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Medioevo: istruzioni per l'uso - Francesco Senatore, Sintesi del corso di Storia Medievale

Riassunto dei 30 capitoli del libro "Medioevo: istruzioni per l'uso" di Francesco Senatore

Tipologia: Sintesi del corso

2019/2020

In vendita dal 08/09/2020

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Greta Rinnone
FRANCESCO SENATORE MEDIOEVO: ISTRUZIONI PER L’USO
Premessa
Questo libro vuole essere un sostegno per lo studente universitario alle prese con la storia medievale. Spesso
questa disciplina è percepita come particolarmente difficile. Le difficoltà esistono:
- la prima è costituita proprio dal soggetto stesso dello studio, lo studente che, cercando di capire e di
imparare il libro di testo, lo interpreta con categorie concettuali inadeguate, fraintendendolo. Dunque, il
soggetto studente e le insidie del nostro linguaggio;
- la seconda difficoltà è connessa all’oggetto di studio, cioè il Medioevo e la disciplina storia medievale. In
effetti il Medioevo, come civiltà caratterizzata da peculiarità specifiche, non esiste. Come vedremo, esistono
più Medioevi e più storie medievali.
- la terza difficoltà risiede nell’approccio verso le fonti e i metodi. In realtà, la storia non si fa tanto con le
fonti, quanto con la critica delle fonti: purtroppo però, nelle scuole o nelle università, molto spesso ci si
approccia in modo sbagliato, aumentando la difficoltà, già considerevole di per sé, della ricerca storica.
1. Il soggetto studente e le insidie del nostro linguaggio
1.1 Luoghi e popoli
Aprendo un atlante storico e osservando la posizione e l’estensione degli stati europei dal V al XV secolo,
ma anche sino ad oggi, pur mutando i confini, si ha l’impressione di una generale continuità. Questa
impressione è del tutto sbagliata per diversi motivi:
- In primo luogo, quei nomi di stati e di popoli (Inghilterra e inglesi), che appaiono identici nel corso
di molti secoli nascondono delle realtà diverse. Sarebbe facile dimostrare come l’Inghilterra normanna del
XII secolo fosse totalmente diversa da quella odierna. Ma le parole hanno una forza irresistibile. Stati e
popoli, dunque, ci appaiono come enti dotati di una propria individualità. Se apriamo un atlante e leggiamo
“regni anglosassoni” in corrispondenza dell’attuale Inghilterra, operiamo l’immediata equivalenza
anglosassoni = inglesi. Da qui nasce quel popolo-individuo sempre uguale a sé stesso, protagonista di una
storia che crediamo, di conseguenza, scontata e noiosa. Questo atteggiamento mentale è però un ostacolo alla
conoscenza del passato che è sempre e comunque conoscenza di qualcosa che è diverso da noi e dal nostro
tempo. Lo sbaglio dello studente sta nel cercare di imparare date ed eventi dando per scontato che essi siano
sempre uguali a sé stessi.
- In secondo luogo, nel Medioevo sono esistiti molti stati e popoli che non sembrano avere delle
corrispondenze nel nostro presente. La nostra mente tende a trascurarli perché è facile dimenticare che la
storia poteva andare anche in un modo del tutto diverso. Ed ecco che si ricade nel primo errore: gli abitanti
del Galles o della Scozia di oggi sono considerati identici ai celti del V secolo. Ne risulta una storia che non
cambia mai nulla, perché i popoli restano sempre gli stessi. La storia è molto più complessa: non sempre un
popolo ha mantenuto lo stesso nome. E ancora più vari sono i rapporti tra i popoli e i territori in cui
vivevano. In sintesi, studiare storia vuol dire evitare queste equivalenze meccaniche (longobardi = padani).
1.2 Stati e stato
Da quasi un secolo gli storici insistono sulla totale diversità degli “stati” del passato rispetto a quelli attuali,
tanto che alcuni negano l’esistenza stessa di qualcosa che si possa chiamare “stato” non soltanto nell’età
medievale (476-1492), ma anche nel corso dell’intera età moderna (1492-1815).
Viene giustamente argomentato che l’unico vero stato sia quello esistito nel mondo occidentale nel corso
dell’800 e della prima parte del 900. Questo stato è dotato di caratteristiche precise:
- la piena sovranità su un territorio ben definito nei suoi confini, difeso da stati confinanti o
dall’influenza ecclesiastica;
- il monopolio della forza e del diritto, le uniche leggi vigenti sono quelle dell’autorità statale;
- il controllo delle principali risorse di interesse pubblico (demanio);
- un apparato burocratico stabile e dipendente solo dalle leggi statali.
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FRANCESCO SENATORE – MEDIOEVO: ISTRUZIONI PER L’USO

Premessa Questo libro vuole essere un sostegno per lo studente universitario alle prese con la storia medievale. Spesso questa disciplina è percepita come particolarmente difficile. Le difficoltà esistono:

  • la prima è costituita proprio dal soggetto stesso dello studio, lo studente che, cercando di capire e di imparare il libro di testo, lo interpreta con categorie concettuali inadeguate, fraintendendolo. Dunque, il soggetto studente e le insidie del nostro linguaggio ;
  • la seconda difficoltà è connessa all’oggetto di studio, cioè il Medioevo e la disciplina storia medievale. In effetti il Medioevo, come civiltà caratterizzata da peculiarità specifiche, non esiste. Come vedremo, esistono più Medioevi e più storie medievali.
  • la terza difficoltà risiede nell’approccio verso le fonti e i metodi. In realtà, la storia non si fa tanto con le fonti, quanto con la critica delle fonti: purtroppo però, nelle scuole o nelle università, molto spesso ci si approccia in modo sbagliato, aumentando la difficoltà, già considerevole di per sé, della ricerca storica. 1. Il soggetto studente e le insidie del nostro linguaggio 1.1 Luoghi e popoli Aprendo un atlante storico e osservando la posizione e l’estensione degli stati europei dal V al XV secolo, ma anche sino ad oggi, pur mutando i confini, si ha l’impressione di una generale continuità. Questa impressione è del tutto sbagliata per diversi motivi:
  • In primo luogo, quei nomi di stati e di popoli (Inghilterra e inglesi), che appaiono identici nel corso di molti secoli nascondono delle realtà diverse. Sarebbe facile dimostrare come l’Inghilterra normanna del XII secolo fosse totalmente diversa da quella odierna. Ma le parole hanno una forza irresistibile. Stati e popoli, dunque, ci appaiono come enti dotati di una propria individualità. Se apriamo un atlante e leggiamo “regni anglosassoni” in corrispondenza dell’attuale Inghilterra, operiamo l’immediata equivalenza anglosassoni = inglesi. Da qui nasce quel popolo-individuo sempre uguale a sé stesso, protagonista di una storia che crediamo, di conseguenza, scontata e noiosa. Questo atteggiamento mentale è però un ostacolo alla conoscenza del passato che è sempre e comunque conoscenza di qualcosa che è diverso da noi e dal nostro tempo. Lo sbaglio dello studente sta nel cercare di imparare date ed eventi dando per scontato che essi siano sempre uguali a sé stessi.
  • In secondo luogo, nel Medioevo sono esistiti molti stati e popoli che non sembrano avere delle corrispondenze nel nostro presente. La nostra mente tende a trascurarli perché è facile dimenticare che la storia poteva andare anche in un modo del tutto diverso. Ed ecco che si ricade nel primo errore: gli abitanti del Galles o della Scozia di oggi sono considerati identici ai celti del V secolo. Ne risulta una storia che non cambia mai nulla, perché i popoli restano sempre gli stessi. La storia è molto più complessa: non sempre un popolo ha mantenuto lo stesso nome. E ancora più vari sono i rapporti tra i popoli e i territori in cui vivevano. In sintesi, studiare storia vuol dire evitare queste equivalenze meccaniche (longobardi = padani). 1.2 Stati e stato Da quasi un secolo gli storici insistono sulla totale diversità degli “stati” del passato rispetto a quelli attuali, tanto che alcuni negano l’esistenza stessa di qualcosa che si possa chiamare “stato” non soltanto nell’età medievale (476-1492), ma anche nel corso dell’intera età moderna (1492-1815). Viene giustamente argomentato che l’unico vero stato sia quello esistito nel mondo occidentale nel corso dell’800 e della prima parte del 900. Questo stato è dotato di caratteristiche precise:
  • la piena sovranità su un territorio ben definito nei suoi confini, difeso da stati confinanti o dall’influenza ecclesiastica;
  • il monopolio della forza e del diritto , le uniche leggi vigenti sono quelle dell’autorità statale;
  • il controllo delle principali risorse di interesse pubblico ( demanio );
  • un apparato burocratico stabile e dipendente solo dalle leggi statali.

