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Informazioni su pietro perugino e raffaello, due grandi pittori del rinascimento. Perugino è nato a perugia e ha studiato con fiorenzo di lorenzo e piero della francesca. Raffaello, invece, è nato ad urbino e ha studiato con perugino. Le opere di entrambi i pittori, tra cui il ritratto di giovane di perugino e il ritratto di giovanna feltria della rovere di raffaello. Inoltre, il documento fornisce informazioni su come i due pittori hanno influenzato l'arte del rinascimento.
Tipologia: Guide, Progetti e Ricerche
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Il Ritratto di Francesco delle Opere è un dipinto a olio su tavola (52x44 cm) di Pietro Perugino, databile al 1494 e conservato nella Galleria degli Uffizi a Firenze. La figura di Francesco delle Opere, benestante artigiano fiorentino della fine del XV secolo, è ritratta di tre quarti voltato a sinistra, con una berretta nere che tiene una fitta copigliatura riccioluta, una mantella dello stesso colore, una veste rossa aperta sul davanti e tenuta da lacci e una camicia bianca come sottoveste. In mano tiene un rotolo di carta da cui sporge il cartiglio "Timete Devm", inizio di una celebre predica di Savonarola che illumina sul contesto religioso e storico in cui l'opera venne prodotta. Le mani sono appoggiare su un ipotetico parapetto che coincide col bordo inferiore del dipinto, riprendendo l'esempio di pittori framminghi dell'epoca, come l'Uomo con la lettera di Hans Memling. Il personaggio è caratterizzato da una sottile vena psicologica, malinconica e assorta, in cui sono evidenziate le caratteristiche di rigore morale e di fermezza del carattere, anche per via della posa appena impettita. Nei ritratti Perugino era solito abbandonare la vena dolce e idealizzata delle opere religiose, indagando a fondo la fiosionomia; anche in questo caso molti dettagli sono resi con grande cura millimetrica, dimostrando ancora una volta l'influenza fiamminga. Il gioco di luci e ombre è reso con un tratteggio sottilissimo a punta di pennello.
Negli anni fiorentini, Raffaello impara, a contatto con personalità come Botticelli, Michelangelo, Leonardo. Conosce l’ambiente colto della ricca borghesia, inizia a percorrere la propria strada. Il ritratto degli sposi Agnolo e Maddalena Doni (Firenze, Pitti, 1505) ricorda certo il dittico dei duchi d’Urbino di Piero della Francesca nell’impostazione a mezzo busto con lo slargo del paesaggio e la ritrattistica fiamminga nell’amore per i dettagli delle figure umane e della natura, aprica e silenziosa. Più vista come un allargarsi di orizzonti sereni che come un microcosmo fiammingo o leonardesco. Certo, Leonardo è ben presente nella posa di Maddalena seduta – come la Gioconda – e poco o nulla misteriosa nella sua placida giovinezza. Eppure con un che di ritroso, di pudico e timido ben oltre l’opulenza di vesti e gioielli. Al contrario, Agnolo si pone sicuro di sé, ma senza superbia, avvolto nella giubba rosso squillante e nel corsetto nero, a dominare architettonicamente lo spazio da protagonista.
notare il colore verde dominante della sua veste come pure il particolare del fazzoletto che la donna stringe nella mano sinistra, che sono entrambi «simbolo di lutto e vedovanza». ANNI A ROMA Negli anni a Roma, dal 1508 alla morte, la carriera dell’artista subisce una netta accelerazione. Conteso dai pontefici e dai regnanti, circondato da parenti ed amici, Raffaello si dedica a cicli pittorici di straordinario valore, si impone come organizzatore di imprese artistiche e architetto, matura come uomo ed artista. Ogni ritratto di questo periodo rappresenta un unicum di capacità di introspezione e senso di armonioso equilibrio ed insieme un “rapporto” personale che lega l’artista al ritrattato.
Uno dei primi ritratti romani sul 1510, è quello di un cardinale ignoto (Madrid, Prado) che emerge nel rosso vivo della mozzetta e della berretta dal fondo cupo, accentuando il contrasto cromatico con la manica candida del braccio. Il volto fine e magro, gli occhi aperti e luminosi denotano intelligenza e riservatezza, non lasciano trapelare i pensieri intimi. Raffaello, dandone una configurazione piramidale, ne esplora con cura la fisicità e le vesti cardinalizie, ma rimane rispettosamente cauto sull’interiorità del porporato. Il quale comunque ci segue in ogni direzione ci muoviamo, scrutatore attento, segno di un temperamento tenace e osservatore. Lo si può collocare vicino, anche cronologicamente, al grande ritratto a figura intera del cardinale Alessandro Farnese (Napoli, Capodimonte), che si staglia in piedi contro una finestra aperta sul paesaggio ancora “fiorentino”.
Una serenità perfetta appare nel gentiluomo Baldassar Castiglione (Parigi, Louvre, 1514-15), in cui l’artista offre un'immagine “dell’anima” dell’amico. Una tela ”parlante” dagli occhi limpidi del personaggio, vestito con abiti invernali morbidamente accarezzati dalla luce nel gioco di velluti neri e grigi con lo sbuffo della camicia bianca increspata. Lo avvolge dal fondo una luminosità soffusa e lieta. Essa scivola sulla figura seduta con le mani intrecciate, nella naturalezza della posa. Castiglione ci guarda e noi non riusciamo a distaccarci da quegli occhi luminosi e sinceri, disponibili ad un colloquio intimo e amicale. Si potrebbe dire che la tela – oltre ad un altro ritratto di Raffaello stesso con un amico (Louvre, 1518-1519) o quello dei due intellettuali Navagero e Beazzano alla Doria Pamphili a Roma (1516 ) o quello di Fedra Inghirami (Firenze, Pitti, 1510-1511)- sia un omaggio all’amicizia fra animi nobili. Non si colloquia infatti con il gentiluomo mantovano se non si è capaci di delicato silenzio, di cortesia piena di dignità. Raffaello lo esprime con la tenerezza del colore e delle luci, con la misura di una composizione dove l’ideale rinascimentale di equilibrio tra anima e corpo, divino ed umano, è raggiunto con mezzi di assoluta spontaneità. La bellezza s i esprime come euritmia di forme e di colori a dire “chi è” l’uomo in uno dei capolavori dell’intera storia dell’arte.
Sulla medesima lunghezza d’onda si situa la donna sconosciuta nota come La Velata (Firenze, Pitti,1515- 1516). Gli occhi scuri e vellutati che ci osservano, la mano posata in segno di fedeltà sul petto e quel velo di lino chiaro in testa sono i tre elementi con cui Raffaello costruisce una figura che è l’immagine della femminilità contemplata e vicina. Una forza soave e colloquiante, che espande come
una Madonna – la somiglianza con la Madonna Sistina è chiara – il suo fascino dalla collana di perle attorno al collo, al volto sfumato, dalla camicia candida alla manica dorata rigonfia –un alto virtuosismo -, omaggiando una bellezza familiare all’artista, qui “ricreata” da una pennellata soffice e palpitante di vita.