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Una lezione di pedagogia generale e sociale del primo semestre del 2021, incentrata sulla figura di Giovanni Maria Bertin e la sua scuola di pensiero, il problematicismo pedagogico. Si parla di educazione, formazione, istruzione, insegnamento, metodo, sviluppo, crescita, interazione, comunicazione, comportamento, gioco, percorso, processo, pensiero, osservazione e consapevolezza. Si approfondisce la figura di Antonio Banfi e il suo ruolo nell'insegnamento universitario durante il ventennio fascista. Si discute anche della distinzione tra pedagogia e filosofia dell'educazione, con un focus sulla fenomenologia dell'esperienza educativa vista nel momento della sua universalità.
Tipologia: Appunti
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Brainstorming di pedagogia
affermare un unico punto di vista, è disponibile a riconoscere gli elementi della relatività della conoscenza. Conoscere significa utilizzare tutta una serie di strumenti interpretativi che tentano di leggere la realtà, analizzare l’esperienza e spesso ci riescono ma a volte falliscono. Banfi aveva capito queste cose quando nel 1931 viene assunto alla statale di Milano come professore. Presta giuramento di fedeltà ma da quel punto inizia una lunga militanza intellettuale che è esercizio di dissenso verso le forme di pensiero unico totalitario e la sua scuola diventa una delle più grandi cucine intellettuali del secondo dopoguerra. Tantissimi nomi importanti italiani vengono da lì: Remo Cantoni, Dino Formaggio, Fulvio Papi, Enzo Paci, Luciano Anceschi, Giovanni Maria Bertin, Antonia Boschi, Maria Luisa moglie di Bertin. Luciano Anceschi, estetica, e Giovanni Maria Bertin, pedagogia, si conoscono e formano due scuole enormi per l’accademia bolognese, che giocano un ruolo non facile, devono combattere un pensiero metafisico che è parte integrante del nostro tessuto sociale biologico, che determina i nostri comportamenti. Quando nel 1968 Maria Bertin pubblica “Educazione alla ragione” si risolve agli insegnanti della sua generazione che non condividono il suo metodo, perché essendo l’informazione gentiliana ritengono che l’insegnamento debba essere calato dall’alto e debba essere in sintonia, tra educatore ed educando, l’insegnamento è efficace se supera il problema. E invece no, l’insegnamento efficace riconosce i conflitti, valorizza i problemi esistenti, riconosce che in una comunità da educare ci sono tanti soggetti differenti tra loro. L’educazione di stampo metafisico aveva in mente solo l’allievo ideale, quello che segue e si identifica nel maestro, ed è possibile per qualcuno ma non per tutti. Il libro si rivolgeva agli insegnanti ma anche agli studenti universitari, ai giovani. Non era semplice insegnare all’università nel ‘68. Succedeva che il prof entrava in aula e un gruppo di studenti lo cacciasse per fare autogestione. È stato uno dei pochi capace di dialogare civilmente con la popolazione scolastica del tempo, portando una serie di stimoli interessanti per gli studenti di quel tempo. Il problematicismo pedagogico non risultava dogmatico, ma vivo, capace di aiutarli a trovare parole e pensieri giusti. Ad esempio Antonio Genovese che era allievo di Bertin di quegli anni ha sempre raccontato la ricchezza delle lezioni di Bertin, erano un dibattito continuo. Bertin scrive i suoi libri più importanti nel ‘68 e nel ‘77, anno di chiusura della contestazione studentesca. Il movimento del ‘77 è in gran parte movimento di liberazione per i bisogni individuali. Cos’è la pedagogia secondo questa scuola di pensiero, che secondo Bertin è il problematicismo pedagogico, cioè che mette al centro il momento di problematicità dell’esperienza. Per capire cosa sia la pedagogia distinguiamo tra pedagogia e filosofia dell’educazione. La filosofia dell’educazione è una fenomenologia dell’esperienza educativa vista nel momento della sua universalità. La fenomenologia è lo studio dei fenomeni, i fenomeni sono ciò che accade, ciò che appare, ciò che entra nella nostra esperienza. Però noi intendiamo il concetto di fenomeno in senso kantiano primariamente, quindi il fenomeno è ciò che possiamo conoscere mentre il noumeno è il non conoscibile. Il fenomeno kantiano, ovvero la conoscenza, è oggetto di costruzione della nostra mente. Non ci limitiamo a percepire e a conoscere, siamo al di fuori di una concezione realista della conoscenza per cui noi vediamo ciò che è. Kant dice che ciò che è, è, la realtà c’è ma si chiama noumeno, ovvero non può essere conosciuta nella sua pura essenza. La realtà così com’è non riusciamo a vederla, a conoscerla, non ne siamo capaci, quindi conoscere significa che noi operiamo sulla realtà, ne vediamo tante dimensioni. Quello
