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Linguistica - Risposte Aperte - CORRETTO E AGGIORNATO!!
Tipologia: Panieri
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Illustra il fenomeno della metafonesi e rammenta quali sono le aree dialettali italiane che conoscono questo fenomeno :la metafonesi è il fenomeno per cui il timbro delle vocali toniche medie (/ɛ/, /ɔ/) o basse (/e/, /o/) subisce un’alterazione per influsso delle vocali finali -i e -u latine originarie. La metafonesi infatti è molto diffusa nei dialetti italiani, tanto nel Nord quanto nel Centro-Sud sebbene con caratteri differenti pur nel generale funzionamento. Prevede l’innalzamento delle vocali toniche medio-alte ossia /e/ e /o/, che diventano rispettivamente /i/ e /u/ per influsso della vocale finale latina originaria. La differenza fra dialetti settentrionali e centro- meridionali consiste nel fatto che la vocale finale che condiziona l’innalzamento è esclusivamente la -i nel Nord, mentre nel Centro-Sud agiscono sia la -i sia la -u. / Ciò comporta notevoli differenze che hanno ricadute anche sul versante morfologico: se nel Nord possiamo incontrare il paradigma rosso, rossa, russi , rosse, il medesimo paradigma nel meridione italiano interessato dalla metafonesi sarà russo , rossa, russi , rosse con l’effetto che il maschile (singolare e plurale) è contraddistinto dal mutamento della vocale tonica (riparando così alla concomitante perdita in quelle stesse zone della distinzione morfologica in seguito all’indebolimento e alla neutralizzazione delle vocali finali).nel napoletano e in un’area molto larga dell’Italia meridionale la metafonesi riguarda oltre alle vocali medioalte /e/ e /o/ anche quelle medio-basse /ɛ/ e /ɔ/. In napoletano dunque /e/ e /o/ si innalzano in /i/ e /u, mentre /ɛ/ e /ɔ/ dittongano in /je/ e /wo/: ACĒTUM > aʧitə, MŬNDUM > munnə ‘mondo’; PĔCTUS > pjettə, ŎSSUM > wossə ‘osso’. Il processo è sempre innescato dalle vocali finali -i e -u latine originarie, che però non sono più visibili oggi, perché tutte le vocali finali, tanto -u e -i, quanto -a e -e, che non provocano la metafonesi, sono confluite nell’unico suono /ǝ/. Dal lat. PLENUM, abbiamo al femm. sing. e pl. le forme napoletane non metafonetiche chiena, chiene oggi realizzate tutte. Il fenomeno dell'indebolimento può assumere differenti modalità concrete: sapresti collocarne qualche esempio nella realtà dialettale italiana? i dialetti italiani offrono un copioso inventario di processi di indebolimento consonantico, alcuni dei quali costituiscono tratti geolinguistici primari. Nell’Italia mediana, le occlusive sorde intervocaliche sono oggetto di un diffuso processo di indebolimento (noto come lenizione meridionale) che determina la sonorizzazione parziale del suono: per es., la catena [lak̬aˈt̬eːna]. Un altro fenomeno di indebolimento, tratto di pronuncia peculiare del territorio toscano, è la realizzazione spirantizzata delle occlusive intervocaliche sorde e sonore (➔ gorgia toscana; ➔ toscani, dialetti), per cui abete è [aˈβeθe]. Caratterizza i significati di "diglossia" e "bilinguismo": la parola diglossia si riferisce a
comunità che possiedono due varietà di lingua, che però, a differenza del bilinguismo, non sono percepite come equivalenti e non possono essere usate in tutte le circostanze. una delle varietà in questi casi è una lingua standard, mentre l'altra è una sua variante locale della lingua standard, cioè un suo dialetto. Si parla di bilinguismo quando un individuo o una comunità linguistica hanno un repertorio formato da due lingue di pari rango, si tratta comunque di due lingue standard che svolgono uguali funzioni e godono di pari prestigio. In italia è bilingue la provincia di bolzano, dove tedesco e italiano svolgono ambedue il ruolo di lingua ufficiale. Illustra, in prospettiva sociolinguistica, i concetti di standard, substandard, e italiano popolare: Il ramo della linguistica che si occupa specificamente della variazione interna alla lingua condizionata dalla categoria sociale del parlante è la SOCIOLINGUISTICA. ogni lingua, al suo interno, varia, cioè presenta delle differenziazioni, è diversificata negli usi dei parlanti e si articola in tante varietà. Possiamo dire dunque che una varietà è un insieme di tratti