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appunti primo anno del prof. Fabbri
Tipologia: Appunti
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Noi abbiamo una mente attiva, la realtà è modificata da noi stessi nel momento in cui tenta di conoscerla. L'elemento di soggettivazione della conoscenza è alla base di un conflitto. La realtà cambia in base alle nostre conoscenze, emozioni ecc..
Nel momento in cui tentiamo di conoscere qualcosa, agiamo sulla realtà e cominciamo a modificarla. Ci confrontiamo con le problematicità della conoscenza, tutto ciò si rompe con il dogmatismo. Il problematicismo si divide in: 1) pedagogia; vista come fenomenologia dell'esperienza educativa ma vista all'interno del singoli contesti. La pedagogia studia principalmente il bambino e le sue tappe, ma soprattutto la responsabilità educativa la quale è fondamentale perché ci consente di connotare un'esperienza come educativa. 2) filosofia dell'educazione; ovvero fenomenologia (scienza che studia i fenomeni che rivelano il significato all'interno di situazioni) dell'esperienza educativa vista nel momento della sua universalità.
Giovanni Maria Bertin afferma che il gioco è educativo solo se non ostacola gli apprendimenti. L'universalità dell'esperienza ci permette di ampliare la nostra mente e metterci in relazione con le altre culture. Il popolo di Israele ha un modello di accadimento diverso dal nostro, essi mettono al centro la collettività, infatti, i bambini sono cresciuti dalla comunità all'interno di strutture. I bambini, essendo separati dalla madre a soli 6 mesi, creavano una forma di attaccamento con un altro bambini. Quando vediamo la realtà così com’è, diamo ascolto soltanto al nostro io, la vediamo attraverso le nostre emozioni e i nostri punti di vista. I nostri sguardi sono addomesticati dalle cose che ci hanno insegnato fin da quando eravamo piccoli, come afferma Magda Arnold. Siamo l'insieme dei valori, norme consigli e suggerimenti che ci hanno trasmesso. Le emozioni sono spesso un veicolo di condizionamento, noi percepiamo un fenomeno nel momento in cui guardiamo un qualcosa, nello stesso momento esprimiamo un giudizio o valutazione. Lo valutiamo perché dobbiamo capire se quel fenomeno è utile o meno per la nostra crescita interiore. Le nostre emozioni sono conseguenza delle nostre valutazioni, pertanto siamo noi a decidere come valutare la realtà. Tuttavia però possiamo decidere di cambiare il modo di guardare una cosa, e quindi di cambiare la realtà, se guardiamo la stessa situazione sotto un altro punto di vista e quindi cambiando le nostre emozioni. La nostra vita è un po’ come un romanzo nel quale noi siamo i narratori, però il romanzo di un’altra persona potrebbe distruggere il nostro. (Es. atti terroristici) Dobbiamo imparare a vedere la realtà per poterla davvero cambiare, ma soprattutto bisogna educare un bambino al pensiero flessibile e ciò è possibile solo grazie alla presenza, ovvero esserci quando un bambino fa delle domande e rispondere nel modo più semplice possibile. Frida, cognitivista, afferma che le nostre emozioni sono dense di conoscenze, alcune costituenti altre determinanti; le prime sono già operanti nelle nostre emozioni, cioè costituiscono tutte le nostre emozioni, mentre quelle determinati vengono dall’esterno e determinano appunto le nostre emozioni. Queste emozioni determinanti incidono su noi stessi e vengono usate dagli altri, o da noi stesso, con lo scopo specifico di provocare una determinata emozione piuttosto che un’altra.
Intreccio tra emozioni e conoscenze
Secondo Frida esiste un’area che determina le nostre conoscenze, definite determinanti. Ellis Albert affermava che l’educazione che abbiamo ricevuto, i valori interiori e i sistemi di pensiero si traducono in un monologo interiore, ovvero i concetti che riempiono la nostra mente e che riteniamo corretti. Il monologo è fatto di pensieri espliciti o comportamenti eseguiti senza pensarci, infatti il monologo interiore è fatto di comportamenti che rivelano le nostre convinzioni, cioè esprimono dei pensieri radicanti. Molto spesso il dialogo con un’altra persona crea una complicità tale che potrebbe sfociare in violenza e proprio questa violenza sottile di uso quotidiano ci si sente legittimati ad utilizzarla perché non viene vista come una forma di violenza reale (pressioni, imporre i propri punti di vista ecc..). Noi stessi mettendoci in relazione con altre menti possiamo modificare quello che è il nostro modo di pensare e vedere le cose. Per render il tutto possibile, c’è bisogno di imparare a dialogare ed aprirsi con gli altri.
