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riassunto nuovi fondamenti di linguistica generale, raffaele simone
Tipologia: Sintesi del corso
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In un’ epoca remotissima, la specie umana inventò le lingue, sicuramente prima di allora non erano mancati altri codici, come quello gestuale. Si può supporre che l’invenzione di quegli eccezionali strumenti che chiamiamo lingue era sentita come necessaria, quasi un obbligo evolutivo. Di fatto, tra gli uomini sulla Terra non ce n’è uno che sia privo di una lingua verbale. È chiaro che per essere stato cosi generale e capillare, il processo di diffusione delle lingue deve aver dato risposta a necessità profonde e universali, che la nostra specie ha avvertito per tempo e per le quali ha trovato le soluzioni che l’evoluzione del cervello ha reso possibili. Per soddisfare queste necessità, inoltre, le lingue hanno dovuto dotarsi di numerose risorse specifiche, che costituiscono il fondo comune del patrimonio linguistico umano. È innegabile che le lingue servono anzitutto a comunicare, ovvero a scambiare messaggi portatori di informazione tra interlocutori umani. La comunicazione non concerne solo dati di fatto, ma anche emozioni e desideri, sogni e racconti, speranza e ipotesi. Anche l’inganno può essere tentato mediante un messaggio linguistico. Con un termine più tecnico, si può dire che le lingue servono a fornire predicazioni. Il termine predicazione proviene dalla logica: si predica quando “si dice qualcosa a proposito di qualcos’altro. Perché una predicazione possa avere luogo, è necessario possedere le risorse necessarie a indicare (o designare) il “qualcosa” di cui si vuol parlare, c’è bisogno dei nomi cioè una classe di parole specializzata proprio nel designare e nell’indicare il tema di cui si sta parlando. Ciò che diciamo a proposito del tema è da comunicato attraverso un’altra classe di parole che svolgono la funzione di predicare: tipicamente si tratta dei verbi. Nomi e verbi, però, non bastano da soli, ma funzionano con l’aiuto di altre risorse: parole che aiutano i nomi a precisarsi, parole che aiutano i verbi a funzionare o a esprimere il senso. Per soddisfare le due funzioni primarie (designare e predicare) è però necessaria anche una varietà di attrezzi a effetto più limitato. Per esempio, potremmo voler designare il tema a diversi livelli di precisione, dal più generico al più specifico.potremmo inoltre voler richiamare dei referenti già introdotti in precedenza senza doverli rinominare, abbiamo allora bisogno di appositi elementi di richiamo. Un gruppo di pronomi serve specificamente a questo scopo. Ancora, potremmo voler dissociare la nostra responsabilità di parlanti dalla predicazione che enunciamo, facendo capire che la vera fonte non siamo noi ma qualcun altro. Con l’una o l’altra di queste soluzioni, la nostra responsabilità di parlanti è alleggerita e nessuno può accusarci di aver dato per vera un’informazione che non lo. Abbiamo, come si dice, “salvato la faccia”. In definitiva, tutte le lingue, dispongono di strumenti per risolvere i problemi della predicazione. Sono dunque sistemi per la soluzione di problemi predicativi. Esse non servono solo a comunicare, ma anche a soddisfare i bisogni internazionali, ossia concernenti il rapporto tra il parlante e i suoi interlocutori. Tutto ciò che ha a che fare con l’interazione tra i parlanti è indicato col termine pragmatica. La pragmatica consiste nel trasmettere un messaggio non detto nascosto sotto il messaggio letterale, quindi, diamo un informazione (una predicazione) e nello stesso momento chiediamo che qualcuno faccia qualcosa per far cessare quella condizione fastidiosa. Nessun messaggio è sprovvisto di una funzione pragmatica: la predicazione e la pragmatica sono strettamente intrecciate, e in molti casi è la pragmatica a prevalere. Quindi predicare, salvare la faccia e trasmettere messaggi