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CARATTERISTICHE PROGETTO 4) Titolo del progetto: 5) Settore ed area di intervento del progetto con relativa codifica -Settore A – Assistenza , Immigrati, – Integrazione socio-culturale . Lotta alla povertà sociale, all’emarginazione e all’esclusione sociale. 6) Descrizione del contesto
Tipologia: Guide, Progetti e Ricerche
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Obiettivo del lavoro Analisi del territorio Grafico Organizzazioni di volontariato in Italia Punti di forza Punti di debolezza Opportunità di lavoro nel territorio nisseno Attività back office per Adest Multiculturale Il sistema socio sanitario in Italia La Legge Quadro 328/ 2000 - CAPITOLO 2
Opportunità di lavoro assistenziale
Schema di progetto L’ immigrazione a Caltanissetta
Analisi del contesto Opportunità di lavoro dell’ Adest
Obiettivo del progetto
Effetti del problema nel contesto territoriale
L’immigrazione a Caltanissetta
L’ integrazione
Il lavoro Socio Assistenziale nel territorio nisseno
Servizi offerti nel settore assistenziale nel territorio nisseno:
Privati: lavoro presso Soc. Coop. Enti assistenziali, Case Cura, Case famiglia e Privata Assistenza; Pubblici: secondo l’ articolazione del Piano si zona come lo sportello Famiglia nel Comune o presso Case Circondariali.
Obiettivo
È importante che uno scopo non sia mai definito in termini di attività o di metodo. Deve sempre riferirsi direttamente a come la vita è migliore per tutti.... Lo scopo del sistema deve essere chiaro per tutti nel sistema. Lo scopo deve includere progetti per il futuro. Lo scopo è un giudizio di valore. Dr. W. Edwards Deming Aforisma
Punti di forza: Aumento progressivo della domanda sociale Punti di debolezza Riduzione Centri Assistenza e chiusura, anche temporanea per mancanza e/ o tardo nei pagamenti del personale.
Opportunità di lavoro nel territorio di Caltanissetta Dati Istat Rilevati in Sicilia nel 1999 Quanto alla stima dei disabili che vivono in residenze e non in famiglia, i risultati della rilevazione sui presidi socioassistenziali indicano la presenza di 165.538 persone disabili o anziani non autosufficienti ospiti nei presidi socioassistenziali.
La pubblicazione della Legge quadro 328/2000 apre nel panorama nazionale un nuovo assetto organizzativo e gestionale delle politiche sociali ad integrazione sanitaria.
Attività back office per Adest Multiculturale
Cenni storici:
In Italia, così come negli altri paesi europei, le politiche socio – assistenziali gettano le loro radici in un periodo antecedente la nascita di un vero e proprio Welfare State, in cui il ruolo solidaristico nei confronti dei disagiati è ripartito sulla rete familiare e sulla comunità locale, ed in parte sulla Chiesa. Il principio della beneficenza costituisce il perno intorno a cui le società dell’epoca, fino alla fine dell’800, organizzano gli aiuti caritativi ai poveri meritevoli; sistemi punitivi fino alla reclusione, in Italia, come nel resto d’Europa, infieriscono contro i vagabondi e tutti coloro che non accettano le regole di una società estremamente stratificata. E’ solo dopo l’unità nazionale (1860) e l’avvento della sinistra al potere, che si ha in Italia una evoluzione normativa del settore. L’atto fondamentale è rappresentato dalla legge n. 6972 del 1890, la cosiddetta “legge Crispi” dal nome del suo promotore, allora Capo del Governo italiano, che rimane tuttora la fonte normativa del sistema nazionale d’assistenza. Alla base della legge, come sostiene Fargion (1997), vi era “la consapevolezza che il sistema delle opere pie offrisse tante e tali potenzialità da poter continuare ad esonerare lo stato da qualsiasi impegno sul fronte sociale (a condizione di una) ferma volontà di porre rimedio alla cattiva gestione degli enti caritativi e alla non meno cattiva vigilanza esercitata su di essi dall’autorità pubblica”. Si procede dunque attraverso la pubblicizzazione, senza impegno finanziario dello Stato, delle Opere Pie, che divengono in questa fase “Istituzioni Pubbliche di Beneficenza”, e poi, durante il fascismo, e fino ad oggi, “Istituzioni Pubbliche di Assistenza e Beneficenza”; bisognerà attendere il primo dopoguerra perché lo Stato assuma una diretta responsabilità nell’erogazione di prestazioni assistenziali (invalidi e vittime di guerra,
psico – fisici, e i Comuni sull’assistenza sanitaria ospedaliera ai poveri e la presa in carico degli anziani e dei minori.
