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Mi racconti? Marco Dallari, Sintesi del corso di Pedagogia dell'infanzia e pratiche narrative

Riassunto del libro di Marco Dallari, fedele e affidabile per l’esame

Tipologia: Sintesi del corso

2024/2025

In vendita dal 09/11/2025

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Mi racconti?
Marco Dallari
Introduzione
Marco Dallari apre il suo testo ricordando che ogni narrazione è, prima di tutto, una
relazione.
Quando un adulto legge una storia a un bambino, non gli trasmette solo parole o
immagini, ma una forma di attenzione affettiva, un atto di cura e di mediazione. La voce
che narra diventa ponte tra mondo interiore e realtà esterna: la lettura è dunque un
incontro fra due menti che condividono emozioni, immaginazione e senso.
La narrazione non serve solo a intrattenere, ma a costruire significato e identità:
permette di rielaborare esperienze, dare ordine al caos e ricostruire la memoria. È la forma
più antica di trasmissione culturale, e continua a essere oggi una pratica fondamentale per
educare all’ascolto, alla riflessione e alla relazione.
Dallari sottolinea che raccontare significa anche integrare parola, gesto e immagine. La
voce è ritmo e respiro, l’immagine è pensiero visivo, e la parola unisce entrambe in una
struttura simbolica. La pedagogia narrativa si fonda su questa unità di linguaggi, perché la
mente umana è intrinsecamente multimodale: pensiamo per immagini, suoni, storie.
Bambini simbolici
L’uomo, secondo Ernst Cassirer, non vive solo in un universo fisico, ma in un universo
simbolico, fatto di linguaggio, mito e arte: sono questi i fili che tessono la trama della
nostra esperienza.
Per questo Cassirer definisce l’uomo come animal symbolicum, non più solo animal
rationale: la nostra umanità si fonda sulla capacità di creare e comprendere simboli.
La competenza simbolica
La filosofa Susanne Langer, ispirata da Cassirer e John Dewey, amplia il concetto
sostenendo che:
la competenza simbolica riguarda l’interazione fra tutti i codici: parola, immagine,
suono, gesto;
questi codici cooperano nella costruzione del pensiero e della relazione;
non esistono confini rigidi tra linguaggi diversi, perché il pensiero nasce proprio
dalla loro integrazione.
Secondo Langer, comprendere l’arte non è un atto spontaneo o solo “di sensibilità”, ma un
processo cognitivo fondato sulla padronanza del codice simbolico.
Capire un’opera d’arte, una musica o un racconto significa riconoscere il linguaggio che
li struttura.
1 Flavia Gambero
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Mi racconti?

Marco Dallari

Introduzione

Marco Dallari apre il suo testo ricordando che ogni narrazione è, prima di tutto, una relazione. Quando un adulto legge una storia a un bambino, non gli trasmette solo parole o immagini, ma che narra diventa ponte tra mondo interiore e realtà esterna: la lettura è dunque un una forma di attenzione affettiva , un atto di cura e di mediazione. La voce incontro fra due menti che condividono emozioni, immaginazione e senso. La narrazione non serve solo a intrattenere, ma a costruire significato e identità : permette di rielaborare esperienze, dare ordine al caos e ricostruire la memoria. È la forma più antica di trasmissione culturale, e continua a essere oggi una pratica fondamentale per educare all’ascolto, alla riflessione e alla relazione. Dallari sottolinea che raccontare significa anche voce è ritmo e respiro, l’immagine è pensiero visivo, e la parola unisce entrambe in una integrare parola, gesto e immagine. La struttura simbolica. La pedagogia narrativa si fonda su questa unità di linguaggi, perché la mente umana è intrinsecamente multimodale: pensiamo per immagini, suoni, storie.

