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Pietro Perugino e Raffaello: due grandi pittori del Rinascimento, Guide, Progetti e Ricerche di Elementi di storia dell'arte ed espressioni grafiche

Informazioni su pietro perugino e raffaello, due grandi pittori del rinascimento. Perugino è nato a perugia e ha studiato con fiorenzo di lorenzo e piero della francesca. Raffaello, invece, è nato ad urbino e ha studiato con perugino. Le opere di entrambi i pittori, tra cui il ritratto di giovane di perugino e il ritratto di giovanna feltria della rovere di raffaello. Inoltre, il documento fornisce informazioni su come i due pittori hanno influenzato l'arte del rinascimento.

Tipologia: Guide, Progetti e Ricerche

2023/2024

Caricato il 14/04/2024

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federica-boldini 🇮🇹

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PERUGINO
Pietro Perugino è nato Pietro di Cristoforo Vannucci. In seguito ricevette il nome Perugino
dalla sua regione natale Perugia. Era un pittore italiano del Rinascimento e apparteneva alla
scuola umbra. Sebbene egli stesso fosse molto talentuoso e potesse raggiungere un grande
prestigio nei suoi primi anni creativi, in seguito fu rapidamente messo in ombra da altri
grandi artisti del suo tempo. Il suo allievo più famoso fu Raffaello, che da lui imparò la
pittura ad affresco. I primi anni di Perugino, il suo background familiare e i dettagli della sua
formazione non sono chiaramente documentati. Con ogni probabilità è stato prima allievo di
Fiorenzo di Lorenzo, pittore perugino moderatamente noto, e poi si è rivolto al celebre pittore
umbro Piero della Francesca di Arezzo. Uno dei suoi compagni di studi nello studio di
Francesca era Luca Signorelli. I due uomini, ovviamente, si conoscevano bene, in quanto
l'influenza del Signorelli era evidente in alcuni dipinti del Perugino.
Gli anni tra il 1490 e il 1500 sono considerati il periodo più produttivo e artisticamente
maturo dell'opera creativa del Perugino. Dopo di che, però, la sua fama sembrava svanire.
Ciò è dovuto principalmente al fatto che egli ripeteva ripetutamente i motivi precedenti,
spesso in modo quasi ordinario. Si dice che i fiorentini critici abbiano deriso la mancanza di
immaginazione del Perugino. Perugino ha risposto ai suoi critici solo che una volta lo
avevano elogiato proprio per queste opere e quindi non avevano il diritto di criticarlo per gli
stessi disegni. Si dice che Michelangelo abbia addirittura detto in faccia al Perugino che lo
considerava un imbottigliatore. Il Perugino non volle accettarlo e accusò Michelangelo di
diffamazione, ma non ebbe successo. Il Perugino lasciò Firenze intorno al 1505 e tornò in
Umbria per lavorare per un pubblico meno critico. Continuò a dipingere fino alla fine e cadde
vittima della peste del 1523. Il Perugino fu sepolto in una fossa comune come molti altri
all'epoca, cosicché oggi nessuno sa esattamente dove si trovano i suoi resti.
RITRATTI
1)
Il Ritratto di giovane è un dipinto a olio su tavola (37x26 cm) di Pietro Perugino, databile al
1495 e conservato nella Galleria degli Uffizi aFirenze.
Si ignora l'identità dell'effigiato, che a lungo è stato creduto Alessandro Braccesi. Il
giovane ragazzo è raffigurato di tre quarti, girato a sinistra, su sfondo scuro. Indossa
una casacca marrone fermata con un laccio al collo e con maniche sganciabili,
secondo la moda dell'epoca. Sul capo porta una berretta morbida dello stesso colore. I
capelli sono lunghi, gli occhi grandi e intensamente fissanti lo spettatore, il naso
pronunciato, le labbra carnose, il mento tondeggiante. La testa è leggermente reclinata
di lato e contribuisce a dare un tono malinconico al dipinto.
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PERUGINO

