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Riassunto completo libro R. Silverstone: Perchè studiare i media?
Tipologia: Sintesi del corso
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PREFAZIONE : il tessuto dell’esperienza Nel talk show di Jerry Springer, scritto da Roger Silverstone, il conduttore parla con uomini che impersonano ruoli femminili, questo fenomeno assume il nome di travestitismo, il quale è una forma di feticismo, l’uomo preferisce indossare indumenti femminili, e al contrario la donna preferisce indossare indumenti maschili. In nessun caso è presente il desiderio di cambiare sesso come nella transessualità. La televisione fa parte della quotidianità, infatti l’uomo è diventato dipendente dai mezzi di comunicazione. L’espressione mezzi di comunicazione è stata tradotta con il termine mass media, che consentono di comunicare un messaggio o un’informazione ad una massa di persone allo stesso tempo. Isaiah Berlin sostiene che i media sono oggi parte del tessuto generale dell’esperienza (espressione metaforica dato che si parla di media come traduttori della realtà). Ciò è reso ancor più evidente dal linguaggio, poiché senza di esso non potremmo comprendere i media. Mcluhan fu allievo di Hinnis nella scuola di Toronto. Secondo Hinnis il vero sviluppo di un paese è legato soprattutto ai media; insieme a Mcluhan sostenevano la teoria in base alla quale le tecnologie modellano la realtà in cui viviamo, si può parlare quindi di determinismo tecnologico ovvero una prospettiva di studio che vede i media come fattore di cambiamento della società. Marshall Mcluhan è il guru della comunicazione di massa a livello globale ed è importante per tre concetti: aver affermato che il media è il messaggio; definire il mondo come villaggio globale dell’informazione; differenziare i media caldi (radio, cinema e fotografie) che stimolano un basso livello partecipativo, e i media freddi (televisione) che stimolano un altro livello partecipativo. Egli considera i media come estensioni dell’uomo, si può pensare ai media come surrogati sociali poiché si sono sostituiti alle comuni interazioni quotidiane. I mezzi di comunicazione stanno cambiando in modo radicale, si sono sviluppati sempre di più diventando strumenti essenziali che utilizziamo nella vita quotidiana. Il processo dei media è politico economico, i significati offerti emergono da istituzioni le quali non producono significato ma li offrono. L’azione più significativa dei media si svolge nel mondo ordinario poiché essi descrivono realtà quotidiane. I media dipendono dal senso comune, infatti, è proprio attraverso esso che siamo in grado di condividere le nostre vite. I media hanno un carattere riflessivo e va anche attribuito il carattere del tempo, il quale non è reversibile. Viene analizzato anche lo spazio inteso come tempo simultaneo. Condividere uno spazio non significa possederlo. Secondo Manuel Castells esiste uno spazio di flusso che designa sia la parte elettronica che fisica. Mentre secondo Roger Silverstone il senso di flusso è legato agli spostamenti che si verificano all’interno dell’esperienza. Quest’ultima è importante poiché i media danno forma all’esperienza e viceversa. Inoltre, essa è inquadrata, ordinata e interrotta. Silverstone sostiene che i media consentono di costruire i tessuti generali dell’esperienza e cita il libro ‘il legno storto dell’umanità’ di Isaiah Berlin. MEDIAZIONE I media sono un processo di mediazione che comporta un movimento di significato e una costante trasformazione dei significati. In quest’ottica dei significati Max Weber afferma che la nostra quotidianità è una complicata massa di simboli, segni, oggetti e significati e se riusciamo a tradurre questi ultimi riusciremmo a tagliarci un segmento esistenziale che ci consente di dare una forma e un senso all’infinità priva di senso. La circolazione del significato in cui consiste la mediazione passa attraverso gli opinion leaders e arriva alla gente, come sostenevano Katz e Lazarsfeld. Questi ultimi erano due grandi scienziati che attraverso le ricerche riscontarono una tendenza nei cittadini: i mass media influenzavano i processi decisionali, anche se in alcuni campi l’influenza personale aveva la meglio sull’influenza dei mainstream, si aveva così un doppio flusso di comunicazione. Secondo Steiner la mediazione è simile alla traduzione che non è mai completa ma è sempre un processo di trasformazione. Egli descrive la traduzione nei termini di un movimento ermeneutico ovvero un processo a quattro vie: fiducia, aggressione, incorporazione e restituzione. Secondo Steiner la traduzione è un processo diadico ovvero un movimento nel tempo e nello spazio, ed è un’attività estetica ed etica. La mediazione sembra essere rispetto alla traduzione qualcosa di più perché oltre a spiegare il testo spiega anche la realtà e qualcosa di meno poiché il mediatore non si