Bambini simbolici

L’uomo, secondo Ernst Cassirer , non vive solo in un universo fisico, ma in un universo simbolico , fatto di linguaggio , mito e arte : sono questi i fili che tessono la trama della nostra esperienza. Per questo Cassirer definisce l’uomo come animal symbolicum , non più solo animal rationale : la nostra umanità si fonda sulla capacità di creare e comprendere simboli.

La competenza simbolica La filosofa Susanne Langer , ispirata da Cassirer e John Dewey , amplia il concetto sostenendo che:

  • la competenza simbolica riguarda l’interazione fra tutti i codici : parola, immagine, suono, gesto;
  • • questi codicinon esistono confini rigidi tra linguaggi diversi, perché il pensiero nasce proprio cooperano nella costruzione del pensiero e della relazione; dalla loro integrazione. Secondo Langer, comprendere l’arte non è un atto spontaneo o solo “di sensibilità”, ma un processo cognitivo fondato sulla padronanza del codice simbolico. Capire un’opera d’arte, una musica o un racconto significa riconoscere il linguaggio che li struttura.

L’inizio dell’avventura simbolica: la fase dello specchio Il percorso simbolico del bambino nasce molto presto. Per specchio Jacques Lacan : prima vive l’immagine riflessa come misteriosa, poi la riconosce come, già dal sesto mese il bambino comincia a riconoscersi nello sé stesso (verso l’anno e mezzo). Questa scoperta gli permette di:

  • sviluppare la consapevolezza di sé ;
  • percepirsi anche fuori dal proprio corpo , attraverso immagini, disegni, fotografie, oggetti. È l’avvio della fase dello specchio , in cui nasce l’ immaginario e il bambino entra pienamente nel mondo simbolico.

Dall’immagine alla parola: l’Iconic Turn Nel mondo contemporaneo, come ricorda Gottfried Boehm , viviamo una “ svolta iconica ” ( le Iconic Turn immagini ): assumono un ruolo centrale nella costruzione della conoscenza e nella Visual Culture , integrandosi con le parole in tutti i media. Educare oggi significa dunque sviluppare nei bambini:

  • la competenza simbolica visiva e verbale;
  • il piacere di usare i codici (linguistici, artistici, corporei);
  • l’equilibrio tra principio di piacere e principio di realtà (Freud). L’educazione simbolica e narrativa Aiutare i bambini a costruire un’identità “compiutamente umana” significa offrirgli:
  • ambienti ricchi di linguaggi (parola, immagine, musica, gesto);
  • la possibilità di trascodificare tra i diversi linguaggi;
  • esperienze di scambio simbolico e narrazione condivisa. Gli albi illustrati , i disegni , le opere d’arte e le canzoni diventano strumenti di relazione educativa e di crescita identitaria. Dallari cita la canzone di narrazione da cantare, giocare e rappresentare insieme, per unire “Era una casa molto carina” di Vinícius de Moraes gioco e racconto come esempio.

Lo stile narrativo (Pier Cesare Rivoltella) Secondo Pier Cesare Rivoltella , adottare uno stile narrativo nell’educazione significa:

  • • privilegiare un tonodare spazio a divagazioni, metafore, giochi linguistici affabulatorio , non prescrittivo; ;
  • far sì che il racconto diventi strumento cognitivo e metacognitivo. Raccontare, dice Rivoltella, permette di prendere coscienza di sé e del mondo: “Attraverso la narrazione ciascuno scopre sé stesso, si comprende, fa esperienza di sentirsi vivo.”

Allarme trascuratezza emotiva (Alice Miller) L’uso eccessivo di schermi come surrogato relazionale può indebolire competenze simboliche a) scarsa attenzione e relazionali prolungata (debole. Segnali frequenti: pensiero sequenziale ); b) ipercinesia ; c) ricerca di autoaffermazione in forme “sbagliate” (bullismo, narcisismo). Antidoto: raccontare e giocare insieme (albi illustrati, parole, immagini, suoni).