La nostra spontaneità è condizionata dall’esterno, fin dalla nascita siamo stati manipolati e ciò ci ha portati ad avere una personalità non del tutto nostra. Infatti quello che potrebbe renderci esperti in alcune situazioni, ci rende incapaci in altre, bisogna quindi imparare a dialogare grazie alla nostra spontaneità. Per cambiare i nostri punti di vista ed evolvere dobbiamo rinunciare ad una parte della nostra spontaneità, non facendo ciò possiamo solo regredire perché siamo soggetti che possono cambiare soltanto nel momento in cui smettiamo di essere parte integrante di un contesto e diventiamo consapevoli dei messaggi che inviamo e soprattutto di quelli che riceviamo.
Pragmatica della comunicazione
Le emozioni sono quelle che ci permettono di apprendere davvero, sono radicate non solo dentro noi ma dentro il contesto in cui viviamo. Tutto ciò che non passa attraverso le esperienze personali finisce nella memoria a breve termine. Watzlawich, Beavin e Jackson sono i padri della pragmatica e la loro teoria, tra la fine degli anni 60 e l’inizio degli anni 70, ci da delle informazioni per capire le relazioni interpersonali. Gli studi (comportamentisti) precedenti consideravano il soggetto come il risultato di un percorso di apprendimento riconducibile all’ambiente, quindi i comportamenti del soggetto erano condizionati dall’ambiente. La pragmatica della comunicazione afferma che i nostri comportamenti si formano dentro contesti caratterizzati dall’interazione fra tutti gli elementi in gioco all’interno di quel contesto, quindi ci reciprocità nelle situazioni che regolano un contesto. Ogni relazione pertanto è a se, ovvero è differente da tutte le altre. Conrad Lorenz afferma che per comprendere un contesto bisogna eliminare gli ostacoli che impediscono di guardare gli eventi di un contesto, ma dobbiamo conoscere il senso di quella situazione. Osserviamo i contesti in modo spontaneistico, ovvero siamo condizionati dai comportamenti che ci colpiscono di più rispetto ad altri, ovvero dalla nostra spontaneità; tuttavia questa è una cosa molto personale in quanto non tutti le persone presenti in quel contesto hanno la stessa reazione di fronte ad una situazione. Bisogna quindi andare oltre la nostra spontaneità per comprendere quello che accade nei contesti, per farlo dobbiamo cercare di lasciarci guidare nell’osservazione da tutto ciò che accade, ovvero ciò che siamo in grado di vedere e non soltanto ciò che ci colpisce.
Un buon modello per osservare i contesti, secondo Watzlawich, Beavin e Jackson, è il modello della ridondanza, questo modello ha a che fare con la ripetitività, ovvero limita le informazioni in eccesso che arrivano al cervello. La ripetizione privilegia alcune situazioni piuttosto che altre, la ridondanza ci permette quindi di capire l’identità del contesto in cui siamo che comprende regole esplicite e implicite (quest’ultime non vengono dichiarate ma si traducono in comportamenti all’interno di un contesto). Per comprendere le regole di un contesto non possiamo fidarci di ciò che ci viene detto, ma di ciò che vediamo; dobbiamo qui osservare il contesto nell’ “hic et nunc” ovvero “qui ed ora”, cioè registrare gli eventi che caratterizzano quel contesto mentre accadono, quindi è la ripetizione che ci consente di comprendere la natura di un contesto e ci permette di distinguere i messaggi importanti da quelli accessori. Attraverso la ripetizione il contesto impone le proprie leggi, quelle dichiarate e quelle esplicite. Il modello della ridondanza ci serve come elemento di correzione dei rischi di soggettivismo che ci sono nella conoscenza e nell’osservazione.