Si tratta di un’entità astratta che prescinde dagli individui che operano in suo nome. Dunque, gli stati medievali non posso essere paragonati allo stato ottocentesco, sarebbe addirittura meglio non definirli stati. → Ad esempio, lo “stato” carolingio (VIII-IX secolo) era amministrato da funzionari locali ( comites – conti), che erano rappresentanti diretti dell’imperatore nelle circoscrizioni territoriali a loro affidate ( comitatus – contee). Il conte adunava l’esercito quando necessario; curava la manutenzione delle strade; costringeva gli uomini liberi a lavorare per l’interesse pubblico, controllava che tutti gli uomini liberi del suo comitatus obbedissero alla chiamata alle armi e così via. I libri di testo definiscono queste funzioni come pubbliche , definendo il conte come un funzionario pubblico che gestisce la propria circoscrizione. Ma l’uso di queste parole, che sono le stesse del nostro tempo, produce lo stesso effetto dei nomi di luoghi e popoli. Egli, infatti, non è paragonabile ad un funzionario statale di oggi poiché non aveva alcuna formazione scolastica e professionale; non aveva norme che delimitassero i suoi compiti, ma solo provvedimenti inviati dall’imperatore; non aveva un ufficio né una sede stabile perché doveva continuamente spostarsi per gestire il territorio. Era un semplice guerriero che governava in un contesto che si reggeva sull'oralità; lo stato era per lui la fedeltà giurata al suo imperatore e la protezione militare che egli assicurava ai suoi vassalli. 1.3 La psicologia dei personaggi “Alarico invase l’impero romano d’Occidente per estendere il suo territorio ”: questa frase viene attribuita al visigoto Alarico, responsabile del saccheggio di Roma (410). Per gli studenti, il suo, era un progetto politico semplice: costruire un dominio territoriale all’interno dell’Impero romano. In realtà, nessun manuake di storia contiene questa frase, è lo studente che ricostruisce in questo modo la motivazione dell’attacco di Alarico dato che fa parte dei barbari. È possibile trovare questa motivazione psicologica in un’altra affermazione: “Carlo Magno attaccò i Longobardi per estendere il suo territorio ” in riferimento alla guerra franco-longobarda del 774. Spesso lo studente ricostruisce automaticamente la motivazione degli attacchi storici attribuendo desideri e appetiti che sembrano del tutto ovvi ai protagonisti delle vicende. Un fatto del passato viene dunque spiegato attraverso una motivazione psicologica basata su preconcetti radicati dentro di noi:

  • l'uomo è rimasto uguale a sé stesso nel corso dei millenni;
  • chi intraprende una guerra senza un motivo è considerato malvagio quindi i suoi comportamenti non hanno alcuna giustificazione. Al momento dell'esposizione davanti al docente, quei dati si colorano di motivazioni banali tratte dall'esperienza quotidiana. Poiché un giovane frequenta più film, videogiochi o serie tv, accade che all'informazione si sovrapponga l'immaginario narrativo del ''buono - cattivo', ''invasore - resistente'' (ecc..). Un vantaggio però della storia è quello di mostrare la complessità dell'agire umano:
  • l'uomo non è rimasto uguale a sé stesso nel corso dei millenni; la sua psicologia e mentalità sono cambiate nel corso della storia. Inoltre, sono cambiati anche i contesti materiali e culturali in cui egli opera: la stessa azione (un’uccisione, attacco militare), assume forme e significati differenti;
  • Pertanto, non ha senso considerare il passato sulla base dei nostri giudizi di valore attuali, assumendo come negative e condannabili tutte le varie manifestazioni dell'aggressività umana. La vita umana non ha sempre avuto quel valore assoluto che oggi le attribuiamo; per gran parte della storia un povero, uno schiavo, una donna o un neonato hanno avuto un valore assai inferiore rispetto a quello di un guerriero maschio adulto nell'ambito concreto della vita sociale e anche affettiva. Dunque, per Alarico ad esempio, saccheggiare Roma non significava sconfiggere l'impero romano impadronendosi della sua capitale, al contrario la sua era una semplice rappresaglia: ➔ I visigoti che egli guidava erano ''foederati'' (alleati) dell'Impero e garantivano a quest'ultimo un indispensabile supporto militare; per questo Alarico si sentiva come un alleato tradito. Egli non si

1.5 Per concludere: fatti e questioni E allora: stati, popoli, concetti, motivazioni, valori, sentimenti: tutto può essere ed è costantemente frainteso e riportato alla nostra esperienza. Semplificando, due sono le operazioni che uno studente deve fare: memorizzare fatti, comprendere questioni. Riprendiamo gli esempi fatti sopra: per gli argomenti "I visigoti" o "L'impero carolingio" bisogna memorizzare (memorizzare, non c'è altro modo) i dati informativi contenuti nelle seguenti frasi «Alarico, re dei visigoti, saccheggiò Roma nel 4 10», e «Carlo Magno fu incoronato imperatore nell'800. Il suo impero era diviso in circoscrizioni affidate a funzionari pubblici, conti, duchi e marchesi». Già la semplice memorizzazione non è un'operazione meccanica: prima di tutto bisogna sapere dove si trova Roma e dove si trovavano i visigoti prima di attaccarla, avere cioè alcune conoscenze generali e specifiche in cui inserire la nuova informazione. Chi studia deve imparare a selezionare l'enorme quantità di informazioni, memorizzandone soltanto una parte', e a individuare i passaggi più pregnanti del suo manuale, dove lo sforzo di comprensione prevale su quello della memorizzazione.

2. L’oggetto Medioevo e la “storia medievale” 2.1 Che cos’è il Medioevo? Il Medioevo è un periodo della storia europea che comincia nel 476, data della deposizione dell'ultimo imperatore romano d'Occidente, e termina nel 1492 , data della scoperta dell'America da parte di Cristoforo Colombo. Medioevo vuol dire età (evo) di mezzo (medio), cioè periodo intermedio tra l'età antica, terminata appunto con la fine dell'impero romano d'occidente, e l'età moderna, cominciata con le grandi scoperte geografiche. Si tratta di una definizione all'apparenza neutra (tutti i periodi sono di mezzo) , ma che fin dal principio ha avuto una connotazione negativa, legata all'idea della barbarie e della decadenza. I primi ad usare il termine di media tempestas , cioè "tempo di mezzo", furono uomini del xv secolo, in particolare umanisti, cioè filologi, e artisti italiani. Essi non coniarono questa definizione perché intendevano condurre uno studio storico su questo periodo di mezzo, manifestando dunque un interesse per esso, ma solo perché volevano isolare con una definizione semplice il periodo di mezzo tra la loro epoca (i tempi moderni , cioè "recenti" ) , e l'antichità classica, a cui essi si richiamavano per trarne ispirazione, e concretamente per reperire modelli linguistico-letterari (la letteratura, la storiografia), artistici (la scultura, l'architettura) e persino grafici (le iscrizioni romane, i più antichi manoscritti). La letteratura e l'arte dell'età di mezzo erano da rifiutare in blocco. Esempio → Gli umanisti infatti inorridivano di fronte al latino scorretto delle università e delle cancellerie (vedi § 3 .4), cui sostituirono l'imitazione degli autori classici latini. La reale identificazione del Medioevo come una precisa partizione della storia europea si ebbe molto più tardi, nel corso del XVI, XVII e XVIII secolo, via via che quel periodo era effettivamente studiato da vari punti di vista. La definizione " Medioevo" si cristallizzò a fine Seicento, in particolare grazie a un fortunato manuale del professore tedesco Christof Keller pubblicato nel 1688: Historia medii evi. La scansione storia antica - storia medievale - storia moderna si diffuse così nell'insegnamento e nella ricerca, restando valida fino ad oggi, nonostante la sua genericità. La scelta di Keller, che aveva una funzione meramente pratica, definì per sempre il nome di quel periodo. Dunque, il Medioevo è nato quasi per caso. Così oggi vive un Medioevo che è nato soltanto nel XV secolo e che talvolta non ha niente a che fare con il vero Medioevo, il periodo che va dal 476 al 1492. Non è un paradosso: il Medioevo come concetto storiografico (cioè come concetto elaborato in sede di studio della storia) , come suggestione, come paradigma negativo (vedi § 2.7) ha avuto e ha un'esistenza e una fortuna indipendentemente dal Medioevo reale, quello che ricostruiscono gli studiosi e che i docenti dell'università e della scuola hanno il compito di insegnare. La soluzione a questa situazione è all'apparenza semplicissima: basta definire esattamente che cosa fu il Medioevo, quali furono i suoi caratteri originali, in che cosa quest'epoca si differenziò dalle altre. Dunque, che cos’è il Medioevo?

