Docsity
Docsity

Prepara i tuoi esami
Prepara i tuoi esami

Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity


Ottieni i punti per scaricare
Ottieni i punti per scaricare

Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium


Guide e consigli
Guide e consigli


Opera di Serafino Gubbio, Dispense di Letteratura Italiana

I lavori del poeta toscano Serafino Gubbio

Tipologia: Dispense

2018/2019

Caricato il 20/03/2019

crico9
crico9 🇮🇹

5

(5)

15 documenti

1 / 27

Toggle sidebar

Questa pagina non è visibile nell’anteprima

Non perderti parti importanti!

bg1
Quaderni di Serafino Gubbio
operatore
di Luigi Pirandello
pf3
pf4
pf5
pf8
pf9
pfa
pfd
pfe
pff
pf12
pf13
pf14
pf15
pf16
pf17
pf18
pf19
pf1a
pf1b

Anteprima parziale del testo

Scarica Opera di Serafino Gubbio e più Dispense in PDF di Letteratura Italiana solo su Docsity!

Quaderni di Serafino Gubbio

operatore

di Luigi Pirandello

L’iter genetico e editoriale

Pirandello accenna al romanzo in una lettera ad Angiolo Orvieto del gennaio 1904: il

titolo è Filàuri , probabilmente dal primo cognome del personaggio protagonista.

Con lo stesso titolo, nel gennaio del 1913, Pirandello ne propone la pubblicazione a

puntate sul mensile del «Corriere della Sera» «La Lettura» e invia le prime puntate per

una valutazione, ma il romanzo viene giudicato non adatto all’impostazione della rivista.

Nel frattempo il titolo cambia due volte, prima La tigre , poi Si gira...

Con quest’ultimo titolo il romanzo viene pubblicato prima a puntate sulla «Nuova

antologia» tra il 1° giugno e il 16 agosto del 1915, quindi in volume l’anno successivo per

l’editore Treves.

Nel 1925 viene ripubblicato a Firenze da Bemporad in un’edizione riveduta e corretta

dall’autore, che interviene sul testo e modifica nuovamente il titolo, da Si gira... al

definitivo Quaderni di Serafino Gubbio operatore. Cambia anche la titolazione dei capitoli,

che da Fascicolo primo , secondo , ecc. passano a Quaderno primo , secondo , ecc.

Sette quaderni in tutto, divisi in capitoli di numero variabile (da 4 a 6).

Quaderno primo, cap. 1 Studio la gente nelle sue più ordinarie occupazioni, se mi riesca di scoprire negli altri quello che manca a me per ogni cosa ch'io faccia: la certezza che capiscano ciò che fanno. In prima, sì, mi sembra che molti l'abbiano, dal modo come tra loro si guardano e si salutano, correndo di qua, di là, dietro alle loro faccende o ai loro capricci. Ma poi, se mi fermo a guardarli un po' addentro negli occhi con questi miei occhi intenti e silenziosi, ecco che subito s'aombrano. Taluni anzi si smarriscono in una perplessità così inquieta, che se per poco io seguitassi a scrutarli, m'ingiurierebbero o m'aggredirebbero. No, via, tranquilli. Mi basta questo: sapere, signori, che non è chiaro né certo neanche a voi neppur quel poco che vi viene a mano a mano determinato dalle consuetissime condizioni in cui vivete. C'è un oltre in tutto. Voi non volete o non sapete vederlo. Ma appena appena quest'oltre baleni negli occhi d'un ozioso come me, che si metta a osservarvi, ecco, vi smarrite, vi turbate o irritate. Conosco anch'io il congegno esterno, vorrei dir meccanico della vita che fragorosamente e vertiginosamente ci affaccenda senza requie. Oggi, così e così; questo e quest'altro da fare; correre qua, con l'orologio alla mano, per essere in tempo là. - No, caro, grazie: non posso! - Ah sì, davvero? Beato te! Debbo scappare... - Alle undici, la colazione. - Il giornale, la borsa, l'ufficio, la scuola... - Bel tempo, peccato! Ma gli affari... - Chi passa? Ah, un carro funebre... Un saluto, di corsa, a chi se n'è andato. - La bottega, la fabbrica, il tribunale... Nessuno ha tempo o modo d'arrestarsi un momento a considerare, se quel che vede fare agli altri, quel che lui stesso fa, sia veramente ciò che sopra tutto gli convenga, ciò che gli possa dare quella certezza vera, nella quale solamente potrebbe trovar riposo. Il riposo che ci è dato dopo tanto fragore e tanta vertigine è gravato da tale stanchezza, intronato da tanto stordimento, che non ci è più possibile raccoglierci un minuto a pensare. Con una mano ci teniamo la testa, con l'altra facciamo un gesto da ubriachi.