Assiomi della comunicazione
Un assioma della comunicazione non è altro che un assunto che non ha bisogno di essere dimostrato perché in base ad un principio di auto evidenza. I teorici della comunicazione dicono che le regole della comunicazione interpersonale si impongono in base ad un principio di auto evidenza e quindi hanno un valore assiomatico perché non devono essere dimostrati.
la donna risponde affermando che il marito è alcolizzato e lei sta diventando isterica, mentre il marito dice la cosa contraria ovvero che la moglie è isterica e lui sta diventando un alcolista, cioè addebitano all’altro la causa del proprio malessere. L’errore che porta a ciò è mettere la comunicazione su una linea retta, ovvero prendere un punto di partenza e trarne delle soluzioni scontate. Questo può cambiare se si trasforma la retta in una circonferenza dove non c’è un punto di partenza né uno di arrivo, tuttavia un punto di partenza serve ugualmente per capire quella comunicazione………
Il quinto assioma afferma che le relazioni si organizzano attraverso due modelli della disposizione dei ruoli specifici, ovvero due moduli: simmetrico (paritetica) e complementare (gerarchica). Nel primo i ruoli si fondano inizialmente su decisioni di carattere decisionale (amici, colleghi, coppia, fratelli ecc..), ovvero sono relazioni paritarie nelle quale due persone che comunicano tra di loro si dispongono sullo stesso piano ovvero hanno tendenzialmente le stesse conoscenze. Nel modello complementare, le relazioni vengono considerate gerarchiche (medico-pazienze, genitore-figlio, insegnante-alunni ecc..). I ruoli nelle relazioni vengono decise dall’esterno ma molto dipende dalle emozioni e dai vissuti che vivono quelle persone. Nelle comunicazioni gerarchiche, ci sono due “titoli”: un e down, per mantenere le posizioni di “up” bisogna sapere conoscenze e competenze ma anche essere capaci di gestirle nella relazione con l’altro. Le relazioni vanno costruite e entrambi i moduli sono potenzialmente positivi ma al tempo stesso possono avere problemi. Una relazione simmetrica ha un grave problematicità di relazione quando l’uno cerca di prevalere sull’altro e viceversa, quindi nessuno dei due rinuncia al tentativo di distruggere l’altro ovvero entrambi voglio vincere, ciò si chiama escalation competitiva. Watzlawich, Beavin e Jackson fanno un esempio con una coppia di coniugi che stanno guardando una commedia di Albee, Marta e George. Lui è un professore universitario mentre lei è la figlia dell’ex rettore del college nel quale egli insegna. Litigavano spesso e il loro obiettivo principale è sconfiggere l’altro, e si sono anche “allenati” con le parole giuste per spiazzare l’altro. Una sera i due coniugi invitano un collega di George e la sua fidanzata a cena, nel momento in cui la donna inizia a corteggiare il collega del marito egli si arrabbia con l’amico in quanto non ricambia il corteggiamento della donna. Pertanto i conflitti sono momenti di coesione, sono l’ultima cosa che li tengono insieme, si confligge per ristabilire una coesione. Un giorno, in un momento di esasperazione, il marito rivela al momento il loro segreto: ovvero avevano un figlio immaginario e nel momento in cui lo rivela lo uccide. Questo ci insegna che i rapporti non sono sempre quello che sembrano, e soprattutto che le dinamiche di relazione in sé sono coesioni positive o negative. In una relazione simmetrica, una coesione è positiva nel momento in cui i ruoli si scambiano vicendevolmente; quando una relazione complementare diventa problematica nel momento in cui vi è una cristallizzazione dei ruoli.