Il Medioevo è un periodo della storia europea che comincia nel 476 e termina nel 1492. La risposta non può che essere questa, perché il Medioevo non fu una civiltà, un'epoca unitaria, non ebbe caratteri omogenei nettamente distinguibili da quelli dei periodi precedenti e successivi. Se intendiamo per Medioevo una civiltà unitaria, allora il Medioevo non esiste, o - meglio - sono esistiti molti Medioevi, più brevi e più lunghi di quello convenzionale. 2.2 La periodizzazione: problemi di ricerca e di studio Dividere in periodi (o periodizzare) vuol dire in realtà interpretare. Il primo compito di uno storico è datare il fenomeno di cui egli si occupa. A livello generale, gli storici italiani preferiscono dividere il Medioevo in due periodi:

  • alto medioevo : che va dal V al XI secolo e sarebbe il periodo della stagnazione demografica ed economica e della travagliata sperimentazione di nuove organizzazioni istituzionali dopo la fine dell'impero romano d'Occidente;
  • basso medioevo : che va dal XI al XV secolo e sarebbe all’opposto il periodo di crescita demografica ed economica e della nascita di regni e altre formazioni territoriali stabili destinate spesso ad una lunga durata. Storici di altre tradizioni culturali preferiscono la tripartizione in:
  • Alto o Primo medioevo(secoli V- X);
  • Pieno o Alto Medioevo (secoli X-XIII);
  • Basso o Tardo medioevo ( secoli XIII-XV). La differenza più consistente tra alto e basso Medioevo sta nel fatto che occuparsi dell’uno o dell’altro significa quasi praticare due discipline diverse, perché i rispettivi studiosi dispongono di fonti differenti e devono sviluppare competenze scientifiche e modi di analisi differenti. Le fonti della storia in età altomedievale sono da un punto di vista tipologico, le stesse della storia antica: atti legislativi delle autorità maggiori (papa, imperatore), opere scritte in latino (storie, cronache di grandi personalità) e resti materiali (edifici, sculture, oggetti, monete). Rarissimi sono i documenti giuridici come donazioni, compravendite, testamenti. Mentre per il basso medioevo disponiamo di fonti scritte in quantità molto maggiore e di tipologie molto differenti perché in quel periodo aumentò enormemente il ricordo alla scrittura in tutti i contesti. Questa diversità di fonti ha conseguenze pesanti sulla disciplina Medioevo. Chi si occupa di Alto Medioevo è costretto a limitare drasticamente gli argomenti da studiare, ma è anche stimolato ad ampliare il ventaglio delle sue competenze e l’area geografica di interesse, ricorrendo a fonti e metodi di altre discipline quali l’archeologia o l’antropologia → per accrescere, ad esempio, le conoscenze sull’impatto dell’invasione longobarda in Itali visto che le testimonianze scritte sono poche. Archeologia, agiografia, antropologia culturale, etnografia sono diventate competenze indispensabili per uno storico dell'alto Medioevo. L’interdisciplinarietà viene praticata anche dagli studiosi del basso Medioevo, ma essi avendo a disposizione un numero di fonti molto maggiore possono approfondire molto di più la conoscenza di un singolo territorio o periodo. 2.3 Periodi diversi per storie diverse La storia politica e istituzionale prevale nettamente, dal punto di vista della quantità, in quasi tutti i manuali di storia medievale. Certamente, oggi la semplice, arida narrazione dei grandi eventi storici ha lasciato spazio alla presentazione più approfondita delle strutture sociali e delle organizzazioni politiche.

segnata dall'esperienza del cristianesimo, che ha avuto il suo centro nell'Impero e che in età moderna e contemporanea ha sottomesso aree vastissime del globo esportando i propri modelli istituzionali, economici, culturali e religiosi. Il concetto di civiltà occidentale continua ad essere usato oggi, in quanto elemento di identità di gran parte dell'Europa e di alcune aree del mondo storicamente legate all'Europa (USA); esso è però ambiguo e oggetto di contestazioni. Si pensi a quello che sta succedendo nel processo di integrazione europea. L'Unione Europea è da identificarsi con l'Europa, come specifica area di civiltà? La Turchia fa parte dell'Europa? Nessun manuale affronta questi interrogativi. La gran parte dei manuali dedica grande spazio alla storia dell'Italia ma, anche qui, la selezione dei fatti, delle questioni, delle aree geografiche da trattare sistematicamente nell'ambito di una varietà enorme di sviluppi (tipica della nostra storia) mantiene traccia di vecchie priorità culturali e ideologiche. L' autore del manuale fa fatica a non elencare tutti quei fatti. Eppure essi sono ormai ex fatti, nel senso che sono venuti a cadere i presupposti culturali che, molto tempo fa, avevano portato alla loro selezione tra infiniti altri. Spetta allora allo studente il compito di selezionare i contenuti più rilevanti tenendo fermo che il soggetto della trattazione è l'Occidente. 2.5 La disciplina: problemi di focalizzazione Il manuale si muove continuamente tra storia politica e istituzionale e storia religiosa, sociale, economica, della mentalità, della tecnologia, della medicina, della cultura, della lingua. Passa inoltre dalla storia dell'Occidente a quella dell'Italia, occupandosi rapsodicamente di altre civiltà. Non solo la categoria " Medioevo" è dunque un contenitore di diversi periodi storici ma anche la categoria "storia medievale" è un contenitore di diverse discipline, ognuna con i sui termini tecnici, i suoi metodi, le sue fonti. A partire dalla seconda metà del Novecento lo studio del Medioevo (e di altri periodi storici) ha vissuto una costante dilatazione di prospettive. Tale dilatazione ha intasato oltre ogni misura i manuali, che hanno assorbito tutte le sollecitazioni della ricerca storica, mentre è stata abbandonata definitivamente la prospettiva nazionalistica, che però dava una certa omogeneità allo studio mettendo al centro l'Italia e la nazione italiana. Si tratta di un tipico fenomeno delle discipline umanistiche: le nuove acquisizioni si aggiungono alle vecchie per accumulazione o contrapposizione. Ne consegue che lo studente trova difficile individuare le informazioni e le questioni più importanti. Facciamo un esempio: la storia del regno italico dopo la disgregazione dell'impero carolingio (887 - 962) fu caratterizzata da una grande instabilità, perché la carica regia, cui era collegata quella imperiale, fu contesa tra due o tre famiglie di grandi signori territoriali, detentori di cariche pubbliche. La successione dei re, gli schieramenti degli altri signori locali e del papato romano per l'uno o l'altro contendente sono riferiti da molti manuali con maggiore approfondimento rispetto alle vicende contemporanee degli altri regni postcarolingi (Franchi occidentali e Franchi orientali). Tale trattazione particolareggiata risulta difficile da memorizzare, sia perché le vicende sono effettivamente complicate, sia perché per comodità espositiva esse sono trattate separatamente da altre questioni. La riflessione a parte su tali questioni di difficile comprensione ha un effetto collaterale paradossale, riducendo la trattazione delle vicende politiche del regno a una mera elencazione. La difficoltà dello studio della storia medievale deriva, per concludere, dalle contraddizioni della tradizione scientifica e didattica. Uno studio fruttuoso deve dedicarsi in primo luogo all'individuazione di ciò che è veramente importante, e naturalmente alla sua comprensione e memorizzazione. Per capire quali sono le priorità della disciplina storia medievale, cioè le cose

