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LINGUISTICA GENERALE LORENZI secondo MODULO, Sbobinature di Linguistica Generale

Riassunto del manuale Linguistica Generale di Raffaele Simone. Dal capitolo 9 al capitolo 14

Tipologia: Sbobinature

2023/2024

In vendita dal 12/08/2024

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CAPITOLO 9 CATEGORIE GRAMMATICALI
Le categorie grammaticali sono, per esempio, il genere, il numero, il tempo, il modo, la
persona ecc.
Con questa dicitura si intende ogni classe di opzioni grammaticali complementari e omogenee.
Se prendiamo la categoria del numero, in italiano, comprende due opzioni: SINGOLARE e
PLURALE; sono complementari perché optando per una si esclude l’altra, dato che una parola non
può essere allo stesso tempo sia singolare che plurale.
Le forme verbali, invece, non possono essere considerate categorie grammaticali: un verbo allo
stesso momento può esprimere sia il numero che la persona.
Le categorie omogenee sono le opzioni che rientrano in una stessa categoria e questo perché
provengono dalla codifica di una stessa nozione grammaticale.
DISTINZIONI PRINCIPALI
Categorie scoperte e coperte: Le categorie grammaticali possono essere coperte o scoperte:
scoperte sono quelle in cui ogni opzione si manifesta foneticamente; coperte quelle in cui non
succede.
Esempio: in italiano la categoria di numero è scoperta, ma esistono casi (come caffè, crisi, moto
ecc.) in cui non vale, perché la differenza tra singolare e plurale è foneticamente nulla (la crisi, le
crisi).
La stessa cosa succede in italiano con la distinzione tra animato e inanimato, ma questa distinzione
è scoperta, questa distinzione si evidenzia chiaramente nei complementi di moto a luogo, dove
l'uso di preposizioni diverse (a e da) distingue tra destinazioni animate e inanimate. Esempio: vado
al cinema (inanimato) vado dal dottore (animato). In spagnolo è scoperta la differenza tra umano e
non umano nei complementi oggetto, se si tratta di un essere umano, il complemento sarà retto da
a, mentre se è inanimato non sarà retto da nulla. Esempio: He visto una casa. He visto a tu madre.
In inglese la distinzione di genere è coperta: non c’è modo di conoscere il genere dei nomi.
Categorie sistematiche e isolate: Le categorie grammaticali possono anche essere
sistematiche o isolate: sistematiche sono quelle che si applicano a tutte le forme di una certa classe,
mentre quelle isolate solo ad alcune.
In italiano, per esempio, il caso è una categoria isolata, dato che opera solo nei pronomi personali e
nei pronomi relativi. Esempio: che può fare sia da soggetto, che da complemento oggetto
(nominativo e accusativo), mentre il quale solo come soggetto La persona che mi hai presentato,
la persona che mi ha parlato. La persona la quale mi ha parlato, la persona la quale mi hai
presentato (scorretto). Nel francese e nell’inglese abbiamo una categoria isolata di caso che
agisce solo sul pronome relativo e interrogativo. Esempio: in francese che soggetto si dice qui, che
complemento oggetto si dice que, mentre nei casi obliqui (ossia quelli diversi dal nominativo,
dall’accusativo e dal vocativo) si dice qui. In inglese che soggetto si dice who mentre che non
soggetto si dice whom.
PERSONA: La persona è la categoria grammaticale con la quale le lingue segnalano l’emittente e
il ricevente durante l’enunciazione. L'emittente chiama sé stesso io: questo pronome è il “nome”
che “colui che sta parlando” usa per designare sé stesso. Dato che l’enunciato è indirizzato a un
ricevente, l’emittente ha bisogno di un mezzo per chiamare il ricevente, ossia tu. Siccome un
emettente e un ricevente sono indispensabili perché si possa avere un’enunciazione, la prima e la
seconda persona sono molto probabilmente universali linguistici.
Mentre la prima e la seconda designano “persone” vere e proprie, la terza designa un’”entità” che
non è necessariamente presente e non ha neppure bisogno di essere una “persona”. Per tale
ragione, i grammatici arabi antichi indicavano la terza persona col termine “l’assente”.
Data questa situazione, la prima e la seconda persona sono sempre rappresentate da pronomi
dedicati, la terza no. Per questo motivo accade spesso che il “pronome” di terza persona coincida
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CAPITOLO 9 – CATEGORIE GRAMMATICALI

Le categorie grammaticali sono, per esempio, il genere , il numero , il tempo , il modo , la persona ecc. Con questa dicitura si intende ogni classe di opzioni grammaticali complementari e omogenee. Se prendiamo la categoria del numero, in italiano, comprende due opzioni: SINGOLARE e PLURALE; sono complementari perché optando per una si esclude l’altra, dato che una parola non può essere allo stesso tempo sia singolare che plurale. Le forme verbali, invece, non possono essere considerate categorie grammaticali: un verbo allo stesso momento può esprimere sia il numero che la persona. Le categorie omogenee sono le opzioni che rientrano in una stessa categoria e questo perché provengono dalla codifica di una stessa nozione grammaticale. DISTINZIONI PRINCIPALI Categorie scoperte e coperte : Le categorie grammaticali possono essere coperte o scoperte: scoperte sono quelle in cui ogni opzione si manifesta foneticamente; coperte quelle in cui non succede. Esempio: in italiano la categoria di numero è scoperta, ma esistono casi (come caffè, crisi, moto ecc.) in cui non vale, perché la differenza tra singolare e plurale è foneticamente nulla (la crisi, le crisi). La stessa cosa succede in italiano con la distinzione tra animato e inanimato, ma questa distinzione è scoperta, questa distinzione si evidenzia chiaramente nei complementi di moto a luogo, dove l'uso di preposizioni diverse (a e da) distingue tra destinazioni animate e inanimate. Esempio: vado al cinema (inanimato) vado dal dottore (animato). In spagnolo è scoperta la differenza tra umano e non umano nei complementi oggetto, se si tratta di un essere umano, il complemento sarà retto da a, mentre se è inanimato non sarà retto da nulla. Esempio: He visto una casa. He visto a tu madre. In inglese la distinzione di genere è coperta: non c’è modo di conoscere il genere dei nomi. Categorie sistematiche e isolate: Le categorie grammaticali possono anche essere sistematiche o isolate: sistematiche sono quelle che si applicano a tutte le forme di una certa classe, mentre quelle isolate solo ad alcune. In italiano, per esempio, il caso è una categoria isolata, dato che opera solo nei pronomi personali e nei pronomi relativi. Esempio: che può fare sia da soggetto, che da complemento oggetto (nominativo e accusativo), mentre il quale solo come soggetto → La persona che mi hai presentato, la persona che mi ha parlato. La persona la quale mi ha parlato, la persona la quale mi hai presentato ( scorretto ). Nel francese e nell’inglese abbiamo una categoria isolata di caso che agisce solo sul pronome relativo e interrogativo. Esempio: in francese che soggetto si dice qui , che complemento oggetto si dice que , mentre nei casi obliqui (ossia quelli diversi dal nominativo, dall’accusativo e dal vocativo) si dice qui. In inglese che soggetto si dice who mentre che non soggetto si dice whom. PERSONA: La persona è la categoria grammaticale con la quale le lingue segnalano l’emittente e il ricevente durante l’enunciazione. L'emittente chiama sé stesso io : questo pronome è il “nome” che “colui che sta parlando” usa per designare sé stesso. Dato che l’enunciato è indirizzato a un ricevente, l’emittente ha bisogno di un mezzo per chiamare il ricevente, ossia tu. Siccome un emettente e un ricevente sono indispensabili perché si possa avere un’enunciazione, la prima e la seconda persona sono molto probabilmente universali linguistici. Mentre la prima e la seconda designano “persone” vere e proprie, la terza designa un’”entità” che non è necessariamente presente e non ha neppure bisogno di essere una “persona”. Per tale ragione, i grammatici arabi antichi indicavano la terza persona col termine “l’assente”. Data questa situazione, la prima e la seconda persona sono sempre rappresentate da pronomi dedicati, la terza no. Per questo motivo accade spesso che il “pronome” di terza persona coincida

