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Il file Focus sulla narrativa italiana del Novecento, con una sezione dedicata ai poeti traduttori e un'altra a 4 romanzi: Il fu Mattia Pascal, La luna e i falò, Diceria dell'untore e Il giorno della civetta.
Tipologia: Sintesi del corso
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Nato a Girgenti da una famiglia borghese di tradizioni risorgimentali e garibaldine. Compie i suoi studi a Palermo, Roma e Bonn. Nel 1892 torna a Roma dove inizia a pubblicare le prime opere ( L’esclusa, Amori senza amore ) e sposa in un matrimonio d’interesse Maria Antonietta Portulano. Successivamente, inizia la carriera accademica al Magistero, ma i disturbi nervosi di cui soffriva la moglie e i problemi economici dello stesso Pirandello, lo portano a impartire lezioni private e a pubblicare incessantemente altre opere: novelle, romanzi e opere teatrali. Allo scoppio della Prima guerra mondiale, il figlio Stefano sarà fatto prigioniero dagli austriaci, e questo coincide con la scrittura di opere per il teatro: I quaderni di Serafino Gubbio operatore, Il berretto a sonagli, Così è se vi pare, Il piacere dell’onestà; opere che confluiranno nella raccolta “Maschere nude”. Ma il successo teatrale arriva nel 1921 con Sei personaggi in cerca d’autore e la pubblicazione di una trilogia sul metateatro, fra cui figurano anche Ciascuno a suo modo e Questa sera si recita a soggetto. Il successo teatrale assunse delle connotazioni internazionali che Pirandello dovette servirsi del fascismo, pertanto si parla di un rapporto ambiguo col regime fascista: se da un alto si serve del regime per portare avanti un’idea di teatro nazionale, dall’altro ne I giganti della montagna, critica l’emergere della dittatura. Vince il Nobel due anni prima la sua morte, avvenuta nel 1936. Temi e poetica Vitalismo : contrasto tra vita e forma. Fonti: Simmel, Bergson, Binet, lettura critica di Tilgher. La vita è vista come un caos, un flusso incessante che non ha fine; la forma sono le condizioni sociali che cristallizzano la vita dell’uomo e sono dovute alle convenzioni sociali alle quali l’uomo si attiene, ma che, secondo Pirandello, uccidono quella che è la vera identità dell’uomo. Tuttavia, può succedere che all’improvviso un avvenimento casuale rompa con le abitudini di tutti giorni e porti l’individuo ad essere consapevole di vita e forma. Questa scoperta è un’ epifania : manifestazione di una verità nascosta che porta il personaggio pirandelliano a rendersi conto di questa contraddizione e a guardare la vita dal di fuori. Questi raggiungerà la consapevolezza di questa contraddizione che lo trasformerà dunque in una sorta di maschera nuda, cioè una maschera che è consapevole di portare tale maschera. Solo il folle riesce talvolta a liberarsi dalla maschera, riuscendo così ad avere un’esistenza autentica e vera Questo indebolimento dell’io coincide con la nascita della società di massa: l’industria, la burocrazia sono macchine spersonalizzanti, la famiglia e la società sono viste come una «trappola» o «stanza della tortura». Fuga possibile nell’irrazionale. Eroe estraniato, filosofia del lontano. Relativismo conoscitivo : la realtà è molteplice e relativa, non universale. Gli uomini nascono liberi ma il Caso interviene nella loro vita precludendo ogni loro scelta in una società precostituita dove ad ognuno viene assegnata una parte secondo la quale deve comportarsi. Ciascuno è obbligato a seguire il ruolo e le regole che la società impone, anche se l'io vorrebbe manifestarsi in modo diverso: solo per l'intervento del caso può accadere di liberarsi di una forma per assumerne un'altra, dalla quale non sarà più possibile liberarsi per tornare indietro, come accade al protagonista de Il fu Mattia Pascal. L'uomo dunque non può capire né gli altri né tanto meno sé stesso, poiché ognuno vive portando una maschera dietro la quale si agita una moltitudine di personalità diverse e inconoscibili. Il modello a cui si ispira Pirandello è l’Amleto di Shakespeare che è tormentato dall’eterno dilemma “essere o non essere,” come l’uomo moderno che è tormentato dai dubbi. C’è una costante interrogazione in tutta la produzione, così che i personaggi sono dei perenni “raisonneur”. Umorismo : nel trattato “l’Umorismo” Pirandello fa una distinzione tra comico “avvertimento del contrario” e umorismo “sentimento del contrario” attraverso l’esempio della vecchia: immaginiamo di vedere una vecchia vestita in modo giovanile come se fosse una ragazza. La prima cosa che ci viene da fare è sorridere perché avvertiamo che la donna è diversa da come dovrebbe essere. L’avvertimento del contrario ci causa il sorriso: questa è la comicità. Ma se provassimo a riflettere sulle cause che hanno spinto la donna a vestirsi in quel modo magari scopriremmo qualcosa di più triste: forse ha un compagno più giovane di lei, e quindi in questo modo si illude di poter apparire più giovane e di potersi tenere suo marito più stretto, o magari è una donna che non accetta di invecchiare e si lega all’esteriorità pensando di sembrare più giovane. Pensandola in questo modo, non esce più un riso superficiale, ma qualcosa di triste che si nasconde dietro