Continuità gioco ↔ narrazione Crescendo, la narrazione conserva le funzioni del gioco: regola e alimenta l’immaginarioRisorsa .: storie, albi e media aprono all’ altrove (fantastico/magico/spaesante).

  • Limite : senza mediazione adulta di qualità , si interiorizzano stereotipi e banalità. La messa in scena partecipata (chiedere il significato di parole, descrivere scene, commentare illustrazioni) fa percepire il racconto come piacevole quanto il gioco. Freud: coazione a ripetere ed empowerment La ripetizione di giochi e storie aiuta a elaborare traumi e paure; i bambini chiedono la stessa narrazione finché interiorizzano e sentono controllo (empowerment) su sé e realtà. Winnicott Copertina/orsacchiotto: oggetto transizionale ecc. facilitano la e linguaggio transizione dalla fusione madre-bambino al riconoscimento dell’ esteriorità. Le parole diventano oggetti simbolici condivisi, ma mantengono anche un’area intima (uso transizionale del linguaggio). Va preservata la funzione poetica del linguaggio: creatività, gioco , bellezza nella alfabetizzazione e nella competenza narrativa (evitare derive didascaliche/moralistiche che spengono il piacere).

Le sette caratteristiche del racconto

1️ Il racconto abitua il bambino a. La dimensione logico-sequenziale ordinare gli eventi in modo coerente, a riconoscere cause e conseguenze La struttura narrativa, che può essere, a capire cosa viene prima e dopo lineare (dall’inizio alla fine, come nelle fiabe) o. circolare (che ritorna su sé stessa), sviluppa una forma di impara a collegare gli avvenimenti e a ricostruirne il senso. pensiero logico e di inferenza : il bambino Questa capacità costruisce una metacognitiva : serve a riflettere sul proprio modo di pensare e di capire il mondo. mappa mentale coerente , che Dallari definisce una funzione Come sottolinea autobiografica , perché insegna a collegare Andrea Smorti , la forma narrativa è ciò che permette la nascita della passato, presente e futuro. coscienza

(^2) Le narrazioni aiutano a costruire la percezione di. La dimensione spazio-temporale spazio e tempo. Lo prossimità e distanza spazio si scopre attraverso il corpo e l’esperienza diretta: quando un bambino gattona, esplora, e impara a rapportarsi all’ambiente. Il nel tempo tempo , invece, è una costruzione mentale: il racconto gli dà forma, perché ogni storia si sviluppa. Secondo dando vita a un’ Paul Ricoeurintelligenza narrativa , il racconto organizza il tempo umano in che rende possibile la progettualità e la memoria. passato, presente e futuro , Attraverso le storie, il bambino comincia a percepire se stesso vive, ricorda e attende. nella durata , come soggetto che

3️ Le storie parlano sempre. La dimensione analogico-metaforica per immagini e metafore , e questo tipo di linguaggio apre alla conoscenza sensibile Come scrive Baumgarten e all’, l’estetica è “sapere attraverso i sensi”: grazie alla metafora, il bambino educazione estetica. può profondo. esprimere emozioni e vissuti difficili (come paura, rabbia o abbandono) in modo indiretto ma Ogni personaggio diventa Turchina è cura ma anche fragilità, il simbolo polivalente Gatto e la Volpe : il Grillo Parlante rappresentano il è coscienza e rigore, la principio di piacere Fata. La metafora, quindi, non è solo abbellimento, ma l’intuizione e la comprensione del sé e degli altri. strumento di pensiero che favorisce l’empatia,

