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Psicologia dello sviluppo e del linguaggio, Sintesi del corso di Psicologia Generale

Libro: Psicologia dello sviluppo e del linguaggio. A cura di D'Amico,Devescovi

Tipologia: Sintesi del corso

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PSICOPATOLOGIA DELLO SVILUPPO DEL LINGUAGGIO E
DELLLA COMUNICAZIONE
CAP. 1: TEORIE DELLO SVILUPPO DEL LINGUAGGIO
Nei bambini le prime parole compaiono tra i 9 ed i 12 mesi e a 3 anni il linguaggio è smile a quello
degli adulti; qualunque bambino impara la lingua della comunità in cui cresce, indipendentemente
dalla stimolazione che riceve.
Negli ultimi vent’anni le ricerche sull’acquisizione del linguaggio di tradizione innatista hanno
usato il costrutto teorico Grammatica Universale (GU), intesa come l’insieme di principi e
parametri innati che limitano la variazione fra le lingue e guidano il bambino nella definizione dello
stato finale della grammatica mentale.
Sul versante opposto, stimolato dalle ampie conoscenze sul funzionamento del cervello e da nuove
teorie cognitive, si è affermato il costruttivismo, emergentismo e/o connessionismo, fondato
sull’assunzione che lo sviluppo del linguaggio sia governato da meccanismi dominio-generali
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PSICOPATOLOGIA DELLO SVILUPPO DEL LINGUAGGIO E

DELLLA COMUNICAZIONE

CAP. 1: TEORIE DELLO SVILUPPO DEL LINGUAGGIO

Nei bambini le prime parole compaiono tra i 9 ed i 12 mesi e a 3 anni il linguaggio è smile a quello degli adulti; qualunque bambino impara la lingua della comunità in cui cresce, indipendentemente dalla stimolazione che riceve.

Negli ultimi vent’anni le ricerche sull’acquisizione del linguaggio di tradizione innatista hanno usato il costrutto teorico Grammatica Universale (GU), intesa come l’insieme di principi e parametri innati che limitano la variazione fra le lingue e guidano il bambino nella definizione dello stato finale della grammatica mentale.

Sul versante opposto, stimolato dalle ampie conoscenze sul funzionamento del cervello e da nuove teorie cognitive, si è affermato il costruttivismo , emergentismo e/o connessionismo , fondato sull’assunzione che lo sviluppo del linguaggio sia governato da meccanismi dominio-generali

comuni della cognizione umana. Tali teorie si diversificano in relazione all’enfasi attribuita alla sorgente di informazioni e ai fattori sottostanti il processo di apprendimento.

Il quadro di riferimento sociopragmatico , muovendo dalla dimensione cooperativa della comunicazione umana, assume come base dei processi di acquisizione l’architettura della mente umana, caratterizzata da due funzioni specifiche per l’acquisizione:

  • Intention reading La capacità del bambino di leggere le intenzioni dell’adulto
  • Pattern-finding La capacità di individuare a partire dall’input di esposizione modelli d’uso di strutture linguistiche.

1. L’APPROCCIO INNATISTA

Per illustrare l’approccio innatista si fa riferimento ai modelli di grammatica generativa , costrutto teorico introdotto e sviluppato da Chomsky. La sua prima osservazione è che il linguaggio umano è qualcosa di speciale, diverso da tutti i sistemi comunicativi utilizzati nel mondo animale, idea presente nella filosofia illuminista a cui Chomsky si è ispirato. Egli sosteneva l’ipotesi che il linguaggio fosse una facoltà specie-specifica, parte di una capacità cognitiva superiore tipicamente umana. Questo assunto trova giustificazione in due aspetti propri delle lingue usate dagli esseri umani:

  • Infinità discreta
  • Ricorsività Il linguaggio è, infatti, un sistema combinatorio, in cui un numero finito di unità può essere combinato in un’infinità di modi, tali da rendere possibile la formulazione di un numero infinito di messaggi. Chomsky ritiene che questo strumento non sia un’invenzione, ma il risultato dell’evoluzione biologica. La possibilità di costruire un’infinità di messaggi è determinata dal fatto che la combinatorialità linguistica si esprime su due piani:
  • Combinando singoli suoni senza significato si ottengono parole che hanno significato
  • Combinando le parole si costruiscono frasi il cui significato oltrepassa la somma dei significati delle singole parole che lo compongono

Ci sono dei limiti, però. Esistono delle regole, dei principi, che impongono dei limiti al numero di modi in cui le unità discrete possono combinarsi in una lingua naturale. La ricorsività favorisce la possibilità di formazione di messaggi complessi: si tratta delle proprietà di alcune regole di essere riapplicate indefinitamente al proprio risultato, generando frasi.