Alla luce di quanto finora esposto, e nonostante gli sviluppi degli anni ’90, si può dire che la legge quadro n. 328 abbia definito il tentativo di un passaggio da un sistema socio – assistenziale “arretrato” ad uno complesso. Sotto il profilo dell’arretratezza basti citare il notorio squilibrio fra erogazioni monetarie ed 11 erogazioni in servizi 3 ed evocare la già citata fisionomia disomogenea e a volte aleatoria dei diritti sociali nazionali, senza dimenticare lo scarso coordinamento fra gli ambiti del socio – assistenziale, del sanitario e del lavoro. E ancora, l’impetuosa crescita del terzo settore, il cui iniziale sviluppo è da attribuirsi nel caso italiano ad un ruolo di supplenza svolto nei confronti dell’Ente locale, e successivamente caratterizzato – anche in questo caso – da una profonda difformità delle relazioni fra pubblico e privato nella gestione e nell’erogazione dei servizi. Alla luce di ciò, la legge quadro ha dunque promosso il criterio di una definizione nazionalmente omogenea di livelli essenziali ed uniformi di prestazioni, le cui prerogative vengono poi demandate a livello locale, definendo nel suo dettato i passaggi da:
La legge quadro di riforma ha previsto inoltre in alcuni snodi cruciali del nuovo sistema un ruolo specifico del sindacato, in particolare nella definizione della programmazione territoriale e nel processo di definizione dei sistemi locali di servizio, nonché nella valutazione della loro qualità. La legge quadro si basa su alcuni principi generali a cui gli enti locali, le regioni e lo Stato fanno riferimento per programmare e organizzare il sistema integrato di interventi e servizi sociali. Questi principi sono:
Schema di Progetto
SCHEDA PROGETTO PER L’IMPIEGO DI VOLONTARI IN SERVIZIO CIVILE IN ITALIA ENTE
Ente proponente il progetto:
Codice di accreditamento:
Classe di iscrizione all’albo nazionale:
Titolo del progetto:
Settore ed area di intervento del progetto con relativa codifica Settore A – Assistenza , Immigrati, – Integrazione socioculturale. Lotta alla povert à sociale, all’emarginazione e all’esclusione sociale.
Descrizione del contesto territoriale e/o settoriale entro il quale si realizza il progetto con riferimento a situazioni definite, rappresentate mediante indicatori misurabili:
6.0 PREMESSA
Il progetto a Caltanissetta” intende promuovere attività a sostegno dei soggetti svantaggiati che si affacciano con i loro bisogni alla realtà territoriale socioculturale, a cui fa capo l’ ente Cesia, per la formazione professionale, con sede in Via Pisani, 2 a Caltanissetta.
6.1 L’IMMIGRAZIONE IN ITALIA
Si stima che ogni anno varchino senza autorizzazione le frontiere internazionali da 2,5 a 4 milioni di migranti. Si calcola che in Europa, ogni anno, entrino circa 500mila migranti irregolari. L’Italia è un paese molto esposto ai flussi migratori a causa della sua posizione geografica.