Quaderno primo, cap. 1

  • Svaghiamoci! Sì. Più faticosi e complicati del lavoro troviamo gli svaghi che ci si offrono; sicché dal riposo non otteniamo altro che un accrescimento di stanchezza. Guardo per via le donne, come vestono, come camminano, i cappelli che portano in capo; gli uomini, le arie che hanno o che si dànno, ne ascolto i discorsi, i propositi; e in certi momenti mi sembra così impossibile credere alla realtà di quanto vedo e sento, che non potendo d'altra parte credere che tutti facciano per ischerzo, mi domando se veramente tutto questo fragoroso e vertiginoso meccanismo della vita, che di giorno in giorno sempre più si còmplica e s'accèlera, non abbia ridotto l'umanità in tale stato di follia, che presto proromperà frenetica a sconvolgere e a distruggere tutto. Sarebbe forse, in fin de' conti, tanto di guadagnato. Non per altro, badiamo: per fare una volta tanto punto e daccapo. Qua da noi non siamo ancora arrivati ad assisteRe allo spettacolo, che dicono frequente in America, di uomini che a mezzo d'una qualche faccenda, fra il tumulto della vita, traboccano giù, fulminati. Ma forse, Dio ajutando, ci arriveremo presto. So che tante cose si preparano. Ah, si lavora! E io - modestamente - sono uno degli impiegati a questi lavori per lo svago. Sono operatore. Ma veramente, essere operatore, nel mondo io cui vivo e di cui vivo, non vuol 4 mica dire operare. Io non opero nulla. Ecco qua. Colloco sul treppiedi a gambe rientranti la mia macchinetta. Uno o due apparatori, secondo le mie indicazioni, tracciano sul tappeto o su la piattaforma con una lunga pertica e un lapis turchino i limiti entro i quali gli attori debbono muoversi per tenere in fuoco la scena. Questo si chiama segnare il campo. Lo segnano gli altri; non io: io non faccio altro che prestare i miei occhi alla macchinetta perché possa indicare fin dove arriva a prendere.

Quaderno secondo, cap. V

Per spiegarci il suo suicidio, senz'alcun dubbio dipeso in gran parte dalla Nestoroff, dobbiamo

supporre ch'ella, non curata, non ajutata e irritatissima, per potersi vendicare, dovette con le

arti più fini e più accorte far sì che il suo corpo a mano a mano davanti a lui cominciasse a

vivere, non per la delizia degli occhi soltanto; e che, quando lo vide come tant'altri vinto e

schiavo, gli vietò, per meglio assaporare la vendetta, che da lei prendesse altra gioja, che non

fosse quella di cui finora s'era contentato come unica ambita, perché unica degna di lui. Dico

dobbiamo supporre questo, ma a volere esser maligni. La Nestoroff potrebbe dire, e forse

dice, ch'ella non fece nulla per alterare quella relazione di pura amicizia, che s'era stabilita tra

lei e il Mirelli: tanto vero che, quand'egli, non più pago di quella pura amicizia, più che mai

corrivo per le severe repulse da lei opposte, pur d'ottenere l'intento, le si profferse marito, ella

lottò a lungo - e questo è vero; io l'ho saputo - per dissuaderlo, e volle partire da Capri,

sparire; e alla fine non si arrese, se non per la violenta disperazione di lui. Ma è vero che, a

volere esser maligni, si può anche pensare, che tanto le repulse, quanto la lotta e la minaccia

e il tentativo di partire, di sparire, forse furono tante arti ben meditate e attuate per ridurre

alla disperazione quel giovine, dopo averlo sedotto, e ottenerne tante e tante cose, ch'egli

altrimenti forse non le avrebbe mai accordate. Prima fra queste, che fosse presentata come

promessa sposa nella villetta di Sorrento a quella cara nonna, a quella dolce sorellina, di cui

egli le aveva parlato, e al fidanzato di lei.