importanti che non si possono non sapere, lo studente deve ovviamente leggere con attenzione il manuale, riflettendo, per esempio, sui titoli dei paragrafi e dei capitoli. 2.6 L’idolo delle origini La ragione principale per la quale si studia la storia sarebbe quella di conoscere le origini del nostro presente, le origini delle nostre istituzioni politiche, sociali ed economiche, della nostra cultura. Alla dipendenza del passato dal presente si collega il rapporto di causa-effetto tra gli eventi storici che si può sintetizzare nell'espressione latina ''post hoc, propter hoc'': ciò che viene dopo è causato da ciò che viene prima. Di conseguenza, per capire il dopo bisogna risalire al prima. Marc Bloch ha definito “idolo delle origini'' l'ossessione che porta a ricercare a tutti i costi le origini dei fenomeni storici. Al contrario, un fenomeno del presente o del passato andrebbe innanzitutto analizzato e compreso nel tempo in cui si manifestò appieno, e solo dopo ne andrebbero rintracciate le origini. Bloch non negava la possibilità di rintracciare le origini, si opponeva semplicemente all'identificazione delle origini con le cause. Per quanto riguarda le cause è da sottolineare il fatto che difficilmente di un fenomeno storico si possano individuare con certezza le cause, perché i fatti umani non possono essere spiegati come delle reazioni chimiche. In storia, invece, non esistono leggi necessarie: come le stesse origini non danno inizio a evoluzioni uguali, così le stesse cause non hanno gli stessi effetti. Per questo motivo, è fallace anche la convinzione che la storia sia maestra di vita, se con questa affermazione si intende che, una volta conosciuto il passato, sia possibile ricavarne infallibili istruzioni pratiche per il presente. I fatti umani, invece, sono sempre complessi e imprevedibili. Nell'organizzare il suo apprendimento, e anche nell'esposizione in sede di esame, lo studente compie errori che dipendono da questa concezione meccanicistica della storia, intesa come una sequenza di fatti legati tra loro da un vincolo di necessità. Egli invece dovrebbe liberarsi dell’idolo delle origini e chiedersi subito, prima di imparare in bell’ordine tutti i fatti, che cos’è il fenomeno che gli viene presentato. Quando si parla di qualcosa, di definirla subito rispondendo a cinque domande essenziali: chi, dove, quando, che cosa e perché. Esempio → Studiando la prima crociata lo studente dovrebbe sforzarsi di ricavare subito dal manuale una definizione breve ed efficace della stessa, e solo in un secondo momento riflettere sulle sue cause e sulle origini. «La prima crociata fu un pellegrinaggio armato di guerrieri cristiani, in prevalenza franchi e normanni, al sepolcro di Gesù Cristo. Essa si tenne nel 1096-99 e portò alla conquista di Gerusalemme e di altri territori islamici nel Vicino Oriente». Una definizione come questa, completa di datazione e collocazione geografica, dovrebbe essere sottolineata nel testo, o scritta al margine, in modo da essere fissata nella mente. Lo studente dovrebbe fornirla subito al docente durante l'esame, senza perdersi in inutili preamboli introduttivi. Solo dopo egli passerà a spiegare meglio ogni parola di quella definizione, a cominciare dal fatto che, per molto tempo, i contemporanei non usarono affatto la parola crociata per quelle imprese. Dunque, la narrazione continua del manuale va disarticolata, rompendo l'ordine degli argomenti, estrapolando le definizioni da ricordare, cercando di classificare tutte le informazioni più importanti. Il manuale è già un riassunto, fatto però da uno specialista: fare il riassunto di ciascun paragrafo è un errore, specie se dopo lo studente leggerà soltanto quello, senza più tornare al testo originale. In più, il riassunto accentua ulteriormente quell'impressione di meccanica consequenzialità delle trasformazioni storiche.

campagne, di contribuzioni varie (diritti signorili), cui erano tenuti i contadini affittuari o l'intera popolazione di un villaggio nei confronti di un signore locale (feudatari, enti religiosi come chiese e monasteri). Si trattava di censi (versamenti in denaro o in natura), di prestazioni lavorative gratuite, ecc. Questo complesso di regole, comprensive di consuetudini assai antiche di forte subordinazione del contadino rispetto al padrone, furono chiamate genericamente "diritti feudali", e furono prima criticate da riformatori, economisti, illuministi del XVIII secolo, poi abolite da uno dei primi provvedimenti dei rivoluzionari francesi (l'abolizione della feudalità data all' 11 agosto 1789). Più tardi, il filosofo tedesco Karl Marx riprese dai pensatori settecenteschi questa accezione, definendo feudale un particolare tipo di sfruttamento dell'uomo: quello del padrone della terra nei confronti del proprio servo legato per sempre al terreno assegnatogli e costretto a cedere la propria forza lavoro. Oggi, dopo oltre un secolo di ricerche più propriamente storiche e giuridiche sul feudalesimo, sono stati identificati all'interno di questa definizione concetti differenti, fino al punto che molti studiosi preferiscono non usare questo vocabolo prima dell'XI secolo. Si distingue dunque tra:

  • Il vincolo vassallatico-beneficiario , il legame personale tra due guerrieri (signore, senior = il più vecchio e vassallo, vassus = il giovane) che comparve nella Gallia dell’VIII secolo e fu elemento di coesione nel regno franco e nell’impero carolingio (VIII - IX secolo);
  • La signoria fondiaria , cioè il potere economico e giuridico di un proprietario terriero sui contadini del proprio fondo;
  • Il feudalesimo come coordinamento organico di diversi poteri territoriali nel basso Medioevo. Lo stato carolingio non era affatto fondato sul feudalesimo, nel senso che il potere pubblico non era ripartito tra l'imperatore e i guerrieri che gli avevano giurato fedeltà, i suoi vassalli, i quali ricevevano da lui una terra (il beneficio, detto più tardi feudo). Certo, Carlo sceglieva i funzionari pubblici tra i suoi vassalli, perché essi dovevano avere capacità militari ed essergli fedeli, ma non tutti i suoi vassalli erano funzionari pubblici, né tutti i vassalli erano legati a Carlo Magno (chiunque poteva costruirsi un seguito di vassalli personali). Dunque, il comitato o contea (la circoscrizione pubblica) non è assolutamente da assimilare al beneficio, né il beneficio aveva un contenuto politico: era solo una fonte di reddito che assicurava maggiore ricchezza al vassallo per la durata della sua vita (il beneficio era revocabile, non era una proprietà). Tra X e XI secolo, con la crisi dell’ordinamento pubblico nei regni post-carolingi, il potere pubblico assunse caratteri signorili, si confuse cioè con il potere esercitato dal proprietario sulla propria terra e sui propri contadini. Qualche signore fondiario si impadronì spontaneamente di poteri pubblici. Tutti finirono per assimilare il piano del potere pubblico con quello del potere fondiario. Quest'epoca venne definita dell'anarchia o dell'ordinamento signorile. Nel basso Medioevo (dall’XI secolo), il vincolo vassallatico fu utilizzato con finalità diverse: esso non collegava soltanto due persone, ma due poteri territoriali. Il beneficio (ora chiamato feudo), concesso al vassallo (feudatario), con una cerimonia, è effettivamente un territorio che il feudatario governa. Nel regno di Sicilia del XIII secolo, il feudatario possedeva un territorio con la sua giurisdizione (diritto di giustizia; beni demaniali; tasse indirette sul commercio e sulle attività produttive; e monopòli come quelli di vendita del vino). Egli riconosceva di possedere tali terre e diritti a titolo feudale, cioè per assegnazione ricevuta dal proprio re e signore feudale. Si trattava di un'assegnazione perpetua, trasmissibile agli eredi, ma soggetta a precise condizioni, pena la perdita del feudo: la fedeltà al sovrano e l'impegno a difenderlo, prestando servizio militare o fornendo combattenti. Il legame tra il feudatario e il suo signore era ancora un legame personale, ma era regolato dalle norme del diritto feudale, codificate nel Liber Augustalis (vedi § 3.6), e dal documento di concessione feudale. Questo feudalesimo del basso Medioevo è un sistema di amministrazione e di sfruttamento del territorio che non ha molto di illegale o arbitrario e che comunque non era l'unico modo di gestire il potere pubblico, perché esistevano aree amministrate da comunità con una loro autonomia, come le città, altre amministrate

