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Riassunto problematicismo, Appunti di Pedagogia

riassunto sul problematicismo

Tipologia: Appunti

2018/2019

Caricato il 04/06/2019

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alice-girotti-1 🇮🇹

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PEDAGOGIA GENERALE E SOCIALE
IL PROBLEMATICISMO PEDAGOGICO
- Il problematicismo pedagogico è la scuola di Bertin, uno studioso del dopo-guerra, un allievo del
filosofo italiano Antonio Banfi, che ottenne la sua abilitazione da professore da Croce e ? - Banfi e
Bertin distinguono tra FILOSOFIA DELL’EDUCAZIONE E PEDAGOGIA: 1. FILOSOFIA
DELL’EDUCAZIONE - È UNA FENOMENOLOGIA DELL’ESPERIENZA EDUCATIVA VISTA NEL
MOMENTO DELLA SUA UNIVERSALITÀ. In sintesi essa è un sapere che costruisce conoscenze
di natura fenomenica sempre provvisorie, ampliando sempre il proprio campo di analisi,
approfondendo grazie al momento di universalità dell’esperienza. Spiegazione termini:
FENOMENOLOGIA - È stata creata da Kant, il quale distingueva tra fenomeno e noumeno (anche
Hegel parla della fenomenologia): FENOMENO: si tratta della realtà/di ciò che appare; per Kant
la nostra conoscenza non è mai neutrale e il fatto stesso di conoscere ci mette in una disposizione
attiva nei confronti della realtà in quanto, mentre cerchiamo di conoscere, contribuiamo a
modificare la realtà perché abbiamo una mente che non si limita a far apparire ciò che ci troviamo
di fronte; quindi, quando noi cerchiamo di esplorare il reale crediamo di esserci limitati a descrivere
ciò che vediamo, ma di fatto non è così. Kant afferma che “ogni atto di conoscere è un atto di
narrazione”, in quanto la conoscenza non è mai neutrale e disinteressata e si deve diventare
consapevoli di questo, assumendosi la responsabilità dei propri atti di conoscenza, che possono
valorizzare la realtà (quindi, aiutarla), oppure ostacolarla (quindi noi siamo come una macchina
fotografica, che quando scatta una fotografia ad una persona può valorizzarla o peggiorare
qualcosa di
questa persona). NOUMENO: si tratta della realtà/essere in sé per sé, che non si può né
conoscere, né pensare (Hegel elimina il concetto di noumeno). - Quindi, per Kant, la conoscenza
non è assoluta, ma parziale, relativa e si deve capire che anche l’altro esiste nella sua radicale
autonomia, che le proprie riflessioni sono solo proprie, che sono espressione della propria
formazione, della propria cultura e dei propri valori per questo motivo non si può fare come
Hegel ed eliminare il concetto di noumeno, altrimenti si rischia di convincersi che ciò che vediamo
sia il mondo esterno, sia l’altro. Ogni volta che si tenta di ridurre l’altro al proprio sguardo si compie
una violenza.
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Quindi, anche il concetto di fenomeno va conservato, in quanto noi conosciamo per vie
fenomeniche, ma dobbiamo capire che esse sono solo parziali e provvisorie non si approda mai
a conoscenze definitive e, per questo, non si deve eliminare l’idea di noumeno anche se non
possiamo conoscerlo. Ci sono valori che, in alcuni momenti storici, possono sembrare veri, in
quanto si tratta di conoscenze che rispecchiano quel momento storico, ma che verranno superati
con il tempo; le conoscenze che ci sembrano vere sono tali in quanto sono espressione di un
determinato momento storico, ma ci deve sempre essere un po’ di dubbio anche nei confronti di
ciò. Questa è la RIFLESSIVITÀ, cioè il non lasciarsi mai convincere del tutto dalla correttezza di
un’idea; infatti, è il dubbio che co aoita a pensare e se non c’è il dubbio si rischia di ricadere nel
dogmatismo. (es. Fino a 40/50 anni fa il nido non era considerato educativo, poiché i bambini
dovevano stare a casa con la loro mamma, la figura di attaccamento primario, a meno che non ci
fossero ragazze madri, etc…. Il nido, infatti era un ghetto per persone in difficoltà con mamme
incapaci e c’erano delle assistenti, che non erano educatrici e si occupavano dei bambini in modo
impersonale, senza giochi, etc…. In seguito sono stati fatti degli studi sui problemi enormi che
queste strutture lasciavano nei bambini e, con il cambiamento del mondo del lavoro, le donne
hanno capito che, oltre che essere madri, potevano essere anche lavoratrici. Quando sono nati i
nidi con le educatrici, però, erano per persone di bassa estrazione sociale, per figli di donne
lavoratrici, in quanto i figli delle donne ricche stavano a casa poiché venivano lasciati alle baby
sitter o alle nonne per non farli ammalare e per lasciarli con figure di attaccamento primario; in
seguito, si è iniziato a verificare che i nidi erano stimolanti ed educativi per il bambino, facendo
ricavare loro enormi benefici ed autonomia. le rappresentazioni del nido, quindi, sono cambiate
nel corso del tempo: si ha lo stesso campo di analisi, ossia il nido, ma siccome il fenomeno è
relativo, i pensieri sono cambiati.) - Fenomenologico = conoscere sotto dorma di fenomeni.
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PEDAGOGIA GENERALE E SOCIALE