Pietro Perugino è nato Pietro di Cristoforo Vannucci. In seguito ricevette il nome Perugino

dalla sua regione natale Perugia. Era un pittore italiano del Rinascimento e apparteneva alla

scuola umbra. Sebbene egli stesso fosse molto talentuoso e potesse raggiungere un grande

prestigio nei suoi primi anni creativi, in seguito fu rapidamente messo in ombra da altri

grandi artisti del suo tempo. Il suo allievo più famoso fu Raffaello, che da lui imparò la

pittura ad affresco. I primi anni di Perugino, il suo background familiare e i dettagli della sua

formazione non sono chiaramente documentati. Con ogni probabilità è stato prima allievo di

Fiorenzo di Lorenzo, pittore perugino moderatamente noto, e poi si è rivolto al celebre pittore

umbro Piero della Francesca di Arezzo. Uno dei suoi compagni di studi nello studio di

Francesca era Luca Signorelli. I due uomini, ovviamente, si conoscevano bene, in quanto

l'influenza del Signorelli era evidente in alcuni dipinti del Perugino.

Gli anni tra il 1490 e il 1500 sono considerati il periodo più produttivo e artisticamente

maturo dell'opera creativa del Perugino. Dopo di che, però, la sua fama sembrava svanire.

Ciò è dovuto principalmente al fatto che egli ripeteva ripetutamente i motivi precedenti,

spesso in modo quasi ordinario. Si dice che i fiorentini critici abbiano deriso la mancanza di

immaginazione del Perugino. Perugino ha risposto ai suoi critici solo che una volta lo

avevano elogiato proprio per queste opere e quindi non avevano il diritto di criticarlo per gli

stessi disegni. Si dice che Michelangelo abbia addirittura detto in faccia al Perugino che lo

considerava un imbottigliatore. Il Perugino non volle accettarlo e accusò Michelangelo di

diffamazione, ma non ebbe successo. Il Perugino lasciò Firenze intorno al 1505 e tornò in

Umbria per lavorare per un pubblico meno critico. Continuò a dipingere fino alla fine e cadde

vittima della peste del 1523. Il Perugino fu sepolto in una fossa comune come molti altri

all'epoca, cosicché oggi nessuno sa esattamente dove si trovano i suoi resti.

RITRATTI

Il Ritratto di giovane è un dipinto a olio su tavola (37x26 cm) di Pietro Perugino, databile al

1495 e conservato nella Galleria degli Uffizi a Firenze.

Si ignora l'identità dell'effigiato, che a lungo è stato creduto Alessandro Braccesi. Il

giovane ragazzo è raffigurato di tre quarti, girato a sinistra, su sfondo scuro. Indossa

una casacca marrone fermata con un laccio al collo e con maniche sganciabili,

secondo la moda dell'epoca. Sul capo porta una berretta morbida dello stesso colore. I

capelli sono lunghi, gli occhi grandi e intensamente fissanti lo spettatore, il naso

pronunciato, le labbra carnose, il mento tondeggiante. La testa è leggermente reclinata

di lato e contribuisce a dare un tono malinconico al dipinto.

Il Ritratto di Francesco delle Opere è un dipinto a olio su tavola (52x44 cm) di Pietro Perugino, databile al 1494 e conservato nella Galleria degli Uffizi a Firenze. La figura di Francesco delle Opere, benestante artigiano fiorentino della fine del XV secolo, è ritratta di tre quarti voltato a sinistra, con una berretta nere che tiene una fitta copigliatura riccioluta, una mantella dello stesso colore, una veste rossa aperta sul davanti e tenuta da lacci e una camicia bianca come sottoveste. In mano tiene un rotolo di carta da cui sporge il cartiglio "Timete Devm", inizio di una celebre predica di Savonarola che illumina sul contesto religioso e storico in cui l'opera venne prodotta. Le mani sono appoggiare su un ipotetico parapetto che coincide col bordo inferiore del dipinto, riprendendo l'esempio di pittori framminghi dell'epoca, come l'Uomo con la lettera di Hans Memling. Il personaggio è caratterizzato da una sottile vena psicologica, malinconica e assorta, in cui sono evidenziate le caratteristiche di rigore morale e di fermezza del carattere, anche per via della posa appena impettita. Nei ritratti Perugino era solito abbandonare la vena dolce e idealizzata delle opere religiose, indagando a fondo la fiosionomia; anche in questo caso molti dettagli sono resi con grande cura millimetrica, dimostrando ancora una volta l'influenza fiamminga. Il gioco di luci e ombre è reso con un tratteggio sottilissimo a punta di pennello.