Quaderno quinto, cap. I (la versione di Aldo Nuti) D'accordo con Duccella, d'accordo con nonna Rosa egli seguì dalla villetta di Sorrento a Napoli i due fidanzati, per salvare il povero Giorgio, troppo ingenuo e accecato dal fascino di quella donna. Non ci voleva mica molto a salvarlo! Bastava dimostrargli e fargli toccar con mano, che quella donna ch'egli voleva far sua sposandola, poteva esser sua, com'era stata d'altri, come sarebbe stata di chiunque, senza bisogno di sposarla. Ed ecco che, sfidato dal povero Giorgio, s'impegnò di fargli subito questa prova. Il povero Giorgio la credeva impossibile perché, al solito, per la tattica comunissima a tutte codeste donne, la Nestoroff a lui non aveva mai voluto concedere neanche il minimo favore, e a Capri la aveva veduta così sdegnosa di tutti, appartata e altera! Fu un tradimento orribile. Non già il suo, ma quello di Giorgio Mirelli! Aveva promesso che, avuta la prova, si sarebbe allontanato subito da quella donna: invece, s'uccise. Questa è la versione che Aldo Nuti vuol dare del dramma. Ma come, dunque? Il giuoco l'ha fatto lui, il pagliaccetto? e perché s'è fracassato così? se era un giuoco così facile?

Quaderno settimo, cap. I (i dubbi di

Serafino)

Contro la risoluzione di porre e tenere tutta quella gente là davanti alla mia macchinetta come pasto da darle a mangiare girando impassibile la manovella, mi vedevo anche io costretto a interessarmi ad essa ancora, a darmi ancora pensiero de' loro casi. Anche mi sovvennero le minacce, le fiere proteste della Nestoroff, che niente ella temeva da nessuno, perché qualunque altro male - un nuovo delitto, la prigione, la morte stessa - stimava per sé mali minori di quello che soffriva in segreto e nel quale voleva durare. S'era forse tutt'a un tratto stancata di durarvi? Si doveva a questo la risoluzione da lei presa jeri, durante la mia assenza, d'andare verso il Nuti, contrariamente a quanto il giorno avanti mi aveva detto?

  • Nessuna compassione, - mi aveva detto, - né per me né per lui! Ha avuto improvvisamente compassione di sé? Di lui, no, certo! Ma compassione di sé, per lei vuol dire levarsi comunque, anche a costo d'un delitto, dalla punizione che si è data convivendo con Carlo Ferro. Risolutamente, all'improvviso, è andata verso il Nuti e ha fatto venire Carlo Ferro. Che vuole? Che avverrà?

Quaderno sesto (la crisi della realtà

e dell’io)

Riconoscevo ch'era quella, e mi pareva impossibile che fosse; riconoscevo ch'era rimasta tal quale, e perché dunque mi sembrava un'altra? Che tristezza! Il ricordo che cerca di rifarsi vita e non si ritrova più nei luoghi che sembrano cangiati, che sembrano altri, perché il sentimento è cangiato, il sentimento è un altro. Eppure credevo d'essere accorso a quella villetta col mio sentimento d'allora, col mio cuore d'un tempo! Ecco. Sapendo bene che i luoghi non hanno altra vita, altra realtà fuori di quella che noi diamo a loro, io mi vedevo costretto a riconoscere con sgomento, con accoramento infinito: - Come sono cangiato! -. La realtà ora è questa. Un'altra. (cap. I) Immagini avevo dentro di me, non mie, di cose, di persone; immagini, aspetti, figure, ricordi di persone, di cose che non erano mai state nella realtà, fuori di me, nel mondo che quel signore si vedeva attorno e toccava. Avevo creduto di vederle anch'io, di toccarle anch'io, ma che! non era vero niente! Non le avevo trovate più, perché non c'erano state mai: ombre, sogno... Ma come avevano potuto venirmi in mente? donde? perché? C'ero anch'io, forse, allora? c'era un io che ora non c'era più? Ma no: quel signore di mezza età mi diceva di no: che c'erano gli altri, ciascuno a suo modo e col suo mondo e col suo tempo: io no, non c'ero; sebbene, non essendoci non avrei saputo dire dove fossi veramente e che cosa fossi, così senza tempo e senza mondo. (cap. IV)