1.1 Le origini del linguaggio

Il compito del bambino nel processo di acquisizione è soltanto di posizionare gli interruttori in modo da rendere lo stato finale del proprio sistema cognitivo corrispondente a una specifica lingua. L’esperienza che gli consente di effettuare questa operazione è l’esposizione alla lingua parla nel paese dove il bambino è cresciuto. Le frasi che il bambino può ascoltare dagli adulti costituiscono l’input che mette in moto il meccanismo di acquisizione, il cui output è la rappresentazione mentale astratta della lingua, detta anche lingua internalizzata. Partendo da questo assunto Chomsky sostiene la necessità che l’acquisizione del linguaggio sia guidata da un meccanismo biologico pre-programmato in quanto l’input a cui il bambino è esposto è impoverito, cioè contiene informazioni insufficienti per raggiungere lo stato finale. La povertà dello stimolo è stato il primo argomento adottato da Chomsky per motivare la scelta innatista. Questo costrutto si basa sull’assunzione che il linguaggio rivolto al bambino fornisca le prove, dette evidenze positive , che specifiche parole e frasi fanno parte della lingua che il bambino sta acquisendo. Oltre alle evidenze positive, fanno parte dell’input anche le evidenze negative , le quali forniscono al bambino informazioni sulla buona formazione delle frasi. Le evidenze negative possono essere:

  • Dirette Quando hanno la funzione di correggere enunciati infantili non ben formati, attraverso riformulazioni ed espansioni
  • Indiretta Costituita dall’assenza di informazioni

Secondo gli innatisti nessuno dei tre tipi di evidenze è utile per il bambino. Nelle evidenze positive gli esempi forniti dagli interlocutori non comprendono tutte le espressioni possibili di una lingua. Anche le evidenze negative sono imperfette: i bambini potrebbero non comprendere che si tratta di correzioni e le indirette difficilmente possono portare informazioni decisive.

Secondo Chomsky gravi deficit sensoriali sembrano avere effetti molto limitati sull’acquisizone del linguaggio. Le teorie innatiste dell’apprendibilità, che si pongono l’obiettivo di identificare le possibili combinazioni di stato iniziale delle conoscenze, tipo di meccanismo di apprendimento e caratteristiche dell’input che possono portare ai risultati attesi si occupano di come la facoltà di linguaggio riesca ad usare le evidenze linguistiche per raggiungere lo stato finale di una lingua internalizzata. Alcuni autori ritengono che la facoltà di linguaggio sia attiva da un meccanismo denominato innesco. In base a questa ipotesi, il sistema ha bisogno di poche evidenze per innescare l’assegnazione del giusto valore ai parametri universali, concepiti come binari. In questo quadro di riferimento non è previsto un vero e proprio processo di acquisizione in quanto, se un dato adeguato si presenta a una mente preparata a riceverlo, l’apprendimento è istantaneo. Altri autori innatisti ritengono che questo meccanismo non sia psicologicamente plausibile in quanto lo sviluppo linguistico non sembra caratterizzato da decisioni istantanee, ma da un processo ponderato di verifica di ipotesi generate dai parametri della GU circa le caratteristiche che potrebbe avere la lingua a cui è esposto.

2. L’APPROCCIO EMERGENTISTA

Le teorie emergentiste del linguaggio e del suo sviluppo hanno le loro radici filosofiche nel pensiero di Mill, il quale riteneva che le proprietà di un sistema superino la somma delle sue parti. L’approccio epigenetico o costruttivista associato a Piaget ha anticipato l’idea fondante di queste teorie, che le conoscenze sono il risultato dell’interazione fra le strutture attuali del sistema cognitivo e le caratteristiche del mondo fisico, grazie alle azioni sensomotorie e/o operatorie del bambino sul mondo. Tale interazione modifica la struttura cognitiva in modo tale che le conoscenze emergenti non sono riconducibili alla somma delle parti dei due sistemi in interazione. Per comprendere tale concetto bisogna distinguere da due tipi di interazionismo:

  • (^) Interazioni semplici
  • Forme emergenti

Il concetto di emergentismo viene usato in un nuovo approccio dell’apprendimento e dello sviluppo del cervello e di computer simili al cervello, chiamato connessionismo, elaborazione parallela distribuita o reti neurali. Gli autori che fanno riferimento alle teorie connessioniste sottolineano a tale riguardo che le strutture linguistiche emergono da processi di apprendimento di tipo probabilistico a partire dalle caratteristiche distribuzionali dell’input linguistico e che sono dunque il risultato dell’interazione tra le modalità di organizzazione del cervello e il linguaggio parlato nell’ambiente in cui il bambino cresce. La lallazione è la produzione reduplicata di sillabe come dada o bababa.

2.1 le origini del linguaggio

L’ottica emergentista si basa sull’assunzione che il linguaggio possa essere costituito da un insieme di abilità coevolute con un cervello grande e sofisticato per far fronte ai molti e complessi obiettivi della società e della cultura umana. Il linguaggio è una macchina nuova costruita con parti vecchie cognitive e/o sociali, inizialmente evolute al servizio di funzioni completamente diverse. I sostenitori dell’approccio emergentista riconoscono che ne l cervello umano c’è qualcosa di innato che rende possibile lo sviluppo del linguaggio, ma questo qualcosa non è un dispositivo specializzato e dominio-specifico che si è sviluppato esclusivamente per il linguaggio. Le grammatiche rappresentano la classe di soluzioni possibili al problema di dover far corrispondere un ricco insieme di significati a un limitato strumento comunicativo. I principi astratti della grammatica sono stati sviluppati dagli esseri umani. Per spiegare le origini del linguaggio, come modello teorico di riferimento viene assunta la prospettiva evoluzionistica adattazionista, in particolare l’idea darwiniana di emergenza relativamente alle leggi di variazione, adattamento e selezione della specie.

2.2 la natura e la struttura delle conoscenze linguistiche

I modelli che fanno riferimento al framework teorico emergentista assumono che il linguaggio ed i suoi processi di sviluppo abbiano la stessa natura e i medesimi meccanismi di funzionamento che caratterizzano i sistemi biologici. MacWhinney osserva che i sistemi biologici dipendono da meccanismi omeoretici (capacità del sistema di mantenere un flusso dinamico) per il mantenimento della loro sopravvivenza.

