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riassunto dispensa indologia ultima parte dedicata alla conquista araba dell'india
Tipologia: Dispense
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l’islam nasce in Arabia Saudita nel 622. L’india rimase beatamente ignara dell’esistenza dell’islam nei primi 2 decenni della crescita della nuova fede. I mercanti arabi portavano comunque dall’ asia meridionale ricchezze sufficienti per allettare i guerrieri musulmani. La prima spedizione islamica in india avvenne nel 711 quando il governatore dell‘ Omayade, infuriato a causa del saccheggio di una sua nave, decise dare una lezione al ràja del sud. I ghaznavidi furono i primi tra i tanti musulmani turco-afghani che invasero l’india sett. distruggendone l’autonomia a partire dal panjiàb, poi verso sud e verso est. Il sultano Muhamad di ghur e lo schiavo suo luogotenente qutb-ad-din- aibak compirono la loro prima razia in India nel 1175. Muhamad fece ritorno a ghazno lasciando il suo luogotenente a Delhi perché consolidasse il potere. I Rajput ingaggiarono durissime lotte e i turco-afghanisi ritrovarono per anni impegnati nel inutile tentativo di scacciare questi feroci Kshatriya dalle desertiche zone che dominavano; essi si posero in ogni caso come la fiera opposizione dell’India indù alla conquista musulmana e ai quali non si arresero mai completamente. Il Bengala la cui capitale Nadiya venne conquistata dalle forze turco-afghane nel 1202 divenne in questo periodo uno dei centri più importanti buddhismo indiano, fra cui la grande università di Nalanda dove vivevano e studiavano oltre 10mila monaci, erano continuamente saccheggiate e migliaia di buddhisti furono costretti a fuggire verso il Nepal e il Tibet, e altrettanti furono uccisi. In seguito all’assassinio di Muhammad di Ghur avvenuto nel 1206, Qutb-ad-Din si autoproclamo sultano di Delhi. Il sultanato di Delhi durò 320 anni sotto il governo di 5 dinastie turco-afghane. Nel 1210 Qutb-ad-din morì cadendo da cavallo durante una partita di polo e prese il suo posto il suo abile genero, Shams-ad-dom iletmis, che regno su Delhi un quarto di secolo (1211-1236). Iletmis si sforzò saggiamente di consolidare il proprio potere su Delhi grazie all’appoggio della maggio parte dei burocrati militari turchi, cui riconfermò le concessioni di rendite fondiarie; con la diplomazia impedì alle armate di Gengis Khan di assalire Delhi e assicurò a tutti gli indù la condizione di dhimmì e permise che molti dei capi indù locali e raja minori conservassero i loro domini fin tanto che avessero pagato al su erario le tasse imposte: la sua tesoreria così non rimase mai vuota. Alla sua morte il sultanato di delhi era ormai il più potente stato dell’India sett; al trono succedette la sua energica figlia Raziyya che riuscì a restarvi per 3 anni. Dopo la sua morte avvenuta nel 1240 il regno fu governato per sei anni congiuntamente dalle guardie mamelucche “i 40”. Il più astuto dei 40 fu Baldan che ottenne di fatto il potere nel 1246 come gran ciambellano del re fantoccio Bahram; mantenne la supremazia in questi termini fino al 1266 quando infine assunse il titolo e il potere di sultano, che conservò per altri 20anni concedendo le cariche più alte esclusivamente ai turchi di sangue puro. Balban morì nel 1287 e con lui finì anche la sua dinastia e il generale Jalal-ad-din Firuz Khalji approfittò della sua posizione per impadronirsi del sultanato nel 1290, anche se molto breve la sua dinastia fu importantissima grazie al nipote Ala-ad- din Khalji, che succedette allo zio nel 1296 dopo averlo ucciso. Poco prima di usurpare il trono Ala-ad- din Khalji si era avventurato nel Deccan per compiervi scorrerie e saccheggiare la ricca capitale; con l’oro ricavato dalle scorrerie pagò la complicità di quello che avevano assassinato lo zio. In questo modo l’india meridionale fece da supporto involontario al sultanato di Delhi. Il Tamilnad rimase frammentato fino a quando i Cola riuscirono a prevalere e ad arricchirsi grazie ai crescenti commerci con l’Asia sudorientale. Vijiayalaya (846-871) si impegnò per conquistare Tanjore mentre era ancora un feudatario del Pallava, procurando così ai sui eredi il ricco centro di potere delle città- tempio. Durante il regno di Ala-ad- din Khalji (1296-1316) il sultanato raggiunse il culmine nella centralizzazione del potere e acquisì le dimensioni di un impero; per mantenere le casse dello stato, il sultano aumentò le tasse terriere fino al 50% di ogni raccolto e seppe esigere, con decisione il pagamento da parte dei sudditi indiani. Introdusse 2 nuove tasse sul bestiame e sulla casa, inoltre una rete di spie e di fedeli cortigiani lo rese un sovrano molto più temuto che odiato.