trova necessariamente legato al suo testo ed implica lavoro di gruppo e tecnologie. Inoltre, la mediazione è senza fine, non è limitata al testo come la traduzione. La nostra attenzione alla mediazione è un punto focale quando ci chiediamo perché dovremmo studiare i media: la mediazione coinvolge tutti poiché siamo tutti mediatori e i significati che creiamo sono a sé stessi stabili ma potenti. Nello studio dei media essi vengono tenuti in conto anche come trasmettitori di significati per comprendere in che modo i significati emergono, dove e con quali conseguenze. TECNOLOGIA Per comprendere a pieno i media bisogna considerare la tecnologia, ovvero il mezzo attraverso il quale ci confrontiamo con la realtà. Lo studio delle tecnologie mediali è complicato per la loro velocità di cambiamento e per l’influenza che hanno sul nostro modo di affrontare l’esperienza della vita. La tecnologia ci permette di governare la società: velocità con cui la tecnologia può diventare espressione di un mondo divenuto archeologia, si parla di archeologia industriale. I media si costruiscono sulle fondamenta dei vecchi, infatti non nascono completamente formati e autonomi. Il cambiamento tecnologico costituisce delle modifiche per il mondo in cui viviamo: Internet, televisione e telefonia simboleggiano nuovi modi per gestire delle informazioni e comunicare. Per McLuhan la tecnologia va considerata come fisica, ovvero un’estensione della capacità di agire nel mondo. Negli anni 60 McLuhan veniva considerato un profeta in base alla novità e alla globalità del suo approccio: la sua idea di sostituire il medium al messaggio è simile all’idea di coloro che vedono la piena realizzazione nel mondo come medium. Il fascino di questo approccio sta nel fatto che McLuhan vede la tecnologia come magia e mistero. Questo termine viene ricondotto ad Alfred Gell, il quale lo utilizza per descrivere la tecnologia che l’uomo l’ha concepita per esercitare un controllo sui pensieri e sulle azioni di altri uomini. Siamo nel campo della convergenza tra tecnologia e magia; in questo senso si può ragionare anche in termini di evasione. In questo modo la tecnologia è magica e le tecnologie mediali sono tecnologie dell’incantamento. Si può iniziare a considerare la tecnologia come cultura. (Walter Benjamin riconosce nell’invenzione della fotografia e del cinema, momenti decisivi per la storia della cultura occidentale, in questo caso le tecnologie mediali nascono in relazione a bisogni sociali, più che individuali). Williams afferma che la maturazione della tecnologia riflettono le dinamiche culturali che sono in continuo cambiamento. Weber l’avrebbe chiamata affinità elettiva tra cambiamento tecnologico e sociale. Le tecnologie mediali vengono considerate come cultura in un altro senso, correlato al primo ma opposto, ovvero come il prodotto di un’industria culturale. In questo contesto si ritrovano i colleghi di Benjamin: Adorno e Horkheimer, i quali affermano che le tecnologie mediali scatenano delle forze culturali. La critica è rivolta ai media poiché stanno facendo scomparire l’originalità dando spazio alla monotonia. Si può tuttavia considerare la tecnologia come un fattore economico, in riferimento ad un tipo di economia che applica teorie e pratica per lo sviluppo dei media. Ad un workshop tenutosi all’Università della California è emerso come l’individuo lotta per la sopravvivenza economica e la discussione principale è rivolta ai modi in cui Internet sta diventando un prodotto di consumo. Il consumatore ha rappresentato un enigma: i nostri acquisti, in quanto individui o istituzioni, sono apparentemente liberi poiché dipendono solo dalla possibilità di pagare. Tuttavia, le imprese globali e locali, attraverso differenti strategie, indirizzano e delimitano le nostre scelte. Si discute sul potere della marca che esiste soltanto nella sua riproduzione di massa. Nel mondo di internet la tecnologia