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Il concetto di problematicismo pedagogico, una scuola di pensiero educativa che mette al centro la problematicità dell'esperienza. Bruno Bettelheim, uno psicologo e pedagogo influente, ha sviluppato questa teoria, che enfatizza la necessità di esperienze significative all'interno di un gruppo e la supervisione di educatori competenti. anche del ruolo dell'alterità e dell'incontro con le differenze nel processo di apprendimento.
Tipologia: Appunti
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Problematicismo Pedagogico Parole chiave: adolescenti, adulti, bambini, comportamento, comprensione, comunicazione, consapevolezza, crescita, didattica, educazione, formazione, gioco, insegnante, interazione, istruzione, metodo, osservazione, pensiero, percorso, processo, sviluppo.
Allievo ideale -> colui che viene catolizzato dalla mente e dalla personalità del maestro e lo segue e si identifica. Questo processo non è realizzabile con tutti gli studenti in quanto siamo tutti differenti. Problematicismo pedagogico Dobbiamo capire cos’era la pedagogia secondo questa scuola di pensiero che nel caso di Giovanni Maria Bertin prende il nome di problematicismo pedagogico, perché mette al centro il momento di problematicità dell'esperienza. Il problematicismo pedagogico non risultava astratto e dogmatico, ma risultava vivo e parlante e quindi capace di aiutare gli studenti. Per capire a fondo cosa sia la pedagogia bisogna fare una distinzione tra :
senso più alto ancora (es. dottorato di ricerca), tutto questo si colloca dentro delle cornici teoriche e metodologiche che consentono di identificare quell’approccio. Cosa significa costruire una conoscenza che ha valore fenomenologico?
nostro. Ognuno educa il bambino in base al suo bagaglio precedente ed in base alle sue personali convinzioni ed esperienze. In questa gradualità si costruiscono anche buone relazioni di attaccamento. Però per capire questa cosa dobbiamo confrontarci con modelli culturali ed educativi lontanissimi dai nostri ed è importante quindi un allenamento della nostra mente ad un pensiero flessibile. L'obiettivo di educare il bambino a dormire da solo va benissimo in quanto aiuta il processo di identificazione personale, di autonomia, non dobbiamo però confondere l'obiettivo con il punto di partenza, cosa che abbiamo sempre fatto. Uno pseudo-pedagogista del ‘700 Schultzer e un altro dell'800 Daniel Gottlieb Moritz Schreber (il papà del paziente analizzato da Freud), sostenevano che entro il primo anno di vita, il bambino deve aver acquisito tutte le sue capacità di autocontrollo, quindi pensieri, esperienza emozionale, relazionarsi con contesti differenti e comportarsi a seconda di essi etc. Questa competenza però non l'abbiamo acquisita completamente nemmeno adesso. La figura primaria di attaccamento con il bambino è la madre Lo dicono gli psicologi e lo stesso E. Erickson (psicologo) Gli studi sull'attaccamento sono stati condotti all'interno delle società occidentali, e quindi in un contesto storico e culturale che privilegia in via esclusiva, nei primissimi anni di vita, un contesto familiare nel quale il bambino cresceva per anni a contatto con la figura materna (o anche ad es. la nonna). Gli uomini si dice non siano portati a lavare, pulire, cullare il bambino, la tradizione era quella, le teorie sull'attaccamento sono nate in quel contesto. Le esperienze di attaccamento cominciano dopo l’allattamento, quindi ciò che c’è stato prima crea un legame non così profondo, se poi la relazione primaria di attaccamento non si realizza nella vita. E’ il soggetto che si prende cura del bambino, che instaura legami di fiducia, che sia o non sia la madre. Molti sono i casi in cui il bambino stringa un attaccamento più forte con una possibile educatrice rispetto che con la madre. Questo può essere pericoloso, perché l’educatrice o l’educatore è un soggetto provvisorio nella vita del bimbo/a. Dobbiamo ampliare il campo di indagine e conoscere nuovi modelli, sociali, culturali e storici. Questo ampliamento può andare avanti all’infinito. Non possiamo accontentarci del nostro grado di evoluzione del sapere, che poi entrerà a far parte delle nostre convinzioni, quando poi non è così. La madre quindi non è la figura di adattamento primario. E’ quindi fondamentale essere più lucidi, aperti e consapevoli quando trattiamo questi aspetti. Non essere rigidi su questi aspetti, che altrimenti possiedono un immaginario colpevolizzante. Molti punti di vista sono datati e legati ad un altro ambiente storico e sociale. Dobbiamo evitare il rischio delle generalizzazioni, del pensiero facile, comodo, che poi diventa luogo comune.