qualcosa che inizialmente faceva ridere. La riflessione fa scattare il sentimento del contrario che è diverso perché ci coinvolge emotivamente perché e in fondo ci tocca tutti: da questo sorriso amaro emerge l’ umorismo. Le opere di Pirandello sono umoristiche, in quanto nascono dal sentimento del contrario e inducono alla riflessione. Tale saggio è anche un’accusa a Croce, nella sua distinzione tra etica ed estetica. C’è una relazione con la polifonia e il carnevalesco di Bachtin. I romanzi Marta Ajala (1893) poi L’esclusa (1903): legami con il Naturalismo nella materia (donna accusata di tradimento) e nell’impianto narrativo (narrazione in terza persona); realtà solo soggettiva, polemica con il determinismo naturalista: cerca di stravolgere il Naturalismo dall’interno. I vecchi e i giovani (1913): romanzo storico (Fasci siciliani, Banca Romana); scontro generazionale; la storia non conclude, umorismo. Suo marito (1911): incomunicabilità e focalizzazione alternata. Si gira (1915) → Quaderni di Serafino Gubbio operatore (1925): eroe estraniato alla vita e trionfo della macchina; conclusione: «silenzio di cosa» di Serafino e reificazione dell’artista. In un momento in cui i futuristi, e in generale tutta una tradizione ottocentesca e positivistica, esaltavano le macchine e la tecnologia come fattori rivoluzionari di progresso e di miglioramento sociale, Pirandello svolge, al contrario, una polemica contro la macchina, colpevole di mercificare la vita e l’arte. La meccanizzazione ha tolto la possibilità di dare un senso al fluire della vita: è forse questo il significato dell'afasia di cui rimane vittima Serafino Gubbio a causa dello shock per aver assistito all'orribile spettacolo dell'uomo sbranato da una tigre mentre continuava a riprendere la scena.
La coscienza di Zeno Innovativa è la struttura del romanzo, costruito ad episodi e non secondo una successione cronologica precisa e lineare. Il narratore è il protagonista, Zeno Cosini, che ripercorre 6 momenti della sua vita all'interno di una terapia di psicoanalisi. La Coscienza si apre con la Prefazione del dottore psicoanalista, il dottor S, che presenta il memoriale del suo paziente, Zeno, come un cumulo di verità e di bugie. Zeno si è sottratto alla psicoanalisi e il medico per vendetta ha deciso di pubblicare la sue memorie. Ne consegue che il diario non sia interamente veritiero in quanto Zeno crede di essere guarito: il lettore si trova di fronte ad un narratore inattendibile. Inoltre, anche il dottor S trasgredisce il segreto professionale risultando quindi inaccettabile dal punto di vista etico. Ci troviamo di fronte ad una realtà inafferrabile e ad un romanzo che risulta un’opera aperta. Il protagonista non rivela sé stesso attraverso ciò che fa o dice, ma attraverso quelli che sono manifestazioni inconsce, cioè le tappe della sua malattia: prima la dilazione, che invece gli permette di godersi continuamente l’ultima sigaretta; poi la rimozione: Zeno manifesta un complesso edipico e un rapporto ostile col padre; in seguito, viene mostrato il rapporto conflittuale con la sfera femminile, evidenziato dalla ricerca di un’amante. Nel capitolo conclusivo chiamato Psico-analisi , la vicenda torna ad essere situata nel tempo dello Zeno che scrive. Egli ha attraversato l’esperienza della psicanalisi rimanendone deluso e afferma di essere guarito grazie al fatto di essere divenuto un profittatore di guerra, cioè adeguandosi ad una società insana. Alla fine, Zeno fa le sue considerazioni sulla vita, che dice essere inquinata alle radici. Solo una catastrofe prodotta dagli ordigni potrà liberare la terra dalle malattie. Svevo è abile nel capovolgere il rapporto tra sanità e malattia: la realtà borghese che si autorappresenta come sana, viene smascherata come malata. Alla fine, il protagonista crede di essere guarito solo perché si è inserito fra i “normali”. Ma in realtà saranno proprio loro a portare il mondo alla distruzione. Svevo risulta antifrastico poiché se la guarigione comporta un adattamento a una vita malata, meglio restare malati. L’ inetto conserva infatti i valori del desiderio, invece repressi nel mondo dei sani. L’inetto ne risulta rivalutato: Zeno è comunque un vincitore perché alla fine è riuscito a guadagnare, seppur in nero, e a adattarsi al suo ambiente (alla base di ciò c’è Darwin). Il romanzo conclude la serie di opere sul tema dell'inettitudine iniziato in Una vita e sviluppato in Senilità : a differenza dei suoi predecessori, Nitti e Brentani, Zeno Cosini riesce a superare la malattia ribaltando proprio il rapporto tra sanità e malattia, prendendo coscienza delle sue imperfezioni e sperimentando nuove forme d’esistenza.