Ala-ad- din Khalji fu un monarca crudele ma di grandi capacità, il primo che riuscì a imporre a Delhi un efficace sistema di salari e di controllo sui prezzi, per di più tutti i mercanti dovevano possedere una licenza per esercitare la loro professione e i loro profitti venivano controllati con esattezza dallo stato, i contadini dovevano vendere solo ai mercanti autorizzati al commercio commestibile, e a prezzi fissi. Grazie al suo sistema finanziario e alle riforme economiche Ala-ad- din Khalji riuscì a opporre eserciti sufficientemente potenti contro i cavalieri mongoli, facendoli semmai arretrare verso l’Afghanistan, una volta res sicuri i confini sett. il sultano poté rivolgersi verso sud in cerca di oro. Purtroppo le conquiste di Ala-ad-din Khalji non poterono essere consolidate dai suoi eredi e questo perché dopo la sua morte avvenuta nel 1316 la linea di condotta da lui imposta crollò completamente. Per la maggior parte del XIV sec. regnò a Delhi la dinastia Tughlaq: suo fondatore fu Ghiyas-ad-din- Tughlaq. Questa dinastia ebbe un inizio burrascoso, il fondatore della dinastia Tughnaq morì dopo solo 5 anni di regno insieme al figlio suo erede a causa del crollo di un soffitto, mentre il nipote Muhammad divenne il successore legittimo, nell’ambizioso tentativo si sedare una la resistenza al sud creando una seconda capitale del Deccan, costrinse molti fedeli e ufficiali ad abbandonare nel 1327 le loro case di Delhi per trasferirsi verso il meridione per più di 800km attraverso lo spartiacque Vindhya-Satpura, in direzione di Daulatabad. Nel 1329-30 Muhammad azzardò un’altra impresa: l’emissione di nuove monete. Il programma era apparentemente ben giustificato, come ogni emissione di cartamoneta, e avrebbe potuto funzionare benissimo se non fosse che i mercanti stranieri rifiutavano di accettare in pagamento delle loro merci queste monete, che peraltro usavano tranquillamente all’interno dell’india. Nel giro di 3-4 anni il sultano fu obbligato a ritirare questue speciali monete a causa delle pesanti perdite del tesoro pubblico. Tra il 1335 e il 1342 l’India patì no dei più tremendi periodi e lunghi periodi di siccità, il diffuso malcontento formento rivolte in praticamente tutto il sultanato. l’infiltrazione musulmana aveva fatto sì che molti guerrieri indù di spingessero a sud del fiume Tungabhadra: e proprio qui sorse un nuovo regno indiano, che prese il nome dalla capitale Vijayanagar. Harihara I (1336-1357), fondatore di Vijayanagar si era convertito alla fede musulmana per servire i Tughlaq in qualità di governatore della sua patria meridionale, ma di riconvertì all’induismo e acquisì in breve tempo una posizione di supremazia fra i tributari del Deccan meridionale. Con l’appellativo di Ala-ad-din Bahman Shah, Hasan fondò la dinastia Bahmani, l più potente e longeva dinastia musulmana nel Deccan, che rimase unita per quasi 200 anni e sopravisse, sia pure frammentariamente, ancora per un secolo. L’India meridionale divenne così di fatto indipendente dal governo del sultano di Delhi. Il Bengala si dichiarò indipendente da Delhi nel 1338 in seguito a uno scontro violentissimo tra i capi-terrieri Malik; questa libertà dal controllo musulmano durò fino alla conquista