Veniamo da una tradizione culturale che vuole avere ragione, perché se noi non abbiamo ragione vuol dire che ha ragione l'altro. Invece non è così, non significa che abbiamo torto e che ha ragione l’altro. Anche nel punto di vista dell’altro c’è qualcosa di interessante, che anche se mette in discussione le nostre convinzioni, e noi facciamo fatica, questo non vuol dire che sia un male, anzi. Non dobbiamo rinunciarvi, ma fare in modo che le nostre conoscenze e convinzioni siano in grado di dialogare con le altrui convinzioni e conoscenze. Bruno Bettelheim (1903 - 1990) Bruno Bettelheim è stato uno psicoanalista austriaco naturalizzato statunitense, superstite dell'Olocausto sfuggito alle persecuzioni razziali. Di origini ebraiche, si rifugiò negli Stati Uniti, dove gli fu concessa la cittadinanza. Si occupò di psicologia dell'infanzia e si interessò in particolare all'autismo. 1969 Scrive il libro ‘’I figli del sogno’’ ⤷ racconta dell'infanzia di bambini molto piccoli, anche appena nati, nei kibbutz israeliani → esperienza di stampo comunitario, dove si cercava di non riciclare all’interno della nascente società israeliana le leggi di mercato e i vincoli produttivi propri delle società capitalistiche, ma si privilegiava la socializzazione di tutto, bambini compresi. Platone dice che i bambini andrebbero sottratti alla famiglia ed educati dalla comunità dove succedeva qualcosa di analogo :
Rapporto tra soggetto e oggetto Il rapporto tra soggetto e oggetto è condizionato dai rapporti di potere che ci sono tra i termini della relazione. Banfi dice che l’esperienza è il rapporto integrativo (= non c’è esclusione) di un soggetto e di un oggetto. Abbiamo una realtà già data con certe caratteristiche di partenza, che diventa abbastanza flessibile, rimette in discussione qualcosa al proprio interno, per includere qualcuno. Non c’è distacco tra soggetto ed oggetto, ma c’è reciprocità “tra” soggetto ed oggetto; questi due si avvicinano reciprocamente, si contaminano, scambiano, mescolano, compenetrano, per creare qualcosa di nuovo. Accade quindi che ci sia uno scambio alla pari, gli elementi sono distinti e mantengono la loro identità di posizione, ma cambiano attraverso l’ascolto reciproco, il rispetto e lo scambio reciproco. Non c’è uno in posizione dominante e subalterna. L’esperienza è così? Dovrebbe, sarebbe auspicabile che lo fosse. E’ fatta anche di conflitti, prevaricazioni, asservimento, assoggettamento… L’esperienza è quindi problematica, ed arriviamo quindi al termine di problematicità. Ci mettiamo sempre in discussione, ma andiamo sempre sul piano del “dover essere”. Banfi dice che “è” sempre problematica. Esempio di Bertin -> alla base dell’esperienza ci sono i due grandi momenti, dell’io e del mondo, soggetto ed oggetto. L’io, e poi c’è l’altro. Altro è alterità che non è l’io, al di fuori dell’io medesimo, Qualcosa tendenzialmente al di fuori di noi. Questi momenti hanno la tendenza a radicalizzare la propria posizione. In questo momento l’io diventa egocentrismo , e l’altro eterocentrismo.