della loro cultura e società di appartenenza, ma non devono pretendere di essere più validi degli altri o validi in assoluto. Questi saperi devono confrontarsi con il momento di universalità dell’esperienza, cosa vuol dire? Il gioco è uno strumento molto importante perché i bambini attraverso il gioco apprendono più spontaneamente, in modo più efficace. I bambini con il gioco possono sperimentare cose che, stando seduti, non conoscerebbero, socializzano, si scontrano. Ma questa è la nostra rappresentazione del gioco e dell’esperienza ludica e ci ispiriamo a una certa cultura di riferimento. Ma il gioco è sempre formativo? Insegna la cooperazione, favorisce l’inclusione. Ma il gioco non sempre è formativo, educativo, ad esempio giochi in cui si insegna la violenza o in cui si innescano meccanismi di superiorità. Il colloquio non funziona più perché i ragazzi di oggi svolgono attività in solitudine di fronte allo schermo di un pc; è l’epoca delle passioni tristi. I giochi che offrono esperienze violente non rimangono solo nel gioco ma portano conseguenze nella realtà, come ad esempio l’abitudine alla solitudine. Per risolvere questa situazione bisogna vivere delle esperienze insieme ai propri pari che sono monitorate da psicoterapeuti e persone del mestiere; qui si parla di un quadro clinico disastroso in cui non è più sufficiente andare in terapia da una psicologo o simile. Quindi il gioco può essere educativo a seconda di come si progetta, si gestisce e si vive. Il gioco a scuola è un momento libero, ma ci deve sempre essere un insegnante capace di monitorare la situazione e di tenerla sotto controllo nel momento in cui degenera; molta violenza o molte esperienze di sopraffazione (rapporto vittima-carnefice) nascono proprio in ambito ludico. Il problema dell’insegnante è che non riesce a distinguere situazioni di bullismo o le sottovaluta. Dopodiché nel momento in cui la situazione viene riconosciuta e si parla con le famiglie, spesso ci si trova davanti persone che non riconoscono il problema e non lo risolvono a casa, per cui il problema continua ad esistere e magari si sposta solo. Ad esempio se il carnefice viene fermato a scuola ma non fuori, il problema si sposta solo ed è dovere dell’insegnante fare in modo che la situazione non si protragga nel tempo e nello spazio. Altra situazione: dove dormono i bambini? Nella culla, poi nel letto dei genitori e infine nella loro cameretta. Ma i genitori dei bambini del nido spesso chiedono di poter prendere il proprio figlio a letto con sè e l’educatrice dice che deve imparare a dormire da solo. Il figlio deve essere educato in questo senso e non assecondato, dice l’educatrice. Gli psicologi sono molto severi su questo piano, si innescano meccanismi di natura patologica che vanno a intaccare il rapporto con il figlio e il rapporto della coppia. Spesso però anche i genitori che si impongono arrivano stremati dalla situazione che crea disagio, sono esasperati dall’esperienza perché non dormono. Allora siamo sicuri che questo modello sia adeguato? Nella cultura orientale, ad esempio, c’è uno stile educativo completamente diverso al momento della nascita, hanno cura, allevamento. Il bambino ha appena vissuto il trauma della nascita: si viene catapultati in un mondo completamente sconosciuto, nuovo, in cui ci sono entità che non hanno mai visto e tutto può fare paura all’inizio. Il neonato non percepisce la realtà come la percepiamo noi attraverso il nostro sguardo addomesticato. Il bambino percepisce tanti stimoli disordinati e scoordinati tra loro, percepisce qualcosa di incommensurabilmente confuso. Si trovava in un ambiente chiuso, piccolo, protettivo, per poi passare ad ambienti sempre diversi tra loro molto più grandi. Inoltre il bambino perde la garanzia di continuo contatto corporeo che prima aveva con la madre e questo va ripristinato. Perciò è normale che si svegli perchè non avverte il calore materno, la culla è ferma e invece andrebbe mossa, ed è normale che il bimbo si spaventi e chiami la
madre. Anche perché non ha la percezione del tempo che potrebbe essere anche di soli 5 minuti ma che per lui risultano sempre infiniti. E’ l’esperienza che ci rende capaci di prevedere quello che succederà e di capire, ma il bambino non ha nessuna esperienza. Ci vuole gradualità, che ha a che fare con quel divenire di esperienza ed educazione che permette al bambino di sviluppare la capacità di previsione delle esperienze future. In questa gradualità si costruiscono delle buone espressioni di attaccamento: nel momento in cui riesce a prevedere che la madre tornerà perché l'esperienza glielo ha insegnato, riuscirà anche a staccarsi da lei e ad aspettare che torni. L’obiettivo di educare il bambino a dormire da solo è giusto perchè comunque aiuta il bambino a diventare autonomo e a prendere consapevolezza di se stesso; ma non dobbiamo confondere l’obiettivo con il punto di partenza, e noi l’abbiamo sempre fatto. Schulzer e Schreger (pseudopedagogisti) dicevano che entro il primo anno di vita il bambino deve aver acquisito tutte le capacità di autocontrollo; questo è vero, ma impossibile poter acquisire questa competenza entro il primo anno di vita, come pretendere che il bambino riesca a dormire da solo. La madre è la figura di attaccamento primario del bambino,se possibile. Gli studi di attaccamento sono stati condotti nel mondo occidentale in cui veniva contemplata solo la situazione familiare