Al 1° gennaio 2007 risultano 2.938.922 cittadini stranieri residenti in Italia (dati Istat su fonti ministero dell’Interno). Se si sommano i minori residenti che non hanno un soggiorno individuale si arriva a 3.010. stranieri regolarmente presenti. A tali cifre va aggiunto un certo numero di stranieri irregolarmente presenti sul territorio italiano, che possiamo stimare tra i 250/350 mila. La Caritas stima la presenza degli stranieri in Italia in 3.035.144. È importante sottolineare che nel conteggio sono inseriti i cittadini comunitari soggiornanti, oltre 500mila. I cittadini extracomunitari sono stimati in circa 2.500.000. Gli stranieri aiutano a non far diminuire la popolazione italiana e ringiovaniscono il Paese (dati Istat del bilancio demografico nazionale del 10/7/2006). In Italia nel 2006 il saldo naturale (differenza tra nascite e decessi) è stato positivo grazie alla nascita di 57. bambini figli di stranieri, il 9,4% del totale. Il tasso di fecondità delle donne italiane nel 2006 è 1,35 figli, quello delle donne straniere nel 2005 è mediamente il doppio, vale a dire 2,41. Il saldo naturale è positivo per gli stranieri, pari a 54.318 unità, mentre per la popolazione italiana il saldo è negativo di 6.868 unità. La crescita della popolazione italiana è dovuta per il 92% all’apporto degli immigrati. L’incidenza degli stranieri
sulla popolazione è del 5%. La popolazione italiana alla fine del 3 2006 era di 59.131.287 abitanti. Il Sole 24 Ore, partendo dai dati Istat, ha stimato che, senza l’apporto degli stranieri, dal 1993 al 2006 la popolazione italiana sarebbe diminuita di 650mila abitanti.
I minori stranieri, o figli di immigrati, sono in Italia 666.293, il 22,67% del totale degli stranieri. In alcune province l’incidenza delle nascite dei minori stranieri è molto elevata: superano il 20% a Mantova, Treviso, Piacenza e Modena. Prato è la provincia che in termini assoluti ha la maggiore incidenza di nascite con il 24,6% dei nati. Il 49% degli stranieri sono europei, prevalentemente dell’Europa dell’Est (39%). Il 26% sono africani, con una sensibile diminuzione dal 1990, quando erano il 35,1%; gli americani sono l’11,3%, gli asiatici il 17,1%. Gli stranieri africani in Italia è possibile suddividerli in due categorie: quelli dell’Africa del CentroSud, che in Italia ammontano ad una percentuale pari al 29%, e quelli dell’Africa del Nord, che sono la stragrande maggioranza nel territorio italiano, pari al 71%, come si evince dal grafico qui di seguito: In Particolare: Nord Africa: Marocco, Tunisia ed Egitto Africa CentroMeridionale: Somalia, Senegal, Etiopia e Ghana.
6.1.1 Gli stranieri irregolari
L’intensità dei flussi irregolari può essere favorita, in Europa, oltre che dalla posizione geografica, anche da altre cause: quote di ingresso non adeguate, scarsa praticabilità dei percorsi stabiliti per l’inserimento legale e per l’incontro tra datori di lavoro e persone da assumere, diffusione dell’area del lavoro nero e precarietà dello status di regolari. La necessità di regolamentare i flussi non deve portare a identificare le restrizioni con l’anima della politica migratoria, che si sostanzia specialmente di adeguate procedure di ammissione e di una grande attenzione all’integrazione: perciò la Commissione De Mistura ha proposto una diversa concezione della funzione dei Centri di permanenza temporanea. Tuttavia l’area dell’irregolarità, quando è troppo estesa, rende la società meno disponibile all’accoglienza e perciò è indispensabile un’analisi senza pregiudizi che riesca a individuare le piste praticabili per il suo ridimensionamento. In Italia le persone intercettate in tale condizione superano abbondantemente le 100 mila unità l’anno. Tra di esse, quelle pervenute via mare sono 22.016 (il 13% del totale, quasi mille di meno rispetto al 2006): suscitando non poche sorprese, i trafficanti di manodopera hanno incluso nei loro circuiti anche la Sardegna. E così il mare, da fondamentale elemento per gli scambi, continua a essere uno sconfinato cimitero. Ma le tragedie via terra non sono state da meno: si viaggia – e spesso si muore – nascosti nei tir (con il rischio di essere asfissiati per mancanza d’aria o schiacciati dalle merci), sotto i treni o addirittura nei carrelli degli aerei, oppure si attraversano valichi, fiumi e campi minati, quando non si finisce l’esistenza fulminati o assiderati o vittime di altri incidenti. In tutti i casi è la speranza di una vita migliore che spinge ad affrontare questi pericoli. Nel 2006, su 124.383 persone in posizione irregolare individuate dalle forze dell’ordine, solo il 36,5% (45.449) è stato effettivamente rimpatriato (nel 1999 lo fu il 64,1%). Tuttavia, se si tiene conto dell’ultimo allargamento dell’UE e si tolgono dal conteggio i bulgari e, specialmente, i romeni, il numero degli intercettati in posizione irregolare scende dopo tanti anni al di sotto delle 100 mila unità (84.245). Nel contesto europeo è l’Italia ad aver portato avanti un’organica esperienza pilota per il recupero delle persone vittime di tratta. A partire dal 2000 ne hanno potuto beneficiare, ricevendo