realizzando anche quella parte di alterità e di differenza che c’è dentro di te (perché l’alterità non è solo fuori da noi, è anche dentro di noi)” e quindi dice di inserirsi in un processo di realizzazione che ti porta verso cambiamenti e mutamenti anche radicali, quindi l'altro è dentro e fuori di noi. L’ io e l' altro nel processo di integrazione sono chiamati ad integrarsi reciprocamente. Questo processo di integrazione deve allontanarsi dagli estremi, e tendere al trascendentale, ovvero quel momento che non si realizzerà mai, ma quel momento in cui l’io e l’altro hanno raggiunto un livello tale in cui non ci sono più conflitti, dissidi… è un mondo ideale, solo pensabile, in cui soggetto ed oggetto hanno risolto tutti i loro problemi e le loro antinomie di fondo -> la pace definitiva, il rispetto totale. Un mondo con queste caratteristiche può realizzarsi? No, se accadesse, sarebbe il punto di arrivo, l’incarnazione dello spirito assoluto. Siamo tutti imperfetti, ricominciamo sempre da capo, rinasciamo di nuovo, e dobbiamo imparare nuovamente a vivere. Serve però ad indicarci una meta regolativa, che ci dice qual è il punto di partenza, e a cosa dobbiamo tendere, quale sia il percorso da compiere. Ci aiuta a capire che il livello raggiunto non è mai definitivo. Abbiamo quindi il momento di razionalità, muovendoci in visione del trascendentale, che è un punto di arrivo ideale, non possibile, che però dà valore alle nostre esistenze. L'esperienza è per definizione problematica, non perché siamo dogmatici, ma perché il trascendentale non si realizza mai completamente ⤷ la problematicità deriva dal fatto che l’esperienza è sempre un po’ limitata, unilaterale, a rischio di sbilanciamento, di tornare indietro, verso l’egocentrismo e l’eterocentrismo (le sue determinazioni parziali). Nell’egocentrismo e nell’eterocentrismo abbiamo il momento di problematicità dell’esperienza. Invece nel cammino dalla problematicità al trascendentale, abbiamo il momento di razionalità. Imperativo categorico Bertin -> imperativo categorico “Realizza te stesso, realizzando l’altro” simile a quelli ↓ di Kant L’imperativo di Bertin è un invito agli educatori a decentrarsi da sé stessi, dai propri modelli ideali di riferimento, per assecondare, stimolare il processo di crescita di tante differenti soggettività -> nel fare questo, l’educatore sperimenta anche l'incontro con la propria alterità (è chiamato a rimettersi in discussione). Molte maestre vogliono accompagnare i bambini dalla prima alla quinta, ci tengono tanto a prenderli in prima così da farli diventare come li voglio. Qui non c’è il problema di realizzazione dell’allievo ma il problema di realizzare l’allievo e formarlo come il proprio allievo ideale, il problema è che l’allievo ideale è uno solo. Se ho un unico allievo ideale non mi sto occupando della realizzazione dell’altro, nel migliore dei casi mi occupo della realizzazione di qualcuno e gli altri si adeguano.
strumentalizzare il figlio: c’è una spontaneità che va verso la strumentalizzazione specifica. Non si riesce a cancellarla completamente, possono essere strumentalizzazioni anche non consapevoli quando si immagina un bambino ancora non nato o se iniziamo a dire che un bambino appena nato assomiglia a un familiare. Tutto questo ci insegna che possiamo aiutare la realizzazione dell’altro come fine solo se riusciamo a correggere la nostra spontaneità. Tutto ciò deve avvenire con una certa flessibilità per far si che il bambino possa anche prendere le distanze da quelle identificazioni che gli abbiamo imposto. Non è impossibile realizzarla in assoluto ma è necessario ricordarci gli imperativi categorici. Non bisogna pensare solo a sé stesso, il nostro comportamento deve essere vincolato alle esigenze e ai diritti degli altri. È impossibile applicare in assoluto questo imperativo categorico, perché noi possiamo aiutare la realizzazione dell'altro come fine, solo se riusciamo a correggere la nostra spontaneità ⤷ se usiamo un modello rigido, inflessibile, tutte le volte che ad es. il bambino avrà comportamenti divergenti rispetto al nostro modello, verrà punito/colpevolizzato e costretto a mettersi su quel binario ed a starci per tutta la vita -> quindi non è possibile realizzarlo in assoluto. Soggetto e oggetto Il professore stava denunciando che la dialettica quando è nel senso metafisico del termine è una finta dialettica che dà più peso a uno dei due termini dell’antinomia. Hegel sostiene che nella dialettica ci sono due antinomie: il soggetto e l’oggetto che vengono considerati come realtà contrapposte -> da un punto di vista metodologico, è possibile usare l’antinomia come strumento di analisi della realtà e riflessione ma bisogna che entrambi i poli abbiano ugual peso e dignità. Invece l’Idealismo trascendentale compie un’azione “furba” perché il soggetto è molto importante, l’oggetto lo è molto meno, è il soggetto che pone l’oggetto. Fichte: “L’io pone se stesso e ponendo se stesso pone il non io” ⤷ vuol dire che l’io è concentrato sul proprio percorso di realizzazione e autorealizzazione e nel farlo deve agire nel tempo e nella storia e incontra ciò che è differente da lui, l’oggetto, ma lo incontra per superarlo -> noi non condividiamo questa concezione, non possiamo condividere una concezione della dialettica in cui l'oggetto diventi strumento del soggetto. Il problema reale è quello di capire che sia il soggetto, chi o che cosa sia l'oggetto e quali siano i termini della loro relazione. E allora si scopre che non siamo sempre noi ad essere soggetti, possiamo essere anche oggetti, si scopre che l'oggetto non è necessariamente qualcosa di muto, di non parlante, di passivo su cui possiamo fare quello che vogliamo.
