voler tutelare la cancellazione di quell’intitolazione che era stata fatta da un sindaco di sinistra. Salvini omette che il parco era già stato ribattezzato (come Latina del resto, da Littoria) dopo la Liberazione. Nel 1996 un sindaco dichiaratamente fascista recuperò la dedica a Mussolini. Aimone Finestra non era un innocuo nostalgico, dopo la Liberazione per i suoi crimini commessi al servizio della Repubblica di Salò il pubblico ministero (Oscar Luigi Scalfaro) propose per lui la pena di morte.  Le 49 dediche recenti nelle vie, piazze, giardini, ponti fatte a Giorgio Almirante definito dalla Meloni come politico e patriota di altri tempi che

tanto stima. Infatti Almirante fu segretario di redazione della “ Difesa della

Razza”, oltre che gerarca della Repubblica Sociale, servo dei nazisti e

fucilatone di partigiani.  Nel 1995 il sindaco di Roma Francesco Rutelli voleva intitolare il largo davanti alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna a Giuseppe Bottai, introduttore delle cattedre di razzismo nell’università italiana, artefice della cacciata degli ebrei da scuole e atenei, un firmatario del Manifesto della Razza. Rutelli fu chiaramente costretto a ritirare la decisione di fronte all’onda dell’indignazione rivendicando però di aver avuto un’idea oltre l’anticonformismo facile, oltre il Duemila.  Quasi nessuno ha obiettato sulla collocazione di una statua di D’Annunzio a Trieste all’anniversario esatto dell’impresa di Fiume creando di fatto un incidente diplomatico con la Croazia. D’Annunzio aveva firmato il

Manifesto degli intellettuali del fascismo datato 21 aprile 1925, quando

Matteotti era già morto. Un conto è studiare i versi di d’Annunzio, un conto è venerarne la figura nello spazio pubblico.  Perugia, chiamata dal duce “ capitale del fascismo ” perchè è da lì che iniziò la Marcia su Roma, è oggi governata anche dal partito che di fatto raccoglie l’eredità del fascismo. Nel 2021 è tornato trionfante sul muro del Mercato Coperto accanto al grifo simbolo civico, un gran fascio littorio dipinto nel 1932. Un survival, perché frutto di restauro, ma anche revival perché frutto di restaurazione.  La stessa dinamica perversa investe i musei. Tra i luoghi della cultura sul

sito compare il Museo sacrario reggimento Giovani Fascisti Africa

settentrionale 1940/1943, a Ponti sul Mincio vicino Mantova. Non è un

residuo del Ventennio ma la costruzione di un gerarca repubblichino, Fulvio Balisti, che dal 1960 raccoglie e conserva i cimeli del reggimento e della campagna in Africa Settentrionale, c’è anche una sala dedicata all’Afrika Korps di Hitler. Inoltre, ogni anno il Comune di Verona concede il patrocinio a un concorso diretto ai ragazzi delle scuole che consiste nello scrivere un tema sull’amor di patria dedicato a Fulvio Balisti perchè egli rappresenta uno straordinario esempio di idealismo, dignità e coerenza.  Durante il governo Draghi, il leghista Giorgetti decise di inserire il ritratto di Mussolini nelle serie icnografica dei vari ministri dell’Industria realizzata per festeggiare i novant’anni di quel dicastero. Questo fece notare la presenza di un suo ritratto nell’Anticamera della Sala Verde al terzo piano di Palazzo Chigi. Si tratta di serie celebrative e commemorative, che nulla hanno di scientifico, ma costituiscono una sorta d’albo d’oro dell’istituzione. Includere Mussolini nella serie dei primi ministri del Regno e della Repubblica significa rivendicare la legalità e la legittimità del Ventennio. Il punto è che il fascismo deve essere ricordato come fatto storico, ma in sede celebrativa il regime deve essere espunto come illegittimo ed illegale. Proprio come i ritratti degli usurpatori non stavano nelle sedi imperiali, e gli antipapi erano cassati da quelle dei papi, anche il fascismo e il riferimento ad esso tramite strade e monumenti, deve essere eliminato. Il fascismo nasce da un colpo di stato che ruppe la legittimità costituzionale dello Statuto Albertino. E come tale deve stare fuori da ogni celebrazione perchè segna un’insanabile

