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Letture indologia- testi importanti, Dispense di Storia dell'India

Letture testi importanti dell'India

Tipologia: Dispense

2019/2020

Caricato il 15/05/2020

CarmenBuckley
CarmenBuckley 🇮🇹

4.7

(3)

9 documenti

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bg1
1
SOMMARIO
GVEDA
Preghiera ad Agni (gveda i.1) 2
La battaglia contro Vtra (gveda i.32, strofe 1-8) 2
Le gesta di Indra (gveda ii.12) 3
La collera di Varua (gveda vii.86) 4
L’instaurazione dell’ordine (gveda x.124, strofe 1-6) 4
Il lamento del giocatore (gveda x.34) 5
Alle rane per far piovere (gveda vii.103) 6
Purua (gveda x.90) 6
Il caos primordiale (gveda x.129) 7
ŚAUNAKĪYA ATHARVAVEDA
Contro la lebbra (Śaunakīya Atharvaveda i.23) 8
Contro i vermi (Śaunakīya Atharvaveda ii.32, alcune strofe) 8
Per far crescere i capelli (Śaunakīya Atharvaveda vi.136-137, alcune strofe) 8
Per cicatrizzare le ferite (Śaunakīya Atharvaveda iv.12) 9
Maledizione contro una fanciulla (Śaunakīya Atharvaveda i.14) 9
Per fare innamorare un uomo (Śaunakīya Atharvaveda vi.130-131) 9
Per fare innamorare una donna (Śaunakīya Atharvaveda vi.8) 10
Per amarsi a vicenda (Śaunakīya Atharvaveda vii.37) 10
Per provocare l’impotenza (Śaunakīya Atharvaveda vi.138) 10
Contro chi non la vacca ai brahmani (Śaunakīya Atharvaveda v.18-19, alcune strofe) 10
La vacca è del brahmano (Śaunakīya Atharvaveda xii.4, alcune strofe) 11
CHĀNDOGYA UPANIAD
Decimo khaṇḍa 11
Dodicesimo khaṇḍa 11
Tredicesimo khaṇḍa 11
JAIMINĪYA GHYASŪTRA
I riti della nascita (Jātakarma) 12
EDITTI DI AŚOKA
Editto XIII 13
Editto XII 14
Editto IX 14
Editto I 14
Editto II 15
SUTTA PIAKA
Anguttara-Nikāyā, III, 65 15
DHAMMAPADA
Brāhmaa-vagga (capitolo XXVI, alcune strofe) 16
BHAGAVADGĪTĀ
Undicesima lettura (alcune strofe) 17
pf3
pf4
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Anteprima parziale del testo

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SOMMARIO

  • Preghiera ad Agni (Ṛgveda i.1) ṚGVEDA
  • La battaglia contro Vṛtra (Ṛgveda i.32, strofe 1-8)
  • Le gesta di Indra (Ṛgveda ii.12)
  • La collera di Varuṇa (Ṛgveda vii.86)
  • L’instaurazione dell’ordine (Ṛgveda x.124, strofe 1-6)
  • Il lamento del giocatore (Ṛgveda x.34)
  • Alle rane per far piovere (Ṛgveda vii.103)
  • Puruṣa (Ṛgveda x.90)
  • Il caos primordiale (Ṛgveda x.129)
  • Contro la lebbra (Śaunakīya Atharvaveda i.23) ŚAUNAKĪYA ATHARVAVEDA
  • Contro i vermi (Śaunakīya Atharvaveda ii.32, alcune strofe)
  • Per far crescere i capelli (Śaunakīya Atharvaveda vi.136-137, alcune strofe)
  • Per cicatrizzare le ferite (Śaunakīya Atharvaveda iv.12)
  • Maledizione contro una fanciulla (Śaunakīya Atharvaveda i.14)
  • Per fare innamorare un uomo (Śaunakīya Atharvaveda vi.130-131)
  • Per fare innamorare una donna (Śaunakīya Atharvaveda vi.8)
  • Per amarsi a vicenda (Śaunakīya Atharvaveda vii.37)
  • Per provocare l’impotenza (Śaunakīya Atharvaveda vi.138)
  • Contro chi non dà la vacca ai brahmani (Śaunakīya Atharvaveda v.18-19, alcune strofe)
  • La vacca è del brahmano (Śaunakīya Atharvaveda xii.4, alcune strofe)
  • Decimo khaṇḍa CHĀNDOGYA UPANIṢAD
  • Dodicesimo khaṇḍa
  • Tredicesimo khaṇḍa
  • I riti della nascita (Jātakarma) JAIMINĪYA GṚHYASŪTRA
  • Editto XIII EDITTI DI AŚOKA
  • Editto XII
  • Editto IX
  • Editto I
  • Editto II
  • Anguttara-Nikāyā, III, SUTTA PIṬAKA
  • Brāhmaṇa-vagga (capitolo XXVI, alcune strofe) DHAMMAPADA
  • Undicesima lettura (alcune strofe) BHAGAVADGĪTĀ

ṚGVEDA^1

Preghiera ad Agni ( Ṛgveda i.1)