Da un punto di vista epistemologico conoscitivo chi è il soggetto e chi l'oggetto? Il soggetto è colui che studia, Indaga che tenta di conoscere, che pensa che analizza l’oggetto. L’oggetto è colui che è oggetto di studio. Allora se noi diventiamo oggetto di studio perdiamo completamente la nostra soggettività? Dipende da come veniamo studiati. Dipende se veniamo studiati solo come oggetti passivi che non possono dire la loro, che possono solo essere alternati in cui è l'altro che decide tutto, certi insegnanti valutano così. Nella valutazione c'è un allievo con i suoi comportamenti, i suoi prodotti, i suoi risultati ma ci sono anche i suoi processi, come ci arrivava a quei risultati, come ha realizzato quegli apprendimenti e quali elaborazioni cognitive ha compiuto per arrivare a quel risultato? Molto spesso tutto questo nella valutazione non viene tenuto in considerazione, si valuta il prodotto finale. Lì c’è un insegnante che è soggetto, un allievo che è oggetto di quelle valutazioni, se mi limito a decidere io. Ma se invece cerco di capire che cosa stia accadendo nella mente di questo bambino perché ad esempio un certo errore venga ripetuto e il bambino faccia fatica a correggerlo. Se cerco di capire anche quando c'è stato il risultato giusto come abbia raggiunto quel risultato perché ciascuna mente pensa e agisce in prima persona in modo anche personale modo anche soggettivo. Secondo Banfi l'esperienza è il rapporto integrativo del soggetto verso l'oggetto intesi secondo una significazione neutrale, indipendenti da un presunto essere in sé tanto del soggetto quanto dell’oggetto. Il rapporto integrativo tende al trascendentale ma non lo realizza mai in modo compiuto. Ma allora perché Banfi dice rapporto di integrazione tra soggetto e oggetto? Non è eccessivo?