scalfisce la gloriosa storia della sua persona. Questo dimostra l’urgenza di cambiare il nome di quella scuola, per una ragione chiamata Costituzione della Repubblica che, come ha detto Mattarella, è ideologicamente il contrario del fascismo. Infine, il fascismo è stato una parte di storia attraverso la quale si passa inevitabilmente: o si è contro o si è a favore. Il Savoia non era un politico ma un uomo d’azione: nel fascismo egli vide il lato patriottico, il mezzo per dare al Paese una disciplina che ne facesse un blocco di un’ideale di grandezza. Anche oggi, mentre giustamente la maggior parte degli italiani condanna l’invasione dell’Ucraina Stato sovrano da parte della Russia di Putin, quasi nessuno si scandalizza se le nostre strade, le nostre scuole e il nostro patrimonio culturale glorificano ancora le nostre ripetute invasioni di Stati sovrani africani. Gli stessi italiani che dicono che i migranti africani dovremmo aiutarli a casa loro, dimenticando che noi a casa loro ci siamo andati per renderla casa nostra con inaudita e inarrestabile violenza. Eppure, non solo del nostro efferato colonialismo non si parla o quasi a scuola, ma anche il discorso pubblico è singolarmente impermeabile, quando non esplicitamente revisionista o addirittura neocolonialista. Alcuni esempi:

  • Roma , PIAZZA DEI CINQUECENTO (Battaglia di Dogali 1887 in Eritrea)
  • Trastevere , sulla facciata della caserma in via Anicia, lapide che ricorda 300 bersaglieri morti nel 1911 per la guerra in Libia.
  • Firenze , PIAZZA TASSO si commemorano gli italiani che caddero in terra d’Africa continuando ad affermare con la solennità dell’epigrafia monumentale, datando la memoria all’anno XIV dell’era fascista.
  • A Siena c’è un bar che si chiama “IMPERO”.
  • A Siena c’è anche la piazza del rettorato su cui si affaccia una caserma che porta il nome di Roberto Bandini, medaglia d’oro a El Alamein.
  • Un intero quartiere di Orbetello si chiama Neghelli, come la città etiopica bombardata con armi chimiche da Graziani nel 1936.
  • Torino ha una strada intitolata a Romolo Gessi, accusato in Sudan di delitti e atrocità commessi sulle popolazioni, di esecuzioni in massa di arabi, di sterminio e di rovina.
  • A Napoli una caserma è intitolata al villaggio libico di Zanzur, luogo di vari combattimenti Il paradosso è che questo pieno di memoria materiale e oggettiva corrisponde ad uno spinosissimo vuoto di memoria viva e soggettiva, anzi ad una sostanziale rimozione collettiva. Tutto il discorso pubblico sul colonialismo italiano del secondo Novecento è leggibile come una corsa all’oblio da parte delle classi dirigenti, una corsa guidata forse da Indro Montanelli , il più attivo negatore delle evidenze fattuali che dimostrano il carattere sanguinario del colonialismo italiano. Nel 1936 Montanelli giudicava a caldo la sua esperienza di ufficiale coloniale italiano con un entusiasmo senza ombre, dicendo che Mussolini (chiamato da lui Gran Babbo) li avesse mandati in vacanza dopo 12 anni di scuola. Montanelli minimizzava l’efferatezza di quella “vacanza” negando contro ogni evidenza l’uso di gas da parte delle truppe italiane delle quali aveva fatto parte. Nel 1996 il Ministero della Difesa riconosce l’uso dei gas da parte delle forze armate italiane durante la Guerra in Etiopia.