con un dimostrativo o derivi da uno (nelle lingue romanze derivano dai dimostrativi latini: Ille → egli). Inoltre, il pronome di terza può cambiare genere, invece, quelli di prima e di seconda sono spesso privi di genere, anche se l’arabo, ad esempio, ha la seconda persona variabile per genere. Persona e numero: La categoria di persona si incrocia in vari modi con quelle di numero e di genere. I pronomi personali, infatti, possono essere singolari o plurali. Noi è un caso particolare: infatti, non è il plurale di io, in un’enunciazione normale, il parlante è sempre uno solo. Perciò noi significa propriamente “io+qualcun altro (che non parla in quel momento)”. Alcune lingue distinguono un plurale inclusivo (io+tu) da uno esclusivo (io+altri). Al contrario, voi ha un significato che può essere considerato il plurale di tu, perché i riceventi di un enunciato possono essere simultaneamente più di uno, voi= tu+tu+tu... I plurali dei pronomi personali vengono adoperati anche in rituali di referenza (concetto sociologico, si usano per indicare la stima o l’apprezzamento per chi ascolta). In francese, per esempio, per rivolgersi a un ricevente (anche singolo) sconosciuto si adopera come pronome allocutivo (una forma di pronomi usata per rivolgersi all’interlocutore) il voi. Troviamo un tratto iconico in questa forma, infatti: si “finge” che l’interlocutore sia “più di uno” per accrescerne l’importanza. Lo stesso meccanismo può spiegare il plurale maiestatis ovvero l’impiego del noi da parte di un parlante singolo per indicare sé stesso. Al contrario, si ha il pluralis modestiae che si ha quando il “noi” è usato per “umiliarsi”: in questo caso, il parlante singolo, per evitare di mettersi in primo piano, scompare in una molteplicità di emittenti. L'allocutivo deferente italiano lei ha una spiegazione più complessa: implica che l’interlocutore sia assente, in quanto si finge che la sua importanza sia tale da far sì che non sia permesso rivolgersi direttamente. Persona generica: In molte lingue alcune forme personali sono usate per indicare un interlocutore generico e impersonale: ciò vale in particolare per la seconda persona singolare. Esempio: se tu vai da quella parte, arrivi subito. Tu non indica un interlocutore specifico, ma chiunque compia le azioni indicate. La terza persona plurale funziona allo stesso modo: esempio dicono che sta per piovere. La terza persona singolare in forma indefinita (si, uno, qualcuno) ha la stessa funzione. Riferimento personale: La categoria di persona si presenta anche sotto altre forme, come ad esempio nei possessivi: in effetti la funzione di quest’ultimi non è il marcare il possesso, ma segnalare che tra l’oggetto designato da un SN e una delle tre persone (prima, seconda o terza) esiste una relazione, non necessariamente di tipo possessivo (ovvero A appartiene a B). Esempio:

1. Silvia gioca con il tuo bambolotto 2. Silvia parla con il suo professore Nella prima frase, tuo può significare: “il bambolotto che tu le hai regalato”, “il bambolotto che appartiene a te”, “il bambolotto di cui tu le hai parlato” Nella seconda frase, suo può significare: “il prof. Che Silvia preferisce”, “il prof. Della scuola di Silvia” Questo ci indica che la relazione di “possesso” non è marcata nell’aggettivo possessivo. In alcune lingue, questa funzione ( riferimento personale ) si manifesta in due forme distinte, pronomi e aggettivi, in altre invece rimane indifferenziata. In arabo, per esempio, non esiste la differenza tra pronomi personali complemento ( lo, la, gli ) e aggettivi possessivi.

  1. Distinzione tra singolare e plurale → Il singolare si distingue dal plurale per una marca apposita (lup +o per il singolare e lup + i per il plurale) o perché presenta un morfo zero, mentre il plurale ne ha uno manifesto (dog + ø per il singolare e dog + s per il plurale).
  2. Aggiunta del duale (si riferisce a elementi che si presentano in coppia), come nel greco classico e nell’arabo.
  3. Aggiunta del triale (si riferisce a elementi che si presentano a tre a tre) o a volte anche del paucale (una quantità indefinita che significa qualche) Aspetti semantici e logici: come abbiamo detto in precedenza, non sempre la morfologia e la semantica sono semplici come una numerazione cardinale, basti pensare che in turco il singolare non indica la quantità “uno”, ma è numericamente neutrale, i nomi, quando sono accompagnati da un numerale sono al singolare (cinquanta casa). In italiano e in altre lingue che presentano gli articoli determinativi, il singolare e il plurale servono a esprimere varie possibilità.
  4. Il cavallo è un animale resistente.
  5. Il cavallo è arrivato primo. Nella prima frase, cavallo indica una classe intera di individui (tutti i cavalli) quindi indica una pluralità, pur essendo grammaticalmente singolare, la seconda si riferisce a un unico individuo ben specificato. Bisogna specificare che nella prima frase è presente un predicato generale (si riferisce a un SN generale), mentre nella seconda ne è presente uno particolare (si riferisce a un SN particolare), non è possibile inserire nella stessa frase un predicato generale e uno particolare. Esempio: il cavallo, che fu introdotto in America dagli spagnoli, è arrivato primo (scorretto) DEFINITEZZA: Una delle più interessanti risorse delle lingue sta nel fatto che ci si può riferire a varie entità con diverso grado di precisione. Esempio: Ho visto Roma→ ho visto una città→ ho visto qualcosa. Il parlante si può muovere tra due estremi: da una parte il nome proprio che identifica in modo specifico l’entità a cui si fa riferimento; dall’altra il pronome indefinito , il quale occupa solo un posto nell’enunciato, non specifica nulla. In base a questo è possibile riconoscere un’importante categoria grammaticale, la definitezza. Il definito si riferisce a individuo identificato, l’indefinito a un individuo non specificato o non specificabile. A seconda delle lingue, la definitezza può essere espressa in tre modi:
  6. Sintagmaticamente, tramite un SN costituito dal nome in questione e da una risorsa specializzata (articoli o aggettivi dimostrativi). Esempio: questo ragazzo
  7. Morfologicamente, grazie alla combinazione di un morfo dedicato alla radice nominale (questo è l’unico caso in cui avviene grammaticalmente, perché è presente un’opzione obbligatoria), come ad esempio in arabo.
  8. Attribuendo a una parola concomitante (come, per esempio, un aggettivo che modifica il nome) una forma definita. CASO : Il caso è una categoria tipica dei nominali. I casi svolgono molte funzioni, la più evidente è il marcare alcune funzioni grammaticali dei nominali nell’enunciato. I casi fondamentali sono il nominativo e l’accusativo e sono detti cardinali. Ad esempio, in arabo i casi sono solo tre: nominativo, genitivo e accusativo.