linguistici di un sistema linguistico che co-occorre con un certo insieme di tratti sociali o situazionali che caratterizzano i parlanti. la forma standard quella ‘più corretta’, cioè più rispettosa di una ‘norma, la varietà diastratica più alta di italiano sia l’italiano colto, cioè quello usato dai parlanti di livello socioculturale medio-alto e alto. È una variante substandard l’insieme della varianti che si collocano al di sotto della variante standard e sono usate da parlanti appartenenti astrati sociali bassi o medio-bassi e in situazioni comunicative non formali; questa varietà di lingua caratterizzata da una serie di tratti che, sono correlabili a una posizione socialmente bassa del parlante, viene comunemente indicata dagli studiosi come italiano popolare. Secondo quali parametri si definiscono i suoni vocalici? i foni prodotti in modo tale che l’aria fluisca liberamente all’esterno sono detti vocali. le vocali sono sempre prodotte attraverso il meccanismo della vibrazione faringea. Le vocali sono sempre dei foni sonori. le vocali sono foni che risultano dall’attivazione della vibrazione laringea, senza che nel tratto fonatorio superiore (faringe, cavità orale e nasale) si produca nessun’altra fonte di rumore. 3
Elenca e descrivi le caratteristiche di uno dei più antichi testi italiani : Il più antico testo del dominio linguistico italiano che possiamo considerare interamente volgare, si trova a Roma. Si tratta di un graffito conservato nella Catacomba di Commodilla. Il testo presenta i seguenti caratteri volgari: l’imperativo negativo, come in italiano moderno, è formata da non + infinito; il passaggio / v/ > /b/ in bboce; si tratta del betacismo; l’assimilazione del neutro pl. in -a alla declinazione femminile; a presenza dell’articolo definito; l’elemento più vistosamente volgare è il raddoppiamento fonosintattico Qual è considerato il più antico testo volgare italiano? Perché? Il primo enunciato in un volgare italiano registrato in un documento latino, è quello contenuto nel Placito di Capua del 960. Si tratta di una formula testimoniale che il giudice Arechisi elabora per la deposizione di testimoni ignari di latino. Il contesto in cui emerge il volgare del Placito capuano dimostra che chi usava il latino come lingua giuridica aveva piena consapevolezza che gli illetterati parlavano una lingua ‘diversa’ dal latino, il volgare. Con le categorie di plurilinguismo e monolinguismo si caratterizzano a confronto le esperienze linguistico-letterarie di Dante e Petrarca. Cosa si intende con tali definizioni? 4
Dal punto di vista linguistico si evidenziano delle differenze tra Dante e Petrarca, infatti mentre Petrarca manteneva per la maggior parte dei suoi scritti la lingua latina, considerata da egli stesso la lingua per eccellenza del periodo. Sebbene non mancassero dei testi in cui scrisse in volgare. Al contrario di Petrarca Dante sosteneva che fosse utile e vantaggioso produrre testi che contenessero una molteplicità di aspetti linguistici. Per questo si parla di plurilinguismo dantesco. Infatti mentre Dante sperimenta una pluralità di stili, di generi, di toni e di strati lessicali, Petrarca fa scelte molto diverse: utilizza solo il latino e il volgare perché considera il latino come modello assoluto, sia nelle opere erudite sia nella comunicazione quotidiana e scrive in volgare esclusivamente per la lirica; il tono e il lessico sono costanti perché ricerca una tonalità media, che rifugge da ogni estremo ed eccesso; non compie alcun esperimento e lavora tutta la vita intorno agli stessi testi che ritiene fondamentali. Infine, Petrarca usa un linguaggio letterario sempre perfettamente controllato, lontano dalla lingua parlata, frutto di una attentissima selezione, allo scopo di creare un modello linguistico unitario e valido universalmente. Illustrate la posizione di Dante nei confronti del latino e del volgare Dante, con le sue innovazioni, sperimentazioni e termini presi dal latino e da altri volgari, l'ha trasformato in modo radicale, facendolo diventare quello che, in seguito a secoli di continui addattamenti, diventerà poi la lingua italiana. In De vulgari eloquentia, in particolare primo libro è dedicato al problema dell’individuazione del «volgare illustre», cioè della lingua