Nonostante questa perdita di autorevolezza e credibilità, la figura di Montanelli continua ad essere intoccabile. Giangiacomo Schiavi, all’indomani dell’imbrattamento di vernice fucsia (e didascalia “razzista stupratore”) della statua di Montanelli posta a Milano, il 14 giugno 2020, scrive un editoriale sul Corriere della Sera. La contorsione sintattica svela un pensiero non meno contorno: comprare una dodicenne e sposarla è meno grave che criticare con veemenza quell’azione. La ragione? Il contesto. Qualche frase detta da Montanelli in ordine cronologico:

 Nel 1936 scriveva su “Civiltà fascista”: coi negri non si fraternizza. Non si

può, non si deve. Almeno finchè non si sia data loro una civiltà. Il bianco

comandi.

 Nel 1962, a proposito delle lotte contro l’apartheid americano guidate da

Martin Luther King: piano piano l’America sta rendendosi conto che con

questo problema essa deve convivere perchè non lo può risolvere. È un

fatto che il meticciato coi neri ha dato risultati catastrofici dovunque lo si è

praticato.

 Nel 1986 , scrivendo la presentazione al libro riferendosi al maresciallo

Graziani, Montanelli non è sfiorato da un dubbio nel definirlo un grande

guerriero coloniale.

 Nel 2000, quando ricorda il suo matrimonio razzista, dice che la ragazza si chiamava Destà e che aveva 14 anni, e spiegava che nei paesi tropicali a

14 anni sono già donne e a 20 sono vecchie. Faticai molto a superare il suo

odore dovuto al sego di capra di cui erano intrisi i suoi capelli, e ancor di più

a stabilire con lei un rapporto sessuale perchè era fin dalla nascita

infibulata: il che, oltre a opporre ai miei desideri una barriera

insormontabile (ci volle l’intervento della madre), la rendeva del tutto

insensibile.

Ricordando che nel 1947 Montanelli aveva pubblicato il paradigma del revisionismo, ovvero un libro intitolato “Il buonuomo Mussolini” in cui traccia il profilo di una dittatura bonaria e paternalista. Descrive Mussolini come

l’incarnazione delle virtù, dei vizi e del temperamento degli italiani: ambizioso,

furbo, vanitoso, passionale, magari irascibile ma anche generoso. Un uomo

capace di creare un regime fatto a immagine e somiglianza degli italiani.

Nonostante tutto questo, Milano ha dedicato una statua a Indro Montanelli, inaugurandola il 22 aprile 2006, e tre anni prima lo stesso sindaco di destra Gabriele Albertini aveva dedicato una piazzetta al fondatore dell’Opus Dei e un parco a quello di Comunione e Liberazione. La scrittura simbolica dello spazio pubblico non è mai neutrale, è invece un atto politico che sceglie un versante della storia, e lo propone alla venerazione di tutta una comunità. La quale, a quel punto, si divide tra chi ne accetta il culto e chi lo considera una bestemmia civile. Per questo sono del tutto irrilevanti le difese della statua fondate sul rispetto della storia, come quella del presidente della Regione Toscana Eugenio Giani ->

aver gettato vernice sulla sua statua è atto assolutamente esacrabile

(vergognoso). È importante sottolineare il fatto che a gettare la vernice rosa (non rossa) sulla statua siano stati finora movimenti femministi: la violenza su quella bambina non fu un accidente secondario, ma un atto capace di svelare la radice profondamente patriarcale e maschilista del fascismo.

sacerdote troiano e dei suoi figli sbranati da mostruosi serpenti usciti dal mare per tappar loro per sempre la bocca (Lacoonte aveva ipotizzato qualcosa dell’inganno di Ulisse e si opponeva all’ingresso del grande Cavallo di legno dentro le mura di Troia). La giustizia vaticana fa il suo corso infliggendo una condanna pesante (in due casi a nove mesi di reclusione) ai tre attivisti, una condanna incomprensibile, visto che gli imputati aveva raccolto l’invito a “fare chiasso” lanciato proprio dal proprietario del Laocoonte, papa Francesco. E infatti hanno fatto chiasso. Prendere coscienza è il punto, e combattere contro chi ha tutto l’interesse a tenere addormentata questa coscienza collettiva.  Nell’ agosto 2022 , alcuni attivisti di Ultima Generazione occuparono simbolicamente la Cappella degli Scrovegni a Padova, mostrando