può essere vista come politica in due sensi: politica che emerge intorno ai media (accesso) e la politica che emerge all’interno dei media (partecipazione). La tecnologia dei media e dell’informazione sono sempre più ubique e invisibili, tanto che il computer e la televisione potrebbero diventare oggetti del passato. La tecnologia diventa simile all’informazione, diventando accessibile attraverso la rete. LA RETORICA La retorica è sia una pratica che uno strumento critico, ma è anche persuasione. Un tempo permetteva di esprimersi, mentre con l’illuminismo la retorica sembrò scomparire. Silverstone vuole sostenere che il linguaggio dei media è retorico, mentre per Habermas il linguaggio è o deve essere solo un linguaggio di
La vita quotidiana implica un continuo movimento attraverso i confini fra pubblico e privato, sacro e profano, individuo e società. Nel mondo moderno tali confini stanno diventando sempre più labili a causa dell’influenza dei media; nonostante ciò, i confini esistono e vengono ogni giorno creati. Molti autori delle scienze sociali e umanistiche si sono occupati di questi problemi, trovando la soluzione nel gioco per analizzare l’esperienza dei media. Il gioco è parte della vita quotidiana ed è separato da essa: entrare in uno spazio di gioco significa lasciare la vita quotidiana. Il gioco è uno spazio in cui i significati vengono costruiti all’interno di un luogo condiviso. Secondo Huizinga il gioco implica uno spazio delimitato, connesso al rituale e collegato alla rappresentazione. Possiamo considerare i media come luoghi di gioco, poiché hanno la capacità di coinvolgere il pubblico in spazi diversi da quelli quotidiani. C’è una soglia da varcare ogni volta che partecipiamo al processo di mediazione. Roger Caillois ha criticato il pensiero di Huizinga, distinguendo 4 dimensioni del gioco: 1/2=agon (competizione) e alea (fortuna): esprimono atteggiamenti opposti e in qualche modo anche simmetrici, ed obbediscono entrambe al fatto che i giocatori sono uguali. 3= illinix (vertigine, resa, possessione di tipo fisico) 4= mimicry (mascheramento, piacere di passare per un altro): presenta tutte le caratteristiche del gioco ed è invenzione continua. Caillois distingue altri 2 tipi di attività: paida (improvvisazione) che è associata a giochi infantili o improvvisati e ludos cioè attività governate da regole. La cultura popolare è sempre stata una cultura del gioco. Peter Burke sostiene che cultura alta e cultura popolare non sono mai state distinte, poiché le due classi dipendono l’una dall’altra. Nel nostro mondo i media elettronici hanno carattere di gioco con confini meno distinti, infatti giochiamo con i media e attraverso di essi. Il gioco è fondamentale per l’esperienza dei media ed implica, come la retorica, una partecipazione reciproca. I giocatori e il loro pubblico vengono coinvolti nei discorsi che i media costruiscono. All’interno del gioco vi sono delle tensioni fra <libertà contenuta> <passività attiva>. Il gioco è, però, al tempo stesso un’attività complessa e precaria. Winnicott ne ha riconosciuto la sua precarietà e ha discusso del rapporto che c’è tra gioco e realtà. Colloca il gioco al centro della sua psicologia infantile: il bambino attraverso il gioco è in grado di esplorare il mondo circostante. (“il gioco sta al bambino, come il lavoro sta all’adulto”) È stato detto a proposito dei media, che i limiti finora inviolabili sono stati superati ovvero i limiti sociali e quelli simbolici. È da questo superamento e dall’indifferenza da esso che si definisce la cultura postmoderna. Nell’attività del gioco c’è il piacere, anche se non sono la stessa cosa. Horkheimer e Adorno individuano nella fortuna ciò che ci spinge a giocare. Il gioco è allo stesso tempo una fuga ed un coinvolgimento, non congiunge soltanto il mondo esteriore ed interiore ma anche i mondi off-line e on-line con la realtà. CONSUMO È necessario studiare i media a poiché sono della massima importanza per l’esperienza. Questo studio considera i media come processo di mediazione. All’esperienza viene aggiunta un’altra dimensione, oltre alla rappresentazione e il gioco, ovvero il consumo e la sua relazione con i media. Il consumo può essere definito un lavoro festivo, poiché è il lavoro della produzione che mette in relazione individuo e collettività. Il consumo è un modo per riuscire a moderare l’omologazione e l’acquisto è solo il punto