  1. Ad Agni rivolgo la mia preghiera, al sacerdote domestico, al divino officiante del sacrificio, all’invocatore che più di tutti porta ricchezze.
  2. Agni, che deve essere pregato dai veggenti antichi, come pure da quelli di ora, porti qui gli dèi.
  3. Grazie ad Agni, possa colui che sacrifica ottenere giorno dopo giorno ricchezza e abbondanza insieme a gloria e figli maschi in gran numero.
  4. O Agni, solo quella cerimonia sacrificale che tu abbracci da ogni parte giunge tra gli dèi.
  5. Agni, l’invocatore dall’intelligenza di un saggio, il veritiero dalla gloria molto splendente, lui, il dio, possa venire qui con gli altri dèi.
  6. O Agni, tutto ciò che di propizio tu vorrai fare a chi ti onora, sarà, grazie a te, certamente vero, o Aṅgiras.
  7. O Agni illuminatore delle tenebre, noi veniamo con devozione giorno dopo giorno a rendere omaggio a te,
  8. che sovrintendi ai sacrifici, che sei lo splendente guardiano dell’ordine cosmico, che cresci nella tua propria casa.
  9. Allora, Agni, sii per noi facile da avvicinare come un padre per il figlio: accompagnaci per il nostro benessere. La battaglia contro Vṛtra ( Ṛgveda i.32, strofe 1-8)
  10. Ora voglio celebrare le imprese eroiche di Indra, quelle che l’armato di vajra ha compiuto ai primordi: abbatté il serpente, liberò le Acque, squarciò i ventri delle montagne.
  11. Abbatté il serpente che se ne stava sdraiato sulla montagna – Tvaṣṭṛ gli aveva forgiato il vajra risonante –: come vacche muggenti che si slanciano fuori dal recinto, le Acque sono scese velocemente al mare.
  12. Come in preda a un’eccitazione sessuale, scelse per sé il soma ; ne bevve il succo nelle coppe dal triplice legno. Il Generoso afferrò il vajra , l’arma da lancio, e colpì quel primigenio fra i serpenti.
  13. Quando tu, o Indra, abbattesti il primigenio fra i serpenti, allora annientasti anche gli inganni dei fraudolenti, generando al contempo il sole, il cielo e l’aurora; da quel momento non hai trovato più nessuno che ti resistesse.
  14. Indra, con il vajra , grande arma di morte, ha abbattuto Vṛtra, il maggiore tra gli ostacoli, colui che non ha spalle: come rami d’albero spezzati da un’ascia, giace ora il serpente aderendo al suolo.
  15. Come un codardo infelicemente ubriaco, aveva sfidato il grande eroe che respinge con potenza e disperde i nemici; ma colui che ha Indra come avversario non resse all’impatto delle sue armi di morte e fu ridotto in frantumi.
  16. Lui che è senza piedi e senza mani venne a combattimento con Indra, ma questi lo colpì (^1) Traduzioni tratte da: Saverio Sani (a cura di), Ṛgveda. Le strofe della sapienza , Venezia, Marsilio,

vajra tra le mani, questo o genti, è Indra.

  1. Quello che aiuta con il suo aiuto colui che spreme il soma , colui che cuoce il cibo sacrificale, colui che loda gli dèi e colui che ha preparato il sacrificio, quello per il quale sono accrescimento la preghiera, il soma e questa offerta, questo o genti, è Indra.
  2. Tu che, impetuoso, procuri il premio a colui che spreme il soma , a colui che cuoce il cibo sacrificale, proprio tu sei veritiero. Noi, o Indra, sempre amati da te, provvisti di buoni figli, possiamo esprimere la nostra adorazione. La collera di Varuṇa ( Ṛgveda vii.86)
  3. Sagge invero sono le creature grazie alla grandezza di colui che ha puntellato, per separarli, perfino gli ampi cielo e terra. Egli ha spinto in alto il firmamento ampio e grande e così pure l’astro diurno e ha spianato la terra.
  4. Allora io questo vado dicendo con me stesso: «Quando potrò essere in comunione con Varuṇa? Di quale mia oblazione godrà senza adirarsi? Quando potrò contemplare la sua misericordia, con animo sereno?».
  5. Questo io ti chiedo, o Varuṇa, riguardo al mio peccato, per il desiderio di conoscerlo. Mi reco dai sapienti per chiederlo a loro e i saggi mi danno sempre la stessa risposta: «Certamente Varuṇa è in collera con te».
  6. Quale è stata, o Varuṇa, quella grandissima colpa per la quale tu desideri uccidere me che ti sono amico e che ti canto inni di lode? Dimmelo, o tu che sei difficile da ingannare, che sei autonomo nel tuo volere: che, libero dal peccato, possa io presto riconciliarmi con te con atti di omaggio.
  7. Liberaci dalle cattive azioni dei nostri padri e da quelle che abbiamo commesso noi stessi. Libera Vasiṣṭha, o re, come si libera un ladro che ha rubato il bestiame, come si libera un vitello da una corda.
  8. Non era mia intenzione, o Varuṇa; mi sono lasciato sedurre: fu colpa del liquore, dell’ira, dei dadi, della sbadataggine. È stato uno più anziano che ha istigato all’errore me che sono più giovane. Neanche il sonno tiene lontana la trasgressione!
  9. Divenuto libero dal peccato, servirò come uno schiavo il dio generoso e fiero. Il nobile dio ha restituito l’intelligenza a coloro che l’avevano perduta: colui che già è accorto, lui che è più saggio, lo guida più in fretta alla ricchezza.
  10. Che questo inno di lode rimanga ben impresso nel tuo cuore, o Varuṇa che sei autonomo nel tuo volere. Fortuna sia a noi nel riposo, fortuna a noi nell’azione. Voi, o dèi, proteggeteci sempre e fateci stare bene. L’instaurazione dell’ordine ( Ṛgveda x.124, strofe 1-6) [Indra:]
  11. «Vieni, avvicinati, o Agni, a questo nostro sacrificio che ha cinque cammini, tre fasi e sette esecuzioni. Sii per noi il portatore dell’oblazione e colui che cammina alla nostra testa. Troppo a lungo, ormai, sei rimasto inattivo nella tenebra che dura da tanto tempo!». [Agni:]
  12. «Da non dio qual ero sono diventato segretamente un dio. Procedendo di nascosto, giungo all’immortalità con lo sguardo rivolto in avanti. Ora che, divenutogli non amico, lascio chi mi era