ottimale, quindi la madre stava con il figlio mentre il padre era a lavorare tutto il giorno. Il padre non era ritenuto in grado di occuparsi del bambino, mentre invece è in grado di occuparsene imparando a farlo nel modo giusto ovviamente. Ma la tradizione era che l’attaccamento primario fosse nella madre e che il padre non fosse in grado di occuparsi del neonato. Bruno Bettelheim scrive il libro “I figli del sogno” in cui racconta dell’infanzia di neonati nei kibbutz israeliani. In questi kibbutz il bambino veniva allattato fino circa ai 6 mesi poi veniva allontanato dalla famiglia e inserito in una grande comunità con altri 40 bambini e una tata che se ne occupava. Quindi la relazione primaria di attaccamento doveva essere con la tata, secondo la teoria. Ma lei ne aveva 40, quindi non c’era esperienza di contatto corporeo a lungo termine, la tata si poteva occupare solo dei loro bisogni primari. Quindi la relazione di attaccamento primario non era con la tata, ma con il bimbo con cui dormivano insieme, sempre a rimarcare il bisogno di attaccamento corporeo. Ecco cosa vuol dire ampliare il campo di indagine, ampliare il momento di universalità dell’esperienza. Altrimenti rischiamo di pensare che vada bene così, che ne sappiamo abbastanza. C’è molto pensiero psicologico e psicanalitico che rivendica il rapporto materno, ma una cosa è rivendicarlo, un’altra è imporlo. Le teorie devono essere aggiornate anche a fronte del fatto che sono pochissime le mamme che passano anni a casa con i loro figli. Quindi con chi è la relazione di attaccamento primario? Il rischio che il bimbo stabilisca con l’educatrice del nido una relazione di attaccamento primario è alto; lo chiamiamo rischio perché, nella migliore delle ipotesi, l’educatrice starà con il bambino per circa 2 anni, è comunque temporaneo. E’ fondamentale che il bambino costruisca delle relazioni anche di attaccamento secondario. La madre deve concordare con le educatrici per dare continuità al bambino. Ecco cos’è il momento di universalità dell’esperienza: un ampliamento infinito del campo di indagine e una continua ricerca condotta attraverso pensiero critico. Ci inorridiamo di fronte a quello che ci racconta Bettelheim, ma siamo sicuri che il nostro modello comportamentale sia migliore? Dobbiamo costruire, elaborare saperi relativi all'esperienza educativa non accontentandoci mai dei saperi che abbiamo raccolto e quindi
ingenua. L’uomo che si vanta di essere soggetto in realtà si trova in una condizione di soggetto apparente. Questa condizione si è accentuata con i mass media, la pubblicità, la globalizzazione, che tende ad uccidere le identità locali, le diversità culturali; ha distrutto la biodiversità e ora distrugge la diversità culturale. C’è un modello di riferimento che impone tutti i suoi elementi, dalle modalità di relazione a quelli di comunicazione e distrugge qualsiasi forma di socializzazione, con stili di convivenza individualizzati e solitari. Adesso Banfi ci dice che l’esperienza è il rapporto integrativo di un soggetto e di un oggetto. Integrativo significa che non c’è esclusione; c’è un contesto già dato e qualcuno viene incluso in questo contesto. Qua, invece, abbiamo due termini della relazione che sono chiamati a integrarsi tra loro, mentre nel caso di prima viene indicato un soggetto primario che decide o che comunque sta sopra all’altro; noi parliamo di entità paritarie. Tendenzialmente ci deve essere reciprocità tra un soggetto e un oggetto. Dovrebbe accadere che soggetto e oggetto si scambiano, contaminano, mescolano, compenetrano l’uno con l’altro reciprocamente. Con questo rapporto integrativo accade che questi due elementi distinti si influenzano a vicenda ma mantengono comunque una propria identità. L’esperienza appunto dovrebbe essere così; è fatta anche di conflitti, rapporti di potere, prevaricazioni, asservimento, assoggettamento. Quando Banfi definisce il concetto di esperienza dice che è così, non che dovrebbe esserlo. L’esperienza in alcuni casi è così, ma in altrettanti no, quindi dipende. Perchè lui ci dice che è così? L’esperienza è problematica, ma questo concetto è dogmatico ma Banfi si sta emancipando dalla metafisica quindi troviamo una leggera contraddizione. Perché l’esperienza è problematica? Alla base dell’esperienza ci sono i due grandi momenti dell’io e del mondo alla base di oggetto e soggetto. L’ego è l’io, “l’altro” è tutto quello che non è ego. Questi due elementi tendono a radicalizzare la loro posizione che per l’ego diventa egocentrismo mentre per il resto eterocentrismo. L’egocentrismo è l’avere, il possedere, è mettere l’io al centro di ogni sua esperienza di vita. L’egocentrico per funzionare spesso è anche seducente perché ha bisogno che gli altri si mettano a suo servizio, ci succede di essere egocentrici quando diciamo “io voglio”. L’egocentrico non riesce a porsi il problema etico, deve solo raggiungere il proprio obiettivo quindi ogni mezzo è lecito a fronte di qualsiasi altra cosa che si ponga su quella stessa strada. L’egocentrismo è sul piano dell’avere, l’eterocentrismo su quello