3. LA TEORIA SOCIOCOSTRUTTISTA

Il paradigma sociocostruttivista, muovendo dall’assunto centrale del ruolo svolto dal mondo sociale nella costruzione dell’architettura della mente individuale, focalizza l’attenzione sui processi di costruzione sociale della conoscenza, che si attua nel contesto delle interazioni e degli scambi comunicativi. I processi cognitivi, compreso il linguaggio, sarebbero prodotti socioculturali, la cui natura va ricercata nella rete dei rapporti sociali e degli scambi comunicativi. A partire dalla scuola storico-culturale vyhotskiana, la matrice culturale dei processi di significazione trova i propri precursori in Bruner e Cole il cui contributo ha definito i temi della psicologia culturale: psicologia dell’interazione piuttosto che fenomeni cognitivi individuali. Tomasello aderisce alla cognizione come cognizione sociale, individuando la peculiarità della specie sapiens, rispetto agli altri primati antropomorfi, proprio nel possedere una mente le cui caratteristiche sarebbero il frutto di un’impresa congiunta, collettiva e propriamente culturale e non un’impresa individuale. La cultura va a costituire una nicchia ecologica nella quale l’uomo vive e nella quale i piccoli della specie umana s sviluppano.

3.1 le origini del linguaggio

Tomasello si pone in una prospettiva evoluzionista riconoscendo l’esistenza nella prospettiva filogenetica di un cambiamento qualitativo importante nella specie Homo Sapiens legato alla comparsa del linguaggio. Secondo l’autore la trasmissione sociale/culturale è il solo il meccanismo biologico noto che può produrr cambiamenti comportamentali e cognitivi notevoli in breve tempo. Il linguaggio, gli altri sistemi simbolici e l’insieme dele istituzioni complesse costituiscono il prodotto culturale dell’interazione tra individui e gruppi di individui nel corso del tempo, trasmessi dalle vecchie alle nuove generazioni. Per Tomasello gli esseri umani sono in grado di mettere in comune le proprie risorse cognitive in virtù di un dispositivo specie-specifico da lui denominato ultrasocialità che consiste nella capacità umana di comprendere i conspecifici come esseri simili a loro stessi, con vite intenzionali e mentali simili alle proprie. In tal modo gli esseri umani imparano dagli altri e imparano attraverso gli altri, soprattutto. La caratteristica tipicamente umana risiede nelle attività collaborative e cooperative che legano gli uomini, basate sulla mutualità e sulla reciprocità che ne costituiscono le motivazioni soggiacenti. Base della cooperazione è l’intenzionalità condivisa, o intenzionalità del noi, che consente di interpretare il piano delle azioni e degli scopi che le guidano in modo da mettere in atto risposte adeguate. Tomasello, in contrasto con Chomsk, postula un processo dialettico tra i processi evoluzionistici e quelli storico-culturali secondo cui, mentre i primi sarebbero responsabili dell’infrastruttura psicologica soggiacente alla comunicazione cooperativa umana, i secondi spiegherebbero le origini della seimila lingue parlate nel mondo. Nel fluire storico del tempo, le diverse comunità elaborano le forme linguistiche e le costruzioni grammaticali che vengono trsmette alle nuove generazioni tramite l’apprendimento culturale. L’evoluzione filogenetica seguirebbe una sequenza evoluzionistica che procede dai richiami delle grandi scimmie all’uso di atti comunicativi naturali umani, quali l’additare ed il mimare.

Nel delineare la transizione della comunicazione gestuale a quella vocale tomasello suggerisce che le prime convenzioni vocali devono essere state un accompagnamento emotivo, o effetto sonoro, ai gesti significanti. A seguito del maggior controllo volontario della vocalizzazioni gli uomini hanno iniziato ad usare icone vocali, ma poi le vocalizzazioni hanno raggiunto una loro propria funzionalità.

3.2 la natura e la struttura delle conoscenze linguistiche

Il modello cooperativo della comunicazione umana di Tomasello prevede che:

  1. Tra comunicatori e riceventi sia stabilita l’intenzione congiunta di comunicare in modo efficace
  2. Gli atti comunicativi umani sono fondati sull’attenzione congiunta e la comprensione condivisa della situazione
  3. Gli atti comunicativi umani sono eseguiti per motivi fondamentalmente prosociali
  4. I comunicatori umani operano in base ad assunzioni di cooperazione, condivise da tutti i partecipanti
  5. Le convenzioni linguistiche umane sono fondamentalmente condivise

Il fine di questi atti referenziali, che indicano un oggetto, un’azione, un evento sarebbe di indurre il ricevente a inferire l’intenzione sociale del comunicatore, cioè a comprendere cosa il comunicatore vuole che il ricevente faccia, sappia o percepisca. Per quanto riguarda le finalità principali della comunicazione umana, Tomasello ne ha individuate tre che si sono presentate progressivamente nell’evoluzione e ce sono determinate dal tipo di risposta che il comunicatore cerca di ottenere dal ricevente.

  1. (^) Richiedere, ovvero indurre gli altri a fare qualcosa che ci serve
  2. Informare e offrire aiuto in modo gratuito e spontaneo. Motivazione della nostra specie
  3. Condividere sentimenti, opinioni e atteggiamento. Motivazione sociale.