letteraria adatta a trattare, in uno stile sublime, argomenti elevati. Per Dante infatti la «lingua volgare» è quella spontanea e naturale che ogni uomo parla, a cui si oppone la lingua convenzionale e artificiale, il latino Illustrate il discorso di Dante nel De vulgari eloquentia a confronto con la frammentazione linguistica italiana : Intorno al 1304-1305 Nel De Vulgari Eloquentia Dante espone l'esigenza di unità linguistica, culturale e nazionale che molti intellettuali, anche prima di lui, sentivano in varie parti d'Italia. Lo scopo del trattato è quello di definire un idioma volgare che possa conseguire un'alta dignità letteraria, elevandosi al di sopra delle varie parlate regionali e sottraendosi all'egemonia del latino. Dante era convinto che i tempi fossero maturi per trattare temi di alta cultura e di alta poesia anche in lingua volgare (dal latino "vulgus"=popolo). In tal senso possiamo dire ch'egli fu il primo in Italia
Illustrate le dinamiche intercorrenti fra latino e volgare nel Quattrocento : Nei primi decenni del Quattrocento gli umanisti, identificandosi nella tradizione culturale classica, considerano il latino, da loro recuperato a una nuova regolarità e dignità, come sola lingua elevata, adatta a scopi d'arte; e manifestano un atteggiamento di disprezzo e di rifiuto nei confronti del volgare, ritenuto lingua inferiore, corrotta. Gli umanisti condannavano il versatile latino medievale, che viveva nei testi in simbiosi col volgare, e volevano restaurare il latino ciceroniano e grammaticale. In tal modo, però, rendevano, di fatto, più forte il bilinguismo latino-volgare: il latino era sempre meno utilizzabile per gli usi pratici per i quali si esigeva l’impiego del volgare. Tale bilinguismo favorì scambi in entrambe le direzioni: mentre il latino degli umanisti impiega alcuni moduli volgari che non hanno precedenti nell’antichità, il volgare si arricchisce di nuovi costrutti sintattici Volgare e latino: descrivete la polemica che oppose Flavio Biondo a Leonardo Bruni e le differenti posizioni da essi rappresentate : a Firenze nei primi mesi del 1435 ebbe luogo la disputa sulla lingua parlata dagli antichi romani tra Leonardo Bruni e gli umanisti che erano al servizio della Curia papale. Il contenuto della disputa è noto a partire da De verbis romanae locutionis (o de locutione romana), un opuscolo scritto da Biondo a Bruni, che rispose con un’epistola datata 7 maggio 1435. Biondo esponeva anzitutto la tesi di Bruni, egli infatti riteneva che gli antichi Romani avessero tenuto le loro orazioni in una lingua grammaticalmente regolata, patrimonio delle sole persone istruite,che coesisteva accanto alla lingua parlata dal popolo, la quale, invece, non era ‘regolata’ (e, perciò, ‘agrammaticale’). Tutto ciò voleva dire in sostanza proiettare nella Roma antica, la situazione dell’Italia del Quattrocento, in cui il latino conviveva accanto agli idiomi volgari. Biondo sosteneva invece che gli antichi Romani si servissero di un’unica lingua, il latino appunto, dotata però di gradazioni e registri stilistici differenti. Nella prospettiva di Biondo, il latino classico era considerato in tutto e per tutto una lingua viva e naturale, passibile perciò di andare soggetto a quelle trasformazioni storiche che avevano portato alla genesi degli idiomi parlati nell’Italia del Quattrocento e negli altri paesi di lingua romanza. Cosa si intende per 'crisi linguistica' del Quattrocento? Per crisi linguistica si intende la disputa in ambito letterario sul problema di quale fosse la lingua più giusta da utilizzare nella penisola italiana, che iniziò nel '400, e che raggiunse il culmine all'inizio del Cinquecento. Alla "crisi linguistica del Quattrocento" è dedicato un famoso volume di Gianfranco Folena sull'Arcadia di Iacopo Sannazaro, del 1952. Di vera e propria "rimozione del volgare" si è dunque potuto parlare per molti dei maggiori rappresentanti