direttamente dai funzionari del re, i quali via via accrebbero le proprie competenze. Il sistema poteva non funzionare, come tutti i sistemi, per il prevalere di interessi particolari o per l'insorgere di conflitti, ma aveva una sua razionalità, pur molto diversa dalla nostra. Lo studente dovrà dunque sforzarsi di distinguere il feudalesimo del nostro linguaggio comune dai vari fenomeni, pur collegati in certa misura, in cui esso è scomposto dagli storici: il vassallaggio, la signoria, il feudalesimo "vero e proprio" del basso Medioevo e dell'età moderna.

3. Le fonti e i metodi 3.1 Le fonti Spesso si dice che la storia si fa con le fonti. Per fonti si intendono tutti i resti del passato, materiali e immateriali, scritti e non scritti, prodotti intenzionalmente da chi ci ha preceduto per lasciare memoria di sé e delle proprie azioni, o risultato meccanico delle varie attività umane: dunque leggi, lettere, narrazioni, poesie, ecc. La storia si fa con le fonti: è giusto, ma meglio sarebbe dire che la storia si fa con la critica delle fonti. Esse, essendo spesso ambigue, sono da interpretare secondo metodi che sono stati elaborati e perfezionati nel corso di secoli. Avvicinarsi ad alcune fonti può essere utile anche per uno studente alle prime armi, che può così farsi un'idea di quanto siano complesse la storia (ciò che è accaduto) e la storiografia (la ricostruzione e il racconto di ciò che è accaduto). Fare ricerca storica significa dunque avere a che fare con le fonti: lo studioso del passato non ha infatti alcun modo di vedere l'oggetto del suo studio, se non attraverso la mediazione incompleta, fallace, enigmatica dei resti di quel passato, resti che sono giunti a noi attraverso passaggi che li hanno talvolta deformati e che in più hanno subito successive interpretazioni. La storia insegnata dai manuali (la cosiddètta storia-disciplina), non è altro che un pratico sommario di informazioni e argomentazioni, un'entità ben diversa dalla concreta pratica storiografica (la storia-scienza). Le fonti possono essere classificate in Vario modo, ma la distinzione di base è tra:

  • Fonti scritte e non scritte;
  • Fonti intenzionali o preterintenzionali;
  • Fonti narrative e documentarie. 3.2 Un monaco e l’invasione dei longobardi (la fonte narrativa) I longobardi invasero la penisola italiana nel 568, occupandone una buona parte. La storia di quell'invasione ci è nota grazie a pochissime fonti, tra le quali spicca la Historia Langobardorum , scritta più di 200 anni dopo da un monaco longobardo, Paolo di Warnefrid, detto Paolo Diacono. → Una fonte come questa sembra di facile interpretazione: si tratta infatti di un testo che è stato scritto con la precisa intenzione di raccontarci una storia. Ma la semplicità interpretativa è solo apparente, tant'è vero che i brani appena citati sono oggetto di discussione da oltre due secoli. Dobbiamo chiederci come facesse Paolo a sapere quelle cose: da dove prendesse quelle notizie, messe per iscritto, come si è detto, oltre 200 anni dopo i fatti. Si tratta insomma di approfondire la nostra analisi sia sul piano della forma (la lingua, la tradizione letteraria), che su quello del contenuto (l'origine e l'attendibilità dell'informazione). Per chiarire questi due punti è indispensabile conoscere meglio il testimone Paolo Diacono, passando dal testo all'autore. Ciò significa indagare sulla biografia di Paolo Diacono, sulle motivazioni culturali, politiche, personali, che lo spinsero a scrivere quell'opera, sulle fonti che utilizzò, sui modelli letterari e storiografici che seguì (gli autori che conosceva), e in generale sui quadri mentali di riferimento della sua epoca e del suo ceto. Tutti questi elementi hanno certamente condizionato, in forme diverse e a livelli diversi, il testo che noi leggiamo. Non disponiamo però di informazioni sufficienti per nessuno di essi, a differenza di quanto accade per autori più vicini a noi e ciò complica molto le cose.

indipendente, risaliva alla tradizione romana, stravolta ma non annichilita da un elemento etnico e culturale totalmente estraneo, quello longobardo. Il «volgo disperso che nome non ha», come disse Manzoni definendo i romani rimasti in stato di sottomissione anche dopo la conquista franca del regno longobardo, corrispondeva al popolo italiano che nel XIX secolo era separato in differenti stati. Oggi la lettura manzoniana è giudicata scorretta, in primo luogo perché, pur essendo evidente che l'invasione causò la decimazione dell'aristocrazia senatoria, nessuno di quei passaggi afferma esplicitamente che l'intera popolazione romana fosse ridotta in schiavitù. In secondo luogo, Manzoni compiva un'identificazione che è oggi rifiutata: i romani del 568-774 non sono gli italiani del 1822. Non si creda però che Manzoni procedesse per grossolane semplificazioni. La sua analisi delle fonti è anzi seria, e le sue argomentazioni conservano, ancora oggi, motivo di interesse. Il fatto è che nei quasi due secoli che ci separano da Manzoni la storiografia è progredita moltissimo: l'analisi delle fonti narrative si è fatta assai raffinata e soprattutto questo tipo di fonte non è più al centro delle ricostruzioni storiche. Il problema del destino dei romani dopo l'invasione dei longobardi non può essere risolto soltanto sulla base di quei famigerati passaggi, che di più non possono dire, ma deve fondarsi su altre fonti e altri metodi di indagine. Prima di concludere, riassumiamo metodi e discipline coinvolte nell'interpretazione dei brani di Paolo Diacono: l'analisi del testo, la storia della lingua e della letteratura latina, la storia della storiagrafia, la storia del diritto. Esse, si è detto, non bastano, perché archeologia, numismatica, storia delle arti e così via concorrono a integrare la testimonianza di Paolo Diacono attenuando il catastrofismo di quei passi e provando i contatti e gli scambi che avvennero precocemente tra l'elemento romano e quello longobardo. Un punto di partenza fondamentale per lo studio e l'utilizzazione di una fonte narrativa e di altre fonti analoghe è la filologia. Il testo di Paolo Diacono che abbiamo letto, con tutte le sue complessità, ci è stato materialmente tramandato da un centinaio di manoscritti, nessuno dei quali è quello approntato dall'autore, direttamente o tramite un copista. La filologia (in questo caso quella medievale o mediolatina) è appunto la disciplina che ricostruisce, mediante un metodo detto critica del testo o ecdotica, un testo che aspira a essere il più vicino possibile a quello originale, definito archetipo. Tutti i testimoni pervenutici, cioè i manoscritti o le stampe che, con differenze anche sostanziali (nella grafia e morfologia, nel lessico, nell'inclusione o esclusione di intere parti), ci hanno trasmesso la Historia , sono stati accuratamente analizzati dai filologi. La filologia è a sua volta sostenuta dalla paleografia (studio della scrittura), codicologia (studio della struttura fisica del manoscritto), bibliografia (studio delle edizioni a stampa). 3.3 Un coccio e la fine dell’età antica (la fonte materiale) Nella fotografia a p. 66 si vede un grande piatto tondo di ceramica del diametro di 25,5 cm: si tratta di un oggetto molto comune, usato per mangiare, prodotto nel VII secolo da officine africane, è semplicemente una terracotta fabbricata modellando un impasto di argilla e acqua e cuocendolo in un forno. La ceramica da mensa africana era un prodotto di grande successo commerciale: si diffuse in tutto il bacino del Mediterraneo tra la fine del I e il VII secolo d.C., dunque tra età imperiale ed età tardoantica. A seconda delle differenze dell'impasto, delle forme e delle decorazioni, la sigillata africana è distinta per periodi di produzione e per tipi. Quella della foto è una sigillata africana D (dell'ultimo periodo, tra 61 0/620 e 680/700) del tipo Hayes 109, dal nome di uno studioso inglese. Le parti più scure del piatto sono originali, il resto è stato ricostruito. Dunque, il piatto era rotto: i frammenti superstiti sono stati pazientemente riattaccati tra loro e alla parte ricostruita. Essi sono stati ritrovati da una squadra di archeologi nel 1993, in uno strato di terra alto circa un metro accumulato sul pavimento della Crypta Balbi (cripta di Balbo), adiacente al teatro costruito a Roma nel 13 a.C. da Lucio Cornelio Balbo. Nella Crypta Balbi gli spettatori del teatro, uno dei più importanti edifici pubblici dell'antica Roma, potevano passeggiare al coperto in caso di pioggia. Essi avevano a disposizione anche il giardino quadrato sovrastante. Su un lato della cripta si apriva un'esedra, cioè uno spazio semicircolare: è sul pavimento dell'esedra che si trovava il cumulo con i frammenti di ceramica.