Alla fine degli anni ‘60 l’inizio anni ‘70 negli Stati Uniti d’America, Rosenthal e Jacobson entrano in una classe di scuola elementare e somministrano dei test di intelligenza, elaborando i risultati si rendono conto che i bambini hanno conseguito dei risultati nella media. Alcuni bambini avevano però conseguito dei risultati da potenziali geni, ciò era quasi impossibile perché in quella classe era circa il 10% dei bambini. I ricercatori raccomandano alle maestre di non dire niente a nessuno; passano i mesi e i ricercatori tornano in aula e le maestre affermano che in classe va benissimo soprattutto con i tre bambini. Pertanto somministrano di nuovo i test di intelligenza, a quel punto i tre bambini che nella prima somministrazione avevano conseguito dei punteggi normali, in questo test conseguono dei risultati davvero superiori rispetto alla media di tutti gli altri bambini. Questo è successo perché le maestre si rivolgevano a quei bambini più spesso trascurando il resto della classe. Le maestre davano per scontato che i tre bambini sarebbero diventati dei geni, che loro avrebbero capito tutte le lezioni; però noi non possiamo aspirare che tutti i bambini diventino dei geni perché sappiamo che non è vero e se ci proponiamo di far diventare tutti bambini dei geni, entriamo nell’ottica di forzare la mano e in quel caso l’aspettativa smette di essere piena di dubbi ma diventa ansiosa ambivalente legata alla paura del fallimento; le aspettative troppo altre sono perlopiù irrealistiche. Tutto ciò si traduce sotto il nome di effetto pigmalione e perché questo funzioni dobbiamo avere aspettative realistiche. Ad investire prospettive irrealistiche si inizia fin dalla nascita. Quindi le aspettative passano attraverso la
comunicazione non verbale, meno si dice e più le aspettative fanno effetto. Rosenthal e Jacobson hanno condotto un esperimento con i topolini, hanno dato a due gruppi di studenti due diversi gruppi di topolini, al primo gruppo è stato detto che i topolini erano bravissimi, intelligenti ecc mentre al secondo gruppo è stato detto che i topini erano malati ecc. dopo qualche settimana i ricercatori chiedono agli studenti come è andato l’esperimento: il primo gruppo afferma che è andato benissimo, difatti i topolini erano perfetti mentre il secondo gruppo afferma che l’esperimento è andato male e difatti i topolini stavano male o addirittura erano morti. L’effetto pigmalione quindi dipende da noi, siamo noi a decidere come comportarci in base a quello che ci hanno detto. L’effetto pigmalione passa quindi attraverso la comunicazione non verbale la quale però porta soprattutto degli effetti negativi piuttosto che positivi. Si diventa competenti sul piano educativo anche attraverso l’effetto pigmalione verso noi stessi, dobbiamo essere realistici. I rapporti non sono quelli che sembrano, la disposizione dei ruoli cambiano spesso; noi dobbiamo imparare a decodificare le relazioni perché spesso ciò che accade non è quello che si vede. Le esperienze, la vita, i rapporti sono esperienze formativi, la formatività è trasversale a tutte le esperienze della vita, l’educatività ha un’intenzionalità ovvero c’è qualcuno che ha un’intenzione perché vuole raggiungere un obbiettivo. La relazione educativa è una relazione complementare che deve avere un margine di flessibilità e non cristallizzare il ruolo del bambino in posizione down, ovvero deve tendere ad un obbiettivo di capovolgimento dei ruoli che aiuti il bambino a crescere autonomamente; quando questa smette di essere complementare vuol dire che quella relazione educativa ha raggiunto il suo scopo. C’è un bisogno nella relazione educativa di qualcuno che si prenda cura di noi stessi perché non tolleriamo il fatto di essere abbandonati; spesso gli educatori che sono in posizione up ma vanno in posizione down perché hanno bisogno di quella relazione. Tuttavia deve andare strategicamente in posizione down e lasciare che il bambino sia in posizione up tutte le volte che gli è possibile.
Il transfert è un “ponte” che costruiamo da soli con le nostre conoscenze, emozioni, giudizi per raggiungere l’altro che non conosciamo, che ci consente di accedere a realtà diverse dalle nostre. A volte quel ponte che unisce i due mondi può essere causa di disunione. Il transfert corrisponde alla nostra spontaneità di conoscere l’altro ma dobbiamo diventare consapevoli che noi facciamo transfert per entrare in contatto con gli altri. Se noi riusciamo a condividere lo sguardo dell’altro senza perdere il proprio abbiamo una ricchezza dentro e siamo capaci di vedere più cose, valorizzando gli elementi di differenza che ci sono in gioco. Viviamo immersi nella dimensione del transfert.