sotto il Giudizio Finale che Giotto dipinse sulla controfacciata tra il 1303-

1305, un cartello che invitava a rinunciare alle energie fossili, a interrompere le emissioni che cambiano il clima provocando desertificazioni e inondazioni. Con quel gesto essi offrivano un modo nuovo e terribile per leggere i quattro fiumi di fuoco che scendono nell’inferno dal trono di Cristo giudice dipinto sopra di loro, e anche i candidi banchi di ghiaccio che in mezzo all’inferno condannano al freddo chi privò i poveri del calore, del benessere e dell’affetto. In alto, su tutto, due grandi angeli in armatura stanno avvolgendo il Cielo. È la fine, Dio ordina che la storia finisca, e quando le storie finiscono il libro si chiude e cala la notte. Oggi la notte è vicina: quando la temperatura e l’umidità di Padova saranno quelle di Marrakech (probabilmente nel 2050) gli affreschi di Giotto potrebbero non sopravvivere. Anche Venezia e Paestum finirebbero sott’acqua.

 Nell’ autunno del 2022 le azioni si sono moltiplicate: Monet a Madama,

Klimt a Vienna; Goya a Madrid ; Palazzo Madama, fontana di Trevi e

Barcaccia a Roma ; Palazzo Vecchio a Firenze , moltissimi altri monumenti

e quadri celebri come i Girasoli di Van Gogh nella National Gallery

(protetto da un vetro) verso cui due ragazze lanciarono una zuppa di pomodoro. Se la nostra società davvero capisse Van Gogh, allora lotterebbe contro il pericolo imminente dell’estinzione climatica dell’umanità. Gli attivisti di Ultima Generazione sono gli stessi, generazionalmente, culturalmente e spesso anche personalmente, che hanno manifestato nelle piazze occidentali contro i simboli pietrificati dello schiavismo, fascismo, violenza patriarcale sulle donne, colonialismo. Forti analogie legano la contestazione delle statue e della toponomastica “costituite” all’uso militante delle opere d’arte del passato. In entrambi i casi, a uno sguardo superficiale, può sembrare che si voglia “distruggere” o cancellare la storia, quando in realtà è vero l’opposto: la si prende sul serio proprio nel suo rapporto con il presente e il futuro. Le ragazze e i ragazzi di Ultima Generazione vogliono solo che opere che da troppo tempo sono ridotte a inerte feticcio di un turismo forzato, tornano invece a nutrire un pensiero critico, una consapevolezza politica. I musei diventano così teatro di una lotta che usa il patrimonio del passato per assicurare un futuro al genere umano; allo stesso modo la lotta per decolonizzare i simboli nello spazio pubblico non è solo una lotta per

l’interpretazione del passato, ma per la costruzione di una società diversa, oggi e

domani. In entrambi i casi si tratta di una lotto contro la cancellazione della

storia.  Nell’ agosto 2022 alcuni attivisti tedeschi di Ultima Generazione si sono