non detti sono le 3 funzioni primarie delle lingue. La Linguistica è lo studio scientifico del linguaggio e delle lingue. Con questa definizione vengono escluse dall’ambito del termine linguistica, tutte quelle forme di interesse dilettantesco per il linguaggio e le lingue che si registrano in tutti i tempi e che si manifestano tipicamente sotto forma di etimologie fantasiose, ecc. riservando invece il termine all’analisi rigorosa dei fenomeni linguistici. Malgrado i suoi sforzi, la linguistica è ancora una scienza “debole”: i suoi metodi sono spesso incerti. Molti si aspettano che la linguistica sia una somma di raccomandazioni e i linguisti stessi vengono immaginati come guardiani del “buon comportamento” e dell’”uso corretto”. È vero il contrario: al linguista i comportamenti scorretti interessano non meno di quelli corretti, perché possono rivelare aspetti importanti del linguaggio. La linguistica, è una disciplina che mira alla descrizione e
alla spiegazione dei fenomeni linguistici. Per descrivere qualcosa sono necessari dei fatti, dei dati, e che per spiegare qualcosa è necessario ricondurre fatti e dati a ipotesi generali. Questo sforzo di collegare i fatti linguistici a ipotesi generali sulla natura del linguaggio e delle lingue è uno degli aspetti per cui la linguistica è più vicina alle scienze in senso stretto. A che serve la linguistica? Si può dire, che la linguistica è, insieme alla matematica, la più antica delle scienze, dato che l’una e l’altra risalgono all’antichità greca più remota. Il suo studio illumina il funzionamento del pensiero e della mente. Occupandosi del linguaggio e delle lingue si ottiene un’immagine straordinariamente evidente del funzionamento di sistemi complessi, di certo creati seguendo una forma imposta dalle potenzialità della mente umana, ma poi continuamente ristrutturati dal caso o, se si preferisce, dalla storia. La linguistica non può essere considerata una branca della psicologia perché essa ha una sua autonomia, in quanto cerca di cogliere il rapporto tra natura e storia. La linguistica presenta numerosi e importanti aspetti applicativi. È alla base dello studio dei disturbi del linguaggio, dell’analisi del linguaggio mediante calcolatori, della produzione di dizionari eccqueste discipline, insieme alle loro importanti implicazioni pratiche, non sarebbero possibili senza le elaborazioni della linguistica cosiddetta “teorica”. Prerequisiti per lo studio del linguaggio : per entrare nel modo di pensare proprio della linguistica è necessario superare alcune difficoltà preliminari. La prima difficoltà, consiste nel fatto che, studiando il linguaggio, si analizzano soprattutto fenomeni non osservativi. Uno dei problemi tecnici fondamentali della linguistica moderna consiste proprio nel tentare di rappresentare graficamente il significato. La linguistica, è una disciplina intrinsecamente non osservativa: dei fenomeni che la concernono è possibile vederne solo alcuni, registrati in forma scritta o costituiti da comportamenti - visibili, udibili o registrabili- di persone umane, la varietà di tali fenomeni però, osservabili direttamente, rimane limitatissima. La seconda difficoltà, è che è necessario abituarsi a non considerare più il linguaggio come un comportamento perfettamente spontaneo e naturale, quale appare a prima vista, ma a vederlo come un oggetto “esterno” passibile di indagine. Un’ulteriore e più radicale difficoltà preliminare risiede nel carattere intrinsecamente informale del linguaggio e delle lingue, che a volte dà al ricercatore l’impressione di non riuscire, malgrado tutti i sui sforzi, a cogliere i tratti principali di un dato fenomeno. Lo sforzo di pensare la linguistica è reso più complesso dal fatto che la linguistica, a differenza di altre scienze “dure” e “molli”, vede costituirsi il proprio oggetto via via che procede. In altri termini, essa non si trova davanti un oggetto già formato e pronto