familiare, l’impegno educativo nei confronti dei figli. Il Nord Italia continua ad essere il principale polo di attrazione delle presenze per lavoro (59% sul totale nazionale), il Centro si trova nettamente distaccato (26,4%) e ancora di più il Meridione (14,7%). Si delinea una marcata struttura a triangolo rovesciato: una base molto ampia al Nord, che va restringendosi mentre si scende lungo la penisola. Peraltro, come sottolineato dal Rapporto CNEL sugli Indici di integrazione, una forte presenza per lavoro, se non è bilanciata da un’adeguata presenza per famiglia, denota un deficit nel processo di integrazione. Non sempre quindi lo sviluppo produttivo, anche se accentuato, conduce ad alti indici di stabilizzazione, tra i quali va senz’altro annoverata la ricomposizione dei nuclei familiari. Risulta che, anche per gli immigrati, la vita nei piccoli contesti urbani o paesani è solitamente più agevole, anche sotto il profilo socioeconomico: il riferimento va fatto alla vitalit à delle piccole imprese di provincia, che normalmente offrono mansioni più stabili rispetto al mercato della grande città, sempre più caratterizzato dall’instabilità dei servizi, e alla maggiore facilità nel reperire un’abitazione.
Il futuro che si prefigura in Italia
L’Italia del futuro, insomma, si legge in filigrana già nella situazione attuale. La maggiore e diffusa presenza degli immigrati sta incrementando la loro incidenza tra i proprietari di immobili: nel 2006 gli immigrati sono stati un sesto tra quanti hanno acquistato una casa e tendenzialmente stanno diventando la metà di quanti hanno bisogno della prima casa. Gli immobili preferiti sono quelli da ristrutturare, vicino alle reti di trasporto e alle scuole dei figli, in provincia (in media in 4 casi su 10, ma in 6 su 10 nell’area di Roma e in quella di Milano), piuttosto che nel capoluogo. Benché si tratti del segmento più basso del mercato (117.000 euro per una casa di 50 mq, che costringe al sovraffollamento), il volume d’affari annuo complessivo è di oltre 15 miliardi di euro. Pur tra molte contraddizioni, la società italiana sta diventando più interculturale. 1 matrimonio ogni 8 coinvolge ormai un cittadino straniero (ma solo nel 20% dei matrimoni misti sono protagoniste le donne italiane rispetto ai maschi) e le coppie miste sono più di 200.000, senza considerare quelle di fatto, di difficile quantificazione. Anche le acquisizioni di cittadinanza, pur lontane dai ritmi europei, sono più che raddoppiate rispetto ad alcuni anni fa e non legate esclusivamente ai matrimoni con gli italiani (circa 35.000 nel 2006). Anche la scuola italiana accoglie ormai più di mezzo milione di studenti con cittadinanza straniera (a.s. 2006/07), che raggiungono un’incidenza del 5,6% sulla popolazione scolastica totale, con valori più che raddoppiati (1 ogni 8 alunni) in alcuni contesti. Milano e Roma sono le aree in cui la presenza di alunni stranieri è più consistente: rispettivamente 48.000 e 40.000 studenti con cittadinanza estera. Scarsa è la presenza di questi studenti nei licei (solo 9.000 candidati alla maturità), concentrati invece in 4 casi su 5 negli istituti tecnici e professionali, il che prelude a un inserimento occupazionale meno soddisfacente, come avviene, per esempio, per i figli degli italiani in Germania. Si stima che problemi di ritardo scolastico di varia natura coinvolgano più di tre quarti degli studenti stranieri e ciò è particolarmente preoccupante in un paese ad alto tasso di abbandono scolastico (un quinto degli iscritti) prima del diploma. Ma non mancano gli esempi d’eccellenza. A questo riguardo è d’obbligo un riferimento agli scrittori immigrati in lingua italiana. La Banca dati “Basili” ne conta 279 (di cui
119 donne, 43%), così ripartiti: 96 provenienti dall’Africa, 54 dall’America, 47 dall’Asia, 82 dall’Europa, per un totale di 80 nazionalità. Si dovrà prestare una maggiore attenzione anche alle lingue degli immigrati.