della nuova cultura quattrocentesca; anche se a tale risoluta esclusione dall’ambito della comunicazione colta, i volgari italiani, e in particolare quelli che nel secolo precedente avevano conosciuto una maggiore vitalità - accompagnavano di fatto il loro sviluppo, conquistandosi àmbiti d'uso (anche scritti) sempre più vasti. Così, mentre l'umanista fiorentino Niccolò Niccoli stroncava risolutamente l'opera di Dante e di Petrarca come prodotti di un'età barbara e incolta, e mentre Flavio Biondo descriveva la nascita del volgare come prodotto della corruzione del latino seguita alle invasioni barbariche, il volgare fiorentino (già in parte mutato rispetto a quello di Dante) resisteva in una produzione letteraria di matrice popolareggiante. Da qui, dopo decenni di forte svalutazione, lo avrebbe riscattato l'azione di una corrente culturale sviluppatasi proprio in seno all'umanesimo. Il latino al contrario era considerato la lingua ufficiale e veniva in genere utilizzato nelle scritture e nei discorsi ufficiali Che cosa è il processo di koneizzazione a cui si assiste nel Quattrocento? Nell’Italia settentrionale del '400 si viene a formare così una lingua comune delle cancellerie (si riscontra precocemente a Milano, Genova, Mantova, Venezia, Ferrara, Urbino) – sono dette lingue di koiné. Si sviluppano principalmente per l’esigenza di comunicare informazioni di tipo pratico all’interno 6
diffuse due scuole di pensiero: la prima partiva da Venezia; la seconda da Firenze. La scuola veneta sosteneva il suo predominio a livello europeo nell'editoria, mentre la scuola fiorentina rivendicava la cittadinanza dei grandi letterati che avevano contribuito a trasformare la lingua (Dante, Petrarca e Boccaccio) La diffusione della stampa a caratteri mobili e i suoi riflessi linguistici : Si trattò di una vera e propria rivoluzione in ambito tecnologico, con ricadute altrettanto rivoluzionarie in ambito culturale e dunque linguistico, destinata a incidere profondamente sull’intera cultura europea. Questa invenzione allargò notevolmente il pubblico dei lettori, perché da un lato aumentò in misura esponenziale il numero dei libri circolanti e, parallelamente, abbassò cospicuamente il prezzo dei volumi. L’avvento della stampa ebbe inoltre riflessi molto rilevanti in campo propriamente linguistico, perché incoraggiò e fornì gli strumenti per una rapida diffusione di tendenze normative delle convenzioni grafiche. 7
Cosa si intende per Classicismo linguistico del Cinquecento : Per Classicismo linguistico nel '500 si intende la riscoperta dei classici, prendendo spunto dalle prime ricerche storico-filologiche degli “umanisti”. Si scavalca i cosiddetti “secoli bui” del Medioevo per riscoprire la lezione stilistica e morale dei testi classici, intesi come ineguagliabili termini di paragone. Alla visione classicistica della storia culturale e letteraria si affianca presto, soprattutto in epoca rinascimentale, la pratica dell’imitazione, intesa come acquisizione di un insegnamento e non solo come ripetizione pedissequa ed impersonale. Pietro Bembo (1470-1547) è in particolare considerato il padre del classicismo volgare in Italia grazie alle sue Prose della volgar lingua del 1525. Nella trattazione linguistico-retorica cui sottopone le opere degli autori in volgare dei secoli precedenti, sostiene la possibilità di utilizzare la lingua volgare anche per opere di tono e stile elevato, sulla scorta dell’esempio fornito da Petrarca per la poesia lirica e da Boccaccio per la prosa narrativa. I due autori diventano il modello anche per la letteratura del tempo. Qual è la posizione di Ludovico Ariosto nei confronti della tesi arcaizzante di Pietro Bembo? Per quanto riguardo allo stile, il processo di revisione dell’opera che impegnò Ariosto per gran parte della sua vita raggiunge il suo apice tra il 1521 e il 1528 (tra la seconda e la terza revisione). Oltre a essere aggiunti dei capitoli che consentono di collocare al vicenda della pazzia di Orlando al centro dell’opera, è la revisione linguistica a impegnare a fondo l’autore che, sulla base delle Prose della volgar lingua di Pietro Bembo, cerca di regolarizzare il poema in direzione del toscano letterario, soprattutto per eliminare dall’Orlando Furioso le espressioni più basse e popolari e per raggiungere una maggiore omogeneità stilistica. Fra Cinque e Seicento si assiste ad un recupero letterario del dialetto: quali ne sono le ragioni e i principali generi letterari coinvolti? Il passaggio dal '500 al '600 letterario è segnato da disputa legata alla lingua. Si assiste in questo periodo ad una rivalutazione attenta dei dialetti e in generale, degli scritti. Si ricorre così sempre più al comico e alla parodia per esprimere i valori della