(^4) Il racconto è come un. La dimensione rizomatica rizoma , una radice che cresce in orizzontale e si collega ad altre. Ogni storia genera ramificato e intertestuale collegamenti. , richiama altre storie, immagini o ricordi personali: è un pensiero Secondo musica, gesto) e costruisce conoscenza in modo Deleuze e Guattari , il pensiero rizomatico unisce linguaggi diversi (parola, immagine, non lineare ma reticolare. Dallari lo collega anche a associazioni e pensieri laterali, che non sono “distrazioni”, ma Bachtin, Kristeva e Calvino : leggere un racconto può far nascere forme di apprendimento creativo. Così il bambino impara che la conoscenza non è un percorso unico, ma una rete di connessioni. 5️ Ogni narrazione è anche un. La dimensione affettivo-emozionale luogo di emozioni. Ascoltare o raccontare una storia aiuta il bambino a sente. riconoscere, nominare e controllare ciò che Come spiega luce e crea relazione. Eugenio Borgna , le emozioni non devono restare nascoste: la parola le porta alla Attraverso le storie, le e consapevoli. emozioni immediate (come paura o gioia) diventano sentimenti più duraturi Si forma così la la capacità di esprimere la propria sensibilità in modo autentico. competenza emotiva , che è la base dell’ empatia e della poetica personale : cioè

Pragmatica della relazione narrativa: come si racconta

Raccontare a un bambino è, prima di tutto, un atto di cura. Non significa “aggiustare” qualcosa che non va, ma prendersi carico dell’altro con attenzione e calore, accompagnandolo verso una maggiore autonomia. Come ricorda Luigina Mortari , la cura è un gesto che emancipa ; e con Heidegger potremmo dire che non è solo “procuro cose” ( di ritrovarsi ( Fürsorgen ). Besorgen ), ma apro all’altro la possibilità Questa forma di cura si fonda su una ragione narrativa , cioè un modo di pensare che intreccia emozione e cognizione e trasforma il racconto in uno stile relazionale. Dallari parla di “ pragmatica della narrazione per ricordare che raccontare non è semplicemente leggere ad alta voce, ma abitare la storia con il corpo, la voce e lo sguardo. Il racconto è un clima emotivo (^) che rende possibile l’ascolto e la comprensione. atto comunicativo situato e corporeo , in cui il narratore costruisce un L’educatore deve imparare a modulare la voce , usare il silenzio , valorizzare le pause e i gesti , creando un ritmo che accompagna l’attenzione del bambino. La voce si educa , non è un destino: contano la respirazione, il tono, le sfumature, la musicalità del discorso. Anche la gestualità e la piccola drammaturgia contribuiscono a rendere vivo il racconto. Secondo Bateson , la narrazione è la struttura che connette : unisce persone, eventi e significati, costruendo comunità. Per Bruner , invece, le storie sono “ un affare serio ” perché danno forma alle rappresentazioni del mondo e all’ identità personale : possiedono sequenzialità , concretezza , intenzionalità e una opacità referenziale che trasforma i personaggi in modelli simbolici. Quando un adulto racconta con cura, crea un impara ad aspettare , a seguire il filo della storia campo affettivo protetto , passando dal principio di piacere in cui il bambino al principio di realtà. La cura originaria si trasferisce così sul piano simbolico – nelle parole, immagini, voci e gesti – e il bambino, per imitazione, può diventare narratore a sua volta. Dallari ricorda che il racconto è un atto di cura perché risponde a un bisogno profondo: essere ascoltati e riconosciuti. Anche le sonori di Bussolati narrazioni non verbali , mostrano che raccontare significa anche, come la poesia metasemantica di Maraini giocare con i suoni, con il o gli albi ritmo e con la musicalità del linguaggio. La phoné , la voce viva di cui parla Cavarero , precede la parola scritta: ogni storia vive pienamente solo quando ha un fiato, un corpo e una relazione.