RAFFAELLO

Raffaello Sanzio nacque ad Urbino nel 1483 e morì a Roma il 6 aprile 1520.

Anche il padre, Giovanni Santi, fu pittore e lui (Raffaello) si formò proprio nella sua

bottega fino all’età di undici anni quando divenne allievo del Perugino artista da cui

Raffaello trae il punto di partenza della sua visione artistica.

La lezione di semplificazione formale e armonia compositiva che Raffaello trae dal

Perugino sarà infatti imprescindibile, così come fondamentale è la successiva esperienza

fiorentina dal 1504 al 1508 dove elaborò un ideale di bellezza che concilia immagine

reale e immagine ideale, basato su leggi armoniche e sulla semplicità e la grazia.

Raffaello arrivò a Firenze un paio di mesi dopo che fu scolpita da Michelangelo

Buonarroti la statua del David (1504)

Dunque a Firenze Raffaello ebbe modo di conoscere l’opera di Michelangelo Buonarroti,

Leonardo Da Vinci, e non ultimo di Fra’ Bartolomeo.

Se in architettura la formazione di Raffaello Sanzio (1483-1520) è legata a Bramante

(1444-1514), in pittura il suo maestro è stato Pietro di Cristoforo Vannucci detto Perugino

Per Raffaello il ritratto è il disegno della varietà psicologica del personaggio, alcune

volte, figure consce di essere ritratte altre volte intente nelle loro occupazioni.

Dunque è nel ritratto che Raffaello segna un punto imprescindibile per tutto il

Cinquecento, il suo esempio sarà fortissimo e influenzerà le ambizioni di tutti gli artisti

della Maniera.

I ritratti di Raffaello più che essere fedelissimi al vero sono piuttosto il risultato della

reazione emotiva che ha avuto il pittore di fronte alle caratteristiche fisiognomiche della

persona ritratta.

Ci sono quindi due momenti uno quello del personaggio vivente l’altro quello della

spiritualità dell’artista.

RITRATTI

ANNI FIORENTINI

Negli anni fiorentini, Raffaello impara, a contatto con personalità come Botticelli, Michelangelo, Leonardo. Conosce l’ambiente colto della ricca borghesia, inizia a percorrere la propria strada. Il ritratto degli sposi Agnolo e Maddalena Doni (Firenze, Pitti, 1505) ricorda certo il dittico dei duchi d’Urbino di Piero della Francesca nell’impostazione a mezzo busto con lo slargo del paesaggio e la ritrattistica fiamminga nell’amore per i dettagli delle figure umane e della natura, aprica e silenziosa. Più vista come un allargarsi di orizzonti sereni che come un microcosmo fiammingo o leonardesco. Certo, Leonardo è ben presente nella posa di Maddalena seduta – come la Gioconda – e poco o nulla misteriosa nella sua placida giovinezza. Eppure con un che di ritroso, di pudico e timido ben oltre l’opulenza di vesti e gioielli. Al contrario, Agnolo si pone sicuro di sé, ma senza superbia, avvolto nella giubba rosso squillante e nel corsetto nero, a dominare architettonicamente lo spazio da protagonista.