Quaderno quinto, cap. III (la pazzia,

l’oltre)

Il terrore sorge dal riconoscere con un'evidenza spasimosa, che la pazzia s'annida e cova

dentro a ciascuno di noi e che un nonnulla potrebbe scatenarla: l'allentarsi per poco di

questa maglia elastica della coscienza presente: ed ecco che tutte le immagini in tanti anni

accumulate e ora vaganti sconnesse; i frammenti d'una vita rimasta occulta, perché non

potemmo o non volemmo rifletterla in noi al lume della ragione; atti ambigui, menzogne

vergognose, cupi livori, delitti meditati all'ombra di noi stessi fino agli ultimi particolari, e

ricordi obliati e desideri inconfessati, irrompono in tumulto, con furia diabolica, ruggendo

come belve. Più d'una volta noi tutti ci guardammo con la pazzia negli occhi, bastando il

terrore dello spettacolo di quel pazzo, perché anche in noi si allentasse un poco questa

maglia elastica della coscienza. E anche ora guatiamo obliquamente e andiamo a toccare

con un senso di sgomento qualche oggetto della stanza, che fu per poco illuminato

sinistramente d'un aspetto nuovo, pauroso, dall'allucinazione dell'infermo; e, andando nella

nostra stanza, ci accorgiamo con stupore e con raccapriccio che... sì, veramente, anche noi

siamo stati sopraffatti dalla pazzia, anche da lontano, anche soli: troviamo qua e là, segni

evidenti, tanti oggetti, tante cose stranamente fuor di posto.

Varia Nestoroff «allo specchio» (Quaderno secondo, cap. IV) Invano Polacco protesta d'avere spiegato bene alla Nestoroff tutta intera la parte. Il commendator Borgalli sa che la colpa non è del Polacco; tant'è vero, che gli ha dato un'altra prima attrice, la Sgrelli, per non fargli andare a monte tutti i films affidati alla sua compagnia. Ma la Nestoroff protesta dal canto suo, se Polacco si serve soltanto della Sgrelli o più della Sgrelli che di lei, vera prima attrice della compagnia. I maligni dicono che lo fa per rovinare il Polacco, e il Polacco stesso crede così e lo va dicendo. Non è vero: non c'è altra rovina qua, che di pellicole; e la Nestoroff è veramente disperata di ciò che le avviene; ripeto, senza volerlo e senza saperlo. Resta ella stessa sbalordita e quasi atterrita delle apparizioni della propria immagine su lo schermo, così alterata e scomposta. Vede lì una, che è lei, ma che ella non conosce. Vorrebbe non riconoscersi in quella; ma almeno conoscerla. Forse da anni e anni e anni, a traverso tutte le avventure misteriose della sua vita, ella va inseguendo questa ossessa che è in lei e che le sfugge, per trattenerla, per domandarle che cosa voglia, perché soffra, che cosa ella dovrebbe fare per ammansarla, per placarla, per darle pace.

Roland Barthes, La camera chiara. Nota sulla fotografia (1980)

L’impassibilità del narratore/operatore Serafino

  • (^) La Nestoroff ha per me, come tutti i suoi compagni d'arte, un'avversione quasi istintiva. Non la ricambio affatto perché con lei io non vivo, se non quando sono a servizio della mia macchinetta, e allora, girando la manovella, io sono quale debbo essere, cioè perfettamente impassibile. (Quaderno secondo, cap. IV)
  • (^) Assumo subito, con essa in mano, la mia maschera d' impassibilità. Anzi, ecco: non sono più. Cammina lei, adesso, con le mie gambe. Da capo a piedi, son cosa sua: faccio parte del suo congegno. La mia testa è qua, nella macchinetta, e me la porto in mano. […] Apparatori, macchinisti, attori si dànno tutti l'aria d'ingannare la macchina, che darà apparenza di realtà a tutte le loro finzioni. Che sono io per essi, io che con molta serietà assisto impassibil e, girando la manovella, a quel loro stupido giuoco? (Quaderno terzo, cap. III)
  • (^) Io vorrei seguitare a fare, con la consueta impassibilità , l'operatore. Non m'affaccerò alla finestra. Ahimè, da che è venuto alla Kosmograph quel maledetto Zeme, vedo anche nel cielo una meraviglia da cinematografo. (Quaderno quinti, cap. I)