di partenza che distoglie gli individui dalla fatica della fabbricazione e dirige l’attenzione verso l’appropriazione dell’oggetto. Secondo Appadurai il consumo è l’unica attività nella quale ci impegniamo quotidianamente, contribuendo al tessuto dell’esperienza. Ciò è reso possibile anche grazie ai media, poiché consumo e mediazione sono interdipendenti. Appadurai, in questo senso, sostiene che il consumo è esso stesso una forma di mediazione. L’attività del consumo molte volte è data per scontato, forse perché le grandi decisioni vengono meditate e inoltre viene considerato come un’attività tipica delle donne. I consumatori vengono considerati coloro che hanno il controllo sul mercato, ma questo evidenzia non tanto la realtà del potere economico quanto l’incapacità di avere un controllo sulle decisioni di consumo. Il paradosso del consumo è
sopraffatto il concetto di casa. George Gerbner ha condotto una ricerca sui consumatori di televisione e ha definito la loro attività mainstreaming, secondo cui tutto ciò che viene trasmesso in televisione è reale. I risultati di tale ricerca hanno portato a considerare la tv come una minaccia per la casa. I media coinvolgono e inquadrano il senso della casa, fornendoci la capacità di contrassegnare i passaggi che compiamo da e verso di essa, sia nel tempo che nello spazio. COMUNITA’ Viviamo in una comunità, condividiamo valori, idee, interessi. Ognuno di noi sente il bisogno di appartenere; abbiamo infatti costantemente bisogno che qualcuno ci rassicuri per quanto riguarda il senso di appartenenza e di coinvolgimento hanno un valore. A volte il senso di appartenenza diventa opprimente. La comunità è una particolare versione della casa però pubblica, che va ricercata fra la famiglia e la società. La comunità non riguarda soltanto le istituzioni, ma anche il credere di far parte di qualcosa. Kobena Mercer ha affermato che tutti vogliono far parte di una società, però nessuno sa che cosa sia. La società è meno autentica della comunità afferma Tonnies. Simboli, valori e significati che vengono condivisi. La comunità, infatti, è diventata una parola di moda, incarnata nella retorica dei nuovi movimenti politici. La comunità Europea è tuttora una fantasia politica. I media sono collegati alla comunità, hanno un rapporto cruciale, le comunità hanno relazioni dirette, mentre la comunità immaginata, caratterizzata da uno spazio simbolico. Il concetto di comunità immaginata è stato elaborato da Benedict Anderson, si tratta di una comunità creata con l’avvento della stampa, la quale ha consentito la formazione degli Stati nazionali, che si sono creati attorno ad una lingua condivisa. La comunità è sempre stata composta da elementi sia materiali, sia simbolici. Secondo Anthony Cohen le comunità si definiscono non solo attraverso elementi condivisi, ma anche attraverso elementi distintivi, i confini definiscono, contengono e distinguono, infatti al loro interno gli individui trovano significati condivisibili. I media costruiscono comunità attraverso tre modi: espressione, rifrazione e critica. Nei primi anni i media hanno mantenere aggregazioni sociali come la comunità. I confini sono sia linguistici e sia tecnici, e si definiscono anche attraverso la creazione di una realtà simbolica. Nell’espressione della comunità si possono individuare le priorità politiche e sociali, l’esperienza della comunità è meno diretta e che la comunità viene rifratta secondo modalità meno ovvie. Cohen si sofferma sul concetto di inversione simbolica, secondo il quale un individuo si comporta in un determinato modo quando è solo, mentre se è in presenza di altri individui cambia completamente comportamento. Esistono continuità storico-culturali fra la stampa temporale e le manifestazioni della televisione popolare, la stampa ha generato una lettura populistica volgare e sediziosa, così come ha prodotto la stampa religiosa e intellettuale. In questi luoghi e in questi momenti diventava possibile fare e dire cose inaccettabili che venivano riconosciute come normali. Il terzo modo in cui i media fanno comunità è attraverso il rapportarsi critico alle strutture politiche o etiche che sostengono la comunità, anche se attraverso il rapido sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa è possibile notare la libertà di perseguire degli obbiettivi critici o alternativi. Nelle società moderne la digitalizzazione della comunicazione