Tozzi nasce a Siena, da un contadino proprietario di una trattoria con il quale avrà un rapporto conflittuale e violento e che segnerà la sua produzione artistica. Perduta la madre, fece studi irregolari ed ebbe una giovinezza inquieta. Per lungo tempo misconosciuto, Federigo Tozzi è stato rivalutato solo negli anni ‘60 ed è ormai considerato uno dei più importanti narratori italiani del Novecento. La causa di questo ritardo è probabilmente da individuare in un'errata interpretazione delle sue opere, fino ad allora genericamente ricondotte nell'ambito del verismo. Solo la recente critica ha capovolto la visione di un Tozzi realista proponendolo come scrittore di stampo psicologico e vicino al simbolismo. Nella sua opera la modernità si confronta con la vita della provincia, in cui l'antica società contadina si intreccia con l'ambiente piccolo borghese. La sua scrittura scaturisce da una base autobiografica e da una visione del mondo di tipo naturalistico, che ha in Verga e Dostoevskij i suoi punti di riferimento. Tuttavia, diversamente dal verismo e dal naturalismo, Tozzi osserva nella realtà un'essenza carica di odio, della quale non si comprende l'origine. Il Dio di Tozzi è un Padre terribile che resta assurdo ma minaccioso, ed è figura del padre biografico. La poetica di Tozzi emerge da un articolo intitolato Come leggo io che esplicita la necessità di svuotare la trama tradizionale e virare verso la poetica del “qualsiasi misterioso atto nostro”, cioè gli atti quotidiani e banali nei quali si esprime l’oscillazione degli stati psicologici del soggetto. Questa oscillazione degli stati di coscienza, impressa poi nella pagina, deriva da William James. Più che a Freud, la cultura psicologica di Tozzi è vicina a James e lo si vede nella narrazione che segue disordinatamente il flusso delle sensazioni e dei pensieri dei personaggi. Nello stesso tempo, però, Tozzi non intende dare conto solo dei sussulti della
psiche, ma vuole anche calarli in un contesto oggettivo di narrazione, con personaggi oggettivi e ambienti realistici. Da questa mistura ne deriva una tensione grottesca e deformante che può essere paragonata a quella di Kafka, autore a cui si accosta anche per i temi dell’inettitudine e del rapporto col padre. Sono i temi che emergono nel romanzo Con gli occhi chiusi , in cui parla dell’amore adolescenziale per una contadina e del conflitto col padre-padrone. Qui domina la scrittura sussultoria e onirica che rinvia alle soluzioni dell’Espressionismo. I romanzi del periodo romano sono invece più elaborati e avvertono l’influenza di Borgese e di Pirandello. I capolavori di questo periodo sono Il podere e Ricordi di un impiegato , entrambi autobiografici e basati sul tema dell’inettitudine. Spiccano anche Tre croci e Gli egoisti.
Gadda nasce a Milano nel 1893 da una famiglia borghese che alla morte del padre presto entra in rovina finanziaria. Questo comporterà dei durissimi sacrifici voluti dalla madre per mantenere un regime di vita adeguato alle apparenze della borghesia lombarda. Questa adolescenza vissuta tra austerità e anaffettività materna lo spinge persino a rinunciare ai poco redditizi studi letterari a favore degli studi ingegneristici voluti dalla madre. Questi elementi biografici saranno alla base della nevrosi gaddiana, in cui l’autore si scaglia contro un mondo di valori inautentici attraverso un sarcasmo mordente. Gli studi universitari vengono interrotti nel 1915 per la chiamata alle armi: la guerra rappresenterà un trauma sia per la cattiva gestione militare che per la perdita del fratello. È così che l’unico strumento utile a riscattare la delusione personale e patriottica diviene l’adesione al fascismo (poi rinnegato). Queste esperienze fomentano ancora di più la dichiarata misoginia e lo trascinano verso la misantropia degli ultimi anni. Trasferitosi a Roma, compie diversi viaggi all’estero, ma sarà l’incontro con l’ambiente fiorentino di Solaria ad incoraggiare la svolta verso la letteratura, che gli procurerà riconoscimenti di critica e pubblico. Gli ultimi anni sono caratterizzati dalla risistemazione delle proprie opere e dalla ricerca dell’isolamento. Linguaggio e visione del mondo L’attività dello scrittore è per Gadda una dura lotta con la realtà esterna, la quale avvolge e ingroviglia l’io fino a farne un elemento qualsiasi del disordine creato. La scrittura è dunque concepita da Gadda in termini non tanto letterari quanto filosofici, poiché aspira a conoscere la realtà più che rappresentarla (il suo non è un narrare, ma un mostrare attraverso le parole). Se la scrittura è conoscenza possibile della realtà, tuttavia l'unica realtà conoscibile per mezzo della lingua è la realtà linguistica. Ogni aspetto del reale ha il suo linguaggio: tecnicismi, linguaggio aulico, dialetto, latinismi, parole straniere vengono mescolati nello stile di Gadda per ricostruire ogni aspetto che configura la realtà. E questa accumulazione caotica, o pastiche, non è puro esibizionismo stilistico ma l’esito del rapporto dell’autore con la realtà. La conseguenza è una carica espressionistica che si fonda sull’ironia, la parodia e sul grottesco per criticare il caos e il non-senso del mondo. Ad esempio, è evidente che l’innalzamento stilistico-lessicale non vuole nobilitare la materia trattata ma, al contrario, vuole deriderla. Il comico viene trattato tragicamente e viceversa. Gadda distingue 5 maniere della propria scrittura: logica, ironica, seria, enfatica tragica e istrionica. Esse saranno fuse in una forma originale di polilinguismo. Dunque, se Manzoni aveva creato un romanzo italianizzato, Gadda ne crea uno dove si mescolano i