Quindi, ritornando alla domanda, perché Banfi ci dice che l’esperienza è un rapporto di integrazione? L'integrazione non è scontata, è una scelta di chi agisce (decidere di integrare oppure no), ma la ragione è una scelta probabile (ha una certa probabilità di realizzarsi, di essere scelta) perché la ragione è un’istanza, corrisponde ad un’esigenza che abbiamo noi per primi. Il principio di interazione conviene, per cui entro certo limiti, ha buone probabilità di essere scelto, ovviamente ci saranno sempre fasi della nostra vita in cui faremo scelte contrarie, in cui decideremo di radicalizzare il conflitto, di essere violenti per non subire violenza ma il progresso e lo sviluppo hanno buone possibilità di realizzarsi, se tengono conto dell'istanza razionale, del movimento di integrazione tra soggetto e oggetto. Dentro questo tempo problematico, fatto di squilibri, eccessi tecnologici, devastazione del pianeta, intanto stanno diventando culturalmente dominanti i modelli di sviluppo sostenibile anche se sono solo culturalmente dominanti, perché di fatto non siamo ancora diventati così saggi da scegliere le condizioni di sviluppo sostenibile. Quindi Banfi, più che essere dogmatico, esprime un’ombra di ottimismo della sua concezione dell’esperienza, ci dice che razionalità ed integrazione, non sono destinate ad imporsi, ma hanno buone probabilità di emergere, di venire alla luce, e di diventare degli elementi di regolazione dell’esperienza. Tutto questo esige un certo modo di pensare. Ad esempio il problematicismo è agli antipodi rispetto alla filosofia gentiliana perché gentile pretendeva di risolvere le contraddizioni dell'esperienza educativa in astratto. Esempio: c'è un conflitto fra autorità e libertà? Il principio d'identità dice di no, autorità e libertà coincidono Nel principio di contraddizione dice di sì, autorità e libertà sono sempre in conflitto tra di loro. Gentile su questo piano ragiona in base al principio d’identità, autorità e libertà coincidono. Cosa vuol dire? Vuol dire che secondo lui non è possibile essere liberi senza dare alla libertà un fondamento etico che coincida con il principio di autorità, altrimenti non sei libero ma vivi nell’arbitrio. E’ facile cavarsela in questo modo soprattutto se ragioniamo in uno stato autoritario come quello del ventennio fascista. Possiamo dire che autorità e libertà a volte coincidono, che più spesso entrano in conflitto? Perché c'è autorità e autorità, perché l'autorità statale non è sempre quella che noi riconosciamo e convalidiamo e poniamo alla base e fondamento dei nostri comportamenti e delle nostre scelte. Possiamo dire che assumersi le responsabilità significa anche potersi muovere in direzione di punti di vista diversi e allora io posso fare esercizio di dissenso e prospettare un differente principio di autorità da quello che tu mi stai prospettando e pretendi di impormi. Nel dogmatismo, nello scetticismo, scepsi, accettano di confrontarsi con l'esperienza, hanno già deciso tutto a priori; invece noi problematicisti dobbiamo andare a verificare, dobbiamo verificare se le cose che diciamo sono supportate dall'esperienza, se le pensiamo solo noi o se la realtà ce le conferma, se arrivano degli elementi di rinforzo da parte della realtà.
diventa parte del suo progetto di vita e di formazione oppure non ha valore. C’è quindi una difficoltà di attuare fino in fondo l'imperativo kantiano. È ovvio che se ragioniamo in base al principio d'identità diciamo “Sì ogni allievo è a sé, al centro c'è l'individuo, il singolo bambino, il singolo adolescente e tu lo devi valorizzare in tutte le sue potenzialità, lo devi assecondare nel suo percorso di crescita”. Ovviamente qualcuno può dire “sì però c'è un contesto, ci sono dei vincoli, ci sono altri 24 bambini”. Il problema non è tanto di ordine quantitativo è di ordine qualitativo perché l'individualizzazione in una classe con 25 bambini è possibile, il problema è se ciascuno di noi debba essere educato come se fosse una monade scollegata dal mondo o non debba piuttosto imparare a fare esperienza anche dell'alterità. L'individualizzazione È importante ma è sempre un valore relativo, non ci sono valori assoluti nel problematicismo; quando io insisto sul momento dell'individualizzazione lo faccio perché so che nelle realtà educativa c'è il rischio contrario che è quello di un funzionamento un po' standardizzato dove la soggettività è chiamata ad adeguarsi mentre noi dobbiamo capire qualcosa di quel mondo interno di quel bambino in cui andiamo a occuparci. Dobbiamo capire qualcosa anche della sua interiorità, della sua socialità, delle esperienze formative che vive a casa, in