del dovere. L’eterocentrico si mette a servizio degli altri, è collaborativo, è disponibile, si presta e apparentemente questo sembra migliore dell’egocentrico. L’eterocentrico si mette anche a servizio dell’egocentrico, fa ciò che gli viene chiesto, il suo mettersi a servizio dell’altro è radicale. Questo significa che nemmeno lui si pone il problema etico. Prendiamo come esempio Eichmann che ha obbedito agli ordini dell’esercito tedesco senza porsi il problema. Vediamo come l’eterocentrico diventa strumento dell’altro, chiunque esso sia, annulla se stesso, tutte le sue conoscenze, la consapevolezza di bene e male. Quindi ci troviamo di fronte ad un soggetto eticamente inaffidabile tanto quanto l’egocentrico. Come esempio di egocentrismo prendiamo Dorian Gray, diventa artefice della propria esistenza con un percorso che lo porta alla distruzione; non si ferma di fronte a nulla, diventa un’opera d’arte che esprime fino in fondo la potenza della seduzione, mette gli altri in posizione di dipendenza. Altro esempio è l’estetico, vuole asservire il mondo al suo cospetto. Sia egocentrismo che eterocentrismo sono momenti negativi, ma l’egocentrismo ci ricoda che esiste l’ego e l’eterocentrismo ci ricorda che esiste l’etero, io e l’altro (la diversità). Sono due declinazioni radicalmente inadeguate della relazione
tra l’ego e l’altro. Dobbiamo invece osservare un momento di integrazione in cui l’io non rinuncia a realizzarsi, ha ragione a tenere conto di se stesso e può legittimamente mettersi al centro dell’esperienza ma deve essere consapevole dei confini, limiti, che ne derivano. Nel momento in cui voglio realizzarmi, inevitabilmente, incontro l’altro e l’altro mi pone dei limiti (non sempre). L’incontro a volte crea ostacoli, a volte crea le condizioni favorevoli ad un arricchimento reciproco di condivisione e collaborazione. L’io vuole realizzarsi ma nel processo di integrazione si realizza anche grazie all’altro e l’altro non resta solo il nemico; realizzarsi in due è più facile che realizzarsi da soli, ma soprattutto è più facile se abbiamo un mondo di riferimento in cui realizzarci. Se ci tiriamo fuori dal mondo e rimaniamo solo noi, come facciamo a capire entro quali esperienze possiamo realizzarci, come facciamo a capire quali sono le cose da fare per diventare interessanti agli altri, per assolvere le aspettative del mondo. Abbiamo bisogno dell’altro per realizzarci. L’altro non è quindi uno strumento ma una risorsa, una soggettività con cui entrare in dialogo. Bertin formula un imperativo categorico che assomiglia a Kant: “realizza te stesso, realizzando l’altro”. Non c’è, così, il rischio che l’altro diventi oggetto? Significa realizza te stesso inserendosi in un processo di mutazione che porta anche cambiamenti radicali, quindi l’altro è dentro e fuori di noi. Significa realizza te stesso anche insieme agli altri. Quindi l’io e l’altro nel processo di integrazione sono chiamati a realizzarsi reciprocamente. Questo processo di integrazione deve allontanarsi da quelle strutture dell’esperienza che la sbilanciano verso i suoi estremi (ego ed etero) e deve tendere al trascendentale. Il momento trascendentale dell’esperienza è quel momento che non si realizzerà mai, però è il momento in cui l’io e l’altro hanno raggiunto un tale livello di integrazione per cui risolvono tutti i loro problemi e conflitti, ci troviamo in un mondo ideale solo pensabile in cui il soggetto e l’oggetto hanno risolto tutte le tensioni elencate prima; hanno raggiunto una condizione ideale di equilibrio, pace e serenità perenni e assolute. Può realizzarsi un mondo così? No, perchè se accadesse non ci sarebbe più sviluppo storico, saremmo nell’ultima condizione di esperienza (hegel diceva la reincarnazione dello spirito assoluto nel suo punto più alto della storia). Il trascendentale serve ad indicarci una meta regolativa che ci dice quale è il punto di partenza, egocentrismo o eterocentrismo, e la direzione che è il trascendentale. Dobbiamo imparare a muoverci dai punti di partenza all’ideale punto di arrivo che in realtà è solo la direzione. Ci aiuta a capire che tutte le volte che ho raggiunto un certo livello di integrazione, quel livello di integrazione non è mai definitivo ma solo valido per un po’ di tempo finché non entrerà in crisi e rivelerà una sua problematicità. Il rischio è di tornare al punto di partenza, ma il trascendentale ci dice che è solo momentaneo e che dobbiamo andare avanti verso una forma di esperienza più evoluta. Ma come faccio ad andare oltre senza avere una direzione, una meta da perseguire. Allora l’esperienza è problematica perché il trascendentale non si realizza mai completamente. La problematica deriva dal fatto che l'esperienza non è mai in equilibrio e rischia di tornare al suo punto di partenza. Nel cammino tra la problematicità e il trascendentale abbiamo il momento di razionalità; attraverso l’esercizio della ragione possiamo evolvere dalla sua problematicità andando verso il trascendentale anche se sappiamo che è irraggiungibile. Questo ci fa essere più consapevoli, responsabili.