Presupposto di questa forma di comunicazione è che tra emittente e ricevente esista un terreno di conoscenze condiviso, che include quello che ogni partecipante percepisce come rilevante sapendo anche che anche l’altro lo percepisce come tale e anche l’altro s ache lui sa. (ricorsività) La ricorsività è, per Tomasello, una proprietà del linguaggio umano, ma assume un carattere intersoggettivo e non formale quale quella postulata da Chosmky. Tale ricorsività implica la lettura ricorsiva della mente e/o dell’intenzione tra gli interlocutori. Le convenzioni comunicative sorgerebbero naturalmente, per effetto di imitazione, per inversione di ruolo, per effetto della funzionalità del sistema.

  1. Functionally based distributinal analysis L’osservazione e la distribuzione delle funzioni assolte dalle parole nelle strutture linguistiche permettono al bambino di costruire le categorie paradigmatiche dei diversi costituenti linguistici, come nomi e verbi.

La teoria dell’acquisizione del linguaggio di Tomasello si fonda sull’assunzione che le strutture linguistiche emergano dall’uso del linguaggio. Il primo linguaggio dei bambini sarebbe radicato nella comprensione di scene specifiche legate all’esperienza, che corrispondo alle costruzioni sintattiche della lingua. Attraverso meccanismi di imitazione e ripetizione il bambino apprende ad individuare elementi alla base del processo di grammaticalizzazione, che avviene grazie a meccanismi sociocognitivi dominio-generali che interagiscono con gli specifici compiti di acquisizione cultural in cui ogni bambino è coinvolto. Gli aspetti universali delle strutture grammaticali sarebbero il prodotto di processi cognitivi generali condivisi dalla specie umana.

CONCLUSIONI

Gli studi teorici emergentisti e sociocostruttivisti hanno messo in discussione gli assunti centrali chomskyani. Durante i processi di elaborazione e di acquisizione del linguaggio si verifica una continua interazione fra le diverse componenti del linguaggio e tra queste e i processi cognitivi e sociali tanto da rafforzare l’ipotesi che si verifichino all’interno di un unico sistema di elaborazione, controllato da leggi comuni. Questo processo è reso possibile da predisposizioni innate. La costruzione di una lingua può realizzarsi con una vasta gamma di strumenti ed è possibile che nessuno dei meccanismi cognitivi, percettivi e sociali da noi utilizzati a tal fine si sia sviluppato esclusivamente per il linguaggio. Il sistema di funzionamento del linguaggio potrebbe essere il risultato di una riorganizzazione in funzione comunicativa di meccanismi cognitivi preesistenti. Secondo l’approccio emergentista i fattori che hanno reso possibile il cambiamento sono stato il ruolo del volume e dell’organizzazione del cervello umano. L’approccio sociocostruttivista include la nostra organizzazione sociale, la nostra abilità nell’imitare le cose che gli altri fanno e l’attenzione congiunta. Gli studi nell’ambito delle neuroscienze cognitive hanno portato evidenze a sostegno di tali assunzioni teoriche, supportando l’idea che quando osserviamo un evento o ne siamo attori sia quando elaboriamo un enunciato linguistico relativo a tale evento, nel sistema cerebrale vengono reclutati gli stessi sistemi percettivi, motori e socioemozionali.

Sulla base di tali scoperte è stato proposto che il linguaggio, così come la cognizione sociale, sia incarnato, cioè che si fondi sui sistemi sensomotori, assumendo l’impossibilità di studiare i differenti aspetti dello sviluppo indipendentemente l’uno dall’altro. La cognizione viene intesa come situata, ovvero i processi mentali non possono essere studiati senza tener conto dei contesti in cui occorrono; viene sottolineato l’aspetto adattivo, nel senso che i cambiamenti sono il risultato di processi di adattamento flessibili e dinamici nel corso del tempo.

La nuova prospettiva offerta dall’embodiment theory è quella che attualmente integra efficacemente spunti teorici e approcci metodologici provenienti da visioni distanti sullo studio del linguaggio e sui suoi processi di sviluppo.

CAP 2: BASI NEUROBIOLOGICHE DELLO SVILUPPO DEL

LINGUAGGIO

Secondo linguisti e psicolinguisti innatisti nel cervello infantile lo sviluppo della grammatica universale sarebbe guidato da un programma biologico geneticamente determinato sotteso ad un struttura neurale modulare, i cui contenuti sarebbero specificati nella nostra dotazione genetica.

All’innatismo si è contrapposta un’ottica neurocostruttivista che vede Karmiloff-Smith il suo maggiore esponente che sostiene che la modularizzazione delle funzioni cognitive sia il prodotto finale dello sviluppo e non la sua premessa innata: da un’iniziale organizzazione cerebrale dominio- generale caratterizzata da elevata interconnessione fra aree cerebrali diverse si arriverebbe a un’organizzazione di moduli specifici come quello linguistico collegati da circuiti neurali specializzati. Le abilità precoci dei neonati vengono interpretate nell’ottica neurocostruttivista come predisposizioni innate nell’incanalare le risorse attentive verso particolati categorie di input ambientali che agiscono sul cervello modulandone l’organizzazione e facilitando l’apprendimento.

L’uso del linguaggio richiede il coordinamento fra capacità linguistiche, cognitive e sociali e la disponibilità di risorse di supporto come le capacità di memoria. Ricercare le basineurobiologiche di un tale insieme di funzioni implica lo studio di un vasto network anatomo-funzionale di cui fanno parte circuiti neurali costituiti da diverse regioni cortico- sottocorticali connesse fra loro da fasci di fibre.