IL PROBLEMATICISMO PEDAGOGICO

  • Il problematicismo pedagogico è la scuola di Bertin, uno studioso del dopo-guerra, un allievo del filosofo italiano Antonio Banfi, che ottenne la sua abilitazione da professore da Croce e? - Banfi e Bertin distinguono tra FILOSOFIA DELL’EDUCAZIONE E PEDAGOGIA: 1. FILOSOFIA DELL’EDUCAZIONE - È UNA FENOMENOLOGIA DELL’ESPERIENZA EDUCATIVA VISTA NEL MOMENTO DELLA SUA UNIVERSALITÀ. In sintesi essa è un sapere che costruisce conoscenze di natura fenomenica sempre provvisorie, ampliando sempre il proprio campo di analisi, approfondendo grazie al momento di universalità dell’esperienza. Spiegazione termini: FENOMENOLOGIA - È stata creata da Kant, il quale distingueva tra fenomeno e noumeno (anche Hegel parla della fenomenologia): FENOMENO: si tratta della realtà/di ciò che appare; per Kant la nostra conoscenza non è mai neutrale e il fatto stesso di conoscere ci mette in una disposizione attiva nei confronti della realtà in quanto, mentre cerchiamo di conoscere, contribuiamo a modificare la realtà perché abbiamo una mente che non si limita a far apparire ciò che ci troviamo di fronte; quindi, quando noi cerchiamo di esplorare il reale crediamo di esserci limitati a descrivere ciò che vediamo, ma di fatto non è così. Kant afferma che “ogni atto di conoscere è un atto di narrazione”, in quanto la conoscenza non è mai neutrale e disinteressata e si deve diventare consapevoli di questo, assumendosi la responsabilità dei propri atti di conoscenza, che possono valorizzare la realtà (quindi, aiutarla), oppure ostacolarla (quindi noi siamo come una macchina fotografica, che quando scatta una fotografia ad una persona può valorizzarla o peggiorare qualcosa di questa persona). NOUMENO: si tratta della realtà/essere in sé per sé, che non si può né conoscere, né pensare (Hegel elimina il concetto di noumeno). - Quindi, per Kant, la conoscenza non è assoluta, ma parziale, relativa e si deve capire che anche l’altro esiste nella sua radicale autonomia, che le proprie riflessioni sono solo proprie, che sono espressione della propria formazione, della propria cultura e dei propri valori per questo motivo non si può fare come Hegel ed eliminare il concetto di noumeno, altrimenti si rischia di convincersi che ciò che vediamo sia il mondo esterno, sia l’altro. Ogni volta che si tenta di ridurre l’altro al proprio sguardo si compie una violenza. 2 Quindi, anche il concetto di fenomeno va conservato, in quanto noi conosciamo per vie fenomeniche, ma dobbiamo capire che esse sono solo parziali e provvisorie non si approda mai a conoscenze definitive e, per questo, non si deve eliminare l’idea di noumeno anche se non possiamo conoscerlo. Ci sono valori che, in alcuni momenti storici, possono sembrare veri, in quanto si tratta di conoscenze che rispecchiano quel momento storico, ma che verranno superati con il tempo; le conoscenze che ci sembrano vere sono tali in quanto sono espressione di un determinato momento storico, ma ci deve sempre essere un po’ di dubbio anche nei confronti di ciò. Questa è la RIFLESSIVITÀ, cioè il non lasciarsi mai convincere del tutto dalla correttezza di un’idea; infatti, è il dubbio che co aoita a pensare e se non c’è il dubbio si rischia di ricadere nel dogmatismo. (es. Fino a 40/50 anni fa il nido non era considerato educativo, poiché i bambini dovevano stare a casa con la loro mamma, la figura di attaccamento primario, a meno che non ci fossero ragazze madri, etc…. Il nido, infatti era un ghetto per persone in difficoltà con mamme incapaci e c’erano delle assistenti, che non erano educatrici e si occupavano dei bambini in modo impersonale, senza giochi, etc…. In seguito sono stati fatti degli studi sui problemi enormi che queste strutture lasciavano nei bambini e, con il cambiamento del mondo del lavoro, le donne hanno capito che, oltre che essere madri, potevano essere anche lavoratrici. Quando sono nati i nidi con le educatrici, però, erano per persone di bassa estrazione sociale, per figli di donne lavoratrici, in quanto i figli delle donne ricche stavano a casa poiché venivano lasciati alle baby sitter o alle nonne per non farli ammalare e per lasciarli con figure di attaccamento primario; in seguito, si è iniziato a verificare che i nidi erano stimolanti ed educativi per il bambino, facendo ricavare loro enormi benefici ed autonomia. le rappresentazioni del nido, quindi, sono cambiate nel corso del tempo: si ha lo stesso campo di analisi, ossia il nido, ma siccome il fenomeno è relativo, i pensieri sono cambiati.) - Fenomenologico = conoscere sotto dorma di fenomeni.