Freud afferma nel suo saggio “dinamica della traslazione” del 1905 che il transfert è fenomeno universale, la psicoanalisi non lo inventa ma lo scopre solamente. Al di fuori dell’analisi il transfert si costituisce prevalentemente come fattore di agevolazione, mentre dentro l’analisi come fattore di resistenza. Per diventare agevolanti nei confronti degli altri dobbiamo imparare a superare le nostre resistenze ( come imparare a parlare in pubblico), le resistenze sono quelle emozioni che vengono fuori in un determinato contesto. Il transfert corrisponde ad una spontaneità della mente umana. Spesso una persona cerca di entrare in contatto con l’altro ma smesso fallisce perché fa fatica ad interpretare il mondo dell’altro. L’agevolazione comporta la capacità di stabilire un rapporto con se stesso di …….. le resistenze parlano di noi, della nostra storia e se impariamo ad ascoltarle conosciamo molto di noi stessi. Facciamo transfert perché non ci diciamo letteralmente quello che abbiamo vissuto, perché non riusciamo ad agire coerentemente a causa di quello accaduto, siamo impegnati a cancellarla; queste emozioni emergono quando ci confrontiamo con una resistenza che non ci piace. Dobbiamo però riconoscere le nostre resistenze e valutare se sia possibile scioglierle oppure se c’è bisogno di chiedere aiuto. Freud parla molto di resistenze quando parla di transfert, per capire come si sviluppano i problema del transfer esimo abbiamo due esempi: una paziente di Freud, di nome Dora di circa 18-19 anni che accusa sintomatologie gravi che viene categorizzata come isteria; Freud inizia quindi a studiare la ragazza per capire quali sono i motivi che l’hanno portata a stare così male. I colloqui vanno avanti ma la situazione non cambia molto finché il comportamento di Dora cambia improvvisamente, egli si accorge che c’è un’area all’interno delle pazienti che si proietta verso di lui ma non direttamente, meglio dire verso quello che succede nella famiglia che si identifica con lui. Freud cerca di capire il motivo di questo cambiamento e arriva a capire che il problema è il rapporto della ragazza con il
come quella parte di personalità che oggetto di rimozione a causa di esperienze traumatiche. Young afferma che aveva avvertito un limiti di fondo nella teorizzazione di Freud sull’inconscio soprattutto nell’interpretazione di Young stesso, egli racconta un sogno in particolare: sogna una casa dove al primo piano vi erano molti mobili in stile Rococò molto sfarzoso, scendendo a piano terra era un ambiente più medievale arredato in modo sobrio con pochi mobili, scendendo nel seminterrato era un ambiente che faceva pensare ad un ambiente romano al di sotto di questo vi era una taverna piena di teschi; Young quindi afferma che noi abbiamo un inconscio collettivo che è risultato di un processo di stratificazione nel corso del quale abbiamo sedimentato dentro di noi i condizionamenti naturali delle epoche precedenti. I condizionamenti precedenti non scompaiono del tutto ma continuano ad agire al di sotto di quelli nuovi, in questo modo l’inconscio non ha valore traumatico. Young parla di archetipi (arche indica principio) dobbiamo trovare delle categorie di pensiero che incidono dentro di noi, sono presenti ma non lo sappiamo. L’archetipo deriva da un processo di rimozione dalla nostra mente; Young afferma che dentro di noi abbiamo diversi tipi di memorie tra le quali ci sono le memorie archetipiche: memorie che abbiamo ereditato culturalmente e che agiscono dentro di noi anche se non ne siamo consapevoli. Ci sono emozioni che abbiamo ereditato culturalmente e che ci portiamo dietro come effetto di un processo di rimozione,questo si chiama inconscio collettivo che è denso di archetipi culturali rimossi nell’arco di millenni. La concezione Youngiana dell’inconscio integra la concezione Freudiana dell’inconscio, non la smentisce: Freud afferma che l’inconscio è il risultato di un insieme di esperienze famigliari e sociali dolorose che il bambino è costretto a rimuovere (inconscio individuale), Young afferma che esiste si questo inconscio individuale che però viene integrato ad un inconscio collettivo che si manifesta sottoforma di archetipi. Per Freud il controtransfert è la capacità di restituire un’interpretazione corretta del transfert del paziente, ovvero