L’inattendibilità del narratore

Serafino

  • (^) Parzialità nei confronti di Varia Nestoroff, che Serafino cerca continuamente di giustificare o di negare agli occhi del lettore (cfr. soprattutto la scena della danza dei pugnali).
  • Antipatia malcelata nei confronti di Aldo Nuti, descritto fin dall’inizio come un fatuo damerino e poi, quando ricompare sulla scena, rappresentato come un “povero pagliaccetto” della cui buona fede e sincerità Serafino continua a dubitare e a far dubitare il lettore: dell’antica, immediata antipatia di Serafino non è dato conoscere i motivi (alcuni critici ne hanno dedotto un antico amore per Lidia); della presente, invece, il motivo è chiarissimo e rimanda all’innamoramento di Serafino per Luisetta.
  • (^) Dal momento in cui Serafino riconosce il proprio sentimento per la ragazza, si accorge e avverte il lettore del suo progressivo coinvolgimento nella storia che sta raccontando: il narratore, che si è rifugiato nella scrittura come sfogo alternativo alla vita, deve riconoscere l’urgenza delle sue emozioni, della vita che reclama di essere vissuta, contro la ragione che pretende di spiegarla estraniandosene.
  • (^) Serafino agisce i modo ambiguo e apparentemente casuale, ma con effetti determinanti sulla vicenda che pretende di raccontare oggettivamente: ad esempio informando Nuti, nel dialogo sulla fotografia, delle precauzioni prese da Polacco per eliminare ogni pericolo dalla scena dell’uccisione della tigre; la reazione di Nuti è talmente prevedibile da far sospettare che Serafino l’avesse appunto prevista. Ma ancora più clamoroso è l’atto mancato di Serafino nella gabbia della tigre, che rende possibile il dramma.

Pirandello e le macchine (Quaderno terzo, cap. I) Un lieve sterzo. C'è una carrozzella che corre davanti. - Pò, pòpòòò, pòòò. Che? La tromba dell'automobile la tira indietro? Ma sì! Ecco pare che la faccia proprio andare indietro, comicamente. Le tre signore dell'automobile ridono, si voltano, alzano le braccia a salutare con molta vivacità, tra un confuso e gajo svolazzìo di veli variopinti; e la povera carrozzella, avvolta in una nuvola alida, nauseante, di fumo e di polvere, per quanto il cavalluccio sfiancato si sforzi di tirarla col suo trotterello stracco, séguita a dare indietro, indietro, con le case, gli alberi, i rari passanti, finché non scompare in fondo al lungo viale fuor di porta. Scompare? No: che! È scomparsa l'automobile, la carrozzella, invece, eccola qua, che va avanti ancora, pian piano, col trotterello stracco, uguale, del suo cavalluccio sfiancato. E tutto il viale par che rivenga avanti, pian piano, con essa. Avete inventato le macchine? E ora godetevi questa e consimili sensazioni di leggiadra vertigine. Le tre signore dell'automobile sono tre attrici della Kosmograph, e hanno salutato con tanta vivacità la carrozzella strappata indietro dalla loro corsa meccanica non perché nella carrozzella ci sia qualcuno molto caro a loro; ma perché l'automobile, il meccanismo le inebria e suscita in loro una così sfrenata vivacità. La hanno a disposizione: servizio gratis; paga la Kosmograph. Nella carrozzella ci sono io. M'han veduto scomparire in un attimo, dando indietro comicamente, in fondo al viale; hanno riso di me; a quest'ora sono già arrivate. Ma ecco che io rivengo avanti, care mie. Pian pianino, sì; ma che avete veduto voi una carrozzella dare indietro, come tirata da un filo, e tutto il viale assaettarsi avanti in uno striscio lungo confuso violento vertiginoso. Io, invece, ecco qua, posso consolarmi della lentezza ammirando a uno a uno, riposatamente, questi grandi platani verdi del viale, non strappati dalla vostra furia, ma ben piantati qua, che volgono a un soffio d'aria nell'oro del sole tra i bigi rami un fresco d'ombra violacea: giganti della strada, in fila, tanti, aprono e reggono con poderose braccia le immense corone palpitanti al cielo.