L'esedra, portata alla luce dopo numerose campagne di scavo, è in un cortile al centro di Roma. Gli archeologi hanno studiato l'esedra della Crypta Balbi senza privilegiare nessuna epoca storica, ma raccogliendo tutte le informazioni possibili via via che scavavano. È un'operazione simile a quella che porta avanti la filologia quando ricostruisce la tradizione del testo scritto. Come i testi scritti ci sono arrivati attraverso una serie di passaggi che ne hanno influenzato l'aspetto e talvolta stravolto il contenuto, così i monumenti romani ci sono pervenuti con le trasformazioni, mutilazioni, distruzioni operate nel corso dei secoli. Studiare quelle trasformazioni, senza occuparsi soltanto di ripristinare lo stato originario, " puro", incrementa le nostre conoscenze sul passato medievale e moderno di Roma. Gli archeologi hanno identificato le seguenti fasi di vita dell'esedra: l. l'impianto originario, risalente al fondatore Lucio Balbo (13 a.C.);

  1. la ristrutturazione del II secolo d.C.;
  2. l'abbandono del monumento e la sua distruzione in età tardoantica (V-VI sec.);
  3. l'uso dell'area come luogo di sepoltura (VI sec.);
  4. i l nuovo abbandono tra VII e VIII sec.;
  5. la costruzione di una calcara, cioè di un impianto di produzione di calce, tra fine VIII e inizi IX sec;
  6. la definitiva distruzione del monumento antico a causa di un terremoto nel IX sec.;
  7. la costruzione di un balneum (bagno) annesso a un vicino monastero intorno al Mille;
  8. la sistemazione dell'area a giardino del Conservatorio di Santa Caterina della Rosa in età rinascimentale e moderna;
  9. l'abbandono del Conservatorio, già decaduto nel corso dell'Ottocento, intorno al 1937. Come si vede, sei delle dieci fasi cadono nei secoli medievali, in particolare quelli più scarsi di fonti scritte. Ma come è stato possibile ricostruire così dettagliatamente le 10 fasi sopra elencate? Se si trova qualcosa sottoterra, non è facile capire a quale periodo essa appartenga, sia perché le tecniche di costruzione e di decorazione (di edifici, di oggetti) sono rimaste le stesse per lunghi periodi, sia perché nella maggior parte dei casi non ci sono notizie sufficienti sul sito in cui si scava. Del teatro Balbo sapevamo molto dalle fonti scritte. Gli archeologi risolvono il problema della datazione con un metodo specifico, sviluppatosi a partire dalla metà del XX secolo: la stratigrafia. Nel corso del tempo, eventi naturali (inondazioni, frane, accumulo di detriti) e umani (riempimenti di spazi vuoti per demolizioni o scarico di rifiuti, ristrutturazioni) innalzano il livello del suolo o quello del pavimento di un edificio. Lo strato che sta sopra è necessariamente posteriore allo strato che sta sotto. A ciò si aggiunge che sottoterra possono trovarsi reperti di più precisa datazione: iscrizioni o graffiti, monete disperse, oggetti come i frammenti di ceramica di cui abbiamo parlato. Certo, ognuno di questi indizi va trattato con cautela. Quanto agli oggetti in ceramica, vale lo stesso discorso delle monete: la loro presenza permette di datare uno strato a un periodo posteriore a quello in cui essi furono prodotti. Mentre però il periodo di coniazione di una moneta è ricostruibile dall'effige dell'autorità emittente, che vi è impressa, per datare le fasi di produzione della ceramica sono necessari studi più complessi. Guardiamo nuovamente il piatto della foto. Esso è stato ricostruito con tanta cura solo perché l'esatta identificazione del tipo consente la datazione dello strato in cui si trovava. La ricostruzione non è stata fatta perché si tratta un pezzo unico, di particolare pregio artistico. Tutt'altro: ci sono giunti milioni di cocci di sigillata africana, perché la ceramica è indistruttibile. Cocci di ceramica comune si trovano perciò un po' dovunque e fanno la gioia degli studiosi. Poiché le diverse fasi di produzione della sigillata africana sono ormai conosciute, essa è un "reperto guida" utilissimo per datare gli strati del terreno di I-VII secolo. Il nostro piatto è di sigillata africana D, tipo Hayes 109: dunque prodotto tra 610/620 e 680/700. Questo dato, incrociato con le datazioni degli altri reperti, fa ritenere che il relativo strato di terreno risalga alla seconda metà del VII secolo.