incollati alla cornice della Madonna Sistina di Raffaello a Dresda ,

scrivendo nel loro comunicato che quell’opera straordinaria “è un simbolo potente: Maria e Gesù guardano al futuro con timore. Guardano alla sua morte in croce. Una morte altrettanto prevedibile sarà anche il risultato del collasso climatico”. CAPITOLO 6 – RISCRIVERE LO SPAZIO PUBBLICO Il 10 agosto 1792 Luigi XVI venne deposto; quattro giorni dopo, l’Assemblea Nazionale approvò un decreto mirato a eliminare statue e monumenti legati alla tirannia: era l’apice dell’iconoclastia rivoluzionaria. Henri Gregoire (vescovo costituzionale che si era opposto all’esecuzione del re) si opposizione alla distruzione dei monumenti, nonostante egli fosse un rivoluzionario sincero, noto per la sua battaglia per l’abolizione dello schiavismo. Egli da rivoluzionario pensava che alla distruzione dovesse ad un certo punto seguire la risemantizzazione, motivo per cui sosteneva che avendo vinto la Rivoluzione (e non avendo più un re), l’Italia poteva permettersi di conservare il patrimonio della monarchia e dell’aristocrazia, ma cambiandone il segno. Questi stessi monumenti vengono infatti ad oggi letti come i segni del degrado dei loro stessi committenti. La realtà è che ad oggi l’Italia non è in Rivoluzione, ma in un regresso politico che ha portato alla perdita di conquiste civili. Non si scorge alcuna rivoluzione possibile ma manca una vera dimensione politica in cui agire, simbolicamente e legislativamente per la creazione di uno spazio pubblico più condiviso. I due momenti della Rivoluzione, iconoclastia e conservazione , non vanno letti in radicale opposizione: iconoclastia, risemantizzazione e patrimonializzazione sono anelli della stessa catena di trasformazione dei significati. L’iconoclastia è una questione anche di interazione sociale, di rapporti di potere e di negoziazioni concrete.

  • Come insegna il caso Colston anche oggi il nodo si scioglie con una negoziazione, respinta, e solo dopo l’abbattimento della statua si è aperto il processo democratico che ha infine portato ad una patrimonializzazione reale della statua e a una riscrittura dello spazio pubblico dell’intera città.
  • Un caso diverso perché legato ad una molteplicità di immagini poste in molti luoghi, ha prodotto un esito simile. Si tratta della contestazione delle statue americane di Cristoforo Colombo. Il culto americano di Colombo è una costruzione politico culturale che nasce tre secoli dopo il 1492. La World’s Columbian Exposition di Chicago fu la definitiva consacrazione del mito, e nello stesso anno la comunità italiana di New York offrì alla città il monumento colonnare di Columbus Circle. Il vero diluvio di statue di Colombo arrivò con l’avvento del fascismo, icone di una mitica italianità, superiore sul piano culturale e razziale, definendo l’allineamento con il

white etnichs. Gli italiani fino ad allora emarginati in quanto non

anglosassoni e non protestanti sceglievano così di salvarsi da soli,

quella del militante studente di storia. C’è l’opposizione radicale del loro significato simbolico: di Reginaldo Giuliani si appropria la macchina della propaganda fascista fondata sulla menzogna e sull’annichilimento di ogni senso critico; mentre la memoria di Carlo Giuliani ha guidato la battaglia per la verità, contro i depistaggi e le menzogne di Stato, per una Repubblica davvero democratica. L’idea era quindi quella di provocare i cittadini, chiedendo a tutti quale Italia vogliamo: quella di Reginaldo o quella di Carlo Giuliani? Qualcosa di molto simile vale per le scuole, le università abitate da comunità educanti che potrebbero dar vita a percorsi di riflessione e di confronto. È tutto più laborioso e complicato quando si tratta di fare i conti con una statua. Qualche proposta:

  • Risemantizzazione in loco.
  • Musealizzazione con segnalazione perenne del vuoto rimasto nello spazio pubblico.
  • Musealizzazione con cancellazione della memoria nello spazio pubblico 4. Rimozione e conservazione in deposito.
  • Distruzione (es. mausoleo di Graziani). La cancellazione della memoria del male non è mai una soluzione accettabile: a meno che l’unica alternativa consentita non sia la conversazione del monumento al male senza alcuna critica visibile ed efficace. Lasciare la tomba di Mussolini dov’è ma rimuoverne i simboli fascisti, proibire severamente ogni forma di memoria pubblica e aprire a Predappio un museo didattico sugli orrori del fascismo. Sarebbe insensato distruggerli, ma è altrettanto insensato continuare ad usare gli edifici senza iscrizioni o installazioni artistiche che rendano ben chiaro che si è scelto di far sopravvivere l’edificio, non il suo significato originario. Il modo in cui raggiungere questo scopo deve essere pensato, negoziato, realizzato caso per caso: ogni statua, architettura, monumento, rappresenta un singolo individuo, legato allo spazio, all’arte, alla memoria, alla storia universale e alle vicende sentimentali locali in modo unico e irripetibile.  Il balcone di Palazzo Venezia dove Mussolini pronunciò i suoi celebri discorsi sul ritorno all’imperialismo e all’entrata in guerra. Lo affiancano perennemente due striscioni che attraversano tutta la facciata del palazzo rinascimentale, promuovendo mostre ed eventi. Eppure oggi è lì, redime quel simbolo terribile.  Per il fascio littorio riportato in vita al Mercato coperto di Perugia c’erano tre possibilità:
  1. Lasciare il fascio dov’è ma commissionare a spese pubbliche un grande murale (o un’altra installazione artistica) di immagini e parole antifasciste capace di contestare il fascio.
  2. Staccare il dipinto dal muro (anche il Grifo civico) e portarlo in un museo. Certo, cancellare i segni della storia è un errore fatale ma le immagini sono potenti, subdole, pericolose: il loro effetto cambia a seconda del luogo in cui si trovano, del contesto, e dei testi che le accompagnano.

3. Lasciare la pittura in loco ma nascondendola con un pannello o una

scialbatura.

È quest’ultima l’opzione che l’amministrazione perugina ha voluto scegliere. Il rischio è che i memoriali fascisti o colonialisti rimangano ben visibili e che invece le loro correzioni democratiche appaiano invisibili, irrilevanti.  Il Monumento alla Vittoria di Bolzano è uno dei monumenti fascisti più controversi e contestati, opera di Piacentini e altri scultori rilevanti. È un arco trionfale pieno di simboli fascisti in scala colossale che lega in un nodo indissolubile lo spirito irredentista della Grande Guerra, la propaganda fascista, l’esibizione di un arrogante italianità. Il tentativo del Comune di

Bolzano di ribattezzare la piazza in piazza della Pace (2001) è stato subito

ribaltato da un referendum popolare (2002) che ha visto i cittadini di lingua italiana opporsi vittoriosamente a quelli di lingua tedesca. Anche la risemantizzazione vera e propria del monumento è assai discutibile: i cartelli apposti dal Comune sono moderati.  Molto più efficace nella stessa Bolzano è l’intervento sul colossale bassorilievo che celebra la storia del fascismo sulla facciata dell’ex Casa Littoria “combattere, credere, obbedire” risponde oggi una grande scritta luminosa che riporta una frase estrapolata da una conversazione radiofonica di Hannah Arendt a proposito del processo al nazista Adolf

Eichmann “ nessuno ha il diritto di obbedire”.

Soluzioni analoghe si potrebbero studiare a commento delle memorie fasciste e imperiali nelle aule magne delle università di Roma o Siena, si potrebbe pensare a proiezioni che rendano leggibile con la necessaria evidenza la disposizione finale della Costituzione che vieta la ricomposizione del partito fascista. E nelle architetture, o la via della Conciliazione, l’iscrizione del Colosseo quadrato, si deve sempre poter trovare un modo di segnare visibilmente mostrando che sono state conservate solo perchè private del loro significato originario, e consegnate ad un altro ordine semantico. È necessario agire per un’evoluzione del calendario civile e dei modi per solennizzarlo che sappia davvero tradurre in gesti e segni i valori costituzioni. La festa della Repubblica, 2 giugno , stesso giorno in cui fu eletta dalla Costituente che scrisse un radicale ripudio alla guerra, vede nel suo momento più solenne una parata militare suggellata dall’ipernazionalista fumo tricolore gettato dalla pattuglia acrobatica dell’Aeronautica militare, tutto avrebbe senso far sfilare quel giorno tranne che questi strumenti di morte. Nel calendario civile accanto alla revisione è importante anche una costante aggiunta di segni nuovi che vadano nella direzione giusta. Sarebbe bello vedere piazze titolate ai disertori di tutte le guerre, una scuola a Michela Murgia. Nell’ottobre 2022 una mobilitazione dal basso (storici, intellettuali, attivisti) ha portato il consiglio comunale di Roma a votare una mozione che impegna formalmente l’amministrazione a istituire nella Città di Roma la Giornata della Memoria per le vittime del colonialismo italiano da svolgersi a Roma il 19 febbraio in quanto nello stesso giorno dell’anno 1937 iniziò la violenta rappresaglia italiana in ritorsione al fallito attentato al maresciallo Graziani. Quando questo giorno sarà entrato nel calendario civile nazionale italiano e le scuole, le università, fabbriche si fermeranno per ricordare che questo è stato e l’abbiamo fatto noi italiani, allora potremmo dire che è stato fatto davvero un