amico, vado verso una parentela estranea, allontanandomi da una cerchia che mi era propria.

  1. Ma quando mi vedo ospite di un’altra famiglia, mi metto a percorrere, misurandole, le molteplici collocazioni funzionali dell’ordine cosmico. Rivolgo allora una benedizione di saluto al Padre Asura e da là dove non vi è sacrificio vado dove c’è partecipazione al sacrificio.
  2. Tanti anni ho trascorso, rinchiuso là nel suo regno. Ma ora scelgo Indra e, il Padre, lo abbandono. Agni, Soma e Varuṇa, ecco, si stanno muovendo. Il regno si è ribaltato: ed è a questo regno che io desidero partecipare venendo qui». [Indra:]
  3. «Ecco questi famosi Asura hanno perso i loro poteri arcani! E tu, Varuṇa, ora amerai me. O re che sai distinguere l’ordine dal disordine, aderisci alla nuova sovranità del mio regno!
  4. Qui è la luce! È qui che ora si trova il bene! È qui il limpido splendore dell’ampio spazio mediano! Noi due dobbiamo abbattere Vṛtra! E tu, Soma, vieni fuori di là. Offriamo un’oblazione in sacrificio a te che sei l’Oblazione». Il lamento del giocatore ( Ṛgveda x.34)
  5. Mi fanno impazzire i dondolanti frutti del grande albero, nati dal vento, mentre rotolano sul tavolo da gioco. Come una bevuta di soma del monte Mūjavat, così mi piacciono i frutti del vibhīdaka cha non mi fan dormire.
  6. Lei non litigava mai con me, non andava in collera: oltre che con me, era gentile anche con i miei amici. Eppure, per quel dado che ha il valore di un punto, ho gettato via una moglie fedele.
  7. Ora mi odia la suocera, mi scaccia la moglie. Il giocatore è come un supplice per il quale nessuno prova pietà, ma anzi gli dicono: «Non trovo alcuna utilità in un giocatore, come in un vecchio cavallo messo in vendita».
  8. Il dado vincitore era desideroso delle sue sostanze e ora altri abbracciano la sua sposa. Il padre, la madre e i fratelli dicono di lui: «Non lo conosciamo: portatelo via in catene!».
  9. Se faccio con me stesso il proposito di non giocare più con questi dadi e di tirarmi in disparte quando gli amici vanno a giocare e, però, quelle noci marroni, tirate giù sul tavolo, mandano il loro richiamo, allora vado al loro appuntamento, come una donna innamorata.
  10. Il giocatore va all’incontro di gioco e si chiede tremando in tutto il corpo: «Vincerò?». Ma i dadi non assecondano il suo desiderio e i tiri fortunati li danno all’avversario.
  11. I dadi hanno uncini e spine, ingannano, tormentano e fanno tormentare. Fanno doni alla maniera dei fanciulli: fanno cader di nuovo giù coloro che prima avevano vinto. Per il fascino che hanno sul giocatore è come se fossero spalmati di miele.
  12. Gioca la schiera di quei tre volte cinquanta; come il dio Savitṛ, ha leggi inesorabili: essi non si inchinano neppure di fronte all’ira di un potente. Perfino un re deve loro riverenza.
  13. Rotolano giù, balzano in alto: sebbene senza mani, prevalgono su chi ha le mani. Sono come divini carboni gettati sul tavolo da gioco: pur essendo freddi, bruciano il cuore.
  14. Soffre la moglie del giocatore, rimasta sola; soffre la madre per il figlio che vaga chi sa dove. Indebitato, impaurito, bisognoso di denaro, si avvicina di notte alle case degli altri.
  15. E il giocatore soffre quando vede una donna, moglie di altri, e il loro confortevole focolare. Al mattino ha aggiogato i bruni cavalli, ed ecco che alla sera è già caduto a terra davanti al fuoco come un mendicante.
  1. Tale come è stata detta è la grandezza di Puruṣa, ma lui è più grande di questa sua grandezza: un quarto di lui sono tutti gli esseri, tre quarti di lui costituiscono l’immortalità in cielo.
  2. Per tre quarti Puruṣa si è levato in alto; un quarto di lui si è trasformato negli esseri. Da qui si è disteso in tutte le direzioni, verso ciò che mangia e verso ciò che non mangia.
  3. Da lui nacque Virāj, da Virāj Puruṣa. E, una volta nato, superò la terra a oriente e a occidente.
  4. Quando gli dèi celebrarono il sacrificio con Puruṣa come oblazione, la primavera fu il burro fuso, l’estate la legna da ardere, l’autunno l’offerta.
  5. Quel Puruṣa, nato ai primordi, essi lo aspersero come vittima sacrificale sullo strame d’erba. Con lui gli dèi, i Sādhya e i veggenti compirono il sacrificio.
  6. Da quel sacrificio completamente offerto fu raccolto il burro coagulato: esso divenne gli animali, quelli che stanno nell’aria, quelli che stanno nella foresta e quelli che stanno nei villaggi.
  7. Da quel sacrificio completamente offerto nacquero il Ṛgveda e il Sāmaveda ; da quello nacquero i metri; da quello nacque lo Yajurveda.
  8. Da quello nacquero i cavalli e tutti gli altri animali che hanno denti incisivi sia sopra che sotto, da quello nacquero le vacche, da quello nacquero le capre e le pecore.
  9. Quando smembrarono Puruṣa, in quanti parti lo divisero? Che cosa divenne la sua bocca? Che cosa le sue braccia? Come sono chiamate ora le sue cosce? E i suoi piedi?
  10. La sua bocca diventò il brahmano, le sue braccia si trasformarono nel guerriero, le sue cosce nel vaiśya ; dai piedi nacque lo śūdra.
  11. Dalla sua mente nacque la luna; dagli occhi nacque il sole; dalla bocca Indra e Agni; dal respiro nacque il vento.
  12. Dal suo ombelico ebbe origine l’atmosfera; dalla testa si produsse il cielo, dai piedi la terra; dalle orecchie i punti cardinali. Così gli dèi formarono il mondo.
  13. Sette furono i legni di contorno, tre volte sette furono i legni da bruciare posti sul fuoco, quando gli dèi, celebrando il sacrificio, legarono Puruṣa come vittima sacrificale.
  14. Con questo sacrificio gli dèi fecero un sacrificio al sacrificio: queste regole furono le prime. Questi poteri raggiunsero il firmamento dove stanno i Sādhya, che furono i primi, e gli dèi. Il caos primordiale ( Ṛgveda x.129)
  15. Allora non c’era ciò che non è, né ciò che è. Non c’era lo spazio né la volta celeste che gli sta sopra. Che cosa si andava muovendo? Dove? Sotto la protezione di che cosa? Vi era l’acqua, l’impenetrabile abisso?
  16. Non c’era la morte allora, né l’immortalità. Non c’era distinzione del giorno e della notte. Respirava, ma senz’aria, per suo potere autonomo, soltanto Ciò, unico. Oltre a Ciò niente altro esisteva.
  17. In principio vi era solo tenebra nascosta dalla tenebra. Acqua indistinta era tutto questo universo. II germe dell’esistenza, che era avvolto dal nulla, grazie al potere del suo ardore interiore, nacque come l’Uno.
  18. In principio fu il desiderio che si mosse sopra Ciò, il desiderio che fu il primo atto fecondante della mente. II legame di Ciò-che-è con Ciò-che-non-è lo trovarono nel loro cuore i