UNIVERSALITÀ - Significa “nella totalità”, trascendente; tale termine è il contrario di “particolarità”. [“Trascendentale” è diverso da “trascendente”, che significa “ciò che va oltre la realtà]. Il trascendentale è prima della realtà ed indica gli elementi strutturali della realtà medesima presenti in tutte le cose; tale termine, quindi, fa riferimento agli elementi che caratterizzano la realtà nella sua interezza. - I problematicismi sono antidogmatici e, per questo, essi sostengono che “IL MOMENTO DI UNIVERSALITÀ DELL’ESPERIENZA È QUELL’ISTANZA REGOLATIVA CHE CI CONSENTE DI AMPLIARE IL CAMPO DI ANALISI”; questo significa che non si può mai conoscere la realtà nella sua interezza, in quanto noi non possiamo conoscere il noumeno, ma solo il fenomeno e per questo le conoscenze che costruiamo e sviluppiamo sono condizionate dalla realtà in cui siamo immersi e in cui sono nate un valore è sempre espressione di una cultura. 3 Ricordarsi che la realtà è ampia, consente di andare a vedere in vari punti della realtà ciò che succede. (es. nella nostra cultura si crede che il bambino debba dormire nel suo lettino all’interno della sua cameretta e non nel lettone per avere autonomia e costruirsi una propria identità, attraverso l’utilizzo di propri spazi. Nella cultura maya, cinese e giapponese, invece, si ritiene che il bambino piccolo debba dormire nel lettone con i genitori, in quanto egli ha vissuto da poco l’esperienza di discontinuità e trauma del parto, con la quale è stato espulso e allontanato dal proprio ambiente; quindi, secondo gli orientali le nostre idee sono strane poiché per loro il rapporto diretto con il genitore rappresenta una continuità con il momento di vita precedente, non porta ad una dipendenza dal genitore e, quindi, essi credono che l’autonomia vada raggiunta per gradi. In realtà non esiste una teoria corretta, in quanto l’obiettivo dell’autonomia del bambino dalla madre si può raggiungere fin da subito o con il tempo, poiché ci sono bimbi e madri diversi tra loro, che creano relazioni diverse tra loro). - Il momento di universalità dell’esperienza, quindi, ci aiuta ad uscire dai nostri valori, dalle nostre certezze; ciò non vuol dire necessariamente rinunciare a tali valori e accettare in toto teorie diverse dalle proprie, ma darsi la possibilità di pensare, di non credere che ciò che ci è stato trasmesso sia necessariamente giusto. Per questo motivo, quando ci si confronta con persone che hanno valori diversi dai propri, non ci si deve mettere l’uno contro l’altro, ma porsi in un atteggiamento di ascolto. Non ci si deve far condizionare pesantemente dalle conoscenze che ci sono state trasmesse, MA si deve essere in grado di realizzare una consulenza e, come bravi insegnanti, si deve sentire dentro di noi quale strada sia giusto seguire per educare i nostri allievi, in quanto una strada pre-imposta e astratta crea un intervento educativo che risulta violento e disturbato. [Il libro “I figli del sogno” racconta di una realtà educativa diversa da quella a cui siamo abituiti]. - La pedagogia, deve avvalersi sia del metodo deduttivo, che del metodo induttivo (che le consente di tener conto della realtà, di vedere che cosa accada effettivamente nella realtà per partire da ciò), in quanto se ci si limita a tener conto solo dei dati dell’esperienza si fa fatica ad aprirsi al momento di universalità dell’esperienza stessa, poiché quest’ultimo fa riferimento anche al passato e per questo motivo si deve tener conto anche delle grandi teorie del passato o di altre discipline, non solo dell’esperienza presente. ogni volta, quindi ci si deve alimentare di nuove conoscenze.

  1. PEDAGOGIA - È UNA FENOMENOLOGIA DELL’ESPERIENZA EDUCATIVA VISTA ALL’INTERNO DEI SINGOLI CONTESI DELLA FORMAZIONE, NON ALL’INTERNO DEL MOMENTO DI UNIVERSALITÀ essa, quindi, non prevede un obbligo di approfondire e utilizzare l’atteggiamento del ricercatore che deve sempre approfondire e compiere studi. - Nella pedagogia, quindi, è il contesto che costringe a scegliere, che fa la differenza, che costringe un pedagogista a fare una scelta sulla base, anche, delle risorse a disposizione (finanziarie, umane…) (es. il gioco è educativo, ma lo è di più alla scuola dell’infanzia piuttosto che al Liceo); tale scelta, quindi, è in relazione ad un contesto, non in base al momento di universalità dell’esperienza (es. in una classe di bambini che funziona bene vengono inseriti 3/4 immigrati che non parlano la lingua e non hanno alcun tipo di conoscenza; si può scegliere una logica di inclusione, costringendo gli altri a rallentare, oppure chiamare un insegnante di sostegno per questi bambini, in modo da non danneggiare la classe, ma l’insegnante è comunque chiamato ad operare una scelta). La scelta più opportuna non è mai quella che alimenta un situazione di problematicità, ma quella che la