Secondo Banfi l’esperienza è il rapporto integrativo del soggetto verso l’oggetto. Il rapporto integrativo tende al trascendentale anche se non lo raggiunge mai veramente. Il trascendentale è una meta regolativa. Quindi è meglio mettersi su quella direzione perché questa valorizza entrambi i termini, ma non necessario. Allora perchè diciamo che l’esperienza è un rapporto di integrazione se può anche non esserlo? L’esperienza è un momento di natura razionale in cui un soggetto e un oggetto sono chiamati a integrarsi reciprocamente. Ma allora è dogmatico.
figura è dominante ma noi dobbiamo diventare consapevoli di cosa significhi essere educatori, genitori, insegnanti che operano in un momento di problematicità. Dobbiamo diventare consapevoli che la problematicità e l’ambivalenza investono tutte le nostre piccolissime scienze quotidiane. Arriva il momento in cui si è costretti a compiere passi avanti, un salto. Il valore dell’integrazione è che se stiamo dentro, il dogma è facile e la scepsi è difficile, ma lo diventerà sempre meno. Allora Banfi ha un po’ forzato la mano dicendo che l’esperienza è integrazione, ma ci sta dicendo che l'esperienza non è razionale e l’integrazione è una scelta probabile perché corrisponde ad un’esigenza. L’integrazione conviene quindi, entro certi limiti, ha buone probabilità di essere scelta. Il progresso e lo sviluppo devono tenere conto dell’istanza razionale tra oggetto e soggetto, ma non è socialmente dominante perché lo è la problematicità. Dentro questo tempo fatto di squilibri planetari ed eccessi tecnologici, stanno diventando dominanti i modelli di sviluppo sostenibile, perché di fatto non siamo ancora così saggi da scegliere le correnti di sviluppo sostenibile. Intanto il principio di integrazione sta progredendo. Quindi Banfi esprime un'ombra di ottimismo sulla sua concezione di esperienza: razionalità e integrazione non sono destinate ad imporsi, ma verranno alla luce molto probabilmente e regoleranno l'esperienza.
Cos’è la scepsi? Il principio di identità dice che a=a nella logica, in base a questo si possono compiere affermazioni di natura assertiva. Questo principio rischia il dogmatismo, ma non sempre un’identità risulta vera in ogni caso. Allora interviene la scepsi, il principio di contraddizione, che nega quello che è stato valido fino a quel momento. Il problema è contestualizzare, mettere in dialogo i due principi e farli ragionare insieme. Per evitare di generalizzare, invece di dire che la scuola è o non è educativa, possiamo dire che la scuola ha potenzialità educative. È sbagliato assolutizzare, perché i dogmi e gli assolutismi sono destinati a fallire. Il pensiero flessibile ci aiuta a ragionare con tolleranza, ci insegna l’arte della pietas, ci permette di comprendere i limiti, le fragilità, le insufficienze dell’altro e di accettarlo. Il piano delle conoscenze si intreccia con il piano delle emozioni, ma questo non deve diventare un alibi a trascendere le emozioni più basse e servili dell’esperienza. L’insegnante che si compiace del proprio potere e che lo rivendica non merita rispetto; una cosa è sbagliare ed essere fragili per poi potersi scusare, l'insegnante che pretende di esercitare il potere dell’arbitrio perchè è in un conflitto con l’alunno e la famiglia non merita rispetto perché trasforma una normale condizione di fragilità in un rapporto di potere. Il principio di identità dice che autorità e libertà coincidono, quello di contraddizione dice che sono sempre una opposta all’altra in conflitto. Gentile si affida a quello di identità, secondo lui non si può essere liberi senza essere anche autoritari per se stessi. Noi possiamo dire che autorità e libertà non sempre coincidono, che ci sono tipi e tipi di autorità. La scuola aristocratica e quella democratica sono in conflitto tra loro, perché la prima è la scuola dei migliori e la seconda è quella del popolo. Ma il popolo è fatto da pochi migliori che sono quelli che governano. Allora Gentile dice che non c’è contrapposizione tra le due scuole
verità, per cui dove sta il problema? L'insegnante non crede alle parole del genitore perché pensa che il genitore non veda realmente il figlio o che è troppo presente, a questo punto può accadere che a casa il bambino faccia determinate cose e le faccia bene perché identifica il genitore come insegnante. Quando va a scuola il bambino sbaglia perchè deve poter sbagliare. Come possiamo capire la situazione? Perché il genitore racconta determinate cose? Se il genitore è convinto che il figlio venga sottovalutato, dobbiamo agire per cambiare questa condizione, non possiamo lasciare le cose invariate. Dobbiamo uscire da questa contrapposizione. Il problema è che il bambino deve sperimentare tutto a scuola ed essa deve essere a misura di alunno per permettergli di fare tutte le esperienze, positive e negative, di miglioramento e di fallimento. La realtà è opaca, ambigua, complessa, da decifrare e come essa la conoscenza. Se tutto è molto chiaro qualcosa non funziona, qualcuno si sta conformando