dell’impero moghul. Durante il XIII secolo apparvero in India 3 ordini di santi Sufi: Cishti, Suhrawardi e Fidusi che erano ugualmente animati dallo stesso mistico desiderio di ricongiungersi a Dio, l’ardente amore di Dio, che da sempre aveva caratterizzato la coscienza religiosa di coloro che cercavano con la passione la dea madre, trovò forse le sue radici nella stessa inebriante alluvione sei monsoni torrenziali che facevano nascere la juta “d’oro”, il raccolto più importante del bangladesh. I pir (predicatori sufi) itineranti, che andavano a portare il loro messaggio di amore divino tra i miserabili contadini dei più remoti villaggi del Bengala , assomigliavano parecchio ai danti indù della bhakti, i quali a loro volta offrivano la salvezza attraverso il culto della dea madre e ai buddhisti del mahayana. Quando nel 1351 Muhammad Tughlaq venne assassinato, mentre combatteva una ribellione nel Sid sul trono di Delhi Sali suo cugino Firuz di fede ortodossa; famoso per l’abolizione della tortura, per la grande passione dell’architettura e per la costante aderenza ai principi dell’islam ortodosso. Egli tentò invan di riconquistare il Bengala, ma invece di impelagarsi in guerre inutili si accontentò di costruire una nuova capitale, la nuova Delhi, Firuzabad (prende il nome sa lui) benne riempita di giardini, moschee e scuole, e non solo fece costruire anche dighe, bacini artificiali riuscendo in questo modo a rendere produttive terre altrimenti sterili, mentre un punto di vista più burocratico diminuì il corpo delle spie reali impiegando questi uomini in imprese molto più produttive.
afghano e bengalese al comando di Mahumud Lodi: il 6 maggio 1529 cadde l’ultima resistenza del sultanato. Con 3 vittorie Babur assicurò alla sua famiglia il dominio su tutta l’India settentrionale, ma poco più di un anno dopo l’ultimo scontro, morì ad Agra lasciando il comando al figlio Humayun. Humayun perdette quasi completamente l’impero che il padre gli aveva lasciato in eredità a causa di lotte molto aspre; più interessato all’oppio e all’astrologia che all’esercizio del potere venne sfidato dai fratelli minori e dai generali che avevano combattuto con il padre.Il più potente dei generali afghani era Sher Khan Suri, che si proclamò sovrano indipendente del Bihar e dopo il 1536 rivendicò anche la supremazia sul Bengala. Humayun cercò di scacciarlo dalla capitale del Bengala ma rimase intrappolato dal monsone e abbandonò una parte dell’esercito prima ancora di affrontare la sconfitta del 1539 da parte dell’esercito di Sher Khan accortamente dispiegato presso Chausa. Per 5 anni Sher Khan Suri governo da Delhi sull’India settentrionale, riorganizzando il sistema tributario per assicurare sia una maggiore giustizia nei confronti dei coltivatori privati, sia un più costante afflusso di risorse monetarie alle casse del tesoro; pur avendo avuto 5 anni soltando per consolidare il potere, Sher Khan riuscì a trasmettere il trono al figlio e al nipote; nessuno di loro però aveva la sua saggezza o la sua energia. L’ultimo dei suoi discendenti venne ucciso da uno zio nel 1554, lasciando alla vigilia del ritorno di Humayun in India il trono di Delhi nelle mani dei rivali che se lo disputavano.