6.2 L’IMMIGRAZIONE A CALTANISSETTA
La Regione Siciliana, così come il Governo nazionale, impegna annualmente cospicue risorse per garantire l’assistenza sanitaria alle popolazioni immigrate e per contrastare situazioni endogene di disagio sociale e sociosanitario; nonostante l’impegno delle istituzioni e il generoso concorso delle associazioni afferenti al mondo del noprofit e del volontariato sociale, le risposte non sono sempre adeguate alle esigenze e alle attese individuali e collettive, tanto da determinare non poche carenze e d’ isuniformità nella qualità e nella continuità della risposta organizzativa. Secondo i dati riportati nel XVII Rapporto sull’Immigrazione Caritas/Migrantes, gli immigrati regolari in Sicilia al 31.12.06 sono risultati 107.200, con un aumento del 18,8% rispetto al 2005 e con un’incidenza di cittadini stranieri sul totale regionale che sale al 2,1% (+0,8% rispetto al 2005). Si prevede che tali dati siano destinati sempre ad aumentare a causa della strategica posizione geografica che riveste l’isola siciliana, vera “porta d’ingresso” verso tutto il continente europeo. Le coste siciliane, infatti, sono teatro di quotidiana rappresentazione delle illusioni, delle speranze, del disagio di tanti – uomini, donne e bambini – che dalle afriche rive del Mediterraneo, si affacciano, prostrati da lunghe e perigliose navigazioni, alle porte meridionali dell’Europa con la speranza di accedere così a migliori condizioni di vita e di lavoro.
Offrendo loro informazioni e risorse per agevolare il trasferimento, l’assistenza e la ricerca di una casa e di un lavoro. Il risultato di tale stato di cose è una crisi migratoria globale”. Le comunità immigrate presentano, peraltro, alti tassi di fertilità e rappresentano dunque un cospicuo fattore della futura crescita demografica del nostro Paese, da parte sua caratterizzato da un tasso di natalità praticamente nullo. E’ calcolato inoltre che l’Unione Europea dovrà far fronte entro il 2030 ad un calo demografico di circa 20 milioni di lavoratori, che potrà essere colmato solo con l’immigrazione. Una siffatta tendenza alla progressiva ed esponenziale espansione del fenomeno immigratorio produce non poche resistenze e diffidenze nell’opinione pubblica che, per retaggi culturali e sociali non facili da rimuovere, teme chi parla un’altra lingua e prega un altro Dio ma soprattutto chi, secondo un distorto immaginario collettivo, potrebbe turbare un consolidato stile di vita e minacciare l’ordine sociale. Si tratta di fobie fondate su elementi di pregiudiziale contrapposizione tra civiltà diverse e su problematici interrogativi in ordine al destino delle identità nazionali che, particolarmente in Italia e in Europa, riguardano soprattutto l’immigrazione musulmana, generando una sfida che è al contempo sociale, culturale e religiosa. In linea generale, le società europee incontrano non poche difficoltà ad assimilare gli immigrati mentre non è chiaro fino a che punto gli immigrati musulmani e i loro figli desiderino essere assimilati, con la conseguente perdita di valori ed usi che appartengono solidamente alla loro tradizione. Ne deriva l’esigenza di adottare ragionevoli ed equilibrate politiche di integrazione socioculturale, capaci di raffreddare i potenziali conflitti sociali e di rassicurare al contempo ospiti ed ospitanti. In questo ambito, le strategie di assistenza sanitaria sono fondamentali per assecondare la logica dell’osmosi interculturale e multirazziale, per attestare l’attenzione delle istituzioni verso le fasce più deboli della popolazione, per rispettare le specificità di popolazioni diverse, per semplificare ed ottimizzare i percorsi diagnostico
*I dati disponibili nel sito provengono dalla Rilevazione sulla “Popolazione residente comunale straniera per sesso ed anno di nascita”, indagine che l'Istat ha avviato dal 2002 presso le Anagrafi dei comuni italiani. I dati si riferiscono a tutti i comuni italiani, e sono in linea con quelli del XIV Censimento Generale della Popolazione e delle Abitazioni (21 ottobre 2001).