Sistemi di caso: Dal punto di vista dei sistemi di caso, le lingue si dividono in due tipi

  1. Il primo è quello delle lingue nominativo-accusative , in cui si oppongono nominativo e accusativo (il nominativo è il caso del soggetto).
  2. Il secondo è quello delle lingue ergativo-assolutive , in cui il caso del soggetto cambia a seconda che il verbo sia transitivo o no. Nelle lingue ergative, il soggetto si manifesta con due casi diversi. Uno di questi ( assolutivo ) segnala il soggetto del verbo intransitivo e l’oggetto del transitivo (questo perché hanno un minore grado di controllo o agentività ), mentre il soggetto del verbo transitivo, ha il caso ergativo. A parte il nominativo, l’accusativo e (nelle lingue che ce l’hanno) l’ergativo, gli altri casi non sembrano servire a segnalare funzioni dell’enunciato, piuttosto inseriscono l’enunciato nel contesto, nella dimensione extralinguistica. I casi hanno funzioni diverse a seconda della lingua. Casi locali: I casi locali hanno la funzione di segnalare la localizzazione spaziale. Tuttavia, oltre che la pura e semplice localizzazione (moto a/da luogo, stato in luogo), infatti le lingue sono spesso in grado di indicare con mezzi grammaticali anche la direzione del movimento in relazione al luogo in questione. Per esempio, nel tunguso (Siberia orientale e Manciuria) si trovano otto casi locali che indicano anche avvicinamento, allontanamento ecc. TEMPO: Le categorie esaminate finora sono codificate principalmente dai nomi. Il tempo, invece, è codificato soprattutto dai verbi, ma non solo: anche altre classi di parole designano il tempo. Il verbo inoltre non esprime solo il tempo: svariate forme verbali hanno, accanto a questa capacità, anche quella di indicare la qualità dell’evento (durata, ripetitività, regolarità ecc.). Punto dell’enunciazione e punto dell’evento: Gli enunciati permettono di localizzare in una gamma di punti del tempo gli eventi. La localizzazione si misura a partire dal momento in cui l’emittente produce l’enunciato, l'organizzazione temporale delle lingue è costituita da due livelli:
  3. Il punto dell’enunciazione , nel quale l’emittente apre bocca (realmente o simbolicamente, come nelle narrazioni)
  4. Il punto dell’evento , nel quale l’evento di cui si parla è avvenuto. Con questi due punti di riferimento possiamo costruire un sistema ideale di tempo, costituito da una forma verbale che serve per indicare che il punto dell’enunciazione e quello dell’evento coincidono (presente), un’altra per indicare che l’evento è situato prima del punto dell’enunciazione (passato) e un’altra dopo il punto dell’enunciazione (futuro). Ma se vogliamo localizzare due o più eventi l’uno rispetto all’altro, servono altre risorse. Non tutte le lingue hanno forme specifiche per indicare queste relazioni, ma esistono alcune generalizzazioni:
  5. L’’opposizione fondamentale non è presente-passato-futuro, ma passato e non-passato. Infatti, spesso abbiamo varie forme specializzate per indicare il passato e la forma restante (il non-passato ) serve spesso per indicare sia il presente sia il futuro (Domani vado a Firenze). Non sono poche le lingue a cui manca una forma dedicata per il futuro, che viene indicato mediante forme perifrastiche, come in tedesco e in inglese. O anche nelle lingue slave e in arabo, in cui si utilizza la forma del presente per indicare il futuro aggiungendo altri elementi (in russo, ad esempio il futuro si forma con il futuro del verbo essere + l’infinito dell’altro verbo, mentre in arabo si usa il presente con l’aggiunta di avverbi

In questa scala ideale ogni lingua sceglie come agire, in alcuni casi grammaticalizzando , in altri lessicalizzando l’aspetto, nei verbi italiani citati l’aspetto è lessicalizzato. In altre lingue, le differenze di aspetto sono invece grammaticalizzate, cioè, segnalate da marche morfologiche. In cinese, per esempio, il morfo le dopo il verbo segnala che l’evento è concluso. I principali tipi di aspetto sono: PERFETTIVO (descrive l’evento come concluso), IMPERFETTIVO (non specifica se l’evento è terminato o meno), DURATIVO (indica un’azione prolungata), RISULTATIVO (descrive il risultato attuale di un’azione passata), INCOATIVO (descrive l’inizio di un’azione), PUNTUALE (descrive un’azione che iniziano e si concludono in breve tempo). L’aspetto è spesso unito al tempo e al modo ( TAM ). Alcune forme temporali, oltre che localizzare gli eventi nel tempo, codificano uno specifico aspetto. In italiano, per esempio, l’imperfetto rende l’evento imperfettivo mentre il passato remoto lo rende puntuale. EVIDENZIALITÀ: L' evidenzialità è una categoria che indica se il contenuto di un enunciato risale a un’esperienza diretta del parlante (evidenzialità diretta) oppure a fonti indirette (evidenzialità indiretta). Una possibile spiegazione della diffusione di questa categoria in così tante lingue sta nella preoccupazione di “salvare la faccia” da parte del parlante. Il parlante separa le informazioni che possiede per esperienza diretta da quelle che ha ottenuto indirettamente, proteggendosi dal rischio di essere accusato di dire cose non vere e di esporre la propria responsabilità. L'italiano ha forme non grammaticali, ma lessicali o sintagmatiche, per indicare che una certa informazione non è diretta. Esempio: Carlo dev’essere tornato, può darsi che Carlo sia tornato, si dice che... Altre lingue hanno invece mezzi grammaticali appositi. In fasu (Papua nuova Guinea), per esempio, un morfo discontinuo a-…-re indica che l’informazione deriva da una conoscenza personale di tipo visivo, altre lingue segnalano la conoscenza diretta di tipo uditivo. Quanto all’evidenzialità indiretta essa può segnalare: che il parlante ha sentito dire da altri quel che sta affermando oppure che ricava la sua informazione da un ragionamento. MODALITÀ E MODO: La categoria della modalità indica l’atteggiamento del parlante verso quello che dice o gli eventi a cui si riferisce. La distinzione fondamentale è quella tra enunciati sottoponibili a giudizio di verità (è vero?), ovvero le asserzioni , e gli enunciati non sottoponibili a questo giudizio (comandi, domande, possibilità, obbligo ecc.). le modalità si codificano in una varietà di forme, le principali delle quali sono i modi del verbo. Esempio: Arriva il treno, la fortuna ti assista, prendi il bicchiere! Il modo dedicato per le asserzioni è tradizionalmente l’ indicativo. La modalità non-assertiva, invece, si articola in modo diversi. I comandi vengano espressi attraverso un modo speciale, l’ imperativo e anche le domande sono modali, anche se spesso non caratterizzate da un modo apposito. La domanda, infatti, è un enunciato con il quale il parlante ha modo di ottenere un valore di verità, ad esempio, in latino il modo in cui viene formulata la domanda preannuncia la risposta. Le altre modalità si organizzano in modo variabile e possono essere ricondotte a una formula unica basata su tre diverse caratteristiche:

  1. Certezza.
  2. Possibilità.
  3. Augurio. L'augurio si materializza in alcune lingue sotto forma grammaticale, in greco, ad esempio, c’è una forma particolare detta ottativo che esprime sia la possibilità che l’augurio. In latino si esprime con il congiuntivo potenziale.

Modi: Le flessioni che esprimono la modalità sono i modi. Nelle lingue che hanno modi, questi sono di numero diverso e possono avere, oltre che una funzione semantica, anche un ruolo importante nella sintassi. Un caso particolare è quello dell’inglese, il quale presenta un solo modo, l’indicativo, il congiuntivo non è molto usato, il condizionale si ottiene con una perifrasi, mentre l’imperativo ha una sola forma, uguale all’infinito. Nelle lingue spesso si usa spesso il tempo futuro per esprimere una modalità: saranno le tre, sarà arrivato in ritardo, non indicano una localizzazione temporale, ma la possibilità. Avverbi modali: Alcune modalità non sono codificate da forme del verbo ma da avverbi ( avverbi modali): purtroppo oggi piove, fortunatamente oggi c’è il sole. Alcuni operano solo come avverbi modali, come ad esempio magari , altri avverbi operano sia come avverbi di maniera sia come avverbi modali: piange tristemente o tristemente , piange. Gli avverbi modali modificano tutta la clausola mentre quelli di maniera solo il predicato. Diatesi: Il termine diatesi è usato sin dall’antichità per indicare il fatto che il verbo può presentarsi in più forme come quella attiva e quella passiva. Definizione della relazione tra attivo e passivo: il soggetto dell'enunciato attivo diventa il complemento d’agente del predicato passivo, mentre l'oggetto del predicato attivo diventa il soggetto del predicato passivo. Funzioni del passivo: Il passivo non è il contrario dell’attivo: non tutti i verbi attivi possono avere un corrispondente passivo e viceversa ( ho molto tempo non può diventare molto tempo è avuto da me e la Vergine fu assunta in cielo non può diventare X assunse la Vergine in cielo). La forma passiva ha una funzione diversa da quella di trasformare l’agente in paziente. In effetti, il passivo serve a segnalare che un’entità dotata di un basso grado di controllo sull’evento subisce un cambiamento di stato. Il ruolo del passivo consiste nel permettere di portare in secondo piano l’attore o perché ignoto o perché considerato irrilevante. Oltre a questo ruolo, il passivo serve anche a portare in primo piano l’azione, per “salvarsi la faccia” o per togliersi la responsabilità degli eventi. Esempio: il vaso è stato rotto. Modi di codificare il passivo: La struttura d’azione passiva si codifica in modi diversi. In latino si esprime morfologicamente, attraverso degli affissi specializzati. In italiano esso è ottenuto con una perifrasi verbale costituita da una forma del verbo essere o altri verbi ausiliari dedicati (come venire) e il participio passato del verbo principale (obbligatoriamente transitivo). Esempio: Il cibo viene sprecato. Passivo di avversità: In diverse lingue prive di relazione tra loro, la costruzione passiva serve anche a codificare il fatto che l’evento di cui si parla non è apprezzato dal suo attore (o paziente), si tratta del cosiddetto passivo avversativo. Esempio: Si è fatto rubare la macchina. Medio: Accanto all’attivo e al passivo, diverse lingue hanno una terza diatesi, il medio. La proprietà del medio sembra essere quella di segnalare che l’azione designata dal verbo è incentrata sull’attore e lo coinvolge in modo significativo. Il medio si presenta anche in forme non grammaticalizzate. In lingue come l’italiano il francese, il riferimento personale generico tipico di questa diatesi si realizza mediante l’uso pronominale del verbo transitivo. Esempio: Mi faccio un caffè. Significa sia faccio un caffè per me che faccio un caffè da solo. In spagnolo molti verbi hanno una forma media (ossia con un pronome personale) molti verbi intransitivi che comportano una forte implicazione del soggetto, come creerse, irse, morirse, quedarse…

spesi in un attimo. Altri ancora alludono a una totale assenza di azioni o di cambiamento di stato: Manca l’acqua. In alcuni troviamo un soggetto, ma non è il responsabile dell’azione, come nel caso dei verbi impersonali, come piove, grandina, bisogna. Criteri per l’identificazione: Alla difficoltà di identificare il soggetto si aggiunge un’importante distinzione tipologica. Da una parte si trovano le lingue in cui il verbo di modo finito deve avere necessariamente un soggetto: sono le lingue a soggetto obbligatorio (come l’inglese o il tedesco). Dall'altra parte stanno le lingue in cui il soggetto non è obbligatorio (come l’italiano o lo spagnolo), dette lingue a soggetto non-obbligatorio. Troviamo dei tratti universali (presenti nella maggior parte delle lingue) relativi al soggetto:

  1. a volte, il soggetto è il nominale che si accorda col predicato dell’enunciato. Il soggetto proietta sul verbo il proprio numero e la propria persona.
  2. talvolta il soggetto è marcato con mezzi vari (guarda marche delle funzioni) Soggetto fantoccio: Tra le lingue è diffusa una classe di verbi che hanno un soggetto che non designa un partecipante di alcun tipo. Questi verbi sono detti impersonali e un esempio tipico sono i verbi metereologici. I soggetti non indicano “chi fa l’azione” ma sono solo marche formali necessarie al verbo per funzionare. Abbiamo quindi dei soggetti “fantoccio” , che riempiono la posizione del soggetto obbligatorio ma non hanno alcuna delle funzioni tipiche del soggetto. Esempio: It’s raining Marche delle funzioni: Nelle lingue le possibilità di marcare il soggetto sono tre:
  1. Un caso dedicato (il nominativo). Nelle lingue flessive i nominali non possono presentarsi senza morfo di caso. Un esempio è il latino, in cui ogni caso segnala determinate funzioni grammaticali.
  2. Una specifica posizione nella clausola. Da cui si possono distinguere varie tipologie di lingue : le lingue a soggetto iniziale (inglese) o a soggetto finale (malgascio), dette lingue configurazionali, e le lingue con soggetto a posizione variabile, come la maggior parte delle lingue flessive (latino).
  3. Morfi dedicati. In giapponese, per esempio il morfo ga segue il soggetto. Quando non si presenta come SN, il soggetto si riconosce nelle pronominalizzazioni, come nella frase: He saw Him, in cui he pronominalizza il soggetto, mentre him l’oggetto.
  4. Il soggetto è il solo costituente che possa intervenire in alcune manipolazioni grammaticali eseguite a partire da un enunciato di base. Per esempio, nelle clausole imperative, l’elemento cancellato è sempre il soggetto: tu mangi→ [tu] mangia!. Nella passivizzazione, è il soggetto della frase attiva a essere trasferito ad agente di quella passiva. Casi particolari: Nessuno dei criteri indicati è necessario e nessuno da solo è sufficiente. Per ognuno si trovano facilmente fenomeni in contrario. Quanto al primo criterio, esistono lingue in cui il nominale non si accorda col verbo, inoltre ci sono alcuni fatti che rendono la definizione di soggetto ancora più complessa:
  5. Spesso troviamo dai fenomeni di accordo incongruo, ossia in cui il verbo non si accorda con il soggetto. Un esempio è l’ accordo a senso , in cui il verbo si accorda non con il pacchetto morfemico del soggetto, ma con il suo significato. (E il resto dell’esercito partirono → esempio dal greco)
  6. Abbiamo anche i casi di soggetto indefinito o irrilevante che si esprime tramite la mancanza di soggetto o con elementi pronominali appositi. Esempio: l’inglese one, il francese on, l’italiano si → Si fanno molti errori.
  7. Esistono casi in cui la determinazione del soggetto è praticamente impossibile (soggetto indecidibile). Esempio: tra noi non ci si parla più da tempo.

Soggetto e attore: Le funzioni di soggetto e attore possono naturalmente coincidere, ma anche no. Esempio: A Carlo accade spesso di aver sonno. L'enunciato ha un soggetto (non manifestato) di terza persona singolare con cui accorda accade, ma l’attore è Carlo, che occorre come complemento indiretto. Fenomeni simili si hanno nelle frasi dette a controllo, perché l’attore della clausola dipendente è controllato dal verbo:

  1. Carlo promette a Luigi di restare a casa
  2. Carlo ordina a Luigi di restare a casa.
  3. Carlo chiede a Luigi di restare a casa. Nella prima frase l’attore della seconda clausola è Carlo, nella seconda è Luigi, mentre nella terza può essere tanto l’uno quanto l’altro. Possiamo classificare tre diverse classi di verbi sotto questo aspetto:
  4. Verbi a controllo del soggetto → il soggetto della prima clausola è anche l’attore dell’infinito della seconda. ( sperare, promettere, minacciare…)
  5. Verbi a controllo dell’oggetto → sia il soggetto che il complimento indiretto (oggetto) possono essere attori della seconda ( pregare, implorare…)
  6. Verbi a controllo del complemento indiretto →il complemento indiretto (oggetto) è anche l’attore dell’infinito della seconda ( ordinare, consigliare…) PREDICATO: Anche la nozione di predicato deriva dalla logica. Il termine indica la parte di proposizione che “predica” qualcosa sul soggetto. Quella di predicato è quindi una nozione relazionale, perché il predicato non esiste se non in rapporto a un soggetto. Tra soggetto e predicato possono esserci due relazioni diverse: il loro legame può essere affermato oppure negato : Carlo è biondo (è vero che Carlo è biondo = valore vero), Carlo non è biondo (non è vero che Carlo è biondo = valore falso) Forme del predicato: Il ruolo di predicato può essere svolto da vari tipi di risorse linguistiche. Normalmente è un verbo, ma si possono avere anche le clausole copulative , in cui il predicato è un costituente formato da un verbo copulativo (verbo essere) e da un elemento nominale o aggettivale. Ci sono tre diverse categorie di clausole copulative:
  7. Equative: L'entità che il soggetto rappresenta è la stessa di quella indicata dal nome nel predicato (Luisa è sua moglie).
  8. Inclusione propria: L'entità indicata dal soggetto è uno dei membri del gruppo indicato dal nome nel predicato (Luisa è medico).
  9. Qualificativa: attribuisce una proprietà al soggetto (Luisa è brava). OGGETTO: Anche la nozione di oggetto viene della tradizione, e viene definito come il termine che definisce la persona o la cosa sulla quale si trasferisce l’azione indicata dal verbo. Esempio: Luigi picchia Paolo, Paolo è il punto sul quale si scarica l’azione di picchiare. Solo i verbi transitivi possono avere un oggetto. Di conseguenza, la definizione tradizionale può essere anche scritta così: l’oggetto è un costituente dipendente da un verbo transitivo. Questa definizione comporta anche che il ruolo rappresentato dall’oggetto sia dotato di un grado di controllo dell’evento piuttosto basso. Tipi di oggetto: Il concetto di trasferire l’azione su qualcosa o qualcuno non è applicabile a tutti i sintagmi dipendenti da verbi transitivi. Esempio: Carlo fa il medico. Fare è in realtà un verbo copulativo e quindi il medico è la parte nominale del predicato e non l’oggetto. Inoltre, anche i veri oggetti sono di diverso tipo: in alcuni casi l’azione “crea” l’oggetto, l’oggetto creato dall’azione del verbo è detto fattititivo. Esempio: Ho costruito il tavolo è diverso da Ho riparato il tavolo , perché nella prima il tavolo si materializza attraverso l’azione, nella seconda è un’entità che già esiste prima che inizi l’azione di riparare.