fossero stati estrapolati dallo strato di terreno in cui si trovavano, ci danno informazioni preziosissime. È però necessario un lavoro assai paziente, che è durato decine di anni e ha coinvolto decine di studiosi per un'area tutto sommato limitata come gli scavi della Crypta Balbi. La ricerca archeologica ha bisogno di molte energie finanziarie e scientifiche. Spesso si ricorre a laboratori per fare analizzare la composizione chimica di un materiale (argilla, metalli, pollini) o per misurare la radioattività di un reperto organico. Dunque, la ricerca archeologica è necessariamente un lavoro di gruppo. Ci vuole dunque molto tempo per arrivare alla sintesi, per concludere per esempio, sulla base di questo deposito e di altri ritrovamenti, che fino a tutto il VII secolo il commercio del Mediterraneo funzionava grossomodo come nell'epoca tardo antica: stessi prodotti, stesse rotte. Il drastico calo demografico, il decadimento urbanistico (abbiamo visto i dati di Roma), le invasioni barbariche danneggiarono, ma forse non distrussero la struttura economica del Mediterraneo. Così riteneva Pirenne, lo storico belga. La vera cesura economica e sociale, a giudizio di Pirenne molto più grave di quella politica verificatasi con le invasioni barbariche e il dissolvimento dell'impero-romano d'Occidente, sarebbe avvenuta nell'VIII secolo e sarebbe da attribuire all'espansione dell'Islam nel Mediterraneo (seconda metà del VII secolo), cui sarebbero conseguiti la rottura di quegli scambi internazionali, la crisi definitiva delle città, la ruralizzazione dell'Europa, l’inizio del Medioevo come epoca assolutamente diversa da quella antica. Oggi la tesi Pirenne non è generalmente accettata, sia per il ruolo che egli attribuì all'Islam, sia per il quadro eccessivamente negativo del commercio e dell'urbanesimo in età carolingia. Resta invece ancora aperta la questione che lo studioso aprì, quella di una periodizzazione più efficace del passaggio da Antichità a Medioevo, una periodizzazione che non si fondi su eventi politici ma individui il momento del collasso di una struttura economica e sociale. Al dibattito danno un forte contributo le ricerche archeologiche: il deposito della cripta di Balbo, per esempio, sembra proprio dar ragione a Pirenne, perché gli strati dei secoli successivi al VII non contengono oggetti di così varia provenienza: il Medioevo, almeno a Roma, sarebbe cominciato nell'viii secolo. Altri ritrovamenti archeologici anticipano la fine del commercio mediterraneo al VII secolo. Se Pirenne fu contestato perché aveva voluto trarre conclusioni generali da poche attestazioni documentarie relative solo ad alcune aree geografiche, lo stesso rilievo potrebbe essere fatto alla ricerca archeologica, che ricava conclusioni generali da reperti raccolti in pochi scavi relativi a minuscole porzioni del territorio di poche città del Mediterraneo. Può darsi infatti che le persistenze o i cambiamenti rilevati non coinvolgessero tutte le città nello stesso modo e nello stesso periodo. Il problema, comune a chi tratta la fonte scritta e a chi tratta quella materiale, è come passare dal piano del particolare a quello generale. Generalizzare le conclusioni raggiunte studiando casi e fonti locali è sempre un'operazione assai rischiosa, ma inevitabile nella ricerca storica e archeologica. È molto difficile mettere a confronto le informazioni ricavate dai reperti archeologici con quelle ricavate dalle fonti scritte, per la inconciliabile diversità. Tuttavia, l'integrazione tra archeologia e storia è assolutamente indispensabile per lo studio dell'Alto Medioevo. 3.4 Parma nel X secolo (la fonte documentaria: i diplomi) Nel 962 il re di Germania Ottone I di Sassonia scese per la seconda volta in Italia, dove fu incoronato imperatore dal pontefice romano. Leggiamo un diploma che fu emanato in quell'occasione dalla sua cancelleria, un " ufficio" più o meno articolato che nel Medioevo si occupava della produzione di documenti di imperatori, re, papi e di qualsiasi titolare di autorità pubblica. “Inoltre, concediamo anche che tutti gli uomini abitanti nella città e nei confini sopraindicati, ovunque abbiano beni ereditari o acquisiti, o dei servi, non corrispondano alcuna prestazione ad alcuna persona del nostro regno, né osservino il placito di alcuno se non del vescovo di Parma che sarà in carica in quel

momento, ma abbia il vescovo della stessa chiesa licenza come se fosse il conte del nostro palazzo di ordinare, decidere e deliberare su tutte le cose e i servi tanto di tutti i chierici dello stesso vescovato, quanto anche di tutti gli uomini che abitano entro la predetta città, con contratto di livello ovvero di precaria ovvero castellani, e così trasferiamo dalla nostra giurisdizione e dominio nella sua giurisdizione e dominio, in modo che nessun marchese, conte, viceconte né alcuna persona grande o piccola del nostro regno si ingerisca delle predette cose e famiglie e di tutto ciò che si legge più sopra né tenti di esigere alcun diritto”. Quello presentato è un atto ufficiale dell'imperatore, emesso a Lucca il 13 marzo 96 2. Esso si presentava come una pergamena dotata di un grande sigillo. Diplomi di questo genere, conservati arrotolati, sono stati sempre oggetto di grande attenzione, sia nel periodo in cui furono emessi che nei secoli successivi. Come i documenti pubblici del nostro tempo (un diploma di laurea, una patente di guida), i diplomi medievali erano confezionati in modo particolare, secondo forme che ne garantissero l'autenticità: il materiale scrittorio (qui la pergamena), il sigillo, la grafia, le sottoscrizioni, le formule del testo. La patente odierna deriva il suo nome da documenti come questo, che erano appunto definiti litterae patentes , lettere aperte che dovevano essere esibite a terzi, a differenza delle litterae clausae indirizzate al solo destinatario. Così il diploma di Ottone autorizzava il vescovo di Parma e i suoi successori a governare la città, come se fosse un conte del palazzo imperiale. I conti, ricorderemo, erano i funzionari pubblici dell'impero carolingio. Il diploma descrive in tre punti il contenuto del potere concesso:

  • quelle cose che spettavano al regio potere e alla pubblica funzione ;
  • potestà di deliberare, giudicare e ordinare;
  • licenza di ordinare, decidere e deliberare. Chi ha composto questo documento aveva un’idea del potere pubblico: in effetti, il testo si riferisce semplicemente alle tradizionali attribuzioni di un conte carolingio («come se fosse il nostro conte»), che come abbiamo detto erano tutti indistintamente derivati dalla sua forza militare, dalla sua capacità di costringere gli altri uomini ad obbedirgli. Questa capacità era definita, nel latino dei documenti giuridici medievali (leggi, diplomi, contratti notarili), districtio , non nel senso "territoriale" del nostro distretto (area su cui si esercita un'autorità), ma nel senso relazionale di distringere "costringere". Con un termine derivato dalle lingue germaniche si diceva anche bannum (comando). Il potere trasferito al vescovo è poi descritto più concretamente con riferimento a una serie di prerogative, di "oggetti" e di persone su cui esso è esercitato. Il vescovo può e deve occuparsi delle mura cittadine e delle strade pubbliche e dunque ripararle, rinforzarle, controllarle assicurando così la difesa della città. Può imporre dazi a chi naviga nei corsi d'acqua e percorre le strade regie. Può riscuotere il teloneo , una tassa indiretta sui prodotti di consumo. Può esercitare il districtum , dunque arrestare, multare, eseguire una sentenza. Ma chi è soggetto al vescovo? Sono soggetti al vescovo:
  • le cose e i servi, tanto di tutto il clero di quello stesso vescovato in qualunque luogo si trovino, quanto di tutti gli uomini che abitano dentro la medesima città;
  • tutti gli uomini abitanti nella città e nei confini sopraindicati, ovunque abbiano beni ereditari o acquisiti, o dei servi, tanto nel comitato parmense quanto nei comitati vicini;
  • tutte le cose e i servi tanto d i tutti i chierici dello stesso vescovato, quanto anche di tutti gli uomini che abitano entro la predetta città. Sono ricordati prima i chierici, poi tutti gli abitanti della città e del circondario (entro tre miglia). Ma nella competenza vescovile rientrano anche le res et familiae di tutti costoro, dovunque esse si trovino. Per res et familiae si intendono i beni immobili (si precisa che possono essere posseduti a titolo ereditario o essere stati acquisiti in un secondo momento), e i servi personali, la familia che ogni persona di una certa ricchezza possedeva e di cui disponeva come delle proprie res. Occupiamoci ora della natura della concessione di Ottone. Siamo in presenza di una donazione o alienazione: il potere è donato come se fosse una proprietà privata. Il vescovo non diventa un funzionario