dialetti. In questa rappresentazione della realtà in cui si cerca di inseguire il senso di essa, si finisce col perdersi: da qui deriva anche l’impossibilità di concludere le proprie opere. A questa soluzione Gadda cede con dolore e impotenza; ed è così che la letteratura non può far altro che registrare l’assurdità del reale, la stupidità della società borghese e il caos provocato dalla modernità. Opere L'insieme dell'opera di Gadda si presenta quale un caotico groviglio di abbozzi, tentativi, appunti, dove anche le prove più rifinite non sfuggono alla legge dell’incompiutezza che accomuna tutti i suoi scritti. Gli stessi racconti si definiscono spesso come porzioni di scritture più vaste e in molti casi i racconti sono davvero parti staccate da romanzi in formazione o residui di romanzi incompiuti. Le opere di Gadda possono essere ricondotte al campo della narrativa in modi assai diversi. Il Giornale di guerra e di prigionia esplicita il trauma del Gadda giovane idealista e rappresenta il suo passaggio dall’iniziale entusiasmo
Alberto Pincherle (vero nome di Moravia) nasce a Roma nel 1907 e studia da autodidatta a causa di una tubercolosi ossea che lo costringe a lunghi ricoveri in diversi sanatori alpini, dove legge molto. Nel 1927 lavora come giornalista, firmandosi ‘‘Pseudo’’ a causa dell’ostilità del regime fascista. Nel 1929 pubblica Gli indifferenti che riscuote molto successo. Nel 1941 sposa la scrittrice Elsa Morante. Dopo la guerra inaugura la cosiddetta ‘‘fase romana’’, di cui fanno parte romanzi come La romana e La ciociara. Nel 1960 pubblica il saggio La noia che denuncia la falsità della vita borghese. Muore a Roma nel 1990. Moravia è l’iniziatore del romanzo borghese. Egli rappresenta la crisi esistenziale e sociale della borghesia degli anni del fascismo e del dopoguerra. Gli antieroi moraviani hanno una dimensione esistenziale che l’autore analizza in modo analitico, ma anche con partecipazione, in quanto egli stesso di estrazione borghese. Così esistenzialismo e realismo, soggettività e oggettività si uniscono nei suoi romanzi. Se in una prima fase è vicino al realismo borghese con Gli indifferenti e Agostino , nella seconda si avvicina al Neorealismo: sono gli “anni romani” di La romana e La Ciociara , in cui appaiono personaggi popolari che rappresentano un’alterità positiva al mondo borghese. Le costanti della sua scrittura sono: il tema del sesso e del denaro come mezzi borghesi per possedere le persone; personaggi estraniati e impotenti; stile semplice, caratterizzato dall'uso di un vocabolario comune inserito in una sintassi elaborata; assenza di un’ideologia complessiva che spieghi la realtà, come era per Manzoni (accusato di realismo cattolico , in quanto obbediente alle esigenze propagandistiche del cattolicesimo romano dell’Ottocento).
Il periodo che va dal 1943 al 1948 è quello del Neorealismo come “corrente involontaria” poiché dominato dalla smania di testimoniare. Tale movimento è suggestionato dalla scrittura clandestina dei giornali partigiani, dal racconto orale, dall’esigenza di documentare avvenimenti tragici. È inseparabile da questo clima Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi, opera che si situa al confine tra generi diversi: libro di memorie quasi diaristico, saggio di sociologia o addirittura romanzo. Sotto il regime fascista, negli anni 1935-1936, lo scrittore fu condannato ad un confino a causa della sua attività antifascista e dovette quindi trascorrere un lungo periodo in Basilicata, dove ebbe modo di conoscere la realtà di quelle terre. Al ritorno dal confino Levi, scrisse il romanzo nel quale rievoca il periodo trascorso. Lo stesso Levi scrive nella sua prefazione "Il libro non è un diario; fu scritto molti anni dopo l'esperienza diretta da cui trasse origine, quando le impressioni reali non avevano più l’urgenza del documento.". L'immersione nella realtà sociologica del confino porta a una profonda analisi della questione meridionale, raccordando l'incapacità di comprensione reciproca tra un Nord e un Sud profondamente divisi nel tempo e nella storia. Anche Se questo è un uomo di Primo Levi nasce dall’impulso immediato di raccontare l’accaduto. Comincia da qui la lunga riflessione sui lager che accompagna tutta la vita di Levi, sino al suo ultimo libro, I sommersi e i salvati. Se questo è un uomo racconta la terribile esperienza nel campo di concentramento di Auschwitz, dove lo stesso autore visse per un anno. Il libro è sorretto dalla volontà di spiegare attraverso la ragione l'assurdità e l'irrazionalità della barbarie, che nei lager si presenta in maniera razionalmente organizzata. Le vittime lo sono due volte: sia perché brutalmente represse, sia perché vittime del male inflitto loro dai consimili trasformatisi in aguzzini. La continuazione del romanzo è La tregua, dove una volta tornato in Italia, Levi capisce che il viaggio è stato solo una “tregua” fra l’orrore dei lager e le difficoltà di una vita quotidiana in cui non potrà più dimenticare l'accaduto. Nei suoi romanzi l’io del narratore assume un valore testimoniale che fornisce una carica emotiva fortissima al testo. Nel saggio del 1986 I sommersi e i salvati , Levi descrive con distacco i meccanismi che portano alla creazione di "zone grigie" di potere tra oppressori e oppressi, la corruzione economica e morale delle persone che vivono nei sistemi concentrazionari, la replicazione di analoghe dinamiche comportamentali nelle realtà odierne. Levi ha un confronto continuo con Dante (male bolge) e Manzoni (“i soverchiatori sono responsabili non solo del male che fanno ma anche del male a cui inducono gli oppressi”).