ha creato spazi che si concentrano sugli interessi specifici di una comunità o su obbiettivi di opposizione. La conseguenza di questi sviluppi fa ipotizzare che la prima importante vittima sarà la comunità nazionale. Le considerazioni critiche di comunità tramite i media hanno un duplice significato: da una parte offrono una visione alternativa del ruolo del broadcasting nella comunità, ma d’altra parte sono esigenze di comunità distinte e attente a ciò che accade al proprio interno. La vita quotidiana all’interno della comunità è resa possibile poiché anche se le basi familiari si sgretolano, i media forniscono le risorse sia per il cambiamento che per resistergli. Tutte le comunità sono virtuali: sono anche immaginate e noi vi partecipiamo con o senza relazioni faccia a faccia, con o senza contatto. GLOBALITA’ Silverstone fa riferimento a ‘’ Off time and the river’’ scritto da Thomas Wolfe, fa riferimento alla metafora del treno, nel quale il protagonista vede i passeggeri dell’altro treno e subisce un impatto sociale del riconoscimento e della separazione, poiché il treno è uno strumento che abbatte le distanze e grazie al
quale ci possiamo mettere in relazione. Questo romanzo è ambientato negli anni 20 quando i mezzi di trasporto hanno avuto un impatto nell’immaginario sociale e nella società. Ciò che viene definita globalizzazione ha una storia, perciò non deve essere ricondotta esclusivamente alla società postmoderna. Da una parte la globalizzazione è uno stato mentale che si estende fin dove arriva l’immaginazione, ma è anche una realtà concreta, che opera in uno spazio e in un tempo globale. Oggi, infatti, diamo per scontato che un’immagine o un messaggio arrivi in pochi secondi dall’altra parte del mondo. Harold Innis (economista ed esponente della scuola di Toronto) considerava questi mutamenti come il risultato dei mutamenti che si trovano alla base della comunicazione. Anche McLuhan seguiva questa interpretazione e considerava il mondo come un villaggio globale per descrivere ciò che immaginava di vedere. La globalizzazione è agevolata dai media e dai mezzi di comunicazione ed è il prodotto di un ordine in cui tecnologia e capitalismo sono sempre più vicini. Di recente, si è avuta la trasformazione della capacità produttiva del capitalismo globale che ha portato la produzione e la distribuzione più vicini al consumatore. Alcuni definiscono questa trasformazione come uno spostamento dal capitalismo organizzato al capitalismo disorganizzato, nonostante oggi il capitale opera in tutto il mondo, mentre prima era qualcosa di inimmaginabile. Le industrie culturali sono state le prime ad assumere dimensioni globali, come le industrie di elettronica o media i medium musicali. Alcuni autori hanno identificato questo processo come un flusso inverso: dall’individuale al globale invece che il contrario. In quello che Appadurai chiama paesaggi mediali (mediascape) che vengono plasmati da tutti i media nei quali siamo immersi, la globalizzazione è un processo di traslazione, ovvero un processo di generalizzazione della cultura, che non significa esclusivamente partecipazione, ma può significare riduzione dei patrimoni identitari che ogni società può avere. Studiamo i media perché abbiamo bisogno di riconoscere le contradizioni della cultura e delle culture globali. Silverstone esamina il ruolo dei media nei gruppi emarginati dalla cultura dominante, il cui posto nella cultura globale si definisce come una dimensione della vita sociale di oggi: la diaspora. Prima la diaspora era tipica di un solo popolo, oggi è plurale in quanto descrive gli spostamenti delle popolazioni nel mondo. Nelle popolazioni che si sono sposte in un luogo, formando delle minoranze, vi è una forte ricerca di mantenere la propria identità. Queste popolazioni sono sia globali che locali: locali in quanto minoranze, globali in quanto ad estensione e portata. I media aiutano le minoranze ad affermare la propria identità sia nei contesti locali, sia nei contesti globali. Un grande problema è quello delle diverse esperienze della prima e seconda generazione di immigrati; è un problema legato all’uso dei diversi media e al loro ruolo nel permettere la formazione di minoranze culturali in luoghi della società che le ospitano. In questo senso la globalizzazione è un processo controverso, in quanto dipende dagli spostamenti delle popolazioni nello spazio e nel tempo. Le