per l’analisi. La linguistica deve decidere ogni volta Dove comincia e dove finisce il proprio oggetto; spesso non sa che cosa può esserci o non esserci in un fenomeno del quale si sta occupando; talvolta, durante l’analisi, Deve anche costruire nuove categorie volte a trattare il proprio oggetto. L'oggetto della linguistica deve perciò essere definito nell'ambito della teoria che si adotta: I suoi dati di fatto sono relativamente malcerti e molte fluttuazioni terminologiche e concettuali che lo studioso si trova dinanzi sono dovute a questo fatto. Il comportamento linguistico reale è per sua natura caratterizzato da una serie di fenomeni di “disturbo” che costituiscono un problema (esitare, balbettare), se proviamo infatti a trascrivere senza alterazioni ciò che abbiamo detto parlando, otteniamo testi praticamente illeggibili. peraltro, Il comportamento linguistico concreto è sempre caratterizzato da una certa tensione, (esistono parlanti rilassati, tesi ecc.). Dinanzi all’una e all'altra di questi caratteristica la linguistica è impotente. Il livello di complessità raggiunto dal comportamento linguistico reale è tale che nessuna teoria linguistica è, al momento, in condizione di affrontarlo, e anzi, prima di analizzare i fenomeni linguistici, è necessario semplificarli e normalizzarli. La linguistica ha una peculiarità, cioè, l’oggetto di studio e lo strumento per studiarlo sono esattamente identici.
Un codice che abbia le proprietà (a) e (b) è detto articolato. Alcuni codici articolati hanno anche un’altra proprietà essenziale, la posizionalità: il significato non è convogliato solo dai singoli componenti come tali, ma anche dalla posizione che ciascuno di essi occupa nella successione. Anche le lingue verbali sono articolate: esse, infatti, sono costituite da elementi ricorrenti (suoni, sillabe ecc.) che possono essere combinati posizionalmente. I codici possono essere distinti in due categorie: quelli che permettono di generare messaggi che possono essere interrotti e quelli che non lo permettono. Alla prima classe appartengono le lingue verbali. Codici di questo genere, che permettono di lasciare in sospeso alcune sequenze per aprirne di nuove, sono appunto detti codici con stand-by. Non tutti i codici sono dotati di stand-by (basti pensare ai codici animali o al codice gestuale dei sordi). Lo stand-by è strettamente connesso con l’articolazione e costituisce una risorsa di straordinaria potenza: la sua principale ragione di fecondità consiste nel fatto che esso permette l’organizzarsi della sintassi. Relazioni tra significante e significato Le due principali categorie di codici dal punto di vista delle relazioni significante e significato sono: i codici iconici, nei quali l’espressione ha una qualche somiglianza con il contenuto che esprime e i codici arbitrari, in cui non esiste alcuna somiglianza tra espressione e contenuto. Numerosi codici hanno segni più o meno iconici. Normalmente, i segni più fortemente iconici hanno il vantaggio di poter essere interpretati da chiunque: il segnale permette di risparmiare traduzioni in più lingue. In definitiva, l’conicità favorisce la decodifica. L’arbitrarietà, invece, richiede che l’utente abbia appreso il codice acquisendo la capacità di associare uno specifico contenuto a un’espressione specifica, tra loro eterogenei. I codici arbitrari sono meno maneggevoli di quelli iconici. Mentre i codici iconici sono per natura destinati a esprimere una gamma di contenuti alquanto ristretta, dovendo limitarsi a esprimere entità che possono essere individuate dal punto di vista sensoriale, i codici arbitrari permettono di dare espressione a un’infinità di contenuti. Non sorprende quindi che le lingue verbali siano essenzialmente codici arbitrari. Alcuni codici sono in parte iconici e in parte arbitrari, e spesso lo stato di arbitrarietà non è che il punto di arrivo di un processo di opacizzazione della relazione