Fenoglio è indubbiamente il maggiore narratore della Resistenza. Egli è l’unico scrittore che rappresenti davvero eroi positivi e non ideologici; nessuno di essi muore per una ideologia politica. La Resistenza non è vista ideologicamente come prospettiva politica, ma come prova epica del destino e misura della dignità dell'uomo. Il partigiano Johnny è l’opera più nota di Beppe Fenoglio. A partire dalla sua pubblicazione postuma nel 1968 e dalla sua vicenda filologica, è cominciata la riscoperta di questo autore. Nel Partigiano Johnny il racconto della Resistenza nelle Langhe, che in Una questione privata si sviluppava attraverso l’orizzonte intimo del protagonista Milton, viene elevato a livello epico. Nutrita dalla memoria diretta dell’autore, quella di Johnny diventa l’epopea individuale e universale dell’eroe partigiano. Il carattere più rilevante del romanzo è rappresentato dalla lingua elaborata da Fenoglio per raccontare la storia di Johnny. Si tratta di uno stile unico, che trova origine nella passione dell’autore, e del suo personaggio, per la lingua inglese. Sulla base di un italiano colto, s’innestano continui inserti in lingua inglese, che variano dalla singola parola all’intera frase.
Filone seguito anche negli anni ‘30 durante il periodo fascista. Si veda: Corrado Alvaro, Gente in Aspromonte e Ignazio Silone, Fontamara. Il Gattopardo (1957): non fu pubblicato da Vittorini poiché ritenuto attardato, di un altro secolo. Grava sul libro un enorme malinteso: il messaggio sembra essere che nulla cambi, ma la realtà è che ci illudiamo che nulla cambi. Il fallimento risorgimentale descritto sembra l'esempio di una norma costante delle vicende umane, destinate inesorabilmente al fallimento: gli uomini possono solo illudersi di influire sul torrente
Sciascia è un intellettuale impegnato tutto nuovo in quanto tende a non avere rapporti organici con i partiti e ad esprimere una forma di dissenso tutta individuale attraverso le sue opere e i suoi interventi sui giornali. Alla morte di Pasolini, ne ereditò il ruolo. Sciascia racconta la morte della ragione, del buon senso illuministico, della moralità. Egli ritrova nell’illuminismo francese (Voltaire) il proprio punto di riferimento: in primis, per la ragione laica, non assoluta, ma una ragione continuamente da rivedere. In romanzi come Il giorno della civetta (1961) e A ciascuno il suo (1966) è presente un protagonista portatore di valori di razionalità e di volontà riformistica: Bellodi e il professore Laurana. Entrambi i romanzi sono costruiti sullo schema dell’inchiesta e dell’indagine poliziesca o personale rivolta all'accertamento della verità. Nel romanzo storico Il consiglio d'Egitto (1963 ) si tratta di un falso documento storico elaborato dall’ecclesiastico don Giuseppe Vella. In particolare, Il giorno della civetta contrappone due personaggi ideologici: il protagonista, portatore di valori riformistici e democratici e il capomafia che espone invece una visione del mondo che ha radici antropologiche nella realtà siciliana. Un contrasto che si potrebbe definire tra veri uomini da un lato e quaquaraquà dall'altro. Il capitano Bellodi è un ex partigiano di Parma che conduce in Sicilia un’inchiesta per trovare i mandanti di un delitto di mafia di cui resta vittima Salvatore Colasberna, il quale era capo di una piccola cooperativa. A questo si aggiunge l'assassinio di un testimone responsabile di avere visto l'assassino. Il capitano riesce a risalire al capomafia locale, don Mariano Arena, grazie a un confidente, e lo incrimina. Ma appena il capitano ha una breve licenza, agli imputati vengono forniti alibi falsi ma perfetti e vengono così scarcerati. A questo punto Bellodi potrebbe lasciar perdere l'inchiesta, ma decide di continuare il proprio lavoro dichiarando “mi ci romperò la testa”. Nell’ Avvertenza dell'edizione scolastica del 1972, Sciascia volle ricordare come nel 1960, anno in cui fu scritta l'opera, il governo negasse l'esistenza della mafia (considerata invenzione dei romanzieri), malgrado esistessero documenti che ne dimostravano la presenza. Urgeva dunque consegnare alla letteratura un testo che mettesse lo Stato davanti al fatto compiuto, in modo che il problema potesse assumere rilevanza politica. Nel romanzo, è evidente la commistione tra vero storico e finzione, cara a Manzoni.