Akbar nacque il 15 ott. 1542 ad Amarkot, nel deserto del Sid. Passò la sua giovinezza imparando a cacciare, cavalcare e combattere e non trovò mail il tempo per leggere e scrivere, infatti fu l’unico grande imperatore Moghul analfabeta. Akbar aveva 13 anni quando Humayun morì, e venne incoronato velocemente a Kalanaur nel Panjab. Nei primi 5 anni del suo regno rimase sotto la tutela di Bairam Khan suo fedelissimo ministro e generale, fin quando non venne deposto su istigazione della nutrice del sovrano che sperava di porsi alla guida dell’impero, ma nel 1562 Akbar giunto ormai al 7mo anno di regno, si liberò dell’influsso dell’harem e prese saldamente le redini del potere e della politica. L’eccezionale successo dell’imperatore trae origine dall’aver saputo cogliere sia il carattere pluralistico della società indiana, sia la necessità di conquistarsi la collaborazione degli indù. Prima di tutto dunque decise di rendersi animi i Rajput e nel 1562 sposò la figlia del raja Bharmal di Amber, convincendolo a trasferirsi insieme con il figlio e il nipote nella sua capitale di Agra. Akbar inoltre diede prova di saper governare con molta saggezza e generosità abolendo la pratica di fare schiavi i prigionieri di guerra e le loro famiglie e di esigerne la conversione all’Islam, l’anno seguente 1563 abolì la tassa che da tempo i sovrani riscuotevano dai pellegrini indù in viaggio verso luoghi di culto, mentre l’anno successivo abrogò l’odiata jizya, e con un solo gesto si guadagnò l’appoggio da parte della maggioranza della popolazione indiana. Per unificare l’India Akbar uso sia la forza che la diplomazia; quando il rana del mewar rifiutò di seguire l’esempio di Amber unendosi all’esercito Moghul e Akbar capì che ulteriori tentavi diplomatici servivano solo a gonfiare l’orgoglio degli eredi di Rana Sanga, guidò di persona l’assedio di Chitor nell’ottobre del 1567; e quando nel febbraio del 1568 la città cadde ordino il massacro di circa 30mila difensori. Non vennero fatti prigionieri: solo le imponenti insegne regali, i timpani e i candelabri di Mewar vennero portati ad Agra come simbolo della vittoria Moghul che aveva spezzato l’ultima resistenza rajput: con il novembre del 1570 tutti i capi del Rajasthan, eccetto il rana del Mewar che si era rifugiato sulle montagne avevano stretto alleanza con Akbar. Sembra che il timore di non avere eredi al trono lo portò a chiedere aiuto ad un santo sufi, il quale pareva esser in grado di calmare lo spirito irrequieto dell’imperatore, che nel 1569 finalmente ebbe il suo erede Salim e due anni dopo un altro ancora. Nel novembre del 1572 Akbar invase il Gujarat, marciando di persona alla testa dell’esercito prima di Ahmadabad e poi su Surat, che venne conquistata nel febbraio del 1573. I confini nord-occidentali del
dominio di Akbar vennero definitivamente fissati nell’agosto del 1581, quando il sovrano giunse a Kabul da trionfatore alla testa di 50mila cavalieri e 500 elefanti: con la pacificazione dell’Afghanistan, l’imperatore riuscì a ottenere nei restanti 25 anni di regno più di quanto gli eserciti britannici sarebbero riusciti aa raggiungere durante la loro dominazione. Nel 1592 conquistò l’Orissa, e tre anni dopo il Baluchistan. Il sistema di amministrazione mansabdari sviluppando dallo stesso Akbar suddivideva i più alti scaglioni della burocrazia moghul in 33 ranghi. Ciascun “rango” veniva classificato in base al numero di cavalieri che l’ufficiale di quel mansab era in grado di radunare e guidare al servizio dell’imperatore in caos fi emergenza militare. Tutti gli ufficiali di alto rango venivano scelti personalmente e comprendevano per lo più soldati musulmani nati fuori dall’India, ma potevano appartenere anche ad altri gruppi etnici, regionali o religiosi della sessa India. L’amministrazione di Akbar si basava pertanto su amministratori