L’albo illustrato

Per molto tempo, soprattutto durante il periodo del comportamentismo , l’immagine era considerata qualcosa di poco utile al pensiero: la mente era vista come una “macchina linguistica”, dove solo le parole contavano davvero. Autori come Watson arrivarono addirittura a dire che bisognava “fare piazza pulita dell’immaginazione”. Con il tempo però, grazie alla psicologia della Gestalt , alle scienze cognitive e agli studi di autori come Rudolph Arnheim , questa visione è cambiata. Arnheim dimostra che ogni percezione è anche pensiero , e che vedere significa già comprendere. Il linguaggio visivo, quindi, non è decorativo: è un vero strumento cognitivo , capace di tradurre concetti e relazioni che le parole da sole non riescono a rendere. Da qui nasce l’idea che parole e immagini non siano mondi separati , ma linguaggi che collaborano pensiero si costruisce attraverso l’incontro tra. È quello che Dallari spiega parlando dell’albo illustrato: un luogo dove il testo e immagine , che insieme producono un linguaggio nuovo, più ricco e più profondo. Anche Lyotard sottolinea il valore di questo incontro: la parola e la figura non servono solo a chiarirsi a vicenda, ma a creare uno scarto interpretativo , un piccolo cortocircuito che accende la curiosità e stimola il pensiero analogico , cioè quella forma di comprensione che unisce logica, emozione e immaginazione. In questo senso l’albo illustrato non serve a “spiegare meglio” una storia, ma a farla sentire , ad aprire spazi di senso che il bambino deve esplorare con la mente e con lo sguardo. Anche Antonio Faeti insiste su questo legame: “le parole si stringono alle immagini”. Saper vedere e dire ciò che si vede arricchisce il linguaggio e il pensiero. Quando l’immagine diventa parte del racconto, il bambino non si limita a riconoscere oggetti, ma interpreta esprimersi., immagina , rilegge : e così amplia anche il suo lessico e la sua capacità di

Per questo Dallari distingue il libro illustrato dall’ albo illustrato. Nel libro illustrato, il testo è completo e le immagini servono solo ad accompagnarlo; nell’albo illustrato, invece, parola e immagine si completano a vicenda , creano un linguaggio nuovo — quello che alcuni artisti chiamano verbovisuale — che coinvolge entrambi gli emisferi cerebrali e stimola moltissime aree cognitive. In fondo, l’albo illustrato mostra che intrecciano. Le parole danno ritmo, le immagini creano emozione e profondità; insieme vedere e leggere sono due gesti che si allenano la mente a pensare in modo più flessibile, creativo e sensibile. Per questo leggere un albo di qualità non è un semplice passatempo: è un’esperienza di educazione estetica e cognitiva , che aiuta bambini e bambine a costruire un linguaggio più ricco e una visione più piena del mondo.

Ma i silent “dicono” emozioni? Perry Nodelman è scettico: per lui mostrano azioni più che sentimenti. Terrusi ribatte: proprio il silenzio rallenta/accelera il tempo e fa emergere sfumature emotive , metamorfosi sentimenti e significati , sincronie —in sintonia con ilci sono eccome, solo che passano attraverso pensiero filosofico infantile ritmo,. In breve: inquadratura, luce, ripetizione, variazione, dettaglio. Perché è formativo

  • Allena narrazione (sequenze, causa-effetto), lessico visivo e visual literacy.
  • Potenzia empatia e theory of mind (leggo gli stati interni dai segni esterni).
  • Rafforza funzioni esecutive (attenzione sostenuta, memoria di lavoro,
  • inibizione/attesa).È inclusivo : funziona con plurilingui, neoarrivati, gruppi misti d’età. Come leggerlo (micro-metodo pratico)
  1. Primo giro in silenzio : solo sguardi e dita che seguono; respirate il ritmo.
  2. Secondo giro, co-narrazione : l’adulto evoca , non “interroga”. Domande aperte : “Cosa noti?”, “Cosa cambia qui?”, “Che faccia ha?”, “Dove andiamo dopo?”.
  3. Terzo giro, voce ai bambini accettano versioni multiple .: ognuno “prende” una pagina e la racconta; si
  4. Rimessa in cerchio : ricostruite la sequenza con etichette/icone; titolo collettivo; eventuale didattizzazione (scrittura breve, fumetto, storyboard).
  5. Connessioni : agganci a arte (Hokusai), geografia (il fiume), educazione civica (migrazioni), musica (suoni immaginati).