notare il colore verde dominante della sua veste come pure il particolare del fazzoletto che la donna stringe nella mano sinistra, che sono entrambi «simbolo di lutto e vedovanza». ANNI A ROMA Negli anni a Roma, dal 1508 alla morte, la carriera dell’artista subisce una netta accelerazione. Conteso dai pontefici e dai regnanti, circondato da parenti ed amici, Raffaello si dedica a cicli pittorici di straordinario valore, si impone come organizzatore di imprese artistiche e architetto, matura come uomo ed artista. Ogni ritratto di questo periodo rappresenta un unicum di capacità di introspezione e senso di armonioso equilibrio ed insieme un “rapporto” personale che lega l’artista al ritrattato.

Uno dei primi ritratti romani sul 1510, è quello di un cardinale ignoto (Madrid, Prado) che emerge nel rosso vivo della mozzetta e della berretta dal fondo cupo, accentuando il contrasto cromatico con la manica candida del braccio. Il volto fine e magro, gli occhi aperti e luminosi denotano intelligenza e riservatezza, non lasciano trapelare i pensieri intimi. Raffaello, dandone una configurazione piramidale, ne esplora con cura la fisicità e le vesti cardinalizie, ma rimane rispettosamente cauto sull’interiorità del porporato. Il quale comunque ci segue in ogni direzione ci muoviamo, scrutatore attento, segno di un temperamento tenace e osservatore. Lo si può collocare vicino, anche cronologicamente, al grande ritratto a figura intera del cardinale Alessandro Farnese (Napoli, Capodimonte), che si staglia in piedi contro una finestra aperta sul paesaggio ancora “fiorentino”.

Una serenità perfetta appare nel gentiluomo Baldassar Castiglione (Parigi, Louvre, 1514-15), in cui l’artista offre un'immagine “dell’anima” dell’amico. Una tela ”parlante” dagli occhi limpidi del personaggio, vestito con abiti invernali morbidamente accarezzati dalla luce nel gioco di velluti neri e grigi con lo sbuffo della camicia bianca increspata. Lo avvolge dal fondo una luminosità soffusa e lieta. Essa scivola sulla figura seduta con le mani intrecciate, nella naturalezza della posa. Castiglione ci guarda e noi non riusciamo a distaccarci da quegli occhi luminosi e sinceri, disponibili ad un colloquio intimo e amicale. Si potrebbe dire che la tela – oltre ad un altro ritratto di Raffaello stesso con un amico (Louvre, 1518-1519) o quello dei due intellettuali Navagero e Beazzano alla Doria Pamphili a Roma (1516 ) o quello di Fedra Inghirami (Firenze, Pitti, 1510-1511)- sia un omaggio all’amicizia fra animi nobili. Non si colloquia infatti con il gentiluomo mantovano se non si è capaci di delicato silenzio, di cortesia piena di dignità. Raffaello lo esprime con la tenerezza del colore e delle luci, con la misura di una composizione dove l’ideale rinascimentale di equilibrio tra anima e corpo, divino ed umano, è raggiunto con mezzi di assoluta spontaneità. La bellezza s i esprime come euritmia di forme e di colori a dire “chi è” l’uomo in uno dei capolavori dell’intera storia dell’arte.

Sulla medesima lunghezza d’onda si situa la donna sconosciuta nota come La Velata (Firenze, Pitti,1515- 1516). Gli occhi scuri e vellutati che ci osservano, la mano posata in segno di fedeltà sul petto e quel velo di lino chiaro in testa sono i tre elementi con cui Raffaello costruisce una figura che è l’immagine della femminilità contemplata e vicina. Una forza soave e colloquiante, che espande come

una Madonna – la somiglianza con la Madonna Sistina è chiara – il suo fascino dalla collana di perle attorno al collo, al volto sfumato, dalla camicia candida alla manica dorata rigonfia –un alto virtuosismo -, omaggiando una bellezza familiare all’artista, qui “ricreata” da una pennellata soffice e palpitante di vita.