Galileo Galilei e la lingua della scienza : a cavallo tra XVI e XVII secolo, con l’opera di Galileo Galilei (1564-1642), che scelse di usare il volgare in gran parte dei suoi trattati scientifici. Galileo scrisse i suoi primi trattati in un elegante latino, si avvalse per l’ultima volta del latino nel Sidereus nuncius (1610), in cui annunciò la scoperta dei satelliti di Giove effettuata tramite un nuovo strumento, il telescopio o cannocchiale. La scelta del volgare era limitante per la circolazione internazionale delle sue scoperte e dei suoi studi, ma dipendeva da almeno tre fattori. Voleva Staccarsi polemicamente dalla casta degli accademici. C’era uno scopo divulgativo: voleva rivolgersi al grande pubblico: infine, toscano di origine e fiero del proprio idioma materno, auspicava potesse diventare la lingua internazionale della scienza. Tracciate una breve storia della lingua come utilizzata dalla Chiesa Nel secondo ’400 i cambiamenti linguistici non avvennero solo nei luoghi comuni come i teatro, ma si diffusero anche in ambienti dedicati alla devozione. In questo senso le predicazioni si svolgevano in volgare. Emerse in questo periodo una nuova oratoria sacra, strutturata classicamente, che a Firenze alcuni umanisti laici l’avevano estesa al volgare. I sermoni dai toni profetici e ammonitori, che lanciavano minacce spirituali e anatemi politici e mettevano insieme religione e stato, morale e politica, erano basati su un volgare di stile umile, orientato più verso i contenuti che verso la forma. Mentre verso il '500 nella Chiesa, lacerata dalla Riforma Protestante, i sermoni si mossero tra i due estremi dei sermoni diretti ai fedeli delle campagne, aperti a regionalismi ed espressioni colloquiali, e quelli modellati sulla lingua letteraria, destinati a un pubblico più ristretto e più esigente dal punto di vista linguistico e stilistico Il Vocabolario della Crusca: l'elaborazione, le edizioni, la reazioni Verso la fine '500 venne preparato il primo Vocabolario della lingua italiana a cura dell'Accademia della Crusca, e a Venezia venne pubblicata la prima edizione nel
degli autori citati vennero stabiliti coerentemente al fine che i vocabolaristi si proponevano: mostrare e conservare la bellezza del fiorentino trecentesco. La maggior parte degli spogli quindi interessò testi, non solo letterari, fiorentini del Trecento, ma non mancarono aperture verso autori successivi, e verso autori non fiorentini come Bembo e Ariosto. Furono affrontate anche questioni di metodo, in particolar modo sul trattamento delle voci dell’uso, di cui non si trovassero attestazioni antiche, e sul problema dell’inserimento delle etimologie. Del vocabolario vennero stilate quattro edizioni, di cui l'ultima era composta di in sei volumi, dal 1729 al 1738 e dedicata a Gian Gastone de' Medici, e cinque con l'edizione più recente. Melchiorre Cesarotti e le sue proposte linguistiche Lo scrittore Melchiorre Cesariotti è conosciuto per la sua opera più celebre ossia la traduzione delle Poesie di Ossian (1763). Prevalgono in lui caratteri e temi preromantici con un linguaggio poetico tradizionale, ma aperto a novità stilistiche e lessicali. Il suo era uno stile conciso ed ellittico, e i numerosi arcaismi lessicali e fono- morfologici avevano lo scopo di dare al testo 9
del Settecento s'inquadra nella cultura classica (linguistica, archeologica, epigrafica) veneto-romagnola, giunge fino alle Marche e si prolunga nel tempo al Carducci e al Pascoli Rammentate le posizioni teoriche contenute nella relazione manzoniana Dell'Unità della lingua italiana Nell' 800, ai tempi del Nuovo Regno d'Italia, la questione della lingua era ancora una questione da risolvere, e per questo emerge la figura di Alessandro Manzoni. Egli oltre ai vari scritti come Fermo e Lucia, nel 1868 scrisse su commissione una relazione: “Dell’unità della lingua e dei mezzi di diffonderla”, dove spiegava il perché il fiorentino dell'uso colto dovesse divenire modello per tutti, parlanti e scrittori. Infatti si pensava che se non c'era una lingua riconosciuta da tutti, non si poteva ritenere concluso il processo di unificazione dell'Italia. Per cui Manzoni riteneva opportuno proporre una lingua già sperimentata, esistente ed omogenea piuttosto che 10