alla nostra immagine di realtà. Cosa vuol dire metodologico? Vuol dire che dobbiamo darci una metodologia di riflessione e di conoscenza della realtà. Noi lavoriamo con il metodo dialettico, ma non la dialettica nel senso che il soggetto pone l’oggetto, ci sono due termini che sono pensati come antinomici l’uno all’altro. Questi due termini li prendiamo seriamente come potenzialmente contrapposti e pensarli in questo modo ci aiuta a capire i limiti del dogmatismo. La ragione è un’esigenza, non un dato di fatto, e l’abbiamo sviluppata per migliorare le nostre esperienze. Se io penso che autorità e libertà siano solo antinomici, ragiono nei termini della scepsi in cui la libertà è contrario dell’autorità. Ma vuol dire che teorizzo un mondo in cui o c’è qualcuno che comanda e gli altri obbediscono, o c’è un mondo in cui ognuno fa quello che vuole in libertà. Allora l’antinomia ci consente di analizzare i termini. I vincoli vanno discussi e concordati, devono essere flessibili e ammettere concezioni differenti, ci devono poter stare tante identità diverse tra loro e qui entra in gioco la libertà. Ma essa ha valore se non degenera nell’arbitrio, per essere valorizzata ha bisogno di limiti. Questo è un metodo riflessivo che ci aiuta a costruire il sapere. Bertin ci dice che l’esperienza educativa deve formare la persona in modo totale ed integrale. L’educazione intellettuale potenzia l’intelligenza, ma cos’è l’intelligenza? In questa cornice l’intelligenza è la capacità di confrontarsi con il momento di problematicità dell’esperienza, è la capacità di muoversi in direzione di possibile risoluzione, fermo restando che si tratterà sempre di soluzione provvisorie. Il problema è come muoversi in direzione di risoluzione. Quando studiamo la soluzione dobbiamo confrontarci con il momento di universalità di esperienza e con il trascendentale Dobbiamo pensare se quella soluzione sia l’unica possibile e va messa a confronto con le altre, nessuna di esse è assolutamente valida, alcune soluzioni saranno più efficaci o più opportune. Se non riusciamo a immaginarci una pluralità di soluzioni cadiamo nel dogmatismo. L’educazione intellettuale deve essere aperta, plurale, bilanciata. In teoria nel pensiero problematicista l’educazione è completa. Ma l’esperienza di apprendimento deve essere significativa per l’allievo, coinvolgente, sensata, ma queste esperienze procedono spesso per squilibri. Soprattutto alla scuola primaria, i prerequisiti devono essere raggiunti da tutti in tutte le aree, ma capita il bambino che sia più propenso a determinati insegnamenti e così avrà un’educazione sbilanciata. Ma noi non possiamo contrastarlo perché quel bambino sta sviluppando un talento, non dobbiamo intervenire in modo drastico. Quando abbiamo apprendimenti sbilanciati e incomprensibili, spesso troviamo la sindrome di Asperger in tutte le
sue forme. Gli squilibri vanno compensati gradualmente con il tempo, non li dobbiamo manomettere. Allora muoversi verso il trascendentale significa tollerare gli squilibri che ci sono nell’apprendimento e capire se dietro quello squilibrio c’è un talento. L’educazione intellettuale in sé non è sufficiente perché rischia di degenerare nell’astratto. La mente ha bisogno di agire nel suo tempo e di assumersi le sue responsabilità.
Come si fa a difendere qualcosa su cui non si è riflettuto a sufficienza? Difendiamo noi stessi e la nostra identità come fosse rocciosa e non potesse cambiare nel tempo. Il principio di identità, tutto sommato, veicola anche un’identità e pretende di difenderla. Attualmente abbiamo la lotta tra le civiltà e non la lotta tra ricchi e poveri o altre categorie. Il vecchio bipolarismo tra URSS e USA è stato sostituito da un bipolarismo con 7 aree geopolitiche: USA, Russia, India, Cina, Giappone, Canada, Europa. Sono aree molto eterogenee tra di loro, si ispirano a tradizioni differenti. Le democrazie illiberali gravitano nell’orbita del patto di Varsavia anche se non esiste più. Queste aree si stanno facendo la guerra? No, il grande conflitto interculturale c’è con la parte del mondo islamica che viene considerata povera. Questo conflitto deve essere letto come una lotta di classe e non come una lotta tra civiltà. Dobbiamo uscire da uno spontaneismo di pensiero che ci viene propinato dalle rappresentazioni quotidiane. Non siamo capaci di pensare se non siamo capaci di entrare nel merito, per farlo dobbiamo studiare e non accontentarci. È importante il piano dell’educazione affettiva ed emozionale perché dobbiamo tendere a un processo completo di educazione ed istruzione della persona. L’educazione emozionale è quella che educa a comunicare, ad esprimersi. Questa educazione deve potenziare la sensibilità (capacità di esprimere le proprie emozioni e di cogliere le altrui). Se non si è sensibili, ci si sottomette di fronte al potere. L’ipersensibilità è un problema di equilibri, ma ha delle buone possibilità di potenziare l’intelligenza e di rendere l’esperienza più interessante. Sono le emozioni che danno senso e colore