1. CIRCUITI NEURALI SOTTOSTANTI IL LINGUAGGIO

Il processamento linguistico negli adulti avviene prevalentemente nell’emisfero sinistro attraverso un network cortico-sottocorticale che include aree temporali, frontali e parietali. Una delle più importanti classificazioni e descrizioni di diversi tipi di afasia è quella creta da Lichteim che distingueva le afasie in afasie caratterizzate da una compromissione delle aree della produzione linguistica, della comprensione verbale o con sintomatologia derivata dalla disconnessione fra aree della produzione, della comprensione e di aree concettuali.

Fanno parte del network corticale classico le aree del lobo frontale sinistro anteriori al giro centrale che comprendono, nel giro frontale inferiore, l’area di Broca con la parte opercolare e la parte triangolare che sono deputate all’output linguistico e le regioni del lobo temporale superiore posteriore, area di Wernicke, deputate all’input linguistico.

Il modello della memoria proposto da Baddeley ha descritto un sistema che comprende una componente operativa, fondamentale per l’elaborazione linguistica, di collegamento fra l’input codificato fonologicamente e l’output articolatorio, il cosidetto loop fonologico. L’espansione delle capacità operative del sistema ha costituito un meccanismo chiave per l’evoluzione del linguaggio. Questa ipotesi si fonda sull’idea che i circuiti cerebrali dedicati al linguaggio si siano evoluti a partire da circuiti di reiterazione fonologica/articolatoria di lunghe sequenze fonologiche. Tali circuiti, nelle prime fasi dell’emergenza del linguaggio umano, sono stati sufficienti a sviluppare un comportamento vocale imitativo.

Il sistema di working memory costituirebbe parte di un più ampio sistema di memoria associativa. L’acquisizione della sintassi nell’uomo, con la sua caratteristica di ricorsività, sarebbe stata anch’essa possibile grazie alle proprietà del sistema di memoria di lavoro e delle sue associazioni, che permettono di mantenere on line le informazioni linguistiche durante l’esecuzione di specifici compiti. Questo network potrebbe costituire la base di un precosissimo loop fonologico, a supporto dell’apprendimento linguistico.

3. LA MATURAZIONE DEL NETWORK LINGUISTICO

L’interazione fra i diversi circuiti cerebrali responsabili dell’elaborazione linguistica del bambino appare più dinamica rispetto a quanto osservato nell’adulto; tale caratteristica può essere legata alla flessibilità o plasticità che caratterizza la potenzialità dei processi di acquisizione del linguaggio nei primi anni di vita. Il cervello infantile è aperto all’apprendimento di qualsiasi lingua e a qualsiasi modalità di presentazione dell’informazione con capacità di usufruire di codici audio-vocali e visuo-tattili. Nei neonati di 3 mesi le aree cerebrali che nell’adulto sono responsabili della produzione del linguaggio nel giro frontale inferiore sinistro, nel neonato si attivano anche in risposta agli stimoli uditivi in entrata. La definizione di come si sviluppa l’intero circuito cerebrale per l’acquisizione del linguaggio si lega alla definizione delle finestre temporali entro cui l’apprendimento delle diverse componenti linguistiche può verificarsi e dei gradienti di maturazione/interazione dei rispettivi circuiti neurali, attraverso l’analisi della connettività funzionale e strutturale. Una precoce correlazione fra regioni appartenenti alla via dorsale: solco temporale superiore, fascicolo arcuato e corteccia premotoria. Questo circuito potrebbe essere il substrato neurale nell’interfaccia fra sistemi linguistici in input e in output, cruciale sia per il circuito fonologico della memoria di lavoro, sia per gli aspetti precoci dei turni conversazionali tra neonati e caregivers. Un aspetto importante della maturazione del network linguistico riguarda la connettività intra e interemisferica fra aree deputate all’elaborazione linguistica: mentre la prima è ancora poco sviluppata nelle fasi precoci, la seconda è già fortemente attiva nel neonato. Lo sviluppo della connettività dei circuiti neurali sottostanti lo sviluppo linguistico ha tempi di maturazione protratti e che l’organizzazione funzionale della rete neurale sottostante lo sviluppo del linguaggio si muove verso un sistema che permette un sempre più stretto interscambio fra le regioni frontali e quelle temporali entro l’emisfero sinistro.

3.1 il modello del neural commitment e l’ipotesi del social gating

Un tentativo di interare i dati della ricerca sule basi neurali delle diverse componenti del linguaggio, con una visione più dinamica dei processi evolutivi in rapporto al substrato neurale e a componenti sociali della comunicazione linguistica è quello proposto da Kuhl con le teorie del neural commitment e del social gating. Le sue ricerche hanno dimostrato che le capacità discriminative dei suoni della lingua nativa aumentano nel secondo semestre di vita con il declinare delle capacità discriminative dei suoni di lingue non native. Si è ipotizzato anche che le abilità fonetiche percettive della lingua nativa costituiscano il fondamento dell’apprendimento del linguaggio e ne promuovono lo sviluppo. Questa ipotesi ha trovato un supporto sperimentale. C’è una correlazione positiva fra capacità discriminative della lingua nativa a 7 mesi e crescita del vocabolario fra i 18 e i 30 mesi. Il ritardo, rilevato in alcuni bambini nell’acquisizione di capacità discriminative selettive per suoni rilevanti della lingua nativa nel secondo semestre di vita, potrebbe essere la spia precoce di un ritardo maturativo del linguaggio capace di condizionare l’acquisizione linguistica successiva. L’ipotesi del social gating è stata avanzata per spiegare gli effetti dell’interazione sociale sull’apprendimento linguistico. Bambini di 9 mesi di età, esposti in situazioni sperimentali a una seconda lingua, hanno mostrato un migliore apprendimento se interagivano con tutor umani, mentre bambini esposti alla stessa stimolazione tramite televisione o registratori non apprendevano. Secondo l’ipotesi del social gating l’interazione sociale crea una situazione di apprendimento favorevole, aumentando l’attenzione, il sentimento di un rapporto fra sé e gli altri e/o l’attivazione di meccanismi che legano la percezione e l’azione.