poeti, cercandolo con la meditazione.

  1. Trasversalmente era tesa la loro corda: c’era un sotto, c’era un sopra? Vi furono spargitori di seme e vi furono potenze generative. Sotto vi fu l’energia, sopra vi fu l’impulso.
  2. Chi invero sa, chi potrebbe proclamarlo da dove è nata, da dove si è verificata questa creazione? Al di qua dell’emissione di Ciò sono gli dèi; chi dunque sa da dove è venuta in essere?
  3. E da dove è venuta in essere questa creazione e se fu Ciò a produrla oppure no, colui che di Ciò è il supervisore nel cielo più lontano, certamente lo sa...; oppure non lo sa?

ŚAUNAKĪYA ATHARVAVEDA^2

Contro la lebbra ( Śaunakīya Atharvaveda i.23)

  1. O Erba, tu sei nata di notte, scura, nera e tenebrosa; o Tintrice, colora questa lebbra e le macchie cineree!
  2. Porta via la lebbra e le macchie cineree – che il tuo colore naturale ritorni a te! – scaccia la macchia bianca!
  3. Scuro è il tuo nascondiglio, scura è la tua dimora, scura sei tu, o Erba: fai scomparire da qui la maculazione!
  4. La macchia della lebbra nata dall’osso, quella nata dal corpo, quella che è sulla pelle, quella prodotta dall’infezione: con l’incantesimo ho fatto scomparire la macchia pallida. Contro i vermi ( Śaunakīya Atharvaveda ii.32, alcune strofe)
  5. Che il sole, sorgendo, distrugga i vermi; che egli, salendo, li colpisca con i suoi raggi – i vermi che sono nella vacca.
  6. I vermi di tutte le fogge, quelli dai quattro occhi, i variegati, quelli biancastri – io fracasso loro le costole, io mozzo loro le teste.
  7. Ucciso è il re dei vermi, anche il loro capo è ucciso; morto è il verme del quale la madre, il fratello e la sorella sono stati uccisi.
  8. Io ti fracasso le corna con le quali tu spingi; ti lacero il ricettacolo dove tieni il veleno. Per far crescere i capelli ( Śaunakīya Atharvaveda vi.136-137, alcune strofe)^3
  9. O Erba, tu sei nata divina sulla Divina, cioè sulla Terra: te, che hai profonde radici, noi cogliamo affinché rafforzi i capelli.
  10. Fissa [i capelli] vecchi, genera quelli che ancora non sono nati e rendi lunghi quelli che sono già nati.
  11. Sopra questi tuoi capelli che cadono e sopra quelli che sono staccati con le loro radici io verso ora la pianta che cura ogni cosa.
  12. Lunghi come briglie, lunghi come braccia stese: che capelli neri crescano sulla tua testa come canne.
  13. O Erba, fissa le loro radici, estendine le punte, allungane il fusto: che capelli neri crescano (^2) Ove non diversamente specificato, le traduzioni sono tratte da: Chatia Orlandi e Saverio Sani (a cura di), Atharvaveda. Inni magici , Milano, TEA, 1997. (^3) Versione italiana della traduzione inglese in: William Dwight Whitney (a cura di), Atharvaveda Saṃhitā , Delhi, Motilal Banarsidass, 1962.