In Italia, il ‘78 mette in crisi le speranze di rivoluzione del terrorismo ma segna anche un punto di rottura all’impegno. Con il postmodernismo, lo scrittore si allontanò dalla realtà e ciò che ne conseguì fu il “disimpegno”. Emblematiche sono due date che aprono la stagione del Postmoderno in Italia: 1979 e 1980, con la pubblicazione, rispettivamente, di Se una notte d’inverno un viaggiatore di Calvino e Il nome della rosa di Eco. Il postmodernismo è una tendenza ideologica, artistica e letteraria che si afferma in Europa negli anni ’70. Essa valuta positivamente la crisi della ragione e l’impossibilità della ricerca di un senso nella storia, la convinzione della fine delle contraddizioni; caratteristica è l’intertestualità (riscrittura, citazionismo, pastiche, giustapposizione di stili e di linguaggi), il tema del labirinto, della torre di Babele, della rivisitazione ironica della storia passata. Questi punti sono enunciati nelle Postille al Nome della rosa , pubblicate nel 1983 da Eco, in un saggio con il quale l'autore spiega il percorso letterario che lo ha portato alla stesura del romanzo. Eco sostiene che ogni epoca ha il proprio post-moderno, poiché in ogni epoca si giunge a momenti in cui ci si accorge che "il passato ci sta addosso e ci ricatta". Dunque, si è costretti a riconoscere il passato e a prenderlo con ironia, intesa come gioco metalinguistico. Quello di Eco è un romanzo neostorico postmoderno : la storia si rivela come ritorno del sempre uguale, come assenza di significati, rivelando la fragilità moderna dei significati. La storia, nella sua oscurità, nell’atmosfera di intrigo delle abbazie medievali riesce ad evocare l’indecifrabilità del presente. Nel romanzo sono presenti diverse fasce di lettori potenziali e diversi livelli di significato: il lettore ingenuo si appassionerà al giallo, quello colto al l'allegoria politica e culturale e al fitto tessuto intertestuale (dalla Bibbia alla filosofia medievale, sino a Conan Doyle ma anche a Borges, cui si rifà il tema della biblioteca). La sua opera ricalca i generi cari al grande pubblico internazionale come il romanzo gotico e il romanzo allegorico, quest'ultimo accessibile una fascia assai più ristretta di pubblico.
Il romanzo è ambientato nel 1327 in un'abbazia dell'Italia settentrionale, per una durata di 7 giorni. La storia deriverebbe da una versione francese ottocentesca di un testo scritto da un monaco benedettino, Adso da Melk, che uno dei protagonisti del romanzo. Insieme al proprio maestro, Guglielmo da Baskerville, egli cerca di venire di venire a capo di una serie di delitti avvenuti nell’abbazia. Guglielmo si ispira a un razionalismo empirico per risalire alle cause dei delitti. Adso è il suo aiutante, esattamente come Watson lo è di Sherlock Holmes. Guglielmo riesce a scoprire che il responsabile è un frate, il vecchio e fanatico Jorge de Burgos, che vuole impedire la conoscenza del secondo libro della poetica di Aristotele perché contenente un elogio del riso, considerato demoniaco. Pur di bruciare il libro, il vecchio si uccide dando fuoco alla biblioteca e all'abazia che finisce completamente distrutta. Secondo una lettura ideologica, Guglielmo è l'intellettuale di sinistra in crisi che ormai non crede più ai grandi sistemi di pensiero, ma solo alla ragione. Il vecchio Jorge rappresenta il fanatismo delle ideologie forti di destra e di sinistra. Mentre l'incendio finale allude alla possibile apocalisse del mondo, che può essere distrutto dal desiderio di imporre la verità agli altri. A questa lettura ideologica se ne può aggiungere una allegorica sulla crisi postmoderna delle “grandi narrazioni”, con il conseguente nichilismo nella pagina finale. L'unica cosa che conta sono i segni come indizi da decifrare, ma i segni poi non portano da nessuna parte. Il verso finale appartiene a Bernardo di Cluny e vuole esprimere il fatto che l’essenza di ogni cosa è nel suo nome, noi conosciamo solo i nomi e non la realtà e l’essenza delle cose. Di tutte le cose alla fine non resta che un puro nome, un segno, un ricordo; e così è per la biblioteca e i suoi libri distrutti dal fuoco. Un’altra citazione, in tedesco, dal mistico Angelo Silesio, esplicita che Dio è un evidente Nulla, fuori dal tempo e dallo spazio. Inoltre, ecco utilizza la tecnica del manoscritto ritrovato, ma al contrario di Manzoni, essa serve per esplicitare la finzione narrativa. Affermando di avere ritrovato un manoscritto con numerose correzioni e con errori di copiatura e traduzione, fa sì che il vero storico si perda. La fascetta all’edizione statunitense del romanzo recita: “su ciò su cui non si può teorizzare, si deve narrare”, parafrasi di una citazione di Wittgenstein.