3.2 linguaggio e sistema motorio: il ruolo dei neuroni specchio

Il feedback fono articolatorio è uno dei meccanismi principali sottesi all’acquisizione linguistica precoce. L’importanza di questo meccanismo è sottolineata dalla teoria motoria della percezione linguistica di Liberman secondo il quale l’elaborazione uditiva dei suoni linguistici si basa sulla trasformazione del segnale acustico in elementi coarticolatori stabili verso le loro rappresentazioni motorie. Questa teoria trova supporto negli studi che hanno dimostrato come la ripetizione interna del suono mentre lo si ascolta gioca un ruolo determinante nella comprensione del linguaggio e soprattutto nell’acquisizione della conoscenza del principio di invarianza dei suoni. Il pattern acustico si modifica a seconda del contesto in cui il suono è coarticolato, il gesto articolatorio è più stabile. Conferme neuofisiologiche sperimentali di questa teoria sono state ottenute da studi che hanno scoperto, nella corteccia premotoria del macaco, una particolare classe di neuroni visuomotori: i neuroni specchio che rispondo sia quando l’animale fa una paticolare azione, sia quando la osserva, costituendo un importante supporto per la comprensione delle azioni e la base neurale di un meccanismo che crea un legame diretto che si stabilisce fra chi invia un messaggio e chi lo riceve. Nell’uomo i neuroni specchio sono localizzati nel lobo frontale nell’area di Broca, in aree motorie e premotorie, nel solco temporale superiore e nella corteccia parietale inferiore. Si pensa che alla base dell’evoluzione del linguaggio ci sia il sistema di neuroni specchio. Coerenemente con l’ipotesi di un legame fra sistema gestuale e sistema verbale nella specie umana la comparsa dei gesti comunicativi precede ed accompagna l’emergere del linguaggio e l’assenza o

Tra i 10 ed i 17 mesi i bambini con danno alle aree linguistiche dell’emisfero destro hanno un ritardo nella comprensione lessicale e nell’uso dei gesti. I bambini con lesione dell’emisfero sinistro presentano un significativo maggior ritardo nel vocabolario espressivo e nella grammatica. I bambini con lesione congenita del lobo temporale sinistro non mostrano sintomi afasici né in produzione né in comprensione. I bambini con lesione emisferica sinistra presentano prestazioni linguistiche inferiori a quelle di bambini con lesione emisferica destra, con un ritardo di sviluppo del linguaggio evidente negli aspetti espressivi, morfosintattici e lessicali. Questi dati sono compatibili con la precoce predisposizione dell’emisfero sinistro per lo sviluppo lessicale e morfosintattico che comporta, in caso di lesione congenita, tempi protratti di apprendimento linguistico probabilmente dovuti alla riorganizzazione di circuiti neurofunzionali alternativi. La dimostrazione più eclatante che il linguaggio può riorganizzarsi nell’emisfero controlaterale è quella dei bambini cui viene rimosso l’emisfero sinistro leso o disfunzionante in seguito a varie patologie. Il linguaggio può essere acquisito ben oltre la presunta fine del periodo critico per la comparsa del linguaggio (6 anni circa). È stato documentato un cambiamento di lateralizzazione del linguaggio dall’emisfero sinistro al destro dopo disconnessione disconnessione dei 2 emisferi tramite callosotomia (sezione del corpo calloso). L’emisfero destro è capace di assumersi la funzione linguistica in aree omologhe a quelle dell’emisfero sinistro danneggiato. La riorganizzazione del linguaggio nelle aree omotipiche dell’emisfero dx è favorita dalla presenza di lesioni dell’area di Broca, a parità di altre caratteristiche neurologiche. La prevalenza di processi di riorganizzazione offre supporto all’ipotesi che le aree cerebrali per il linguaggio dell’emisfero sinistro, seppur precocemente attive, incrementino nel corso dello sviluppo l’ingaggio neurale per specifiche elaborazioni linguistiche, con conseguente riduzione della plasticità cerebrale. I dati derivanti dal confronto fra i processi di plasticità in caso di lesioni congenite e acquisite dell’emisfero sinistro sono in accordo con l’ipotesi di una prevalenza alla nascita di forti connessioni fra i due emisferi, che potrebbero favorire lo shift interemisferico, mentre il progressivo sviluppo di connessioni intraemisferiche favorirebbe la riorganizzazione enro l’emisfero leso.