Il rischio della povertà e dell’emarginazione sociale La presenza di stranieri in una città come Caltanissetta, dove il disagio su vari fronti è notevole (disoccupazione giovanile, economia locale in lenta crescita) rappresenta un ulteriore problema che si mescola al rischio (già di per sé molto alto) della popolazione locale nissena riguardante la povertà sociale. Infatti il contributo della provincia nissena e del suo capoluogo alla formazione del valore aggiunto nazionale è esiguo ed in assoluto tra i più bassi della penisola, appena lo 0,30%, in diminuzione rispetto allo scorso anno. Relativamente al valore procapite (circa 12.817 euro) si riscontra una situazione non molto brillante che colloca Caltanissetta in sestultima posizione nella graduatoria nazionale, con un livello inferiore sia al dato del Mezzogiorno (13.920 euro), sia a quello italiano che è di oltre 20 mila euro. In compenso, nell'intervallo 19952001, il valore aggiunto della provincia è cresciuto più del dato nazionale. L'incidenza del reddito prodotto dall'artigianato sul totale (9%) è inferiore al valore regionale (10,8%) ed a quello nazionale (12,4%). I settori che contribuiscono di più alla composizione del prodotto interno sono l'agricoltura (5,5%), in particolare con le coltivazioni erbacee (61,8%, 6° valore nazionale), le costruzioni (6,6%) ed i servizi (73%). Il tenore di vita della provincia appare molto contenuto. In termini di reddito procapite, è la quartultima provincia con la minore disponibilità di reddito per abitante in Italia con soli 10.227 euro a fronte degli oltre 14.600 nazionali. Altrettanto si può dire riguardo ai consumi finali interni procapite pari a 9.354 euro contro i 10.174 del Mezzogiorno ed i 13.262 dell'Italia; in tale classifica Caltanissetta si colloca appena in 99esima posizione. Da rilevare che la quota dei consumi destinata alle spese di tipo non alimentare risulta molto contenuta (77,6% a frontedell'83% dell'Italia, 99esimo posto). Il consumo di carburante è basso in valore assoluto, infatti la provincia si posiziona al terzultimo posto per consumo di benzina procapite (0,17 tonnellate annue). Caltanissetta, infine, occupa il 77esimo posto nella graduatoria del consumo per residente di energia elettrica per usi domestici ed è sempre nelle posizioni di coda in un set di indicatori legati al possesso e all'utilizzo degli autoveicoli relativizzati con le dimensioni provinciali (ad esempio numero di veicoli circolanti, autoveicoli di grossa cilindrata e via dicendo).
Caltanissetta, nonostante sia il baricentro geografico siciliano, non riesce ad assolvere l’ideale funzione di collegamento trasportistico della regione. Il territorio provinciale è sprovvisto infatti di aeroporti e l’unico importante scalo marittimo è il porto di Gela, specializzato però unicamente nella movimentazione dei prodotti petroliferi. Strade e ferrovie sono al di sotto delle esigenze provinciali. Deficitarie sono anche le infrastrutture idriche, delle telecomunicazioni ed in generale dei servizi alle imprese. L’indice generale di infrastrutture economiche e sociali sconta tali mancanze, presentando un valore 16 molto inferiore a quello nazionale (63,9 nel '99 – 54,5 nel '91). Il valore del rapporto fra sofferenze bancarie sul totale degli impieghi (11,5) è minore di quello della Sicilia (12,7), ma nettamente superiore al dato medio nazionale (4,6). Il rapporto fra numero dei protesti su popolazione (2.899 ogni 100 mila abitanti) è favorevole rispetto al valore regionale ed anche al dato italiano. Particolarmente bassa, infine, è la quota di imprese fallite (0,08%), sedicesimo valore meno elevato del Paese. In base a tale situazione già difficile per la popolazione nissena, lo straniero si trova ad “impattare” in un contesto che non presenta forti mezzi per la sua piena e totale realizzazione di vita. Il rischio
povertà per lo straniero, dunque, diventa quasi la sola vera integrazione con quegli strati sociali fortemente esposti e che popolano i quartieri più disagiati del capoluogo nisseno.