bisogna essere sicuri di aver capito bene il transfert del paziente. Freud afferma che per dare una restituzione adeguata del transfert necessario che l’analista rimanga sullo sfondo, ovvero deve sapere il meno possibile sulla vita del paziente perché questo aiuta quest’ultimo a fare transfert. Young non è completamente d’accordo con questa concezione del controtransfert rimettendola in discussione, affermando che ci sono situazioni in cui non si riesce a censurare se stessi; Young afferma che quando le situazioni li abbiamo è meglio farle emergere piuttosto che nasconderle perché se le facciamo emergere riusciamo anche a gestirle. Il modello di Young ci porta verso quel modello un po’ radicale del controtransfert identificato con la empatia. L’empatia non esclude sentimenti di simpatia, ma si può provare empatia senza necessariamente provare simpatia verso l’altro soggetto; i primi a parlare di empatia sono filosofi tedeschi e affermano che questa ci consente di realizzare un’esperienza di attivazione emozionale nei confronti di certi fenomeni estetici che ci fanno sentire una cosa sola con l’opera che stiamo ammirando. Hurssel ci parla di epochè o sospensione del giudizio, gli scettici usavano questa teoria per teorizzare l’impossibilità della conoscenza. Hurssel capovolge il concetto di epochè, egli usa questo termine per teorizzare la possibilità di conoscere, per conoscere è necessario imparare a coltivare un atteggiamento di sospensione del giudizio per rendere possibile una conoscenza scientificamente provata. Egli non vuole mettere tra parentesi il mondo naturale, ma la conoscenza naturale del mondo. Sospendere il giudizio significa collocarsi su un piano d’esperienza che non è il nostro, quando si deve agire ciò è molto difficile. Quando ci si riesce, si è sviluppato un alleggerimento nella nostra mente che ci consente di conoscere il mondo dell’altro. Hurssel è molto convinto della riuscita dell’epochè che arriva a parlare di riduzione fenomenologica ovvero è possibile cogliere l’essenze utile dei fenomeni che siamo in grado di osservare attraverso l’epochè.
C’è un processo dievoluzione nell’educazione filogenetica, il processo di evoluzione ontogenetica è la sintesi dell’evoluzione filogenetica. Il cervello palo scientifico è la sede delle emozioni; il programma filogenetico della specie viene cambiato. Con l’homo sapiens sapiens cambia la concezione dei mammiferi. Le emozioni sono nemiche della ragione secondo Costler …… l’educazione prescientifica si rifiuta di riconoscere l’errore. Macleany chiama la dissociazione endemica fisilogica nel cervello dell’uomo con la parola schizofisiologia. Laborit invece modifica la concezione di Macleany in chiave ambientalistica, al cervello rettili ano corrisponde la memoria della specie che viene veicolata per via ereditaria e quinidi non è modificabile attraverso l’esperienza singolare;il sistemico corrisponde la memoria remota e quella affettiva:
la prima è legata all’impatto con l’esperienza e una mente positiva che non ha idea di quello che accadrà, la mente è una tabula rasa in cui vengono impresse le esperienze della vita. La memoria remota è molto importante perché ci orienta, noi abbiamo un sistema nervoso complesso che ha bisogno di agire e quindi superare degli ostacoli che però cerca delle gratificazioni attraverso il superamento della frustrazione. Se le esperienze prenatali sono gratificanti, il bambino vuole esplorare mentre al contrario il bambino si chiude in se stesso, e in questo caso entra in gioco la memoria affettiva. Si parla di ciò quando il bambino è in grado di capire quello che accadrà in futuro. Se le esperienze vissuta nella primissima infanzia può cambiare la memoria. L’esperienza che viviamo all’interno della memoria affettiva acquisiscono un peso che ci costringono a modificare la memoria delle esperienze precedenti. Alla neocorteccia è corrisposta la memoria associativa, le associazioni inedite sono alla base della creatività e ci servono a …………