espressione/contenuto a partire da un iniziale stato di iconicità. Il codice numerico ammette la sinonimia cioè la molteplicità di significanti per lo stesso significato, anche le lingue verbali sono codici sinonimici. La sinonimia dei codici è connessa alla loro arbitrarietà: i codici sono sinonimici in quanto sono arbitrari, perché è proprio l’arbitrarietà che permette di costruire segni diversi per dare espressione ai medesimi significati. Oltreché sinonimiche, le lingue verbali sono anche ambigue, perché molti loro elementi hanno significati che non sono identificabili in modo univoco. Ciò vale per le singole parole, ma ancor di più per combinazioni complesse. La sinonimia e l’ambiguità dei codici verbali può essere sintetizzata affermando che essi sono codici vaghi. Dal punto di vista del significato Alcuni codici (come la danza delle api che può essere adoperata per informare le compagne della presenza di cibo) possono esprimere una porzione limitata di significati. Questa proprietà è spesso indicata come finitezza semantica, e i codici che la presentano sono detti semanticamente finiti. All’altro opposto vanno collocati i codici che non hanno limiti di significato, che sono, cioè, semanticamente illimitati, le lingue verbali sembrano rispondere più di qualunque altro a questo requisito. L’infinitezza semantica delle lingue verbali è osservabile nel fatto che esse permettono di parafrasare messaggi formulati i quasi qualunque altro codice (per esempio non tutti i messaggi matematici possono essere riformulati in parole). La capacità metalinguistica è la capacità che una lingua ha di riflettersi su se stessa adottando se stessa come contenuto. Codici analogici e digitali (pag 20-22) Forma e sostanza Dal punto di vista strettamente fisico, il significante delle lingue verbali, che è fonico- acustico, è costituito da tutta la gamma di suoni che l’apparato fonatorio umano è in grado di produrre e che l’apparato uditivo è in grado di percepire. Questi suoni sono dotati di
diverse caratteristiche fisicamente descrivibili (timbro, ecc.) questo materiale fonico, amorfo nella sua fisicità, costituisce la sostanza dell’espressione delle lingue verbali. Nel significante di un codice si distinguono due aspetti: una forma e una sostanza. La stessa distinzione vale anche sul piano del significato. La sostanza del contenuto è costituita dalla totalità dei significati pensabili; la forma del contenuto dal modo in cui questa sostanza viene formata. CAPITOLO 3 LINGUE VERBALI Le specie animali si servono di più codici. La formica affianca al codice chimico un codice tattile e uno acustico. L’ape da miele non ha solo la danza, ma anche un codice chimico e uno acustico. È dunque frequente nel mondo animale che una specie usi una pluralità di codici. Ciascun codice ha una specializzazione funzionale, in quanto serve per esprimere porzioni specifiche di contenuto. Anche l’uomo ha una pluralità di codici che, nel suo comportamento comunicativo, si presentano spesso combinati tra di loro (es. l’espressione del volto, lo sguardo, i gesti ecc.) per essere utilizzati, tutti questi codici non richiedono altro strumento che il corpo, senza alcuna necessità di ricorrere a elementi esterni, essi sono codici autonomi. Non è affatto escluso che l’uomo possa comunicare feromonicamente, emettendo sostanze chimiche che attivano negli interlocutori particolari risposte. Alcuni dei messaggi prodotti coi codici corporei sono probabilmente universali, nel senso che sono disponibili a tutti gli uomini senza bisogno di apprendimento ed esprimono un significato più o meno stabile. Al contrario, sono specifici di singole culture messaggi come lo scuotere la testa dall’alto verso il basso o lateralmente. In numerose culture non Europee, i significati di questi gesti sono invertiti rispetto a quelli europei o addirittura completamente diversi. Tra tutti i codici umani, ce n’è uno del tutto particolare, in cui la