Burattini il teatro di figura come ponte tra gioco simbolico e narrazione

I e la burattini narrazione (e le marionette) sono l’anello più evidente tra il. Nel teatro di figura – l’ombrello che oggi raccoglie burattini a guanto e a gioco simbolico del bambino bastone, marionette a fili, pupazzi, oggetti, ombre, silhouette, teatro nero, fino al Bunraku giapponese – la storia prende corpo attraverso cose che diventano personaggi. Il linguaggio è altamente sensibile, estetico e corporeo : voce, ritmo, materiali, luci e gesti sono parte della trama. Negli anni ’70 in Italia il “ teatro ragazzi ” ha dato una spinta decisiva a queste forme. A Parma, il offre laboratori Castello dei Burattini – Museo Giordano Ferrari dove si impara davvero a costruire e animare (dal racconta la tradizione e buratto alla testa e agli accessori), formando insegnanti ed educatori: narrare qui significa progettare, costruire, dare voce e movimento. Sul piano storico, il teatro di figura affonda le radici nelle maschere antiche (tragedia/commedia greca, atellane romane), fino alla svolta dei pupazzi in gommapiuma a fine anni ’60 (pensiamo ai Muppet o al nostro Topo Gigio ): più espressività facciale , più spettacolo immediatezza dal vivo per i piccoli spettatori, senza perdere la dimensione artigianale dello – preziosa alternativa alla fruizione “a schermo”.

Perché usarli a scuola

  • Ponte con il gioco simbolico : i bambini negoziano ruoli, regole, mondi possibili.
  • Multimodalità : voce, gesto, materiali → inclusione e attenzione.
  • Linguaggio ed emozioni : ampliano lessico, prosodia, regolazione emotiva.
  • Pensiero flessibile : un cucchiaio può essere remo, antena, spada → si allena la plasticità cognitiva.

Kamishibai: il “teatro di carta” tra immagini, voce e tempi educativi (con

SUPSI)

Il Kamishibai è un piccolo teatro di legno ( il narratore legge il testo sul retro, fa butai ) in cui si sfogliano tavole illustrate : scorrere le immagini sul fronte e regola ritmo e intonazione. Nato come forma itinerante in Giappone (tra anni ’20 e ’50; antenati: e-toki , emakimono , lanterna magica , utsushi-e , tachi-e illustrato ), è un ibrido perfetto tra e spettacolo : immagini, voce, albo pausa, sguardo. Il suo valore didattico oggi è ampiamente riconosciuto anche nella ricerca. La professionale della Svizzera italiana SUPSI – Scuola universitaria (Dipartimento formazione e apprendimento) ha dedicato un Quaderno monografico all’uso del Kamishibai in tirocinio e ricerca, evidenziandone la forza in contesti plurilingui : la narrazione lenta e ritmata aiuta comprensione, anticipazioni, riconoscimento dei personaggi e apprendimento multimodale delle lingue (Kappler, 2022, DFA-SUPSI). In pratica: il Kamishibai fa spazio mentale ; il pubblico ha tempo per osservare, ipotizzare, collegare – insieme. Perché funziona (in classe e nei servizi 0– 6️ )

  • Ritmo governabile : l’adulto può sostare su una tavola, tornare indietro, accelerare.
  • Coerenza visiva : sequenze chiare, inquadrature che guidano lo sguardo (come nel cinema).
  • Accessibilità linguistica : perfetto per L2 , classi multilingui e CPIA ; si può narrare in due lingue o alternare parole-suono e silenzio.
  • Clima emotivo sostiene autocontrollo : cornice fisica (il butai) = e attesa. spazio rituale che concentra l’attenzione,