Secondo Macleany c’è una dissociazione fra limbico e neocorteccia, quindi c’è un problema di schizofisiologia, secondo egli abbiamo una memoria associativa arrelata a quella affettiva, abbiamo bisogno di fantasie irrelate. I progetti di memoria affettiva devono integrarsi a quella della memoria associativa altrimenti si hanno solamente idee irrealizzabili. Secondo Laborit è possibile integrare memoria affettiva e associativa, egli non si pone questa domanda ma parla dell’educazione e afferma che per acquisire dei contenuti dobbiamo ricevere una gratificazione. Nella nostra società veniamo deresponsabilizzati da situazioni pericolose, l’esperienza educativa si esprime come momento che ha come tratto caratterizzante la rinuncia. Laborit invece afferma che abbiamo bisogno di esplorare e fare nuove esperienze. L’adulto si sostituisce al bambino, quindi le gratificazioni le riceviamo se siamo gentili ecc quindi secondo Laborit sono pseudo gratificazioni perché abituano la persone, si creano dinamiche di …………. Tra il bambino e l’adulto ………. Il bambino trova sin dall’infanzia un ruolo da seguire. Viviamo situazioni emostatiche che ci imprigioniamo, a questo motivo c’è “l’elogio della fuga” , viviamo in una società di vincoli che …… il nostro bene consiste nella capacità di decidere di fuggire, in questo senso è un atto di estrema responsabilità. Quando siamo capaci di scegliere, la persona che ci ha sempre tenuto “imprigionati” perde tutto il nostro potere su di noi e questo bisogna avviarlo fin dalla più tenera età e non bisogna sostituirsi a lui. Vivere nell’omeostasi è impossibile secondo Laborit perché le uniche vie d’uscita sono le fughe negative (devianze, malattie terminale), quindi questo è un cambiamento autodistruttivo; le vie di fuga possono essere molto alla vita quotidiana che si identificano con la responsabilità. C’è quindi l’importanza di ……….. attraverso i gesti educativi scolpiamo il cervello del bambino quindi teorizziamo e pratichiamo la rinuncia all’esperienza. Questa teoria vengono confermati degli studi della resilenza(?) con questo termine si vuole teorizzare …………. Le ricerche condotte sulla resilenza ci danno dei valori precisi: afferma che la percentuale di suicidi nelle Favelas è uguale agli studenti di Harvard, questo si commenta con l’iperprotezione e l’esposizione della mente ad esperienze traumatiche che i rischi sono uguali. L’iperprotezione uccide tutte le nostre esperienze è una disconferma radicale. Ci sono soggetti che hanno gradi diversi di resilenza nello stesso contesto rivivere un’esperienza gratificante è utile alla trascrizione (?) essere resilenti significa essere capaci di vedere un mondo al di fuori. L’attitudine proattiva è la capacità di affrontare esperienze dure e lo siamo di più se abbiamo avuto degli adulti che ci aiutano a crescere. Se sconfiggiamo gli automatismi dell’istruzione possiamo superare la resilenza. Il tratto distintivo della specie umana è la capacità di passare da comportamenti irriflessi a comportamenti riflessi o riflessivi: i primi sono comportamenti istintivi che vengono assunti immediatamente senza pensarci e ci servono per vivere; i comportamenti irriflessivi invece sono stati sostituiti nel tempo da comportamenti riflessivi cioè ogni scelta diventa ambivalente, non si sa più cosa fare, in questi casi all’interno di noi stessi si scatena un’emozione ovvero l’ansia. Esistono due tipi di ansia: quella funzionale, che ci consente di investire le nostre energie negli obiettivi che vogliamo raggiungere: e quella disfunzionale che entra in atto nel momento in cui l’ansia stessa diventa un ostacolo per farci raggiungere i nostri obiettivi. L’ansia funzionale, secondo Ledoux, è legata alla … filogenetica. Bisogna mettere in fila le priorità, ovvero dobbiamo collocare l’ansia nel punto giusto. Siegel afferma che l’ansia è si traumatica e agisce come un motore ristrutturante ma possiamo avere anche l’ansia positiva che ci permette di individuare alcune esperienze che per noi sono realmente prioritarie. L’ansia positiva può essere ridimensionata se si è capaci di essere in ascolto con se stessi, se scegliamo una cosa che ci piace
identificazione. Quindi è normale e fondamentale corrispondere ai bisogni di attaccamento dei bambini, è un bisogno naturale collegato all’istinto della sopravvivenza della specie. Tuttavia è importante comprendere le diverse dinamiche di attaccamento in quella situazione: c’è un attaccamento sicuro in cui le cose vanno abbastanza bene, il bambino si sente sicuro e amato, questo tipo di attaccamento è un punto di arrivo e non uno di partenza per la nostra speciema esiste anche