facoltà di linguaggio è manifestata in modi peculiari. Si tratta delle lingue verbali, ovvero quelle che indichiamo con le espressioni il francese, l’italiano ecc. questi codici hanno come proprietà fondamentale il fatto di avere un significante primario fonico-acustico, ossia costituito da suoni prodotti da un apparato particolare (apparato fonatorio) e destinati a essere ricevuti da un organo di senso apposito (apparato uditivo). Le lingue verbali, hanno anche diverse altre proprietà, meno vistose ma ugualmente caratterizzanti, dovute in maniera cruciale all’eccezionale sviluppo che il cervello umano ha avuto rispetto a quello delle specie più prossime all’homo sapiens. Arbitrarietà È opportuno distinguere due significati nell’espressione arbitrarietà delle lingue. Nel primo, le lingue sono arbitrarie perché non vi è alcun vincolo naturale e necessario tra significante e significato. Per quanto possiamo analizzare un significante, quasi mai riusciremo a prevedere le caratteristiche del suo significato; anche procedendo all’inverso, analizzando il significato non riusciremo a prevedere quale significante lo esprime. Naturalmente esistono alcune eccezioni a quanto affermato, per esempio le onomatopee. Secondo Saussure, sono arbitrari non solamente i rapporti tra ciascun significante e il suo significato ma anche quelli tra un significante e gli altri significanti e quelli tra un significato e gli altri significati. A che cosa serve un sistema di segni arbitrario? Il suo principale svantaggio è che ogni volta che in una lingua entra una nuova parola, il collegamento tra il significato e il relativo significante deve essere imparato ex novo. Il vantaggio di tale sistema consiste nel fatto che l’arbitrarietà accresce la flessibilità del codice, perché è possibile estendere il vocabolario senza preoccuparsi di far combaciare significante e significato in base a una qualunque somiglianza reciproca. Per questa ragione i codici arbitrari, anche se sicuramente più complessi dal punto di vista dell’utente, sono anche i più comodi ad adoperarsi. Ogni lingua organizza una classificazione dell’esperienza, in quanto configura “raggruppamenti” di significati associandoli a specifiche sequenze di suoni. Il criterio di tale classificazione è arbitrario. Il nesso con l’arbitrarietà sta nel fatto che non esiste alcuna ragione per cui alcune lingue debbano raggruppare i significati in un modo più che in un
Hockett ha chiamato de-citazione. Essa consiste nella cancellazione virtuale di una serie di elementi adoperati in precedenza e nell’emissione di una nuova serie. Gli enunciati riportati, di emittenti assenti o simulati, possono presentarsi sotto forma di discorso diretto o di discorso indiretto. Questa proprietà ha un paio di conseguenza importanti:
problemi è la tipologia linguistica, grazie alla quale si è scoperto che le lingue lontanissime nel tempo e nello spazio hanno somiglianze sorprendenti. CAPITOLO 4 I SUONI DELLE LINGUE Le lingue naturali hanno un’espressione fonico-acustico, ovvero prodotta da un apparato fonatorio e ricevuta dia un apparato uditivo. L’uomo infatti non ha alcun organo riservato esclusivamente alla produzione di suoni: in origine, parte dell’apparato fonatorio (polmoni e laringe) serviva solo alla respirazione, parte all’ingestione e alla masticazione del cibo, e parte alla respirazione e alla percezione degli odori. La capacità di produrre suoni linguistici (o fonazione) si è installata solo come funzione secondaria e parassita su un insieme di organi disegnato per tutt’altro scopo. In sostanza, il meccanismo della respirazione si è modificato per permettere alla fonazione di aver luogo nello stesso momento. Rispetto agli altri tipi di significante accessibili all’uomo come la gestualità, la voce presenta numerosi vantaggi:
Consonati Le consonanti sono prodotte da un flusso d’aria che fuoriesce da un tratto fonatorio completamente chiuso oppure fortemente ristretto. Le consonanti in genere sono classificate secondo (a) il modo di articolazione (b) il punto di articolazione, (c) il comportamento delle corde vocali durante la loro produzione. Il modo di articolazione si riferisce al tipo di chiusura che viene opposto al passaggio dell’aria:
totale o parziale del canale fonatorio, cioè occlusive, affricate e fricative. Il tratto [+sonorante] invece, si riferisce a tutti i suoni prodotti con canale fonatorio relativamente libero, esso identifica quindi vocali, laterali, vibranti e nasali. L’uso di tratti generali serve a mettere in rilievo affinità di comportamento tra suoni che altrimenti sarebbero distinti. Un’altra classe generale è formata dalle consonanti coronali, caratterizzate cioè dal tratto [+coronale], che indica i suoni realizzati con una costrizione attuata dalla parte anteriore della lingua. Questa classe, quindi, riunisce suoni diversi, come alcune occlusive, africane e liquide, che possono avere proprietà in comune. Le opposizione fonologiche si basano sulla marcatezza, quando il tratto c’è viene detto marcato, quando non c’è è non-marcato. Uno dei fenomeni che dimostrano l’importanza della marcatezza è la neutralizzazione, ossia il processo per cui la distinzione fra due suoni, di cui uno marcato e l’altro no, si neutralizza. In genere, nel fenomeno della neutralizzazione predomina il tratto non marcato. Fenomeni fonologici Sono fenomeni fonologici quelle modificazioni che subiscono i suoni quando si accostano e si concatenano fra loro in un ambiente sintagmatico. Si tratta di modificazioni in sincronia con il comportamento linguistico e in diacronia con il cambiamento delle lingue. L’assimilazione è un fenomeno molto frequente per cui un fono assume uno o più tratti di un altro fono contiguo. L’assimilazione è progressiva quando, nella parola, il fono assimila tratti del fono successivo e regressiva quando assume tratti di quello precedente. il fono può essere anche influenzato sia dal fono precedente che da quello successivo. L’assimilazione può essere totale in cui il fono diventa a tutti gli effetti lo stesso del contiguo, o parziale in cui il fono assume alcuni tratti ma rimane diverso. Esistono casi in cui l’assimilazione non si ha fra foni contigui ma tra foni distanti fra loro, in tal caso si parla di armonia (in turco si ha un’armonia vocalica nel passaggio fra il singolare e il plurale). La cancellazione è il fenomeno per cui un suono, in determinati contesti, viene soppresso. Essa ha luogo a seguito di combinazioni di elementi morfologico, per esempio quando un suffisso si salda alla sua radice. Un caso particolare di cancellazione avviene nel contatto tra un nome e alcuni specificatori (come aggettivi e articoli). Un caso particolare di cancellazione è il troncamento, che cancella facoltativamente un suono in fine di parola. In francese si ha anche il fenomeno detto liaison che mantiene intatte davanti a vocale, nella lettura, quelle consonanti che per regola non andrebbero pronunciate. Ancora parte la cosiddetta inserzione, ossia l’aggiunta di segmenti fonici in presenza di determinate situazioni: in spagnolo, ad esempio, non è consentita la presenza del suono [s] + consonante, ad inizio parola e perciò si ricorre all’inserzione del suono [e]. In italiano tale fenomeno non segue regole precise, ma è piuttosto arbitrario, tuttavia in taluni casi è necessaria ed ovvia la presenza di inserzioni. Si parla di riduzione per indicare un fenomeno molto frequente per il quale la “forza” di un suono viene indebolita, ridotta. Una riduzione tipica è quella che trasforma la coronale occlusiva in vibrante. Al contrario si parla di rafforzamento, per indicare il fenomeno contrario alla riduzione. Un tipo di rafforzamento è dato dalla dittongazione, ad esempio nel passaggio dal latino all’italiano. I processi fonologici non operano in tutte le posizioni ma solo in quelle più “delicate” in cui si