La cultura di Calvino è caratterizzata dall’interesse per le scienze e dalla tendenza illuministica alla chiarezza. L’illuminismo calviniano si combina con la fantasia affidandosi al gioco e alla fiaba: quest'ultima è concepita come una combinazione razionale di elementi, più che come uno sprofondamento nell’irrazionale. L'autore caro a Calvino è Ariosto, il quale controllava con grande padronanza razionale il mondo fantastico che metteva in scena. In un primo tempo vicino al Neorealismo, se distaccò, pur accettando ancora l'ipotesi di una letteratura come educazione. C'è da dire che la Resistenza del protagonista del Sentiero dei nidi di ragno (1947) è picaresca e fiabesca. Quando pubblica Il castello dei destini incrociati (1969), Calvino ha appena sposato l'idea che l'universo linguistico abbia soppiantato e sostituito la realtà, e concepisce il romanzo come un meccanismo chiuso in sé che gioca artificialmente con le combinazioni possibili delle parole. È questa la posizione più vicina a quella della Neoavanguardia. Alla fine degli anni ’70, Calvino si avvicina al Postmoderno, di cui accetta i motivi e le problematiche culturali. Le città invisibili (1972) che s'ispira al Milione di Marco Polo confronta letteratura e realtà, presentando una tematica postmoderna che però risente dell'influenza del ‘68 e comunque sembra distaccarsi dalle ideologie del postmodernismo. La vera opera postmoderna di Calvino è il romanzo Se una notte d'inverno un viaggiatore (1979). Questo è un metaromanzo che mette in discussione i meccanismi stessi della narrazione. Il libro è formato da 12 capitoli e comprende il 10 incipit di altrettanti romanzi. I 10 incipit si possono leggere come racconti autonomi, ma tutti interrotti. Questa struttura ha un valore allegorico e vuole alludere all’impossibilità di un senso compiuto e di un romanzo tradizionale. Questa struttura aperta è inserita in una cornice tradizionale: sin dall'inizio lo scrittore si rivolge con il tu al lettore, immaginando che questi, comprata una copia del romanzo di Calvino, scopra, che libro è difettoso e si metta alla ricerca di un edizione integra dell’opera. In questa ricerca incontra in libreria una lettrice, Ludmilla; ma i loro tentativi di ricerca falliscono e alla fine si sposano. Questa conclusione ironica e l'apertura al romanzo di consumo spiegano il successo del libro, che divenne un vero e proprio best seller.
La luna e i falò (1950) Nel romanzo Pavese effettua un’autoanalisi che ha il compito di ricercare dolorosamente la propria identità. Il protagonista Anguilla esplicita la propria solitudine ed estraneità già nella sua nascita di bastardo e in una vita trascorsa da espatriato in America. Quando, dopo anni, rientra al paese natale, lo fa con la speranza di un nuovo radicamento e di una sicura identità. Il ritorno è però amaro: Anguilla scopre che il mondo della sua memoria non esiste più. Alla Gaminella, il podere dove è cresciuto, ora vive la famiglia di Valino, un mezzadro violento che sfoga sulla famiglia le sofferenze per una vita di povertà e sofferenze. Qui Anguilla stringe amicizia con Cinto, il figlio zoppo di Valino. Il colloquio del protagonista avviene con Nuto, un ex partigiano che racconta ad Anguilla tutti gli orrori della guerra civile contro i nazifascisti. Oltre a Nuto, Anguilla dialoga con Cinto, poiché in lui egli rivive la propria infanzia. Infatti, anche Cinto è diverso dagli altri, a causa della sua infermità fisica e del fatto di rimanere orfano dopo la morte dei genitori. Alla fine, infatti, Cinto verrà affidato a Nuto. La parte finale del romanzo è occupata da due incendi: quello che Valino, padre di Cinto, vittima della povertà e preso dalla follia, dà alla propria casa per sterminare la famiglia e poi suicidarsi; quello che brucia il cadavere di Santa, in quanto spia sia per conto dei partigiani che per conto dei repubblichini (Anguilla scopre solo alla fine come morì la sorellastra). Questi incendi rievocano i falò mitici dell'infanzia accesi allora per propiziare il raccolto e che ora esprimono l’onnipotenza dell’orrore storico e la perdita delle illusioni per il protagonista. Questi fallisce il progetto di ritrovare un’identità e un paese dato che quest'ultimo è diventato anch’esso straniero. Così, Anguilla riparte e la sua parabola di sconfitta sembra introdurre alla decisione dell’autore di suicidarsi, di poco successiva alla conclusione del romanzo. Diceria dell’untore (1981) Il romanzo venne iniziato da Gesualdo Bufalino nel 1950. Abbandonato, venne ripreso nel 1971 per poi essere pubblicato nel 1981. Il protagonista è un giovane soldato che, dopo la II guerra mondiale, nell’estate del 1946 è costretto ad entrare nel sanatorio della Rocca, presso Palermo, per curare la sua tisi. Qui il giovane (del quale non sapremo mai il nome, per tutto il corso del libro) conosce altri malati come lui, con i quali instaura nel tempo un rapporto di amicizia. La morte è il centro attorno a cui tutto ruota: essa è nei fazzoletti lordi di sangue, nei colpi di tosse, nelle parole. Chiunque, alla Rocca, è untore. La comunità di questi uomini è quella di chi è destinato alla morte, di chi finge di vivere sapendo di dover presto morire. Durante una recita organizzata all'interno dell'ospedale, il giovane conosce Marta, una ragazza malata, di cui si invaghisce perdutamente. Da allora, inizia a sognare una storia d'amore con lei, aiutato nelle sue fantasie da una lastra dei polmoni della giovane - lastra che è riuscito a sottrarre ai medici e che osserva a lungo, tutte le notti, prima di andare a dormire. Dopo diversi rifiuti della ragazza, i due iniziano una relazione che porterà felicità nelle loro vite e che susciterà l'ira e la gelosia del dottore-direttore del sanatorio, chiamato Gran Magro, il quale, da allora, si adopererà in ripicche di cui il protagonista non capirà mai la vera causa (non credendo alla banale gelosia dell'uomo nei suoi confronti). Alla fine, Marta muore consumata dalla tisi, così come tutti i compagni di malattia del giovane, che sarà l'unico a ristabilirsi e a guarire completamente dalla malattia. Ad egli rimarrà il rimorso d'aver tradito «il silenzioso patto» stretto con i compagni della Rocca, di non sopravvivere ad essi. La “diceria”, nel caso del romanzo di Bufalino, è un discorso più o meno lungo, un monologo, che ha come sua cifra distintiva proprio una parola “alta”; il protagonista-untore, come ammette egli stesso, salvatosi dopo un lungo “apprendistato di morte” si ritrova immerso nella banalità del quotidiano, dovendo improvvisare le battute di una comparsa, non recitare quelle dell’attore protagonista. Lirismi baroccheggianti, lingua alta e poetica, contagio reciproco di eros e thanatos, sensibilità tardo- decadente: questi gli elementi principali dell’opera di Bufalino che proietta in atmosfere noir, surreali, oniriche.