L’insediamento abitativo degli stranieri rischia peraltro di mutarsi in una vera “ghettizzazione” che sfocia in emarginazione sociale, con la quale l’individuo in sé (figuriamoci lo straniero) vive una situazione di malessere, determinata dal non riuscire ad integrarsi nel contesto della società. La mancanza di integrazione con il contesto in cui si vive crea una serie di problemi a livello esistenziale che sfociano spesso in comportamenti devianti o criminali. Molte persone si trovano in condizioni di emarginazione e talvolta è difficile riuscire ad inserirle in modo equilibrato e sereno nel loro ambiente. Pertanto, sul problema povertà ed emarginazione sociale, il rischio è quello di incrementare tali problematiche, già presenti nel territorio del comune nisseno, a cui potranno incorrere anche gli stranieri che vivono nel territorio di Caltanissetta.
Fonte: Camera di Commercio di Caltanissetta – Dati statistici sulla popolazione della provincia nissena
Lo scopo di tale progetto in un contesto multiculturale e’ di divulgare;
Principali centri di servizi per gli immigrati (servizi analoghi).
ACAI – CALTANISSETTA
ACLI – Caltanissetta
EASA EASA UFFICIO PROVINCIALE DI CALTANISSETTA
ENAPA – CALTANISSETTA
ENASCO ENASCOUFFICIO 1
EPACA EPACA UFF. PROV. CALTANISSETTA
EPACA EPACA UFF. ZONA RIESI
A Caltanissetta i permessi di soggiorno sono 2.225 (fonte: elaborazioni Istat su dati del Ministero dell’Interno), 502 per lavoro subordinato, 412 con lavoro autonomo, 26 per ricerca lavoro, 735 per famiglia, 25 per studio, 101 per residenza elettiva, 54 per religione, 29 per turismo, 278 per asilo politico, 63 per altro.
L’immigrazione sembra rappresentare una grande sfida non solo per il nostro Comune, ma per tutta l’Italia. Purtroppo, l’opinione pubblica corre spesso il rischio di avere una distolta visione del fenomeno dell’immigrazione. A ciò contribuisce l’azione dei grandi massmedia che si occupano soprattutto di gravi e continue emergenze le quali portano a trascurare una corretta percezione del fenomeno, riguardante milioni di cittadini stranieri. Si tende a parlare di immigrati solamente quando accadono gravi fatti che attentano all’ordine pubblico; si parla di immigrati collegandoli alla criminalità organizzata, si parla insomma di immigrati come un “problema”. Ed è per questo che il fenomeno dell’immigrazione viene trattato come un “problema”. Da qui la necessità di attuare un’idonea e appropriata politica di integrazione, cioè una politica dell’accoglienza, dell’assistenza sociale e dell’istruzione. Bisogna considerare l’integrazione non alla stregua di un problema politicoma come una sfida che ha come premio la crescita dell’intero Paese. “Un passo, un nuovo Stato, un’altra terra, una cultura estranea, un mondo ignoto, un’altra lingua e tanta voglia di tornare a quelle radici da cui forzatamente e necessariamente mi allontano”. Forse questi o tanti altri pensieri affollano la mente di un immigrato. Difficile ricostruire quelle emozioni che mai si sono provate, difficile immaginare di essere un “esule”. Forse disagio, disagio, nient’altro che disagio prova chi si trova ad affrontare questo difficile passo, o peggio solitudine. Ecco che l’immigrazione diviene necessità di integrazione, ecco che il problema del singolo diviene problema della collettività. L’integrazione degli immigrati in questi ultimi anni è diventata fonte di accesi dibattiti in tutta l’Europa. Infatti la maggior parte degli stati membri sono interessati da movimenti migratori e alcuni di essi, che si sono trasformati da paesi di emigrazione a paesi di immigrazione, si trovano ad affrontare per la prima volta il problema dell’integrazione. Tenendo conto dei nuovi immigrati e di quelli già inseriti a pieno nel tessuto sociale, i paesi interessati hanno modificato, alla luce di nuove esigenze e problemi, le precedenti politiche di integrazione. Si accende a questo proposito il dibattito su come promuovere l’integrazione ovvero su come si debba considerare l’immigrato: individuo singolo o