attua la maggior parte dei processi in questione, son o tipicamente quella intervocalica, quella tonica, quella atona e quella al confine di morfo o parole. Per questo motivo per parlare dei processi bisogna indicare: a) in quale contesto opera e b) che effetti ha. Per fornire queste informazioni si usano speciali notazioni, chiamate regole fonologiche, si tratta di grafie simboliche che servono a indicare quali sono i cambiamenti che si sono verificati e in quale specifico contesto essi operano. (es. pag.61) Fenomeni soprasegmentali e paralinguistici Finora si sono studiati i singoli segmenti (fonemi), nel loro orine lineare, come coloro che definiscono i significati. Ma prendendo in esame le parole “càpito” e “capíto” ci rendiamo conto che le unità fonetiche sono le stesse e che a variare non è nient’altro che la posizione dell’accento. poichè si rappresenta al di sopra dei fonemi. In fonologia esistono fonemi che non sono lineari ma sono simultanei ad altri. Tali fenomeni sono chiamati soprasegmentali
altro caffè?” Può essere pronunciata con una vocale finale breve indicando ad esempio “ti posso offrire un altro caffè?” O con una finale lunga indicando ad esempio stupore “vuoi dire che davvero prendi un altro caffè?”. Sotto il profilo funzionale l’intonazione serve a segnalare quale tipo di enunciato si sta producendo, ad indicare quale valore pragmatico l’emittente gli attribuisce ed a mettere in rilievo le porzioni di enunciato a cui intendiamo dare maggiore prominenza. Parlando di intonazione si distinguono due aspetti essenziali: a) altezza totale delle sillabe e b) profilo intonazionale dell’intero enunciato. Il primo caso riguarda aspetti come la differenza fra il “si” che pronunciamo in risposta al telefono e il “si” che pronunciamo in risposta a domande come “ti chiami Alessia?”. Il secondo aspetto riguarda la curva che dell’intero enunciato; in realtà per ogni suono esiste un’intonazione, ma in generale si intende definire ascendente un’intonazione che, nell’intero enunciato, parte da un livello basso per arrivare ad un alto e “unita” un’intonazione che non varia, nel corso dell’enunciato. CAPITOLO 5 MORFOLOGIA La morfologia (teoria delle forme delle parole) si occupa della struttura interna delle parole e delle varietà di forme che esse assumono. Per comodità, le modificazioni formali si distinguono in due categorie fondamentali (indicate nella tabella libro); le modificazioni sull’asse orizzontale danno luogo a nuove parole, che possono appartenere a categorie diverse; quelle sull’asse verticale danno luogo a nuove forme della stessa parola. La modificazione morfologica si distingue in: flessione (assi verticali), derivazione (assi orizzontali), composizione (processo per cui due parole, unite, ne danno una terza: “capo- stazione”) Morfemi Si dice morfema un’unità linguistica minima, dotata di significato. Prendendo in esame le parole italiane “cortese” e “scortese” e le parole inglesi “stable” e “unstable” ci rendiamo conto che ci sono segmenti che modificano il significato delle parole, e che hanno significato di per sé. Il processo con cui si indicano i morfemi è detto segmentazione. L’organizzazione morfologica ha due aspetti molto importanti:
“cose” con il suffisso “men” = laeta + men); i nomina cationi, (cioè nomi indicanti “azioni” con il suffisso “ficatio” = laeti + ficatio); e i nomina agentis, (cioè nomi di agente con il suffisso “tor” = impera + tor). Nelle lingue è perciò possibile “prevedere” a seconda dei morfi a quale matrice semantica appartenga una determinata parola. Le combinazioni morfologiche agiscono sulla base di restrizioni. Un caso esemplare è il seguente: in inglese, il suffisso “-ity” si combina solo con radici che siano a) aggettivali e b) di origine latina (prosper + ity = prosperità). All’inverso, il suffisso “-ness” si combina con basi di ogni genere, mentre “-hood” si attacca solo a basi inglesi o a basi di origine