pensare a un nuovo modello linguistico che avrebbe rallentato ulteriormente il processo. Descrivete le differenti scelte linguistiche fatte da Manzoni lungo l'iter elaborativo dei Promessi Sposi Nell'800 incominciarono a prendere forma forme di Romanticismo letterario e, uno dei maggiori esponenti in questo senso è Manzoni, il quale con il suo Fermo e Lucia, cerca di fare leva sull'importanza di trovare una lingua letteraria. Attraverso tale prima versione del romanzo egli influenzò profondamente le sue idee in merito alla modalità di diffondere la lingua italiana nel neo-nato Regno d’Italia (1861). Infatti la lingua del Fermo e Lucia si presenta come una lingua di compromesso, formata da un fondo di toscano letterario, ma arricchita da apporti della lingua parlata, soprattutto lombarda, oltre che da forme e costrutti attinti dal francese. Il problema era che un «italiano» parlato non esisteva ancora, per cui l’autore dovette ricorrere in molti casi alle lingue che usava abitualmente nella conversazione quotidiana: il milanese e il francese. In seguito ad un fallimento, decise di elaborare una nuova edizione del romanzo, apportando alcune modifiche nei contenuti, nella struttura e nella lingua, e si concluse con la pubblicazione, tra il 1825 e il 1827. E cambiò così il nome del romanzo in i Promessi Sposi, abbandonando la lingua composita della precedente versione. Il suo obiettivo cambiò, cercando di avvicinarsi il più possibile all’uso toscano contemporaneo, riducendo o eliminando del tutto l’apporto di altre lingue. L'italiano dopo l'Unità politica: la reazione di Graziadio Isaia Ascoli alle proposte manzoniane esposte nella relazione ministeriale Sebbene le idee manzoniane avessero ricevuto nel tempo il favore della classe politica dello
Novecento, raggiungendo la piena maturità nell'ultimo trentennio dell'Ottocento, emerge un movimento letterario, ossia il Verismo che prende il nome dall'obiettivo di alcuni autori del tempo di rappresentare la realtà così come la si vede restando nella oggettività e nell'impersonale. Si ispira in tal senso al Naturalismo francese e al Positivismo. I principali esponenti sono Verga , Capuana, Serao, De Roberto,Di Giacomo,Deledda,Lorenzini,Giocosa,e De Amicis. Attraverso tale movimento si cerca di teorizzare una rigorosa fedeltà alla realtà effettiva (al «vero») delle situazioni, dei fatti, degli ambienti, dei personaggi e una corrispondenza con il sentire e il parlare dei soggetti che vengono rappresentati. Le 10 tesi per l'istruzione linguistica democratica Le Dieci Tesi per l'educazione linguistica democratica furono redatte da Tullio De Mauro. Esse proponevano l’educazione linguistica come grande questione nazionale, rivolgendosi non solo alla scuola, ma al mondo della cultura, all’Università, alle classi dirigenti, alle forze politiche e sociali. Le prime due Tesi pongono il tema della centralità del linguaggio verbale per l’essere umano e del suo radicamento nella vita biologica, emozionale, intellettuale, sociale. La terza richiama l’attenzione sul fatto che non tutte le capacità linguistiche sono visibili come quella di produrre testi
scritti o di conversare; molte, e importanti, sono inferibili solo indirettamente, come quella di comprendere i messaggi parlati e scritti, o quella di arricchire il proprio patrimonio lessicale. La quarta Tesi (“I diritti linguistici nella Costituzione”) pone il tema centrale del documento. Essa chiarisce il senso di “educazione linguistica democratica” richiamandosi all’art. 3 della Carta, che “riconosce l’eguaglianza di tutti i cittadini ‘senza distinzioni di lingua’ e propone tale eguaglianza, rimuovendo gli ostacoli che vi si frappongono, come traguardo dell'azione della Repubblica”. Le Tesi seguenti (V, VI, VII) sono dedicate alla critica della “pedagogia linguistica tradizionale” e con questo entrano nel vivo della didattica prevalente nelle scuole. Le ultime tre Tesi sono in chiave propositiva. Fondamentale la VIII, che sintetizza in dieci punti i “Principi dell’educazione linguistica democratica”. Pasolini e le evoluzioni dell'italiano nel Novecento Il '900 è segnato da nuovi cambiamenti a livello linguistico rispetto ai secoli 12