culture si formano e si riformano attorno ai diversi stimoli che la comunicazione globale consente. La globalizzazione prodotta dai media viene spesso considerata il fondamento di una politica e di una cittadinanza globale. Il globale è fragile: l’economia globale si mantiene a stento e la politica globale è un fallimento. FIDUCIA L’individuo non può essere costretto a fidarsi dal momento che la fiducia non è un atto di volontà, al contrario è una precondizione. Viene indebolita ma anche rafforzata dai media stessi. Silverstone sostiene che ognuno di noi ha la necessità di fidarsi di qualcosa/qualcuno, soprattutto da quello che viene vincolato dai media poiché influiscono sulla nostra percezione della sicurezza. Silverstone cita l’economista Diego Gambetta, il quale ritiene che la fiducia diventi un qualcosa di basilare quando viene data agli altri una possibilità di tradirci. Secondo Gambetta la fiducia è implicata in ogni esperienza umana, anche se in diversi gradi. Lo psicoanalista Winnicott sviluppò una teoria del soggetto secondo cui un individuo deve sentirsi al sicuro nel mondo: quando più siamo stati accuditi dai nostri genitori, tanto più avremo fiducia nel mondo. Questa teoria è ontologicamente inattaccabile. Silverstone ha discusso il ruolo dei media nel percorso di costruzione e mantenimento della fiducia. L’individuo dipende dai media per la sicurezza poiché confidando nel fatto che sono sempre presenti, quando vengono a mancare entra in una situazione di panico. I media sono sistemi astratti nei quali riponiamo la nostra fiducia, infatti, occupano lo spazio che un tempo era
Sembra che abbiamo perso l’arte della memoria, eppure siamo ciò che ricordiamo in quanto la memoria è un luogo di conflitto per l’identità e il possesso del passato. La memoria era una tecnica ed una risorsa, con il sorgere però fella scrittura la memoria collettiva e individuale è diventata un oggetto da analizzare. La storia sfida la psicoanalisi sul problema della falsa memoria e la psicoanalisi sfida la storia intesa come un racconto univoco, sia la storia che la psicoanalisi son entrambe scienze del passato. Si suppone che la storia cancelli la memoria per renderla un’astrazione più che un ricordo. Secondo Samuel la memoria è una forza attiva che plasma ed è in relazione con il pensiero storico. Per Samuel la memoria è ciò che accade quando qualcosa è richiamato alla mente attraverso una testimonianza o un discorso. Nei ricordi il passato emerge come una realtà complessa, essi si trasformano nella memoria e quando qualcuno li racconta. Per Silverstone la memoria è lo strumento di cui disponiamo per occupare una posizione nel tempo e nello spazio e sostiene inoltre che i media sono strumenti per esprimere la memoria. I media hanno il potere di definire il passato presentandolo e rappresentandolo. Nel mondo medievale le immagini del passato erano ovunque e la retorica di quelle immagini ricorreva a simboli famigliari della cultura e allo stesso tempo coinvolgeva i pensieri del fedele, tanto da stimolare un intreccio tra ricordi pubblici e privati. Young sostiene la centralità dei media nel costruire la memoria contemporanea, la quale è lavoro, battaglia ed è per questo che bisogna lottare per essa. Il rapporto dei media con la memoria è importante per evidenziare la capacità dei media di costruire un passato pubblico e per il pubblico. I media non possono stare in silenzio per non dimenticare. Normalmente la memoria si disperde nel tempo, ma i media rifiutano questa possibilità poiché uniscono la memoria ad un tempo particolare. Quando indaghiamo sul passato dobbiamo ricordare in particolare l’Olocausto nella cultura popolare e nei media poiché è grazie ad essi che ne abbiamo ricordo. I ricordi dei media sono mediati, però la tecnologia oltre a consentire di sviluppare un legame si è anche intromessa. Nella retorica dei media vi è una visione particolare del passato, che include tanto quanto esclude. I media ci offrono versioni del nostro passato in modo visibile, permettendone l’immaginazione o frenandola. Secondo Silverstone i media possono essere descritti sia che bene che nel male la storia al rovescio. La memoria è ciò che unisce storia e psicoanalisi e si propone come prodotto dei media. Secondo Silverstone la memoria mediata non va separata da quella non mediata poiché bisogna tener conto della relazione fra questi due tipi di memoria.