famiglia, nel quartiere in cui vive; in questo senso dobbiamo prestare attenzione al momento dell'individualità che non è qualcosa di solo interno, è l'esperienza di vita di quel bambino. Dopodiché quel bambino però viene a scuola e fa a sua volta esperienza, altre esperienze di relazioni con insegnanti e con i compagni, allora non si tratta da questo punto di vista di mettere al centro il bambino e basta come se fosse un colloquio psicoanalitico in cui in teoria ci dovrebbe essere al centro il paziente, il bambino in un contesto di apprendimenti, in un contesto in cui si vivono esperienze cognitive, affettive, sociali, emozionali, relazionali e quelle esperienze deve poterle vivere. Il problema reale è quello di aprire davvero la comunicazione tra insegnanti e genitori perché quando i genitori a volte dicono “Vogliamo una scuola a misura di bambino” o addirittura dicono “Voglio una scuola a misura di mio figlio”, misure di tuo figlio vuol dire che sei tu insegnante perché mi dice di mio figlio non dell' allievo, una cosa che tu mi dica una scuola a misura di allievo ma se tu mi dici una scuola a misura di mio figlio sei tu che ti poni come insegnante, come educatore e che decidi una scuola che viene modellata sulle tue esigenze genitoriali. Il problema reale è che genitori e insegnanti arrivino a comunicare davvero, ad ascoltarsi, a capirsi e fidarsi davvero perché un cliché è quello del bambino che non riesce a fare alcune cose in classe e l’insegnante dice “Non è capace”, a volte i genitori rispondono “A casa lo fa”. Può essere che il genitore si sbagli o che stia persino mentendo, il problema è che a volte è sincero e dice la verità. A casa riesce a fare cose che a scuola non riesce a fare. La reazione più frequente da parte delle insegnanti è che non credono. C'è spesso questo pregiudizio che
quando i genitori non condividono le valutazioni degli insegnanti gli insegnanti pensano questa cosa “Ogni scarrafone è bello a mamma sua”. A volte però è vero, può anche succedere che ci siano genitori un po' troppo coinvolti dell'esperienza scolastica del figlio, che sono un po' troppo presenti e si aggiungono agli insegnanti, fanno essi stessi da insegnanti e può accadere a quel punto che quel bambino a casa riesca a fare quelle cose e a casa sbagli poco, può persino accadere che quel bambino identifichi il genitore, la madre, il padre nel ruolo di insegnante, con loro faccia tutte le cose bene ma siccome poi i bambini devono poter anche sbagliare a quel punto vanno a scuola e sbagliano a scuola. Ma come facciamo a saperlo che a casa fa un dettato senza errori di ortografia poi viene a scuola fa solo errori di ortografia? E’ il genitore che me lo sta dicendo. Come facciamo a fidarci? Bisogna cominciare a ragionare insieme, bisogna capire perché quella mamma sta dicendo quelle cose, perché sta raccontando quelle cose, sta dicendo che secondo lei suo figlio viene sottovalutato ma se quel genitore è convinto che il figlio venga sottovalutato possiamo lasciare questa condizione nel genitore? Eh ma se pensiamo che sta mentendo andrà avanti all'infinito questa situazione. Dobbiamo uscire da questa contrapposizione. Il problema non è che la scuola sia a misura, si la scuola deve essere a misura di allievo ma l'allievo deve fare esperienze di gratificazione, deve fare esperienze di frustrazione, deve sperimentare la facilità dell'apprendimento, deve sperimentare la difficoltà dell'apprendimento perché non si cresce se non in questo modo; se tutto è facile vuol dire che vi è stato semplificato. La realtà non è chiara, è opaca, ambigua, complessa e da decifrare. Se tutto è chiaro vuol dire che c’è qualcuno che si sta conformando alla nostra immagine della realtà. Il problema reale è che genitori e insegnanti si capiscano. Cosa vuol dire metodologico? Vuol dire che noi dobbiamo darci una metodologia di riflessione e di conoscenza rigorosa, dobbiamo dire che cosa facciamo per conoscere perché ogni conoscenza è vincolata a certi metodi di indagine della realtà o di riflessione sulla realtà. Noi lavoriamo col metodo dialettico ma non è la dialettica nel senso hegeliano del termine, non è il soggetto che pone l'oggetto; ci sono due termini che sono pensati come antinomici l'uno all'altro, autorità libertà, ad esempio, scuola aristocratica scuola democratica. Noi questi due termini li prendiamo seriamente, li pensiamo davvero come potenzialmente contrapposti l'uno all'altro ma è proprio pensarli in termini di contrapposizione che ci aiuta a capire i limiti del dogmatismo di ogni assolutismo, della contrapposizione medesima e a sperimentare l'opportunità dell' incontro , l'istanza razionale. La