(1493), dove si vede un bambino cristiano orribilmente torturato e mutilato da sette mostruosi ebrei che ne raccoglievano il sangue: Sinonimo diventava un simbolo della persecuzione antiebraica nazifascista.

Nel 2019 un esemplare mostra al Museo diocesano di Trento ( L’invenzione del

colpevole. Il caso di Simonino da Trento nella propaganda della storia) ha

restituito l’intera vicenda alla coscienza collettiva, fornendo una chiave di lettura nuova per l’ampio patrimonio culturale, talvolta di altissima qualità formale, legato a questa vicenda terribile. La mostra ha avuto uno straordinario successo, vincendo il più prestigioso premio europeo per il patrimonio culturale. Di qui l’idea di musealizzare permanentemente la cappella che aveva ospitato per secoli le reliquie e riti di questo culto sacrilego (sacrilego=blasfemo perchè falso). Un’idea fortissima anche sul piano strettamente religioso. Un’incredibile

alleanza di fatto tra destra catto-fascista, alcune personalità della comunità

ebraica trentina preoccupate di una riaccensione del culto, e alcuni storici convinti che la storia non si possa spiegare al popolo, ha infine indotto l’arcivescovo di Trento ad archiviare il progetto togliendo di fatto la sua fiducia alla direttrice del Museo diocesano, Domenica Priemerano, che ha scelto di dimettersi. Chi l’ha costretta ad andarsene si è assunto una grave responsabilità morale. Raccontare il tradimento abominevole che lì fu compiuto sarebbe stato importantissimo come lo è stato musealizzare e non distruggere Auschwitz. Ancora una volta, l’obiettivo vero è la risemantizzazione, non certo la distruzione. A differenza dei monumenti otto novecenteschi che Riegl chiamava “monumenti intenzionali” cioè nati con l’intenzione di renderli immediatamente tali, i

monumenti storico-artistici sono vere opere d’arte che non possono essere

modificate nella forma e nella sostanza, senza di fatto perderle. Da alcuni anni, specie negli Stati Uniti, una sorta di crisi di rigetto colpisce altri classici, quelli della letteratura occidentale. Una nuova generazione di studiosi, non più solo bianchi e solo uomini, può estrarre da quel bottino cose antiche e cose nuove. Le cose nuove, che prima forse non riuscivamo a vedere, possono diventare a loro volta l’eredità di una generazione che non scelga il suicidio della cancellazione, né il silenzio della complicità, ma la via di una nuova interpretazione di quei classici che costruiscono la nostra umanità, sia in letteratura che in arte. Se la ricerca di un nuovo modo di leggere i classici letterari chiama in causa l’università, la costruzione di uno sguardo nuovo sui classici riguarda innanzitutto i musei. Pensiamo alle manifestazioni di Ultima Generazione, i musei potrebbero mostrare in modo straordinariamente efficaci cosa succederà alle loro opere quando il collasso climatico progredirà.