Il soggetto “piscologico” indica che l’emittente, nell’immaginare la frase, ne sceglie un pezzo che considera come il punto di partenza, al quale aggiunge delle informazioni. Il soggetto psicologico prende il nome di tema, mentre tutto il resto della frase è il rema , cioè, quello che si dice a proposito del tema. Possiamo considerare la frase come divisa in due, ogni frase sarà composta da Tema+ Rema → la matematica ( TEMA ), Silvia la studia ( REMA ). La struttura tematica, ossia la struttura che indica la divisione tra il tema e il rema, non prende in considerazione solo le singole parole o i singoli sintagmi, il rema infatti è composto da una struttura complessa e può essere formato da più sintagmi, per esempio un SN e un SV (Silvia...la studia). Nella struttura tematica la parte fondamentale, che serve alla frase per avere senso, è il rema, dato che il tema può essere già noto o essere costituito da un’entità extra-linguistica. Esempio: [TEMA] arriva in ritardo. Possiamo quindi descrivere la struttura tematica in questo modo: (Tema)+ Rema, ossia il tema può esserci o no, mentre il rema deve sempre esserci. Casi complessi: In molti casi, più di un sintagma può essere considerato come la parte rematica della frase. Esempio: Nessun paese può uscire dalla crisi da solo. La parte rematica può essere costituita da: può uscire dalla crisi da solo , può uscire dalla crisi , da solo. Nella lingua scritta è il lettore a decidere quale sia la parte rematica, mentre nella lingua parlata un picco di intonazione farà capire quale è la parte rematica. Esiste un metodo per distinguere la parte tematica da quella rematica, se si inserisce la frase di partenza in una frase del tipo non è vero che ..., la parte della frase negata sarà solo il rema, che viene definito portata della negazione. Esempio: È previsto che domani pioverà→ non è vero che [è previsto che domani pioverà]. In questo caso la portata della negazione, e quindi il rema è domani pioverà , mentre tutto il resto è il tema. Strutture sovrapposte: Visto che ogni frase contiene una struttura tematica, possiamo vedere che in ogni frase sono presenti tre tipi diversi di struttura:

  1. Struttura sintagmatica: che viene studiata dalla sintassi e descritta dai diagrammi ad albero, è composta dai sintagmi.
  2. Struttura funzionale: è composta dalle funzioni grammaticali
  3. Struttura tematica: divisa in tema e rema I posti della struttura tematica possono essere occupati da costituenti di vario tipo. Il tema può essere costituito tanto da un SN quanto da altri elementi. Esempio: Con Carlo non siamo stati a cena , Una volta tra padri e figli le cose andavano diversamente , Accuratamente non mi pare che sia stato fatto, questo lavoro. Nella prima frase il tema è costituito da un Sprep con funzione di complemento, nella seconda e nella terza da un sintagma avverbiale. La struttura tematica può anche essere stratificata, il tema si suddivide in un ulteriore tema meno esteso e rema. Esempio: Si che lo voglio (tema) , il regalo (tema) che mi hai promesso (rema) Focalizzazione: Le risorse di focalizzazione sono degli strumenti dedicati per segnalare il tema (cioè per la tematizzazione ) o il rema ( rematizzazione ). Queste risorse sono classificate in base a diversi criteri: A) Natura dei mezzi usati :
  4. Focalizzazione Sintattica : posizione del costituente nella clausola, movimenti
  5. Focalizzazione Morfologica : morfi dedicati
  6. Focalizzazione Soprasegmentale : speciali curve intonazionali, pause ecc. B) Tipo di focalizzazione che realizzano :
  7. Focus Contrastivo: segnala un contrasto tra due entità, la formula è “A e non B”. (Esempio: È lui che lo ha fatto [cioè, non altri])
  1. Focus di Messa in Rilievo : enfatizza una parte, ma senza contrasto (È proprio lui che mangia con le mani)
  2. Focus metalinguistico: sottolinea per contrasto o per messa in rilievo una parte di costituente. (Esempio: Bisogna lavorare per il paese, non contro il paese ) C) Effetto :
  3. In base a ciò che focalizzano, avremo quindi Tematizzazione (focalizza il tema) e Rematizzazione (focalizza il rema).
  4. In base all’elemento che spostano, un elemento rematico a tema o viceversa.
  5. In base alla modificazione della struttura tematica, ossia enfatizzano un componente (è il meccanico che è venuto (non l’idraulico) La frase corregge una possibile informazione errata, cioè che sia venuto l'idraulico. La focalizzazione su "il meccanico" chiarisce e corregge l'informazione.) o ne correggono l’articolazione (è in bicicletta che è venuto (non in macchina o in treno) la frase sottolinea che la persona è venuta in bicicletta, correggendo qualsiasi altra possibile supposizione). TEMATIZZAZIONE E REMATIZZAZIONE: Risorse sintattiche: Le risorse di focalizzazione sintattiche consistono in movimenti di un costituente verso il margine sinistro della clausola (luogo in cui si trovano le PP → posizioni periferiche, guarda capitolo 7). In ciascuna di esse interviene anche una speciale intonazione:
  6. topicalizzazione: spostamento del costituente focalizzato all’estrema sinistra. Esempio: Ho comprato il giornale→ Il giornale ho comprato. La topicalizzazione è un focus contrastivo, crea una contrapposizione con un costituente (ipotetico o enunciato), potremmo riscrivere la frase come: ho comprato il giornale e non il caffè
  7. inversione: serve a focalizzare specificamente il soggetto in alcune lingue. Esempio: Quest'operazione vuole farla proprio lui. Se lo dice lui , bisogna fare così
  8. frase scissa: la struttura si chiama scissa perché spezza la clausola in due parti e ne sposta una a sinistra. Nella frase scissa il costituente focalizzato si muove verso sinistra e viene inserita all’interno del sintagma discontinuo è...che. Esempio: È questo libro che voglio. È venire fino a Napoli che non voglio Una variante è la costruzione X sì che ... Esempio: Viaggiare sì che mi piace. Studiando sì che si impara
  9. dislocazione: consiste nello spostare a sinistra (dislocazione a sinistra) o a destra (dislocazione a destra) un costituente della clausola, al posto del quale va un clitico (una parola monosillabica che non porta l’accento, come si, ci, vi, ti, lo, la, mi, gli, le ) coreferente (ovvero che si riferisce a qualcosa). Nella dislocazione a destra si ha un clitico cataforico (ovvero che si riferisce a qualcosa che verrà dopo). Esempio: Il latte, non lo bevo. → dislocazione a sinistra In questo caso l’oggetto del rema (il latte) diventa tematico. Esempio: Non lo bevo, il latte → dislocazione a destra In questo caso il costituente rimane al suo posto, ma viene isolato ad una virgola e richiamato da un clitico cataforico. Una lingua in cui sono presenti moltissime dislocazioni è il francese, in questa lingua è possibile dare a qualunque elemento la funzione di Tema. Esempio: Je n’arrive pas à trouver ce livre (frase non marcata, ovvero senza focalizzazione) moi, je n’arrive pas à trouver ce livre → dislocazione a sinistra ce livre, je n’arrive pas à le trouver → dislocazione a sinistra je n’arrive pas à le trouver, ce livre → dislocazione a destra

denominata dato e quella che aggiunge una nuova informazione, denominata nuovo. Questo schema può anche essere più complesso. Esempio: Hai presente Luigi? (DATO) ora vive in America (NUOVO). E da quando (N) vive in America (D)? Vive in America (D) da tre anni (N); ha una fabbrica di scarpe (N). Lo scambio enunciativo si svolge seguendo un ciclo ricorsivo (che si ripete) composto da tre fasi:

  1. Evocazione di un’informazione già condivisa, presa come punto di partenza (dato).
  2. Aggiunta di un’informazione non ancora conosciuta (nuovo)
  3. Degradazione a dato del precedente nuovo e riavvio dell’intero ciclo (il nuovo diventa dato, perché ora l’informazione si conosce), fino alla fine dell’enunciazione. Nell'enunciato il nuovo, a differenza del dato, non può essere omesso, altrimenti l’enunciazione perderebbe ogni senso. Tema/Rema ≈ Dato/Nuovo: L'opposizione tra tema e rema non coincide sempre con quella tra dato e nuovo. La prima riguarda la scelta dell’argomento dell’enunciato, la seconda invece la distinzione tra informazione nota e informazione nuova. La prima è determinata dall’ emittente, che stabilisce ciò di cui vuole parlare, mentre la seconda dal ricevente , il quale si aspetta di ricevere informazioni nuove. In diversi casi può non essere semplice stabilire con precisione i confini della struttura tematica e quelli della struttura dell’informazione (di dato e nuovo). Per questo, l’enunciato normalmente contiene segnali che indicano sia qual è il tema, sia qual è lo statuto (Dato o nuovo). Le domande, per esempio, possono mirare a confermare se un determinato costituente è dato o nuovo, oppure alcuni tipi di subordinata sono specializzati per indicare che un’informazione è dato (le causali con siccome e dato che, le temporali e le relative), anche i verbi fattitivi (far fare, lasciare, causare, obbligare, costringere…) fanno parte di questo gruppo. Nell’enunciato, quindi, in realtà si sovrappongono non tre ma quattro livelli strutturali: Sintattico/Funzionale/Tematico/Informazione. CAPITOLO 12 - Testo Tutte le considerazioni fatte finora si riferiscono a una categoria particolare di enunciati, che abbiamo chiamato clausole. Tuttavia, il comportamento linguistico non si manifesta solo sotto forma di clausole isolate, ma anche in enunciati più lunghi e complessi. Nel comportamento linguistico le clausole si combinano in enunciati più vasti, al cui interno ciascuna di esse trova il proprio posto e assume il proprio significato. All'enunciato più vasto, si dà il nome di testo. La linguistica testuale parte dall’ipotesi che un testo sia costituito da clausole ma che abbia una struttura specifica, diversa da quelle delle clausole. Il testo ha due proprietà principali:
  4. Unità strutturale : ossia contiene degli strumenti (dispositivi) che assicurano la compattezza dell’insieme.
  5. Unità di significato : Parla della stessa cosa, o comunque di cose che hanno a che fare tra loro Chiamiamo la prima proprietà coesione la seconda coerenza. Coesione: La coesione è il fenomeno per il quale le parti del testo sono collegate tra di loro attraverso dei dispositivi (strumenti) appositi. Qualunque elemento che serve ad assicurare la coesione di un testo è detto un coesivo , un testo che presenta coesione è detto coeso. Tra i più importanti dispositivi di coesione troviamo i punti di attacco, che sono degli elementi del testo ai quali altri elementi possono collegarsi, attraverso la referenza, ossia citandoli o rimandando a loro in qualche modo. Gli elementi che si collegano ai punti di attacco sono detti coesivi.

Il fenomeno per cui un coesivo può rimandare a un punto di attacco è la foricità. In base alla foricità si distinguono due classi fondamentali di coesivi:

  1. Anaforico: Un coesivo con il punto di attacco in alto (in precedenza nel testo)..
  2. Cataforico: Un coesivo con il punto di attacco in basso (in seguito nel testo) L’enunciato rinvia non solo ad altre parti di sé stesso ( contestualità interna ), ma anche alla realtà extralinguistica ( contestualità esterna ). Possiamo allora dire che alcuni coesivi hanno anche una funzione esoforica (“che porta fuori”, ossia che si riferisce alla realtà). Deissi interna ed esterna: I deittici sono gli elementi linguistici per eccellenza che fanno da coesivi in rapporto a un punto di attacco. Esempio: Dammi questo. Questo allude, per esempio, a qualcosa che si trova sul tavolo. Il deittico rinvia a un’entità extralinguistica. Catene: Una catena (chiamata così perché il suo scopo è quello di tenere insieme le clausole del testo) è un gruppo di coesivi che hanno lo stesso punto di attacco; se la catena è costituita da coesivi anaforici si chiama catena anaforica. Il primo elemento è il capo-catena , ciascuno degli altri è un anello della catena, gli anelli possono essere posti anche a grande distanza l’uno dall’altro. Catene anaforiche intrecciate: Un testo può essere tenuto in coesione da più catene anaforiche, che possono intrecciarsi l’una con l’altra, interrompendosi l’una con l’altra. Esempio: In questo esempio troviamo tre catene, una ha come capo John Franklin, un’altra ha la corda mentre l’ultima ha lo scrivano. Tuttavia, le catene anaforiche presentano delle regolarità:
  3. Azzeramento del soggetto: il soggetto si cancella quando due anelli della stessa catena si susseguono (vengono uno dopo l’altro) immediatamente a breve distanza. Esempio: Giovanni è italiano e ( Giovanni) ha 20 anni.
  4. Ripresa forte del soggetto: dopo un arco (il punto in cui una catena che era stata interrotta, riprende vedi testo a pagina 233) il soggetto si ripresenta normalmente in forma forte (ossia come sintagma pieno o pronome tonico). Esempio: Sua mamma lo odia, lui la ama.
  5. Lunghezza dell’intervallo: il soggetto riappare, anche quando non c’è un arco, quando il sentiero che porta da un anello all’altro supera una certa lunghezza. Ellissi e pro-forme: Le lingue prevedono anche dei coesivi ellittici (ossia coesivi composti da componenti Ø), che non sono visibili a livello superficiale. L' ellissi è un mezzo di coesione che consiste nel cancellare gli elementi che vengono ripresi invece di adoperarli di nuovo. Essi, pur essendo foneticamente nulli, continuano a operare influenzando il proprio ambiente sintagmatico. Esempio: Carlo arriva domani e [Ø] ci porta le notizie.