stranieri, ma accoglieva anche i più dotati e ambizioni fra i giovani indiani. Complessivamente 21 indù durante il regno di Akbar ottennero mansab di 5mila uomini: uno di loro il Raja TOdar Mall ottené la carica ce per importanza venia come seconda nella gerarchia burocratica, ovvero quella di divan o intendente del fisco, e per un breve periodo anche quella di primo ministro in qualità di vakil, braccio destro dell’imperatore nell’apparato burocratico. Ciascuna provincia era amministrata da un governatore la cui ricca corte rifletteva in miniatura quella del grande Moghul, le amministrazioni municipali venivano dirette da un governatore della città, che sorvegliava i vari consigli burocratici. Ogni città manteneva il proprio corpo di polizia, mentre le campagne erano protette dai comandanti dei distretti militari che assistevano gli agenti del fisco nella riscossione di quella “parte” di ciascun raccolto che aspettava all’imperatore. Benché il reddito decennale aree di insediamento ottenuto da ciascun contadino, o proprietario terriero variasse da regione a regione a seconda della fertilità del territorio l’imposta media totale si aggirava sulla terza parte del raccolto annuo complessivo o sulla terza parte del valore corrispondente in contanti. Inoltre per aiutare i contadini a sopravvivere durante i periodi di siccità o di scarso raccolto, gli esattori di Akbar erano obbligati a esentare dal pagamento i distretti colpiti e, grazie al sensibile esercizio di questo ministero da parte degli indù, durante il regno di Akbar la riscossione delle tasse molto meno coercitiva e brutale che in qualunque altro periodo di amministrazione musulmana. L’efficiente sistema amministrativo dell’imperatore aiutò non solo a stimolare e incrementare lo sviluppo dell’India e dei suoi commerci ma fece rinascere l’idea di tenere l’intero subcontinente sotto un unico “ombrello bianco”. Akbar non governò come avrebbe fatto un monarca musulmano, ma come un “divino” imperatore indiano, fungendo da padre spirituale secolare del popolo. Egli costruì gran parte della sua posizione di imperatore non solo emanando il “decreto di infallibilità” ma che poneva le decisioni di un re “assai timorato di dio per il bene della nazione” su un gradino più alto rispetto alla legge islamica, ma anche fondando presso la corte una fede divina. Il motto di questa religione, usato come saluto rivolto da parte dei devoti era Allahu Akbar, che può significare sia “Dio è grade” sia “Akbar è Dio”. Akbar abbandono l’ortodossia islamica a favore del misticismo sufi: gran parte del rituale associato alla sua religione di corte derivava dalla pratica degli ordini sufi. I capi musulmani ortodossi come il mulla di Jaunpur cominciarono a temere che l’imperatore avesse del tutto abbandonato l’Islama, e chiamarono i loro fedeli a sollevarsi in rivolta. Nel 1581 la ribellione di allargò nel Bengala e a Kabul, ma Akbar non impiegò molto a soffocare l’opposizione con la sua politica popolare “nazionale” e arrivo al punto di impedire con un decreto imperiale l’uccisione delle vacche rendendo questo crimine contro l’induismo e la fede divina punibile con la morte. Gli ultimi 4 anni della vita di Akbar vennero segnati dalla ribellione del figlio maggiore: la maledizione delle lotte per la successione costituiva un modello tipico dell’asia centrale e perseguitò i Moghul prosciugando nel modo più debilitante le risorse dell’India. Nel 1601 mentre suo padre era preso dalla situazione in Deccan, il principe Salim si proclamo panidashah ad Allahabad. Akbar poté riaffermare la propria autorità paterna rapidamente, ma il 17 ott. Del 1605 il grande imperatore morì, forse per una dose di veleno propinatagli dal figlio Salim che assunse quindi a tutti gli effetti il titolo di Jahanjir e iniziò a 36 anni il suo regno destinato a durare 22 anni.