Per fare innamorare una donna ( Śaunakīya Atharvaveda vi.8)

  1. Come la liana sta attorcigliata tutt’intorno all’albero, così attorcigliati intorno a me, affinché tu sia innamorata di me, affinché tu non mi sfugga.
  2. Come l’aquila, quando spicca il volo, batte a terra le ali, così io colpisco il tuo animo, affinché tu sia innamorata di me, affinché tu non mi sfugga.
  3. Come intorno a questo cielo e a questa terra sempre va il sole, così io vado intorno al tuo animo, affinché tu sia innamorata di me, affinché tu non mi sfugga. Per amarsi a vicenda ( Śaunakīya Atharvaveda vii.37)
  4. I nostri occhi hanno l’aspetto dolce come il miele, il nostro volto è come l’unguento. Richiudimi nel tuo cuore: sia tutt’uno il nostro animo. Per provocare l’impotenza ( Śaunakīya Atharvaveda vi.138)
  5. Tu sei celebre come la più eccellente delle piante, o erba. Oggi rendimi quest’uomo un evirato che sta disteso sui cuscini.
  6. Rendilo un evirato che sta disteso sui cuscini e fallo diventare uno che porta il kurīra. E poi Indra con due pietre spezzi entrambi i suoi testicoli.
  7. O evirato: io ti ho reso evirato! O castrato: io ti ho reso castrato! O impotente: io ti ho reso impotente! Noi poniamo un kurīra e un kumba sulla tua testa.
  8. Quei due tuoi canali seminali fatti dagli dèi, nei quali sta la tua virilità, io li spezzo con un piolo sulla vagina di quella là.
  9. Come le donne spezzano con una pietra le canne per farne un cuscino, così io spezzo il tuo membro sulla vagina di quella là. Contro chi non dà la vacca ai brahmani ( Śaunakīya Atharvaveda v.18-19, alcune strofe) (18) 1. Gli dei non la dettero a te perché tu la mangiassi, o Re. Non desiderare, o nobile, di mangiare la vacca del brahmano che non deve essere mangiata. (18) 2. Un nobile malvagio, sfortunato ai dadi, che ha perso al gioco perfino se stesso, solo lui potrebbe mangiare la vacca del brahmano perché si augura di vivere oggi e non domani. (18) 4. Essa veramente porta via la regalità e distrugge il vigore, brucia ogni cosa come un fuoco appiccato. Chi considera cibo ciò che è del brahmano, beve del veleno del serpente taimāta. (18) 9. I brahmani hanno frecce affilate, sono provvisti di dardi: la freccia che essi scagliano non è invano. Inseguendo con fervente furore (il disprezzatore degli dei), lo fanno a pezzi anche da lontano. (19) 3. Coloro che hanno sputato a un brahmano o coloro che gli hanno buttato addosso del muco, siedono in mezzo a un rivolo di sangue mangiando capelli. (19) 4. La vacca del brahmano quando viene cotta, a mano a mano che va giù, distrugge lo splendore di un regno: non vi nasce più alcun eroe maschio. (19) 8. E in quel regno avvengono inondazioni come entra acqua in una nave spezzata. Quel regno in cui si offende un brahmano, lo colpisce la sfortuna. (19) 9. Dicendo: «Non venire sotto la nostra ombra» gli alberi allontanano colui che desidera la ricchezza che è del brahmano, o Nārada.

La vacca è del brahmano ( Śaunakīya Atharvaveda xii.4, alcune strofe)

  1. Uno, se lo hanno informato che la vacca è (quella del brahmano), dovrebbe dire: «Io la do ai brahmani quando me la chiedono». Questo fatto porta figli e discendenza.
  2. Per una vacca data senza corno crollano la sue case; per una vacca zoppa precipita nell’abisso; per una storpia le sue case bruciano; per una con un occhio solo gli viene sottratto ciò che ha.
  3. Il (toro) che pone i due piedi su di lei lo raggiunge la malattia chiamata viklindu ; quelle altre vacche che la toccano con la bocca stramazzano a terra improvvisamente.
  4. Quando nasce, la vacca nasce per i brahmani che sono come dei: per questo essa deve essere data ai brahmani: è in questo, dicono, che consiste l’aver cura delle proprie cose.
  5. La vacca rende l’uomo privo di discendenza e povero di bestiame, se questi la considera propria, sebbene venga richiesta dai brahmani.
  6. La vacca è la madre dell’uomo di casta regale. Così è stato fin dall’inizio. Non si può dire che è stata ceduta quando essa viene consegnata ai brahmani.