Mettendo a confronto le traduzioni di Filippo Maria Pontani e quelle di Quasimodo, si nota nelle prime una traduzione letterale e prosaica, senza alcun fine stilistico. Al contrario Quasimodo dà innanzitutto un titolo alle sue traduzioni (a volte fuorviante) e rispetta parzialmente la suddivisione in strofe (cosa non fatta da Pontani). Inoltre, la traduzione è molto più libera, ma in Quasimodo viene introdotta una questione: il pronome “chi” introduce l’ambiguità sulla persona amata (Saffo si riferiva all’amore per una donna). Quasimodo con piccole soluzioni economiche riesce a potenziare ed esaltare la traduzione in una dimensione più lirica: la lezione dell’ermetismo è evidente.
Le sue origini ebraiche gli costarono la persecuzione durante il fascismo. Il padre era ebreo, di fatti il vero cognome era Lattes. Lavora, dopo la Seconda guerra mondiale, per la fabbrica Olivetti. In seguito, insegna Letterature comparate all’Università di Siena. I lavori più importanti furono le traduzioni di Bertold Brecht e il Faust di Goethe. Traduce anche poesie dell’intellettuale surrealista Paul Eluard. Di ideologia comunista marxista, si interessò alla grande idea della liberazione di tutti i popoli. Il suo primo libro di versi “Foglio di via” viene pubblicato nel 1946. Nel 1959 esce “Poesia e errore”. La poesia Traducendo Brecht sembra sintetizzare il lavoro della traduzione: il temporale associato alla traduzione, la metamorfosi associata ad un testo originale che muta in altro testo. La poesia è una grande responsabilità. Riguardo la traduzione di Rimbaud, Fortini mantiene la metrica originale, ma cambia volutamente solo alcune parole impiegando dei sinonimi e adottando differenti sfumature di significato, tutto a proprio piacimento. Non siamo di fronte ad una traduzione esplicitamente bella e infedele come quella di Quasimodo.
Vive a Livorno fino al 1922, per poi trasferirsi a Genova. Traferitosi a Roma, vive con la moglie e inizia ad insegnare, facendo anche il traduttore (in particolare letteratura francese contemporanea: Céline, Charles, Frenaud). Come Saba, Caproni persegue la linea antinovecentista recuperando la tradizione (Leopardi). La perfezione della sua poesia è frutto di un lavoro molto attento e approfondito. Caproni elabora il lutto della madre ne Il seme del piangere , in cui questa diviene la figura centrale. Caproni parla del traduttore come di un ingordo e di un ladro. Nel suo saggio parla della poesia di Valéry come di un componimento impossibile da tradurre data la discrepanza tra la lingua francese e quella italiana (plurisillabica). Per di più la ritmicità della poesia, rende questa ancora più difficile da tradurre rispetto alla prosa. Attilio Bertolucci Nasce a Parma, si trasferisce a Roma dove lavora per la Rai e si afferma nel giornalismo. È il padre del Bertolucci regista. La sua opera più importante è il poema “La camera da letto”, opera innovativa e autobiografica che narra della sua famiglia oltre che di sé stesso. Egli tende verso la prosa anche in altre poesie. Gesualdo Bufalino Quando parlava della sua formazione culturale, diceva che in un paese piccolo e in una famiglia povera i libri arrivavano in ritardo ed erano pochi. C’era un’arretratezza culturale, ma nonostante ciò emerge in lui una fascinazione per Baudelaire. I fiori del male furono tradotti per la prima volta in Italia nel 1893. Giovanni Raboni Raboni fa parte della “linea lombarda della poesia italiana” insieme a Luciano Erba, Giovanni e Giorgio Orelli, Giovanni Giudici, Vittorio Sereni. Una poesia pratica, volta alla comunicatività, che si forma nell’ambito del Boom economico italiano degli anni 50-60.
Gogol’
1923-1978; matrimonio con Ela, “dai verdi occhi socchiusi/ tra le pagliuzze delle ciglia”, conosciuta a Praga quando insegnava italiano presso l’I.I.C.: 1947. Insegnamento universitario: 1948: filologia slava, lingua ceca; poi lingua e letteratura russa a Roma, prima Magistero poi alla Sapienza.