Come tutti i documenti ufficiali, anche un diploma medievale poteva essere falsificato. E in effetti ci sono pervenute numerose falsificazioni di documenti imperiali, papali, regi: la diplomatica è nata proprio al fine di accertare l'autenticità della documentazione giuridica medievale. Essa è stata così definita dal titolo della prima trattazione sistematica della disciplina, il De re diplomatica (Sulla questione dei diplomi) di un monaco benedettino francese, Jean Mabillon (1681). Tale disciplina, che nell'analisi del documento e nella ricostruzione delle cancellerie che lo produssero è affiancata da altre come la paleografia, la sigillografia (storia dei sigilli), la storia della lingua e del diritto, l'archivistica (storia degli archivi e delle istituzioni che li hanno creati), ha in comune con la filologia l'attenzione al testo. Il diploma di Ottone ci è giunto nell'edizione che ne diede uno studioso italiano di metà Seicento, Ferdinando Ughelli, sulla base di un manoscritto della Biblioteca Apostolica Vaticana (dunque non dell'originale disperso). Questa versione è stata integrata o corretta dagli editori mediante il confronto con un diploma dell'imperatore Enrico II (l004), conservato in originale nell'Archivio capitolare di Lucca, e consistente in una conferma della donazione del 962. L'accertamento dell'autenticità di diplomi come questo è all'origine del metodo di critica delle fonti, dunque della medievistica come disciplina scientifica. Nel corso dell'età moderna, via via che si passava da una definizione generica del Medioevo a un effettivo studio dello stesso, le fonti medievali furono oggetto di grande interesse. Molti letterati, politici, filosofi scrivevano la storia del passato attingendo soltanto a fonti narrative; o la storia del proprio tempo riferendo le loro dirette esperienze e magari utilizzando la documentazione cui avevano avuto accesso per i loro incarichi professionali. Lo studio dei molteplici resti del passato era praticato da filologi, collezionisti, archivisti, in una parola "eruditi". È però attraverso queste iniziative erudite dell'età moderna, e soprattutto dei secoli XVII e XVIII, che è nata e si è sviluppata l'esegesi delle fonti, dunque la storiografia critica attuale. Tale processo ha anch'esso un effetto sull'ignaro studente di storia medievale, che subisce inconsapevolmente l'originaria distinzione tra storiografia ed erudizione, le quali oggi convivono nella storia-scienza e nella storia-disciplina. Il manuale, infatti, da un lato è costruito come una narrazione continua, una storia generale, rispettosa delle periodizzazioni tradizionali e delle cesure politiche; dall'altro si sforza di dar conto della multiforme ricerca scientifica, che ha come oggetto singole aree geografiche, segmenti cronologici minimi, tematiche specifiche. 3.5 Un mulino amalfitano nell’XI secolo (la fonte documentaria: il contratto notarile) Nell'Archivio di Stato di Napoli era conservata una pergamena scritta in una particolare grafia detta curiale amalfitana. La pergamena fu distrutta dal fuoco nel 1943, quando i documenti più preziosi dell'Archivio napoletano, messi al riparo dai bombardamenti in una villa presso Nola, furono incendiati da una pattuglia di soldati tedeschi. Fortunatamente, essa era stata pubblicata da Riccardo Filangieri nel 1917. Il documento è un contratto privato del 1 0 34: si tratta una permuta (scambio di beni) tra Maria e suo padre Giovanni: Maria cede la parte di un mulino ad acqua sito in Atrani, centro vicinissimo ad Amalfi, in cambio di una cassa e una coperta di lana. Alcune lettere o intere parole non erano leggibili: esse sono state riportate, secondo una convenzione delle edizioni critiche, tra parentesi quadre. L'editore ha integrato le parti illeggibili sulla base di documenti simili. Ciò è stato possibile perché, come il diploma di Ottone, un contratto come questo, redatto non da un cancelliere ma da un notaio, era scritto in un linguaggio ricco di formule fisse. Anche oggi, transazioni di questo genere sono redatte dai notai secondo modelli raccolti in formulari, ormai memorizzati nel computer. Il notaio è un professionista della scrittura che gode della pubblica fiducia, sicché egli è in grado di dare validità e pubblicità agli atti che scrive. Si tratta di una delle più originali creazioni del Medioevo. Ad Amalfi era detto scriba , oppure, a partire dalla seconda metà dell'XI secolo, curiale.

Nel Medioevo, i notai si tramandavano l'un l'altro una serie di forme che garantivano l'autenticità dei loro atti: dalla grafia, che ad Amalfi assunse caratteristiche veramente particolari (la curiale amalfitana è una grafia usata soltanto dai curiali, difficilmente leggibile da parte di chi non apparteneva a quella categoria), alle formule del testo. Che cosa possiamo ricavare di interessante da questo contratto, simile a centinaia di migliaia che affollano gli archivi europei dal basso Medioevo all'età moderna? → Questo atto, se analizzato insieme a tanti altri della stessa zona e dello stesso tempo, può illuminare la società, l'economia, la mentalità amalfitana dell'XI secolo. Cominciamo dagli aspetti formali e giuridici: è evidente che tramite questa documentazione possiamo conoscere il "diritto privato" dell'epoca. Era questa una materia di cui il potere pubblico si disinteressava, e che era regolata da consuetudini locali, tramandate prima di tutto dai notai. Le regole da rispettare non rientravano dunque nelle competenze dello Stato, come avviene oggi. Nel Medioevo e oltre, fino a tutto il XVIII secolo, non era affatto così. Il diritto non era prodotto dallo Stato, ma dalla società stessa, che lo trasmetteva ai posteri e lo trasformava nel corso di secoli, in maniera diversa da zona a zona. Per esempio, Maria compie la permuta in piena libertà, così come probabilmente aveva fatto la madre col suo testamento. Entrambe avevano la stessa capacità giuridica di un uomo: erano infatti «di legge romana», seguivano cioè la tradizione giuridica di lontana ascendenza romana. A neanche 20 chilometri di distanza, a Salerno e nell'entroterra, le donne seguivano invece la tradizione longobarda, e per questo, al pari dei minori, non potevano compiere transazioni economiche senza la presenza di una sorta di "tutore" , chiamato con termine di origine germanica mundualdo (era il padre, il marito o un altro uomo della famiglia). L'atto è molto formalizzato, come abbiamo già detto, con differenze rispetto al documento pubblico. Le formule sono prolisse, perché ci si vuole cautelare da ripensamenti e da eventuali contestazioni. Nella parte finale si esplicita la sanzione prevista nel caso di inosservanza di quanto pattuito (è questa un'altra partizione del documento: la sanctio ), si parla di trenta bisanti (moneta d'oro bizantina) che Maria deve versare se non rispetta la transazione. La somma è assolutamente sproporzionata rispetto al valore dei beni permutati. Ma l'atto non sarebbe stato valido senza una sanzione. L'atto, tra l'altro, era redatto in due originali, perché ciascuna delle parti conservava il suo: molti nel ducato di Amalfi avevano dunque un piccolo archivio personale. In tutt'Europa, in questi secoli, si assiste a una grande rivoluzione, che qui vediamo già compiuta: l'estensione della scrittura a una infinità di situazioni familiari, sociali, politiche. Le sottoscrizioni dei testimoni ci informano sul loro grado di cultura. È scritto in una lingua artificiale, abbiamo detto, che non è quella della vita quotidiana, ancora ritenuta indegna di essere messa per iscritto, ma non è neppure la lingua della Chiesa e della cultura. Essa ci documenta fenomeni fonetici tipici dei volgari meridionali, come l'oscillazione tra v e b di convenit/conbenit, tra d e r in reclaremus per declaremus, oggi ancora vivi nell'area linguistica napoletana. Il nostro atto va dunque analizzato con gli strumenti della storia della lingua italiana, della dialettologia, della lessicografia, ma è al tempo stesso fonte di informazioni per queste discipline per periodi, aree geografiche, contesti sociali che non ci hanno lasciato testimonianze scritte in volgare. In questo strano latino e negli schemi fissi della tradizione veniva costretta una realtà concreta, che è possibile ricostruire valorizzando tutti i dati presenti in contratti del genere: nomi di centri abitati e di località attestate per la prima volta, notizie di oggetti, arnesi, edifici, tecniche di coltivazione, tipologie di contratti di lavoro, verbali di assemblee della comunità del villaggio, accordi tra il signore del luogo e gli uomini a lui soggetti. Qui la notizia più interessante è la cessione di una parte del mulino ad acqua. Il confronto con altri atti dello stesso genere prova infatti che nel ducato di Amalfi la proprietà dei mulini era divisa in quote. Esse non erano indicate in quantità ma in durata: la defunta madre d i Maria possedeva i l mulino per due mesi meno cinque giorni.