CHĀNDOGYA UPANIṢAD^4

Decimo khaṇḍa

  1. «I fiumi, o caro, scorrono gli orientali verso oriente, gli occidentali verso occidente. Venuti dall’oceano [celeste], essi nell’oceano tornano e diventano [una cosa sola con l’]oceano. Come là giunti non si rammentano di essere questo o quest’altro fiume,
  2. proprio così, o caro, le creature, che sono uscite dall’Essere, non sanno di provenire dall’Essere. Qualunque cosa siano qui sulla terra – tigre, leone, lupo, cinghiale, verme, farfalla, tafàno o zanzara – esse continuano la loro esistenza come Tat.
  3. Qualunque sia questa essenza sottile, tutto l’universo è costituito di essa, essa è la vera realtà, essa è l’Ātman. Essa sei tu, o Śvetaketu». «Continua il tuo insegnamento, o venerabile». «Va bene, o caro», rispose quello. Dodicesimo khaṇḍa
  4. «Prendi di là un frutto di nyagrodha !». «Eccolo, o venerabile». «Spaccalo». «Eccolo spaccato, o venerabile». «Che ci vedi?». «Questi piccolissimi grani, o venerabile». «Bene, spaccane uno». «Eccolo spaccato, o venerabile». «Che ci vedi?». «Nulla, o venerabile», rispose quello.
  5. Allora il padre gli disse: «Da questa essenza sottile che tu non percepisci, o caro, da questa essenza sottile nasce invero questo grande albero.
  6. Stanne pur sicuro, o caro. Qualunque sia questa essenza sottile, tutto l’universo è costituito di essa, essa è la vera realtà, essa è l’Ātman. Essa sei tu, o Śvetaketu». «Continua il tuo insegnamento, o venerabile». «Va bene, o caro», rispose quello. Tredicesimo khaṇḍa
  7. «Getta questo sale nell’acqua, poi domattina accostati a me!». E quello così fece. Poi [il padre] gli disse: «Prendi dunque il sale che iersera hai gettato nell’acqua». Egli lo cercò, ma non lo (^4) Traduzioni tratte da: Stefano Piano, Lineamenti di storia culturale dell’India antica , Torino, Libreria Stampatori, 2004.

EDITTI DI AŚOKA^6

Editto XIII Nell’ottavo anno di regno il re Piyadassi caro agli Dei ha conquistato il paese dei Kaliṅga. Di là furono deportate centocinquantamila persone; centomila furono uccise; molte centinaia di migliaia perirono. Ora che il paese dei Kaliṅga è assoggettato, il re attende con fervore alla pratica della Pietà, all’amore della Pietà, all’insegnamento della Pietà. Tale è la penitenza del re caro agli Dei per aver sottomesso i Kaliṅga: perché la conquista di un paese indipendente è strage, morte, cattività di uomini; e ciò è fonte di pena e deplorazione per il re caro agli Dei. Ma ancor più penoso per il re caro agli Dei è il pensare che quel paese è abitato da brahmani e asceti e da seguaci di altre religioni e da laici, i quali praticano riverenza agli anziani, alla madre e al padre, obbedienza ai maestri, gentilezza, affetto e rispetto verso gli amici, i parenti, i compagni e i familiari, gli schiavi e i domestici; ed essi hanno subìto offesa, o uccisione, o separazione dai loro cari; e quelli che non hanno perduto i loro affetti e i beni soffrono per la sventura, il danno, l’offesa che ha colpito amici, parenti, compagni, familiari. Che ciò ricada su tutti gli uomini è un pensiero tormentoso per il re caro agli Dei: non v’è luogo in cui non vi siano cultori di una religione o di un’altra. Ora, qualunque sia stato, e anche cento o mille volte minore, il numero degli abitanti del paese dei Kaliṅga uccisi o periti o deportati, persiste l’angoscia nel re caro agli Dei; e se è stata fatta un’offesa, il re caro agli Dei pensa che egli debba sopportarne il peso quanto è possibile. Anche delle genti che vivono in selve nei dominii del re caro agli Dei questi ha compassione e le tratta benevolmente; e anche a loro si è data notizia del pentimento e insieme del potere del re caro gli Dei, affinché mostrino pentimento e non vengano sterminati. Il re caro agli Dei desidera infatti che tutti gli esseri abbiano sicurezza, dominio di sé, equanimità, gentilezza. È questa la vittoria che il re caro agli Dei considera la più importante: la vittoria della Pietà. E il re caro agli Dei l’ha riportata più volte: qui e in tutti i paesi limitrofi, fino a 600 yojana da qui, dov’è il re degli Yona Antioco, e più lontano di questo Antioco nei dominii di quattro re, Tolemeo, Antigono, Magas e Alessandro, e a sud presso i Coḍa e i Pāṇḍya fino a Taprobane. Così anche nei dominii del re, dove sono Yona e Kamboja, Nābhaka e Nābhapanti, Bhoja e Pitinika, Aṃdhra e Pāriṃda, dapertutto si segue la dottrina della Pietà del re caro agli Dei. Anche dove non vanno i messi del re caro agli Dei, quelli che hanno notizia dei princìpi della Pietà, della regola e dell’insegnamento della Pietà, praticano la Pietà e la praticheranno. Il profitto che così si ottiene è una vittoria universale. La vittoria è dapertutto causa di gioia: ora la gioia è ottenuta per la vittoria della Pietà. Ma ciò è poca cosa: solo alla gioia apportatrice di gran frutto per l’altro mondo dà valore il re caro agli Dei. Questo editto della Pietà è stato scritto affinché i miei figli e i nipoti non pensino di fare nuove conquiste; e in un’eventuale conquista preferiscano agire con mitezza e clemenza e ricordino che la vittoria della Pietà vale per questo mondo e per l’altro; e la loro gioia sia gioia della Pietà, per questo e per l’altro mondo. (^6) Traduzioni tratte da: Giovanni Pugliese Carratelli (a cura di), Gli editti di Aśoka , Milano, Adelphi,