latina a condizione che siano meno vistosamente anglicizzate. Nella stessa linea, i processi di derivazione possono essere sensibili alla matrice semantica: in italiano la parola “casa” ha come derivato la parola “casetta” solo se questa indica residenza o domicilio; non si può dire “casetta editrice”. Si dicono lacune quelle parole che, nel sistema morfologico di una lingua sono teoricamente possibili ma inesistenti, come ad esempio le parole “acchiappa mento” “consegna mento”. All’inverso, ci sono casi in cui ad una determinata Matrice semantica non corrisponde, in una lingua nessuna parola (es. in inglese “goer”, non si può tradurre con “andante” ma con “persona che va”). Le lingue usano diversi metodi per rimediare alle lacune morfologiche; l’italiano dispone dell’infinito sostantivo. Morfologia dell’enunciato Le modificazioni morfologiche hanno una funzione essenziale nell’enunciato. Se un elemento A dispone del pacchetto morfemico 1, 2, 3 ed entra in relazione sintassi con B che possiede un pacchetto morfemico 1, 2, 3, 4, 5, A può attivare alcuni o tutti i morfi di B. L’accordo è la relazione che si istituisce fra due elementi quando un elemento che presenza un determinato pacchetto morfemico attiva uno o più altri elementi dell’enunciato identiche a quelle del proprio pacchetto. L’elemento controllore proietta i propri morfemi, l’elemento controllato li recepisce (“una bella casa”, casa è il controllore) si parla di accordo morfologico quando si ha una frase come “la folla si è dispersa” e di accordo semantico in una frase come “sono arrivati una folla di ragazzi”. Si ha anche un altro tipo di Accordo che si può chiamare Accordo con la realtà in frasi come “prendi questo” dove “questo” si Accorda con “tram” che è implicito. Solo alcuni elementi possono contrarre accordo e sono: A) i componenti di un sintagma nominale (una bella casa) B) Il soggetto col suo predicato (il bambino dorme) C) Il pronome relativo col suo antecedente (elsa è una persona della quale mi fido) D) Il pronome personale (ho parlato con carla e le ho raccontato tutto) Ma l’accordo non è presente in ugual misura in tutte le lingue. Esistono anche diversi fenomeni di accordo mancato come nel caso latino “tres milia hominum” (in cui milia e hominem sono due casi diversi anche se dovrebbero concordare). La reggenza consiste nel fatto che un elemento controllore attiva in uno o più elementi controllati alcuni morfemi del pacchetto morfemico. In questi casi il controllore regge una determinata forma dell’elemento controllato. La reggenza si presenta in più forme di cui una è l’adposizione che si ha quando l’elemento reggente si collega al controllato attraverso un elemento “vuoto”. Tipi morfologici Le lingue si classificano in tipi dal punto di vista morfologico. Il termine isolante si riferisce alle lingue che tendono ad isolare ciascuna parola rispetto alle altre, ovvero a non instaurare relazioni e accordi fra ke parole. Le lingue isolanti hanno perlopiù parole formate da un solo morfo, quello lessicale (soprattutto il cinese e il vietnamita). Le lingue agglutinanti, invece tendono ad agglutinare i morfi alla radice: le parole sono com poste da più morfi, ciascuno recante un solo morfema (come il turco). Le lingue flessive, in ultimo, hanno la particolarità di avere sopratutto parole composte da morfi legati (non liberi), come il latino dove una parola come “lupus” ha in sé il morfo lessicale “lup” che però da solo non ha significato.
Esistono anche le lingue introflessive dove la flessione non ha luogo al margine ma nella parte centrale della parola. Ancora, esiste il tipo incorporante il cuoi esempio italiano sono parole come “manomettere” o “mantenere” in cui la parola “mano” è incorporata al verbo. A seconda del proprio tipo ogni lingua ha anche delle implicazioni: le lingue isolanti tendono ad avere più preposizioni, quelle agglutinanti ad esserne prive. CAPITOLO 6 ELEMENTI DI SINTASSI