Entrambe le frasi seguono la struttura informativa, ma l'enfasi cambia a seconda di quale informazione è data per prima. La struttura "B perché A" enfatizza il risultato prima della spiegazione, mentre "A perché B" enfatizza l'azione prima della causa. Visto che la differenza tra A e B non è di tipo sintattico (ossia basata sulla sintassi, l’odine delle parole), ma è basata solamente sulla struttura d’informazione, possiamo dire che A è l’elemento che sta “logicamente” a sinistra del connettivo relazionale, ossia rappresenta il dato. Definiamo A base e B integrazione , possiamo dire che i connettivi stabiliscono una relazione tra una base e un’integrazione. Lo schema delle possibilità di combinazione tra connettivi (C), basi (B) e integrazioni (I): B+C+I: Io e te B+I+C: Obtruncat spoliat- que (spezza spoglia e) C+B+I: Veniamo insieme io, Carlo e tu. Ellissi: L’ellissi è definita come qualunque mancanza di elementi necessari in una clausola o in un enunciato. L’ellissi è particolarmente usata in latino e ne esistono due tipi:

  1. Elementi nulli : ovvero quando elementi di diverso tipo mancano (senza influenzare l’ambiente sintagmatico). Esempio:
  2. Ellissi per distribuzione: è quando un elemento che influenza un ambiente sintagmatico, che può essere immediato o prossimo, è presente solo in una parte di quell’ambiente sintagmatico e si distribuisce, ovvero influenza, sugli altri. Esempio: Multum illi terra, plurimum mare pollent. Illi si distribuisce su pollent e pollent su illi, ovvero un caso di ellissi per distribuzione doppia, questo tipo di ellissi viene anche detto gapping perché agisce all’interno dei gap , degli spazi vuoti). Coesione con sintagmi pieni: I sintagmi pieni sono tutti i sintagmi che non presentano informazioni mancanti, a differenza dei sintagmi vuoti, come ad esempio: io mangio una torta tu una mela , vediamo che nel secondo sintagma “manca” l’informazione mangi, perché sottintesa. Anche i sintagmi pieni possono portare coesione all’interno di un testo. La coesione con i sintagmi pieni può avvenire attraverso tre strumenti diversi:
  3. Ripetizioni (anche dette copie ) di un costituente (ad esempio un nome o un SN) che fa da capo-catena. Esempio: COPIA : Elliot parla con Giacomo. […] Elliot beve. Un tipo particolare di copia è la quasi-copia , in cui i costituenti si assomigliano superficialmente, ossia vedendole sono simili e hanno un significato simile. Esempio: QUASI-COPIA : Ci salutammo all’improvviso e quel saluto fu l’ultimo.
  4. Costituenti sinonimi : ovvero l’utilizzo di sinonimi che abbiano un significato uguale a quello del capo-catena o che all’interno del testo si riferiscono a esso. Esempio: Gli hanno dato un tranquillante. Il sedativo ha fatto effetto. Esempio: Amy baciò Elliot. Il primatologo (ovvero Elliot) rimase sconvolto. Quel bacio gli cambiò la vita.
  5. Incapsulatori: gli incapsulatori sono delle parole o dei sintagmi che servono a sostituire delle parole, interi sintagmi o frasi. In italiano quelli più utilizzati sono fatto, evento… Esempio: Il battello affondò nella notte. Quel disastro fu uno dei più gravi della storia. In questo caso disastro incapsula tutta la prima frase.

Tipi coesivi: Ogni lingua preferisce un tipo di risorse per portare coesione nel testo. Possiamo dire quindi che ogni lingua rientra in un tipo coesivo, ovvero in base a quali risorse utilizza di più. Il latino per esempio preferisce l’ellissi. Le lingue possono organizzare le risorse di coesione diversamente, ovvero utilizzare le stesse risorse in modo differente, ad esempio l’ellissi in lingue diverse può essere più o meno estesa e coprire diversi tipi di parole. Ad esempio, in giapponese l’ellissi cancella quasi sempre i pronomi soggetto di 1 e di 2 persona, questo perché non esiste la flessione del verbo). Relazioni tra clausole: Oltre che relazioni sintattiche, composte da coordinate e subordinate, le clausole hanno tra loro anche delle relazioni logico-semantiche , ovvero i collegamenti tra le frasi che mostrano il modo in cui le informazioni sono relazionate tra loro, attraverso queste relazioni, il testo è coerente e coeso. M. A. K. Halliday distingue due tipi diversi di relazioni logico-semantiche, ovvero l’ espansione e la proiezione , questi due tipi hanno al loro interno delle sottoclassi. Espansione: La relazione più frequente è l’ espansione e consiste nell’ampliamento dell’informazione presente nella frase principale. Ci sono tre forme di espansione:

  1. Esemplificazione e Parafrasi: L’ esemplificazione consiste nel portare un esempio per aggiungere informazioni. L’esemplificazione può essere codificata sia da una relativa che da un’elencazione. Esempio: Ho visto un film, che è la storia di un cane che salva il mondo. Sei sempre lo stesso: un ragazzo onesto, gentile e un po’ matto. La parafrasi invece presenta quello che è stato detto nella frase principale utilizzando parole diverse. Esempio: Mi ha cacciato, cioè mi ha licenziato. Per segnalare la parafrasi ci sono vari connettivi, i principali sono cioè, vale a dire, in altre parole…
  2. Estensione: L’ estensione consiste nell’aggiungere informazioni riguardo a quanto detto nella frase principale, attraverso conferme, eccezioni… È il tipo di espansione più utilizzato. Esempio: I tuoi amici sono andati al cinema, io sono rimasto a casa.
  3. Localizzazione e Circostanza: La localizzazione e la circostanza sono due relazioni simili e consistono nell’aggiungere informazioni di tipo spaziale, locale o causale. Esempio: Non torno in quel posto perché mi annoio. Grazie a questi esempi, possiamo descrivere degli aspetti generali riguardo al rapporto tra le logico-semantiche e la sintassi:
  4. Indifferenza al tipo di clausola con cui si codificano : le relazioni logico-semantiche possono essere codificate da qualunque tipo di clausola senza che cambi niente. Esempio: L’esemplificazione può essere codificata sia da una relativa che da una coordinata introdotta da cioè. La circostanza sia da una frase introdotta da così che da una subordinata.
  5. Possono essere codificate sia da una coordinata che da una subordinata senza cambiare natura (ovvero il tipo di relazione).
  6. Alcune relazioni sono segnalate da marche , altre invece anche da connettivi zero. Citazione: La citazione avviene quando una frase riporta un discorso, che può essere sia verbale che mentale. La citazione è resa possibile da due proprietà dei codici verbali: narratività e citazione. La frase che contiene la citazione è detta clausola citante , quella riportata è detta citata. I tipi principali di citazione sono due, il discorso diretto e il discorso indiretto. Nel discorso diretto le frasi vengono riportate esattamente come sono state dette in precedenza, inoltre troviamo diversi profili d'intonazione, ovvero l’intonazione cambia mentre si pronuncia la