Editto XII Il re Piyadassi caro agli Dei rende onore a tutte le religioni, così a quelle di asceti come a quelle di laici, con liberalità e varie forme di ossequio. Ma egli non pensa tanto alla liberalità o agli onori quanto al reale progresso che può compiersi in tutte le religioni. Il progresso reale ha forme diverse, ma sua radice è la moderazione nell’esaltare la propria religione come nel criticare l’altrui religione; e il parlarne sia ben meditato, e vi sia rispetto. Si deve sempre rispetto alle religioni altrui. Agendo in questo modo si esalta la propria religione e non si fa offesa alle altre; agendo diversamente si fa ingiuria alla propria religione e alle altre. Chi dunque esalta la propria religione e denigra totalmente le altre per devozione alla propria religione e per glorificarla, agendo con tale eccesso fa danno alla propria religione. È bene che vi sia dominio di sé, che gli uni diano ascolto e rispettino la fede religiosa degli altri. E questo è il desiderio del re caro agli Dei: che di tutte le religioni si diffonda la conoscenza ed esse diano buoni insegnamenti; e che dapertutto si dica ai devoti di ciascuna: «Il re caro agli Dei non dà tanto valore a donazioni o ad onori, ma ritiene che debba esservi un reale progresso e rispetto per tutte le religioni». A questo fine molti sono ora impegnati: ministri della Pietà, amministratori del gineceo, ispettori degli allevamenti e altri funzionari. E questo ne è il frutto: che ogni religione è in progresso e la Pietà ne viene glorificata. Editto IX Il re Piyadassi caro agli Dei ha detto: Gli uomini compiono varie cerimonie augurali in occasione di malattie, di matrimoni di figli e di figlie, della nascita di figli, della partenza per un viaggio. In queste e in altre occasioni dello stesso genere gli uomini compiono molte e varie cerimonie propiziatrici; e specialmente le madri e le mogli compiono molte cerimonie, varie, volgari e vane. Si compiano pure, ormai, le cerimonie consuete; ma tali cerimonie non dànno frutto. Dà grande frutto, invece, la cerimonia della Pietà. Essa consiste in ciò: gentilezza verso gli schiavi e i domestici, riguardo per gli esseri viventi, riverenza verso i maestri, generosità verso i brahmani e gli asceti. Questi e altri simili comportamenti sono chiamati «cerimonie della Pietà». Questo è il discorso che dev’esser fatto da un padre o da un figlio, o da un fratello, o da un signore, o da un amico o conoscente, oppure da un vicino: «Questo è bene, questa è la cerimonia da compiersi perché si raggiunga lo scopo: io la compirò». Ogni altra cerimonia è di dubbia efficacia: può avvenire che lo scopo venga raggiunto, e può darsi che non sia così. Ciò infatti appartiene solo a questo mondo. Ma la cerimonia della Pietà è in un certo senso fuori del tempo: anche se lo scopo desiderato non viene raggiunto qui, un merito infinito si ottiene nell’altro mondo. E se mai quello che si desidera è ottenuto qui, allora v’è un duplice profitto: qui si raggiunge lo scopo desiderato, e nell’altro mondo si ottiene un merito infinito grazie alla cerimonia della Pietà. Editto I Questo editto della Pietà è stato qui iscritto per ordine del re Piyadassi caro agli Dei.

DHAMMAPADA^8

Brāhmaṇa-vagga (capitolo XXVI, alcune strofe)