alla nostra esperienza. Abbiamo bisogno di passare attraverso l’esperienza emozionale per apprendere e capire. È importante anche il gioco che contribuisce a valorizzare gli elementi di sensibilità. Bertin dice che l’educazione alla sensibilità deve avvalorare anche l’esperienza religiosa in tutte le sue correnti religiose. Educare alla trascendenza significa pensare a un mondo che è in grado di riprogettarsi, trasformarsi, secolarizzare la trascendenza portandola nella realtà. I teologi della secolarizzazione sono più che altro protestanti; Dio favorisce il processo di sviluppo sociale e culturale secolarizzandosi. È una prospettiva antidogmatica, non un indottrinamento o un catechismo. L’educazione alla religione deve smettere di dividere, ma predicare l’amore, la fratellanza, la carità, la pietas. Poi abbiamo educazione all’amore come valore più alto. Ora parliamo di educazione estetica, fisica, professionale. L’educazione estetica è l’educazione al bello, al gusto, alla trasfigurazione estetica della realtà. Potenzia il gusto, la sensibilità, ci rende un po’ pittori, musicisti, artisti, che ovunque siano riescono a trasformare la realtà. Lo sguardo estetico non è fedele alla realtà. L’educazione fisica è importante per il benessere del
accade realmente nella vita di quelle persone ha a che fare con la qualità delle relazioni coinvolte. Lo capiremo parlando degli assiomi della comunicazione. Osserviamo i contesti. Brainstorming “cos’è un contesto”: situazione circoscritta, confronto, ambiente culturalmente formativo, situazione relativa e differente, complesso di determinate condizioni, cornice, partecipazione, cultura, condizioni, società, storico, diversità, comportamenti, fisico e temporaneo, insieme di scelte, scelte e non scelte, linguaggio, momento, esperienza, relazioni, regole, simbolico, rete di relazioni, pubblico e privato, unicità, fraintendimento, ambito, comunità. Dal libro “Pragmatica della comunicazione umana”, Watzlawick, Beavin, Jackson Watzlawick, Beavin, Jackson dicono: “Raccontami un aneddoto per introdurre il concetto di contesto.” Laurent racconta che si trovava nel giardino della sua casa di campagna ed era molto compiaciuta che stava disegnando degli 8 nell’erba del suo giardino, camminava come le papere. Era felice che gli anatroccoli lo seguissero come fosse mamma anatra, a un certo punto alza lo sguardo e vede un gruppo di turisti che lo osservavano con aria allibita. Erano stupefatti perché non vedevano gli anatroccoli, vedevano solo questo signore anziano, vestito in modo strano tirolese, che camminava a 8 nel giardino di casa sua. Sarebbe stato sufficiente vedere gli anatroccoli? No perchè avremmo pensato che fosse matto comunque. Magari sta facendo qualcosa di complesso che va capito, ma la nostra reazione immediata è di stupore. Poi magari penso anche che sia attore e stia provando una parte, oppure che sia uno studioso del comportamento animale ma è altamente improbabile. La spontaneità del nostro sguardo rimane colpita dal mancato rispetto delle convenzioni, abbiamo certi standard e tutto ciò che esce da queste barriere ci stupisce e non siamo in grado di valorizzare appieno quello stupore. Un bambino piccolo che vede la stessa scena pensa che vuole farlo anche lui oppure chiede che cosa stia facendo quel signore per capire, in ogni caso si stupisce con sguardo positivo. Laurent dice che per comprendere un contesto bisogna, in questo caso, tagliare l’erba fisicamente e simbolicamente perché se anche vediamo gli anatroccoli, ci occorre sapere altre cose per comprendere e non soffermarci al nostro stupore. Dobbiamo acquisire un insieme di informazioni che diano senso a quel comportamento, a quel punto il contesto diventa comprensibile. A partire da questo aneddoto i 3 signori ci consigliano il modello della ridondanza, ciò che è ripetitivo, un dato che torna potenzialmente all’infinito che ci trasmette un eccesso di informazione. C’è una ridondanza intenzionale, ma anche una ridondanza necessaria che è legata alla natura dell'esperienza che viviamo. Mettiamo che un e.t. entri in quest'aula e non sappia nulla di nulla dell’ambiente che lo circonda; ma capisce che si trova di fronte ad una situazione di apprendimento senza chiedere nulla. Secondo gli scrittori è fondamentale comprendere un contesto senza chiedere nulla. Perchè non si può chiedere? Chiedere implica il dover capire quali informazioni sono giuste e il non dover mentire, ma spesso si mente anche inconsciamente. Succede che si neghi anche di fronte all’evidenza perché si fa fatica ad essere sempre trasparenti e a raccontare oggettivamente. Quindi la vera osservazione è quella che si coglie attraverso la ridondanza dei comportamenti. È come se un osservatore che non conosce le regole del gioco degli scacchi non possa chiederle ai giocatori perché parlano un’altra lingua. Non abbiamo nessun’altra fonte a disposizione, ci resta solo guardare. All’inizio non capiamo nulla, ma continuando a guardare anche per ore riusciremo a capire senza chiedere nulla ed è un’osservazione oggettiva. È possibile, in questo modo,