4.2 subsrato neurobiologico dei disturbi specifici del linguaggio

L’eziologia dei disturbi specifici del linguaggio (DSL) rimane al momento attuale ancora largamente sconosciuta, anche se vi sono prove che essi originino dalla complessa interazione tra assetto genetico e fattori di rischio ambientale. L’interazione tra geni e ambiente si riflette su un’alterazione dello sviluppo anatomo-funzionale e dell’organizzazione dei network cerebrali per il linguaggio nei soggetti con DSL, nei quali sono state riscontrate anormalità strutturali e funzionali delle aree deputate al funzionamento linguistico. Per interpretare il significato funzionale delle anomalie cerebrali strutturali nei bambini con DSL in relazione al disturbo linguistico sono più informativi gli studi che indagano il funzionamento cerebrale durante l’esecuzione di compiti linguistici. La variabilità che si riscontra fra studi condotti con metodologie diverse mette in evidenza la difficoltà di correlare i dati strutturali con quelli funzionali e inoltre potrebbe riflettere l’eterogeneità dei diversi quadri clinici verosimilmente sottesi a substrati neurali differenti.

L’alterazione del pattern di specializzazione emisferica variava quindi in relazione non solo al tipo di DSL, ma anche alla presenza di familiarità positiva per disturbi del linguaggio, a supporto della mediazione genetica del DSL. Il funzionamento cerebrale nei disturbi del linguaggio è stato indagato anche con tecniche elettrofisiologiche come gli ERP. Queste tecniche hanno evidenziato alterazioni neurofisiologiche in risposta a stimoli di diversa natura linguistica e a diverse età di sviluppo. Anomalie delle risposte elettrofisiologiche sono state dimostrate in bambini con DSL, anche in compiti che misurano la componente sintattica che rappresenta il nucleo centrale del disturbo linguistico di questi bambini. I dati neurofisiologici sembrano indicare anomalie nel funzionamento cerebrale sottostante l’elaborazione dell’informazione linguistica in bambino con DSL. In epoca precoce, queste anomalie interesserebbero i processi di basi quali la discriminazione fonologica e la durata dei suoni, coinvolgendo successivamente a cascata i processi di riconoscimento delle parle basati sui pattern di accentazione e successivamente la rappresentazione semantico-lessicale e il processamento sintattico. Le anomalie neurofisiologiche, riscontrate fin da epoche molto precoci dello sviluppo in bambini con DSL, fanno ipotizzare un ritardo di maturazione associato ad un iniziale disturbo di discriminazione degli stimoli uditivi, che può interessare variamente la corteccia uditiva, la velocità di trasmissione neurale, i meccanismi neurali sottesi all’allerta attentiva. Secondo altri autori il disturbo di discriminazione interesserebbe gli aspetti del processamento di stimoli in rapida sequenza. In particolare una difficoltà nel processare l’informazione acustica che cambia rapidamente e ciò potrebbe provocare effetti a cascata sullo sviluppo del linguaggio orale e successivamente anche scritto.

CONCLUSIONI

Il cervello umano è fin dalla nascita già attivo per il processamento linguistico e organizzato in aree funzionali in parte omologhe a quelle dell’adulto. La successiva maturazione dei circuiti linguistici, resa possibile dall’esposizione al linguaggio e dall’interazione sociale, presenta una progressiva specializzazione computazionale di aree neurali specifiche e un incremento della connettività funzionale, soprattutto intraemisferica. La capacità di rispondere dinamicamente all’ambiente è possibile grazie alla plasticità del cervello immaturo. Il rapporto fra azioni, gesti e sviluppo del linguaggio nel bambino, la cui base è costituita dal sistema dei neuroni specchio, potrebbe costituire un modello per lo studio dello sviluppo sia tipico che atipico del linguaggio. Si è dimostrata una forte correlazione fra azioni e gesti e comprensione delle parole fra il primo ed il secondo anno di vita, che potrebbe essere mediata dal coinvolgimento precoce dei neuroni specchio. Non sappiamo ancora se le anomalie elettrofosiologiche e le anomalie strutturali e funzionali che caratterizzano i bambini con sviluppo linguistico atipico siano espressione di una ridotta specializzazione dei circuiti neurali e/o di una ridotta connettività. Disconnessioni fra aree del linguaggio e la mancanza di appropriata maturazione della connettività funzionale potrebbero costituire le caratteristiche neurali alla base dei disturbi evolutivi del linguaggio. Solo l’integrazione fra approcci e competenze diverse applicate allo studio dello sviluppo tipico e atipico potrà dare un significativo contributo all’avanzamento delle conoscenze sul problema delle origini e dello sviluppo del linguaggio.

1. AZIONI, GESTI, PAROLE E SEGNI PER COMUNICARE

La prima forma di comunicazione intenzionale, che comprare intorno ai 9-13 mesi, è costituita da un sistema di gesti, vocalizzazioni e parole. Sono state descritte 4 azioni/gesti, che sono stati definiti anche performativi e deittici , che esprimono l’intenzione comunicativa di richiedere o di attirare l’attenzione su un oggetto o evento che possono essere recuperati dall’interlocutore solo dalla situazione contestuale:

  1. Richiesta ritualizzata È un tentativo di afferrare l’oggetto
  2. Indicare Può essere prodotto sia per richiedere che per condividere l’attenzione dell’altro su un oggetto o un evento interessante. Non si basa sul contatto fisico con l’oggetto o con la sua manipolazione e quindi compare più tardi rispetto agli altri e svolge un ruolo particolare.
  3. (^) Mostrare C’è un contatto fisico con l’oggetto che viene tenuto in mano e mostrato all’interlocutore
  4. Dare Il contatto fisico con l’oggetto viene abbandonato proprio nel momento in cui si cede l’oggetto a un’altra persona.