  1. Non si diventa brāhmaṇa a cagione della crocchia, della stirpe o della nascita: colui nel quale vi è verità e rettitudine, questo benedetto, costui è davvero un brāhmaṇa!
  2. Che te ne fai della crocchia, o sciocco? A che ti serve la pelle di capra? Dentro di te vi è la giungla, e tu ti ravvii di fuori!
  3. L’uomo coperto di vesti polverose, emaciato, di cui si contano le vene, che se ne sta solitario a meditare nella foresta, costui io chiamo brāhmaṇa.
  4. Non chiamo certamente brāhmaṇa un uomo a cagione della sua stirpe o della madre. Egli, invero, parla con arroganza ed è pure ricco. Ma quegli che non ha niente ed è privo di attaccamento, costui io chiamo brāhmaṇa.
  5. Colui che, avendo tagliato ogni legame, non trema più ed è sciolto da ogni vincolo, costui io chiamo brāhmaṇa.
  6. Colui che, avendo tagliato la cinghia, la fascia e la corda con tutti gli annessi, ha da sé rimosso ogni ostacolo, costui io chiamo brāhmaṇa.
  7. Colui che, innocente, sopporta insulti, percosse e vincoli, avendo la pazienza come sua fortezza, forte come un esercito in campo, costui io chiamo brāhmaṇa.
  8. Colui che ha deposto la collera, che è fedele ai voti, che è virtuoso, privo di attaccamenti, che è domo, che ha ricevuto il suo ultimo corpo, costui io chiamo brāhmaṇa.
  9. Colui che, come l’acqua su un fiore di loto o come un seme di senape sulla punta di un ago, non aderisce ai desideri, costui io chiamo un brāhmaṇa.
  10. Colui che, pur vivendo in questo mondo, conosce di già la fine del dolore, che ha deposto il carico, libero da ceppi, costui io chiamo un brāhmaṇa.
  11. Colui che è dotato di profonda sapienza, che è saggio, che conosce la giusta via e quella errata, che ha conseguito la sublime meta, costui io chiamo brāhmaṇa.
  12. Colui che si tiene in disparte sia dai laici che dai religiosi, che frequenta poche case, che ha pochi desideri, costui io chiamo un brāhmaṇa.
  13. Colui che, avendo deposto ogni atteggiamento ostile verso le creature, sia forti che deboli, che non uccide né fa uccidere, costui io chiamo brāhmaṇa.
  14. Colui il quale è tollerante con gli intolleranti, che è raffrenato verso coloro che usano il bastone, che è privo di brame fra coloro che ne sono pieni, costui io chiamo brāhmaṇa.
  15. Colui dal quale passione, avversione, orgoglio, ipocrisia sono caduti, come un seme di senape dalla punta di un ago, costui io chiamo brāhmaṇa.
  16. Colui il quale pronuncia parole veraci, prive di asprezza ed istruttive, con le quali non si offende alcuno, costui io chiamo brāhmaṇa. (^8) Traduzione tratta da: Mario Piantelli (a cura di), Aforismi e discorsi del Buddha , Milano, TEA, 1988.

BHAGAVADGĪTĀ^9

Undicesima lettura (alcune strofe) Arjuna disse:

  1. Adesso però, così come tu, o Signore, hai descritto te stesso, io desidero di vederla, questa tua forma onnipossente, o Suprema Persona! Il Beato disse:
  2. Guarda, o Arjuna, le mie forme, in cento, mille modi, di varie specie, divine, di colori e di aspetti molteplici.
  3. Qui, oggi, guarda quest’intero universo, con le cose mobili ed immobili, com’esso risieda su di una cosa sola, nel mio corpo, o Arjuna, e così pure qualsiasi altra cosa desideri vedere.
  4. Ma tu non puoi però vedermi con questi tuoi occhi. Io ti darò degli occhi divini. Guarda il mio yoga sovrano! Sañjaya disse:
  5. Così detto, o re, il grande signore dello yoga, Hari, mostrò ad Arjuna la sua forma sovrana, suprema,
  6. fornita di molteplici volti ed occhi e di molteplici meravigliosi aspetti, di molteplici divini ornamenti, di molteplici divine armi levate;
  7. ornata di ghirlande e di vesti divine, unta di profumi divini. Tale il Dio meraviglioso, infinito, col volto rivolto in ogni dove.
  8. Lo splendore di mille soli, sorti insieme nel cielo, solo questo potrebbe somigliare allo splendore di questo Santo.
  9. Quindi Arjuna vide l’intero universo, diviso in molteplici parti, centrato in uno, nel corpo del dio degli dei.
  10. Quindi Arjuna, sopraffatto da meraviglia, coi capelli ritti, inchinò il capo davanti al Dio, giunse le mani, e così disse: Arjuna disse:
  11. Io vedo nel tuo corpo, o Dio, gli dei e i gradi tutti degli esseri, Brahmā, il Signore, sul suo trono di loto, tutti i Veggenti ed i serpenti divini.
  12. Con braccia, ventri, volti ed occhi molteplici io ti vedo dovunque, fornito di forme infinite. In te non vedo fine, mezzo o principio, o Signore del Tutto, Onniforme.
  13. Io ti vedo come una massa di splendore, risplendente dovunque, colla corona, colla mazza e il disco, te difficile da vedere, circondato tutt’intorno dallo splendore brillante del fuoco e del sole, inconoscibile!
  14. Tu sei il termine supremo, indistruttibile del conoscere, tu sei il supremo asilo di quest’universo, tu sei l’indefettibile custode delle legge eterna, tu sei, per me, la Persona eterna.
  15. Senza principio, senza mezzo e senza fine, dotato di forza infinita, di braccia infinite, i tuoi occhi sono il sole e la luna. Così io ti vedo; col volto simile a un fuoco risplendente, te che col tuo splendore bruci tutto questo universo.
  16. Da solo basti a pervadere questo spazio fra il cielo e la terra e tutte le direzioni. Vedendo questa tua forma tremenda e meravigliosa, i tre mondi tremano sconvolti, o Santo. (^9) Traduzione tratta da: Raniero Gnoli (a cura di), Bhagavadgītā. Il canto del beato , Milano, Rizzoli, 1987.