  • Potrebbero ridurre al minimo lo spostamento delle opere per ridurre le emissioni.
  • Potrebbero suggerire percorsi iconografici interni sulle catastrofi climatiche e sui soggetti apocalittici.
  • Potrebbero dedicare spazio agli artisti in conflitto con la società e il potere del loro tempo Il museo dovrebbe ripensare dalle fondamenta il proprio ruolo culturale e sociale, il proprio rapporto con il mercato e la democrazia, e dovrebbe esaminare le origini delle proprie collezioni in relazione alla giustizia e uguaglianza tra popoli.

Per costruire giustizia il museo deve prima provare a essere giusto. Per esempio, si stima che tra il 90 e il 95% del patrimonio culturale sub-sahariano si trovi fuori dal continente africano, in musei ricchi e lontani. La restituzione del bottino coloniale è la condizione essenziale per la credibilità morale e politica dei musei occidentali. In questo senso Macron ha fatto una scelta coraggiosa sottolineando che le restituzioni non sono solo possibili, ma doverose e urgenti per chiedere scusa a tutti dei danni che la colonizzazione francese ha portato, in quanto “crimine contro l’umanità”. Le restituzioni sono un paradigma culturale che va oltre il colonialismo storico che aprono una prospettiva rivoluzionaria sul colonialismo nei rapporti tra ceti, generi, persone. La prospettiva entusiasmante è quella di una politica culturale che abbia un solo unico obbligo: l’oggetto dell’obbligo è sempre l’essere umano in quanto tale. In altre parole significa provare a sciogliere quell’intreccio di potere e conoscenza che fa del patrimonio culturale un luogo di dominio di alcuni su altri. A Livorno c’è il monumento noto come a Ferdinando I ma chiamato anche dei (se non ai) Quattro Mori. Un granduca cristiano e bianco (marmo) domina quattro schiavi musulmani e nerissimi (bronzo) in un complesso messo a punto tra 1599 e 1638. Un raro monumento intenzionale di antico regime in mezzo al porto da cui partivano le galere granducali che affrontavano le navi ottomane e corsare. Durante l’occupazione francese di Livorno, la statua del granduca fu

eliminata perché, come disse il generale Alexandre Francois de Miollis: “ quattro

sventurati, cento volte più valorosi del feroce Ferdinando che li calpesta, offrono

da trecento anni uno spettacolo affliggente. I sensi del dolore, sdegno, disprezzo,

odio devono necessariamente agitare ogni anima sensibile che ivi si avvicini.

Compiacetevi cittadini di ordinare che la statua della Libertà sia sostituita a

quella di questo mostro. Con una mano ella spezzi le catene dei quattro schiavi,

con l’altra schiacci con la picca la testa a Ferdinando, disteso al suolo.” La

Restaurazione impedì purtroppo di realizzarlo. Steven Ostrow è riuscito, incrociando fonti e documenti d’archivio a dare un nome sicuro a due dei modelli reali che Pietro Tacca usò per modellare i Quattro Mori: uno si chiamava Morgiano, 25 da Tangeri, l’altro Alì più anziano. Sono i nomi più antichi di schiavi ritratti in scultura nell’arte occidentale. Su questo si potrebbe creare una narrazione spettacolare così il monumento diventerebbe davvero ai quattro mori e la sua presenza finalmente accettabile. La Galleria di Villa Borghese a Roma espone l’Apollo e Dafne di Bernini , opera celeberrima già nel 1600, al punto che l’Apollo è il logo del Ministero della Cultura italiano. In questo marmo Bernini traduce in marmo i versi delle

Metamorfosi di Ovidio. È il racconto terribile di uno stupro: Apollo che non ha più

voglia di sedurla e la prende, e Dafne che si sente in colpa e che infine si blocca

come nella siderazione psichica, e che rende quasi morte (inerte) le donne

vittima di questa atroce violenza maschile. Bernini immagina di tradurre in figura la sequenza delle Metamorfosi fermandola nella fase più drammatica, quando Apollo blocca Dafne. Il dio la tocca (crede di averla fatta sua), ma contemporaneamente la preghiera di Dafne viene esaudita, e la ninfa inizia