In una prima fase queste azioni comunicative o gesti sono molto più comprensibili delle vocalizzazioni che li accompagnano. Sono importanti il gioco con gli oggetti ed il gioco simbolico, in particolare nelle prime fasi della comunicazione e dello sviluppo linguistico. Le azioni senza oggetto, o giochi di far finta, come pettinarsi, telefonare, dormire, mangiare, hanno mostrato di avere una relazione molto stretta con l’emergere delle prime parole. Questi gesti sono definiti rappresentativi, simbolici, referenziali, nascono all’interno di interazioni che si stabiliscono con gli adulti ed hanno un contenuto semantico stabile che rimane invariato in diverse situazioni comunicative. I gesti rappresentativi sono paragonabili alle prime parole che compaiono in questo stesso periodo. I gesti e le parole derivano direttamente, spesso, da azioni che il bambino compie con il proprio corpo e a queste si riferiscono, come l’azione di ballare. Altri gesti si riferiscono ad azioni che il bambino compie abitualmente con determinati oggetti, come il telefonare. Altri gesti nascono da giochi tra il bambino e gli adulti che se ne prendono cura: il loro contenuto semantico rimane lo stesso in contesti diversi e vengono spesso indicati come gesti convenzionali, come ad esempio il gesto “più” che indica un “non c’è più” o “di più”. Inizialmente sia gesti che vocalizzazioni vengono prodotti in situazioni di routine con l’adulto, ma progressivamente si decontestualizzano fino ad arrivare ad essere usanti anche in assenza dei format che li hanno originati. Quando il simbolo vocale o gestuale, attraverso un processo di progressiva decontestualizzazione, è in grado di sostituirsi al referente stesso, si può parlare di atto simbolico. Tra i 9 ed i 18 mesi anche se il bambino dispone di un repertorio di segnali comunicativi in entrambe le modalità, produce più gesti che parole nelle sue interazioni quotidiane. I genitori, però, tendono a dare maggiore rilevanza alle parole piuttosto che ai gesti. Il ruolo dell’input

nell’interazione adulto-bambino diviene così fondamentale e discriminante per il successivo prevalere della modalità vocale su quella gestuale nella costruzione del linguaggio.

In uno studio sono state evidenziate sostanziali analogie nello sviluppo comunicativo e linguistico tra due bambini di cui uno udente esposto all’italiano vocale e l’altro non udente esposto alla lingua dei segni americana. I bambini , attraverso un medesimo processo di sviluppo, hanno raggiunto le stesse fasi, alla stessa età, indipendentemente dalla lingua a cui erano esposti. In molti studi relativi all’emergere del linguaggio in bambini esposti ad una lingua dei segni, sono stati definiti segni quelli che in bambini esposti ad una lingua vocale sono riconosciuti come gesti comunicativi. Tra i 12 ed i 14 mesi il numero di gesti/segni e di parole prodotti è simile sia nei bambini esposti solo alla lingua vocale che in quelli esposti solo alla lingua dei segni.

Con l’aumentare dell’età del bambino, aumenta la complessità delle azioni e dei gesti prodotti, sia da un punto di vista motorio che da un punto di vista cognitivo. La produzione di azioni e gesti che non prevedono la manipolazione di oggetti e la comprensione delle parole che si riferiscono a queste stesse azioni precedono la produzione di azioni e gesti eseguiti con un oggetto in mano e la comprensione di azioni e gesti eseguiti con un oggetto in mano e la comprensione delle parole che si riferiscono a queste azioni. Per la produzione di parole, invece, quelle che si riferiscono ad azioni e gesti senza manipolazione di oggetti precedono quelle che si riferiscono ad azioni e gesti che prevedono la manipolazione di oggetti.

I bambini imparano a mettere in atto schemi d’azione diversi in relazione a specifici oggetti. Attraverso queste azioni i bambini raggiungono degli obiettivi pratici che li aiutano a costruire dei concetti differenziati per ogni oggetto. In una prima fase la parola sembra riferirsi sia all’azione che all’oggetto. A partire dai 15 mesi, quando il bambino inizia a produrre un numero di parole maggiori, la distinzione tra azioni e oggetti diventa più chiara e nominare oggetti assume un’importanza maggiore rispetto al nominare azioni, dal momento che queste ultime possono essere direttamente agite o mimate. Progressivamente il repertorio vocale si espande e da circa 20 parole a 15-16 mesi, i bambini arrivano a produrre in media 66 parole in 18 mesi. Da questa età il numero di parole prodotte supera il numero di gesti. I gesti continuano ad essere usati, anche se con frequenza minore rispetto alle parole. L’azione sembra svolgere il ruolo sistematico di precursore delle prime forme linguistiche sia gestuali che vocali, confermando a livello ontogenetico il ruolo centrale de sistema motorio nella costruzione del sistema concettuale attraverso l’azione significativa. Il gesto sembra accompagnare il bambino nella transizione da un linguaggio fortemente ancorato al contesto alla competa decontestualizzazione delle prime forme linguistiche, assolvendo un ruolo di interfaccia tra l’azione ed i primi rudimenti del linguaggio.

Il fatto che i significati veicolati in una prima fase dell’azione fossero espressi successivamente o da gesto o dalla parola supporta l’ipotesi che sia gesto rappresentativo che parola siano atti simbolici. La stretta interconnessione tra azione, gesto e linguaggio è confermata dalle scoperte di Rizzolati su come substrato neurale di linguaggio e azioni significative. Rizzolati ha dimostrato l’esistenza di un sistema di neuroni specchio collocati nell’area di Broca, il quale si attiva sia durante l’esecuzione che durante l’osservazione di azioni manuali significative dell’individuo o anche di altri soggetti.