appartenente a specifiche categorie definite per origine nazionale, religione,età, sesso, per motivazioni di arrivo (rifugiati, emigrati per motivi economici o familiari) o per le loro capacità (da quelli specializzati a quelli meno specializzati). Da come la si voglia intendere il processo di integrazione deve essere esteso a tutte le categorie di immigrati, tenendo comunque conto delle differenze etnografiche l’integrazione non è altro che quel processo attraverso il quale si va ad istituire una fitta rete di relazioni fra lo “Stato” e il “singolo individuo”, un processo in cui, poi, va a sovrapporsi l’azione di diversi enti,g e non, come datori di lavoro, sindacati, associazioni religiose, centri di accoglienza e formazione che sostengono gli immigrati. Lo scopo principale del progetto è quello di organizzare e attivare percorsi finalizzati all’apprendimento e alla conoscenza della lingua italiana al fine di favorire l’inserimento sociale e lavorativo degli immigrati; e all’ attivazione della tecnica del Pronto soccorso per Adest e OSA. Attivazione di uno sportello che fornisca info sui servizi di supporto informativo/orientativo e uno sportello on line ai fruitori del servizio.
A questo si aggiunge anche che gli immigrati presentano situazioni familiari piuttosto complesse , (nuclei familiari numerosi, povertà dal proprio paese di origine, ecc…), che rendono più difficile il loro percorso di inserimento nella società nissena. Il tutto inserito in un contesto sociale come quello di Caltanissetta, che presenta numerose problematiche di natura sociale (povertà, criminalità giovanile, emarginazione, quartieri da riqualificare), economica (disoccupazione, lenta crescita del settore produttivo e delle imprese), culturale (diffidenza nell’accogliere lo straniero) e strutturale (carenza di servizi pubblici a sostegno degli immigrati).
Effetti del problema nel contesto territoriale nisseno
Gli effetti nel contesto del territorio comunale nisseno sono tanti. L’emarginazione di questi immigrati, infatti, porta ad un impoverimento socioculturale globale impedendo cos ì di creare e di favorire il dialogo interculturale e la conoscenza delle diverse tradizioni fra popoli differenti. Inoltre la mancanza di una buona conoscenza della lingua italiana ha come effetto negativo una inadeguata possibilità di inserimento lavorativo, che a volte costringe lo straniero a vivere nella illegalità, aumentando nel territorio nisseno i casi di criminalità e di violenza, che già di per sé costituiscono un problema da affrontare nel capoluogo nisseno.
7.2 OBIETTIVI SPECIFICI
In riferimento ai destinatari, il progetto si propone quale obiettivo specifico di migliorare l’integrazione degli immigrati e delle loro famiglie attraverso: Una migliore accoglienza degli stranieri. La conoscenza e l’apprendimento della lingua italiana L’attivazione del servizio “Sportello Immigrati.” L’obiettivo specifico potrà essere perseguito: o Supportando l’accoglienza degli o favorendo l’apprendimento della lingua italiana attraverso la promozione, la programmazione e l’attivazione di corsi di lingua italiana; o costituendo uno sportello dedicato dove gli immigrati potranno essere informati sulle leggi che lo tutelano e lo salvaguardano come cittadino e come persona. Inoltre l’immigrato sarà assistito nel riconoscimento dei suoi diritti e dei bisogni che richiede nel territorio italiano allo scopo di rendere più agevole la permanenza nel territorio nisseno.
Il presente progetto, in collaborazione con enti, associazioni e parrocchie presenti sul territorio del comune di Caltanissetta, si rivolge a tutti gli immigrati e alle loro famiglie che vengono a contatto con tali realtà associative e con le stesse Acli del capoluogo nisseno, in termini di accoglienza, assistenza, informazione su inserimento lavorativo, riconoscimento dei loro diritti sul territorio italiano, attività ludicoricreative per gli immigrati e le loro famiglie grazie alla presenza presso le Acli di Caltanissetta dell’US Acli (Unione Sportiva