comprendere molto ma non proprio tutto perché per vedere tutto noi dovremmo poter usare questo modello nei confronti di ogni singola persona in tutti i contesti della sua vita. Allora il modello della ridondanza ha i suoi limiti. Ci sono situazioni in cui qualcuno parla sempre in continuo, ma se chiedi a quella persona di non parlare dice che gli altri non parlano e quindi deve portare avanti il gruppo. Chi non parla invece dice che tace perché parla sempre l’altro. E qui non possiamo fidarci solo di quello che ci dicono, ma dobbiamo capire quale è la dinamica relazionale nel contesto; capiremo che c’è una dinamica di leadership forse condivisa o forse no. La presunzione che questo modello di osservazione sia assolutamente certo e oggettivo è ingenua. Ogni modello è relativo al tipo di osservazione che utilizza, ma perché dotarci di un modello? Se osserviamo capiamo, se vediamo solamente non comprendiamo tutto. Dobbiamo entrare nel merito, non fermarci alla prima impressione. Ma noi cominciamo ad osservare quando cominciamo a pensare, quando non ci limitiamo ai primi dati che ci colpiscono. Quando pensiamo, dobbiamo anche uscire dallo schema per risolvere un problema. Se noi ripetiamo sempre le stesse parole, gli stessi concetti e pensieri, siamo ingabbiati dentro e stiamo pensando in modo inefficace. Giudichiamo quella situazione e finchè si giudica non si comprende. E noi giudichiamo per compensare la nostra incapacità di comprendere una situazione. Il modello di osservazione non ci serve per capire tutto ma per comprendere la nostra spontaneità e diventare un po’ più scientifici e meno giudicanti, valutativi. Chi siamo per decidere che quello che fa l’altro è positivo o negativo? La soggettività dell’osservatore condiziona l’osservato. Quando siamo osservati cambiamo, ma comunque noi facciamo quello che sappiamo fare e diciamo quello che sappiamo dire quindi di base rimaniamo noi stessi e siamo semplicemente più trattenuti.
Il modello della pragmatica della comunicazione umana ha delle ambiguità. Dicevano che con il modello della ridondanza potevamo comprendere tutto e in realtà è solo un modello di agevolazione e di supporto. Nessuna forma di conoscenza può essere assolutamente certa e oggettiva. L'esperienza comunicativa si esprime attraverso delle evidenze così assolute e incontrovertibili che diventano degli assiomi. I tre autori ci dicono che le nostre esperienze comunicative sono guidate da un insieme di comportamenti universali vincolanti per tutti, che attraversano tutto l’universo della comunicazione e sono inconfutabili. Non sempre questo è vero. Può essere che i soggetti che comunicano tra di loro non siano così in grado di raggiungere una unica chiave di lettura, possono entrare in conflitto, possono non riuscire a risolvere questo problema. Assioma 1: è impossibile non comunicare. Perchè? Perché anche il silenzio è comunicazione, è una scelta anche questa di carattere comunicativo, di lasciare agli altri un maggiore interventismo comunicativo. Per spezzare il cerchio comunicativo dovremmo fare in modo che la gente si dimentichi di noi, ma è praticamente impossibile. Questo dato è stato ampiamente supportato dalla ricerca scientifica che ci dice che in natura i sistemi chiusi non esistono, viviamo in un mondo di sistemi aperti. I sistemi chiusi vengono posti e studiati artificialmente e servono a studiare il raggiungimento
bambino deve imparare ad autocorreggersi e autovalutarsi; ovvio che nei primi momenti di insegnamento della scrittura il bambino non è in grado di riconoscere gli errori.
Abbiamo detto che la comunicazione si compone dei canali verbale e non verbale. I nostri autori ci dicono che quando non c’è congruenza tra comunicazione verbale e non verbale, si genera una comunicazione paradossale. Cos’è un paradosso? Nel paradosso c’è sempre un problema di ordine logico, si crea un problema difficilmente risolvibile, in teoria non risolvibile. Ci sono due testi contrastanti tra loro, una delle quali esclude l’altra, tuttavia sono entrambe vere. Ma noi parliamo del rapporto tra comunicazione verbale e non. Se questi due canali di comunicazione dicono cose diverse e contrastanti tra di loro, si crea una comunicazione paradossale. Cioè: abbiamo la comunicazione non verbale che lancia un messaggio e quella verbale che lancia un messaggio contrario all’altro; se entrambi i messaggi sono veri si genera un effetto di comunicazione paradossale perché invece uno esclude l’altro. Ma è impossibile perché nella comunicazione c’è sempre un messaggio più vero dell’altro e quasi sempre è quello della comunicazione non verbale. Quindi parliamo di comunicazione ambigua e contraddittoria. C’è solo un caso specifico in cui la comunicazione diventa autenticamente paradossale: è quel caso in cui questa comunicazione ambigua e contraddittoria diventa ingiunzione paradossale. Esempio fatto dai 3 autori: la moglie al marito chiede se lui la ama e il marito può dare tre risposte possibili